La storia di Cenerentola, un classico Disney tra i più noti, rimane iconica nonostante l’evoluzione dei film di animazione abbia portato al graduale superamento di una trama declinata in funzione di un matrimonio principesco. La fiaba dalla quale prende il nome Cenerentola è archetipica, ha origini antichissime ed è tramandata in molte culture anche se in versioni differenti. La sua persistente risonanza culturale è testimoniata dalle innumerevoli trasposizioni letterarie, teatrali, musicali cinematografiche e persino terapeutiche che hanno esplorato e reinterpretato questo racconto millenario. Cenerentola è una pietra miliare della cultura favolistica, un'eredità e un retaggio culturale di numerosi popoli, capace di risvegliare e nutrire gli aspetti più profondi della psiche, esercitando una funzione organizzatrice del pensiero e permettendo di dare forma concreta ai propri fantasmi, trasformando il caos dei pensieri più selvaggi in fisionomie individuabili, riconoscibili e narrabili.

Le Origini e le Molteplici Voci della Fiaba
La genesi di Cenerentola affonda le radici in tempi remoti, con possibili legami con l'antica fiaba egiziana di Rodopi, citata da Erodoto, considerata il primo archetipo letterario. Questa narrazione è così popolare e conosciuta in tutto il mondo da contare centinaia di versioni, ognuna con sfumature e significati propri.
La prima versione nota in Occidente è quella di Giambattista Basile, "La gatta Cenerentola", contenuta nella raccolta "Cunto de li cunti", edita tra il 1634 e il 1636. Questa versione, interamente scritta in napoletano e ambientata nel Regno di Napoli, presenta già elementi che la distinguono dalle rielaborazioni successive. In questa narrazione, Cenerentola (Zezolla) è addirittura un'assassina, guidata da una crudele matrigna che la intima di uccidere la seconda moglie del padre. Il padre, dopo aver sposato la terza moglie, si dimenticherà della figlia.
La versione di Charles Perrault, pubblicata nel 1697 nei "Racconti di Mamma Oca", è quella che si avvicina maggiormente alla narrazione resa famosa da Disney. Perrault adattò la fiaba per un ambiente nobiliare, cercando di renderla idonea alla corte del Re Sole. La sua Cenerentola è pura, e la morale della storia ruota attorno al valore della grazia, intesa come perseveranza, senso del sacrificio, coraggio e gentilezza. La grazia è un'allegoria delle qualità che rendono la ragazza una figura candida, definita da Perrault come un dono inestimabile, più importante della bellezza esteriore, essenziale per vincere il cuore di un uomo. Le sue "pantoufle de verre" (scarpette di vetro) sono diventate un simbolo universale.
Un secolo e mezzo più tardi, i fratelli Grimm proposero la loro versione, "Aschenputtel" (1812-22), che si discosta significativamente da quella di Perrault per il suo realismo e la sua crudezza. La Cenerentola dei Grimm è un personaggio più umano, con difetti e punti deboli. La produzione dei Grimm mira a educare i bambini tramite dettagli cruenti, per abituarli alle difficoltà della vita reale. Dall'incipit, dove Cenerentola si reca ogni giorno sulla tomba della madre, si evince un'immagine di morte e lutto. Successivamente, la tomba è sostituita dall'immagine della cenere e del focolare, che può essere vista come la tomba della sua infanzia, ma il cui significato allegorico rimanda a una rinascita: la cenere è purificata dal fuoco, simbolo di liberazione. Le sorellastre, nella versione dei Grimm, sono belle ma ugualmente crudeli, e devono mutilarsi il piede tagliando l'alluce o il calcagno per tentare di calzare la scarpa, sanguinando e soffrendo, simbolo di animi non puri. Le scarpe stesse cambiano da sera a sera, e le serate al ballo sono tre, non due come in Perrault.
Queste diversificazioni si notano non solo nella figura della protagonista, ma anche negli altri personaggi, nello stile narrativo e nell'uso del dialogo. Perrault utilizza un lessico complesso, mentre i Grimm adottano uno stile più semplice, minuzioso e dettagliato, con descrizioni particolareggiate degli avvenimenti e dialoghi diretti.

Analisi Tematica: Archetipi, Contrasti e Significati Profondi
In linea con la tradizione della fiaba, in principio troviamo la nostra eroina tiranneggiata e umiliata. La sua vita non è sempre stata così: il punto di rottura è rappresentato dalla morte del padre, uomo benevolo e amorevole. La storia è ricca di personaggi antitetici e così, come il padre dell’eroina è buono e la matrigna cattiva, allo stesso modo la protagonista è mite, bella ed elegante, mentre le sorellastre sono maligne, brutte e sgraziate. Pigre, ambiziose e un po’ sciocche, nulla hanno a che fare con la sorella acquisita, che è laboriosa, umile e sognatrice.
I contrasti investono pure il regno animale: mentre i validi aiutanti della protagonista hanno una connotazione positiva, quale che sia la specie di appartenenza, Lucifero, il gatto della matrigna, ha un’indole decisamente malevola. L’estremizzazione delle caratteristiche dei personaggi consente al destinatario della storia di individuare subito i buoni e i cattivi e di separare senza alcun dubbio bene e male; nel finale è fatta giustizia e Cenerentola, sposando il principe, riacquisisce lo status agiato perduto alla morte del padre, trovando una via di fuga legittima da una casa divenuta ostile.
Da notare che il riscatto familiare di Cenerentola si traduce nella figura di un rassicurante principe, che è salvifico in quanto tale e perciò non necessita di ulteriori caratterizzazioni: il suo titolo basta a edulcorare il delicato passaggio dalla famiglia d’origine convenzionalmente oppressiva alla formazione di un nuovo nucleo.
La Cenerentola come Vittima e Ribelle Involontaria
La figura di Cenerentola è spesso oggetto di critiche, soprattutto riguardo alla sua apparente passività di fronte alle ingiustizie. "Perché non reagisce? Perché non scappa?" sono le principali domande che si pongono i suoi detrattori di fronte alle ingiustizie subite dal personaggio. La verità è che Cenerentola è prima di tutto una vittima degli abusi della Matrigna e delle sorellastre. Prendersela con una vittima perché “non reagisce” nel modo in cui “dovrebbe” reagire è un chiaro esempio di victim blaming.
A chi pensa che Cenerentola sarebbe dovuta fuggire dalla casa della Matrigna, si dovrebbe consigliare di fare un bagno di realtà nella condizione femminile non solo dell’imprecisato e remoto tempo delle fiabe (“tanto tempo fa”), ma anche solo del 1950, anno in cui Cenerentola della Disney è uscito nei cinema americani: al tempo era ancora difficile per una donna mantenersi e andare a vivere da sola. Il fatto che Cenerentola sia una “donna del suo tempo” la rende ancora una volta vittima, in questo caso di una società che non l’avrebbe tutelata se avesse osato ribellarsi alla Matrigna e abbandonare la casa di suo padre senza essere sposata. Questo concetto viene espresso indirettamente dalla frase che Cenerentola rivolge al cane Tobia, intimandogli di domare il suo istinto di “catturare” Lucifero (il gatto della Matrigna) per non perdere quello che ha, un pasto caldo ogni giorno e un tetto sopra la testa. “Se non vuoi perdere la tua buona zuppa calda, dovrai smetterla di fare questi sogni. Sai che devi fare? Imparare ad amare i gatti”.
Cenerentola viene accompagnata in carrozza, ma fa il suo ingresso a palazzo da sola. Bisogna contare che, fino a qualche decennio fa, le signorine “rispettabili” dovevano sempre farsi accompagnare da qualcuno, non potevano mai uscire di casa da sole. Se ci si pensa, per molti ancora oggi è un tabù il fatto che le donne escano di casa da sole in determinate circostanze (come nel caso di Cenerentola, che esce di sera tardi per recarsi a una festa).
Quindi Cenerentola è una “ribelle”? Beh, oggi sarebbe ridicolo definirla così, ma per una spettatrice degli anni ’50, il solo fatto di recarsi da sola a una festa poteva certamente apparire come un gesto ribelle, una dichiarazione d’indipendenza. Inoltre, Cenerentola non è rappresentata come una figura impeccabile e completamente idealizzata, almeno secondo i canoni del tempo. Lo stesso Walt Disney ha affermato: “Renderò Cenerentola una ragazza in carne ed ossa, anche a costo di darle alcune debolezze tipicamente umane“. È importante notare infatti come Cenerentola svolga ogni sua mansione con diligenza, ma non si risparmi lamentele proferite a mezza voce, sospiri e frecciatine alle spalle delle sorellastre. Certo, col senno di poi ci fa un po’ ridere (e un po’ rabbrividire) il fatto che certe caratteristiche vengano considerate “debolezze umane” in riferimento a un personaggio femminile come Cenerentola, che vive in una condizione per la quale avrebbe tutto il diritto di lamentarsi. E poi, ai nostri occhi, si tratta solo di piccole manifestazioni di disappunto, non certo di una vera e propria ribellione. Tuttavia, come ribadito in precedenza, Cenerentola è a tutti gli effetti una donna del suo tempo e come tale va considerata. Se è rivoluzionaria, lo è soprattutto per i canoni della sua epoca. Ogni piccola conquista è importante, e Cenerentola ha costituito un passo avanti rispetto al modello proposto da Biancaneve, decisamente più candido e idealizzato. Biancaneve si dedicava di sua spontanea volontà ai lavori domestici a casa dei Sette Nani, mentre Cenerentola se ne occupa sempre e solo perché costretta. Non a caso Walt Disney, riferendosi alla caratterizzazione di Cenerentola, ha voluto specificare come la sua versione volesse infondere al personaggio “una certa forza d’animo, a differenza della fiaba originale”. Questo fornisce un’ulteriore prova di quanto sia davvero necessario valutare il personaggio nel contesto della sua epoca: cose che a noi sembrano scontate possono assumere tutt’altro valore e costituire un passo avanti rispetto a precedenti trasposizioni della stessa storia.
Notiamo fin da subito come Cenerentola reagisca con assertività quando le sorellastre mettono in dubbio la sua partecipazione al ballo, che lei percepisce come un suo diritto: “Ma perché no? Dopotutto faccio anch’io parte della famiglia.” Quindi, per quanto Cenerentola si possa trovare in balìa delle azioni degli altri personaggi (la Matrigna, le sorellastre, i topini, la Fata Madrina), al centro di tutto c’è uno scopo che ha perseguito in prima persona con determinazione, impegnandosi nel finire tutte le mansioni domestiche in tempo. Il solo fatto che l’azione più importante che compie nella sua storia sia guidata da un intento personale (e non più da un mero istinto di autoconservazione) la porta un passo avanti rispetto a Biancaneve.

L'Incontro Casuale e la Speranza Magica
L’incontro con il principe avviene secondo modalità che ritroveremo in classici decisamente successivi come "La Sirenetta" (1989) e "Aladdin" (1992): la principessa - che sia Cenerentola, Ariel o Jasmine - incontra l’amato uscendo dai confini del proprio mondo, che costituisce per lei una gabbia. Se queste principesse non avessero deciso di “uscire” (dalla casa della Matrigna, dagli abissi di Atlantica, dal palazzo reale di Agrabah), i rispettivi principi non le avrebbero mai incontrate. Inoltre, l’incontro avviene in modo assolutamente accidentale: Cenerentola, così come Ariel e Jasmine, esce dal proprio mondo guidata dalla curiosità di esplorare, scoprire qualcosa di nuovo. Questo risponde ad un’altra delle critiche più gettonate, quella di chi sostiene che Cenerentola vada al ballo “per incontrare il principe”: nulla di più falso. Quella è solo una conseguenza accidentale del suo agire. Cenerentola voleva semplicemente andare al ballo! Infatti, appena arrivata a palazzo, Cenerentola si guarda attorno incantata. Cenerentola non ha secondi fini, è totalmente ignara del fatto che il giovane con cui ha ballato tutta la sera sia il principe. Lei vuole solo divertirsi, passare una serata diversa dalle altre, e accetta pienamente l’essenza effimera del sogno che la Fata Madrina le concede. È consapevole che tutto finirà com’è iniziato. Non fa i capricci quando l’incantesimo si spezza a mezzanotte, è pronta a tornare alla vita di sempre.
Partiamo dalla Fata Madrina, che nel classico Disney prende il nome di Fata Smemorina: c’è chi accusa Cenerentola di essere riuscita ad andare al ballo solo per merito suo. Ebbene, da un lato risulta davvero crudele puntare il dito contro una ragazza che, dopo una vita di abusi e di ingiustizie, riceve un aiuto - il primo su cui abbia mai potuto contare dalla morte dei genitori. È ancora più crudele se si pensa che Cenerentola ha lavorato duro (ha fatto di tutto per riuscire a finire le faccende in tempo!), per poi andare incontro all’ennesima ingiustizia quando le sorellastre le riducono l’abito in brandelli. Dall’altro, si potrebbe pensare alla Fata Smemorina come ad una personificazione della speranza di Cenerentola. “È inutile, non posso più sperare! Se davvero tu non credessi più a nulla, io non potrei essere qui.” In questo senso, possiamo pensare che Cenerentola sia una fiaba che tratta del karma: la protagonista si salva perché è stata buona e gentile con creature umili e disprezzate come lei (i topi) e questi ultimi le restituiscono il favore aiutandola nel momento del bisogno.
Pamela O’Brien parla invece di “sistema patriarcale” in riferimento al genere maschile dei due topi Giac e Gas, che si rivelano fondamentali per il suo salvataggio. Tuttavia, la stessa Cenerentola ha aiutato più volte i suoi amici topolini: all’inizio del film ha salvato la vita di Gas Gas, liberandolo da una trappola che l’avrebbe condotto nelle fauci del gatto Lucifero. Possiamo notare un parallelismo fra le due scene: all’inizio del film, Cenerentola scende le scale per liberare Gas dalla trappola per topi; alla fine del film, Gas risale faticosamente le stesse scale per portarle la chiave, liberandola a sua volta dalla sua “trappola”. Come suggerito da Marika Samogin, “i topi ed i gatti dovevano rappresentare, metaforicamente, l’espressione fisica del rapporto conflittuale latente tra Cenerentola e la Matrigna, che gioca con la psiche della figliastra esattamente come il gatto fa con il topo”.
A un passo dal traguardo, i due topini vengono però catturati da Lucifero: in quel momento, Cenerentola compie una scelta dall’enorme valenza simbolica. La ragazza chiama Tobia, il cane di casa, per spaventare Lucifero permettendo che gli amici topolini Giac e Gas Gas riescano a liberarla. Come spiegato in precedenza, la condizione del cane rispecchia quella di Cenerentola: fino a quel momento, ribellarsi sarebbe stato controproducente per entrambi. Tuttavia, come evidenziato da Koogai, “Nel momento in cui si presenta davvero una via d’uscita, Cenerentola permette a Tobia di essere disobbediente. Entrambi, in quel momento, si stanno liberando dalle loro catene”. Si può certamente dire che il salvataggio finale spetti al principe, che “tecnicamente” salva Cenerentola dalla sua condizione attraverso il matrimonio (situazione realistica, comune a molte donne del passato), ma in realtà è partito tutto da lei. Il principe, a conti fatti, è solo la sua ricompensa finale. Il suo contributo è necessario, ma esterno alla vicenda. Egli non influisce in alcun modo sull’effettiva risoluzione del conflitto: non a caso, non è presente nella scena in cui Cenerentola viene liberata e calza la scarpetta, ottenendo finalmente il suo personale riscatto nei confronti della Matrigna. “Ma vedete, io ho l’altra scarpetta!”.
ANALISI dei simboli di CENERENTOLA
Cenerentola nel Contesto Sociale e Culturale
Da quando è nata, Quinte Parallele cerca di incuriosire i lettori più familiari e di avvicinare sempre più persone interessate alla grande musica classica (e non solo) attraverso articoli e contenuti divulgativi di vario genere, lavorando con passione ed entusiasmo. Il quinto articolo della rubrica è un excursus di Eleonora Moro sulla storia letteraria e musicale di una delle fiabe più apprezzate e conosciute da grandi e piccini: Cenerentola. Siamo fatti di storie e racconti, narrazioni di vite passate e presenti, immaginazioni future: esse costituiscono un bagaglio di esperienze dirette e indirette attraverso cui osserviamo la realtà, modificando il nostro immaginario, cambiando gli occhiali con i quali guardiamo il mondo. Tra i racconti fondativi del nostro bagaglio di vissuti e della nostra cultura ci sono anche le fiabe, e poche sono famose al pari di quella di Cenerentola, come dimostrato dai numerosi modi di dire entrati nell’uso comune: si dice “cenerentola” di una persona mite costretta a una vita di fatiche, o di una che si riscatta da una vita misera assurgendo a una condizione migliore, o di qualcuno che si ritira a casa ad un’ora fissata, oppure di qualcuno con i piedi piccoli.
La storia di Cenerentola ci permette di riflettere sulla condizione femminile di 70 anni fa e oltre. La sua storia dipinge condizioni storiche che non vanno cancellate in nome del femminismo, ma che vanno semmai spiegate e tenute ad imperitura memoria, per capire e ricordare quanto sia stato necessario fare certi passi in avanti e quando sia fondamentale non tornare indietro. La fiaba racconta la realtà di tante donne del passato e (purtroppo) anche di oggi, per le quali il matrimonio costituisce troppo spesso l’unica via d’uscita. Alla fine, questa è semplicemente la storia di una ragazza che lavora duro e non si perde mai d’animo, cercando di prendere il buono da una situazione a lei avversa.
Trasformazioni Letterarie e Adattamenti Contemporanei
Nel corso dei secoli, Cenerentola è stata oggetto di innumerevoli riscritture e adattamenti, che ne hanno plasmato la narrazione e i significati. Tra il 1850 e il 1900, la letteratura francese per bambini ha visto trasformazioni del testo di Perrault attraverso l'applicazione di soluzioni tecniche di tre tipi: rovesciare l'intero testo, apportare cambiamenti consistenti, oppure riscrivere interamente il testo seguendo le linee della storia originale. Negli ultimi due casi il testo diventa più breve rispetto all’originale poiché la storia viene semplificata, ma si verifica occasionalmente un aumento della lunghezza del testo. Gli obiettivi di tali trasformazioni non si limitano a mettere alla portata dei bambini una storia risalente a duecento anni prima, e pensata per un pubblico adulto. Il XIX secolo ha anche stravolto la morale classica di Perrault. In questa nuova elaborazione sono evidenti due logiche contraddittorie: una ideologia conservatrice che mitiga gli aspetti che potrebbero stimolare la civetteria in una bambina, e una versione dolente di questa eroina “che meritava, per il suo passato di sofferenze, la felicità che le spettava” (versione del 1868). L'altra logica, più "romantica" o individualistica, vede un'eroina che prende l'iniziativa e il cui finale consacra il trionfo sull’establishment delle opprimenti megere.
Tra il dicembre 1977 e il maggio 1978, Patrizia Vicinelli, poetessa e performer bolognese, realizzò una pièce teatrale: "Cenerentola, libero adattamento in sette quadri e sei ballate". La messa in scena ebbe vasta risonanza sui quotidiani, e il testo apparve postumo. Alla realizzazione collaborarono le compagne detenute, realizzando scenografie e costumi simbolici, e coreografie intese come «paradigma della libertà attraverso l’amore». La pièce ha finalità educative ma non moraleggianti: porta in scena la crescita di una ragazza degli anni ’70 non ancora emancipata, Cenerentola, che prende coscienza di sé e delle sue libertà personali, in un viaggio scandito in sette tappe, grazie all’esempio di una ragazza libera e priva di falsi timori, una viaggiatrice «straniera» solitaria che porta il nome di una costellazione, Cassiopea.
Nelle pubblicazioni per giovani lettori, Cenerentola è stata reinterpretata narrando delusioni, matrimoni movimentati, storie di vendetta, o attraverso avatar ironici, mettendo in discussione i fondamenti del mito. Due adattamenti teatrali contemporanei destinati a un pubblico giovane invalidano il giudizio che la vede solo come passiva attesa.
L'analisi stilometrica delle fiabe, applicata a diverse versioni di Cenerentola, permette di studiare lo stile usato dai diversi autori, le analogie e le differenze tra le versioni analizzate, rispondendo a domande come “che lingua parlano Cenerentola e gli altri personaggi delle fiabe?” e verificando se il numero di personaggi sia variato nel tempo, studiando gli idioletti dei personaggi per scoprire se si basano sulla loro classe sociale, sul sesso e sull’età.
Cenerentola e la Musica: da Rossini a Disney
Innumerevoli sono state le trasposizioni della fiaba tradizionale di Cenerentola, ma due opere hanno creato un’immagine musicale di questo classico: "La Cenerentola" di Gioachino Rossini e "Cenerentola" di Walt Disney. Entrambe condividono la stessa trama e l’uso della musica come risorsa fondamentale di espressività, ma esistono, tuttavia, molte altre scelte che non vengono condivise.
La fonte di Rossini è diversa: intendeva rivolgersi a un pubblico adulto e pativa i limiti dovuti alla complessità degli “effetti speciali”. La sua opera buffa, "La Cenerentola, ossia la bontà in trionfo", andata in scena per la prima volta al Teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817, su commissione dell’impresario Pietro Cartoni, è una trasposizione peculiare. La vicenda scritta da Jacopo Ferretti, il librettista, è molto diversa da quella di Perrault e da quella dei fratelli Grimm. Ferretti adattò la fiaba al gusto del pubblico romano e alle strutture tradizionali dell’opera comica. La matrigna è sostituita dalla figura del patrigno, don Magnifico, raffigurante il tipico nobile spiantato, ambizioso e babbeo. L’opera è priva dell’elemento magico: la fata è sostituita dal personaggio di Alidoro, precettore del principe e protettore di Cenerentola, deus ex machina dell’intera vicenda. La scarpina di cristallo è soppiantata da un braccialetto, consegnato da Cenerentola al principe e con cui la protagonista verrà riconosciuta. Ferretti inserisce inoltre un personaggio ex novo, Dandini, servo del principe che scambia con lui gli abiti, creando così l’equivoco dello scambio di persona tipico dei melodrammi buffi. Dall’atmosfera fiabesca e incantata di Perrault, si passa al clima grottesco e realistico proprio dell’opera buffa italiana. La sinfonia dell'opera si apre con un tema che anticipa i momenti musicali presenti nell'opera, introducendo il clima. La coloratura più straordinaria è nella grande aria finale di Cenerentola, il suo trionfo, dove Rossini raffigura musicalmente il fulmine veloce attraverso volatine rapidissime di note.
Disney, invece, voleva rivolgersi a due tipi di pubblico (adulto e bambino), come normalmente avviene nella letteratura per l’infanzia. Il film d’animazione rende possibili degli effetti visivi che il teatro “reale” non può creare. La versione Disney si ispira a Charles Perrault, che nel 1680 pubblicò la fiaba nel volume "I racconti di Mamma Oca" (a sua volta l’autore francese l’aveva tratta da una trascrizione di Giambattista Basile del 1634, "La gatta cenerentola"). La musica di Cenerentola è stata di grande ispirazione anche per il mondo della danza classica, con balletti commissionati a musicisti come Sergej Prokofiev (1940), che creò una colonna sonora funzionale al balletto, ma estraibile per apprezzarne i momenti musicali salienti. Coreografie successive, come quella di Frederick Ashton per la Royal Opera House di Londra (1948), hanno reinterpretato la narrazione, talvolta eliminando scene o caratterizzando diversamente i personaggi. Altri coreografi come Yuri Possokhov (2006), Giorgio Madia (2011) e Mauro Bigonzetti (2015) hanno proposto versioni sorprendenti, che riprendono elementi sia dei Fratelli Grimm che di Perrault, ponendo la magia come protagonista assoluta.

Cenerentola in Terapia e nel Pensiero Contemporaneo
Le fiabe in terapia esercitano infatti una funzione organizzatrice del pensiero. Attraverso tale funzione è possibile dare forma concreta ai propri fantasmi, trasformando il caos dei pensieri più selvaggi in fisionomie individuabili, riconoscibili e narrabili. Cenerentola, orfana e maltrattata da matrigna e sorellastre, con l’aiuto di un potere soprannaturale riesce a recarsi al ballo reale, dove conosce il Principe, che si innamora di lei. In prima battuta, dunque, la storia di Cenerentola dona al bambino la promessa di riscatto: anche se la vita (del bambino) è stata costellata di umiliazioni, verrà riscattato e condotto in alto.
Ad uno sguardo più approfondito, possiamo cogliere nella fiaba di Cenerentola alcuni aspetti fondamentali e specifici: l’essere orfana e umiliata (e quindi la solitudine, il rifiuto, l’abbandono e l’ingiustizia), il fatto di poter ricevere aiuti soprannaturali (e quindi la trasformazione e la magia), il limite temporale di tali aiuti che la obbligano alla fuga precipitosa (e quindi la vergogna), la presenza di un oggetto che ne ricorda l’identità e che chiarifica il legame tra la sua apparenza meravigliosa al ballo e la sua esistenza misera attuale (e quindi la prova), il riscatto finale.
In un lavoro terapeutico di Zoran (2008) con un gruppo di giovani, la fiaba di Cenerentola assume il ruolo di terza voce (rispetto alle voci di pazienti e terapeuta), ovvero il testo letterario entra in terapia come interlocutore autonomo. La lettura della fiaba, in questa luce, rende nuovamente attuali nel lettore i temi sottostanti alla trama, caratterizzati a seconda delle esperienze pregresse. Ciò crea un dialogo fecondo tra la parte infantile e quella adulta dell’individuo che ha permesso ad alcuni pazienti di rielaborare alcune primissime esperienze infantili, illuminandole dal punto di vista adulto, senza privarle della vitalità e dell’autenticità del primo incontro con la fiaba. Ai giovani che partecipavano al lavoro “Biblioterapeutico” di Zoran, venne chiesto di identificare nella fiaba di Cenerentola un tema particolarmente significativo nella loro infanzia, e di integrarlo emotivamente con la reazione attuale, di adulti. Ciò che più ricordo dalla mia fanciullezza è il fatto che nessuno al mondo riconosce l’esistenza di Cenerentola. Ricordo che era circondata da una totale indifferenza: ogni volta che cercava di dire qualcosa era rifiutata e umiliata. Sempre più lei si considerava del tutto insignificante. La Cenerentola di Orit è quindi una bambina rifiutata, svalutata e umiliata, la cui esistenza viene addirittura cancellata tramite l’esclusione. Questa esperienza di non esistere era profondamente legata all’infanzia di Orit, quando lei costantemente sentiva che nessuno aveva cura di lei. (Zoran, 2008) Cenerentola, secondo Orit, viene dimenticata perché non merita altro atteggiamento. Alla fine dell’esperienza, Orit raggiunse la consapevolezza che la grave mancanza di sostegno dei suoi genitori e la loro incapacità la avevano in qualche modo intrappolata per tutta la vita.
La figura di Cenerentola viene comunemente associata a una fanciulla inerme, sola, orfana di madre, dimenticata dal padre e vessata da matrigna e sorellastre: la figura materna positiva sembra infatti morire nelle prime righe della fiabe, lasciando la figlia in balia di una situazione famigliare avversa. Eppure la madre non scompare veramente; nelle versioni orali e popolari della storia infatti ritorna sotto varie forme per aiutare la figlia. Tale motivo, tralasciato dal testo di Perrault, si ritrova invece nella versione dei Grimm, dove lo spirito della madre viene incarnato da elementi della natura come l’albero di nocciolo che le fornisce le vesti per il ballo e le colombe che l’assistono e che si vendicheranno per i torti che ella ha subito. Il vero regista della storia sarebbe dunque un personaggio fisicamente assente, che entra nella spietata e cruenta competizione tra madri per assicurare un futuro migliore alle figlie attraverso il matrimonio con un buon partito. Nelle riscritture postmoderne di Cenerentola si tende dunque a rivalutare la funzione della madre defunta, che assisterebbe la figlia in un difficile percorso iniziatico necessario per imparare ad affrontare le difficoltà della vita ed essere pronta per la vita adulta. Riscritture postmoderne che hanno ripreso il motivo della madre defunta sono state realizzate da autrici come Angela Carter, Jane Yolen, Tanith Lee e Barbara G. Walker. In esse la madre di Cenerentola è l’autentica plot-maker, colei che conduce la trama e la indirizza verso l’obiettivo prefissato.
La fiaba, proprio per le sue numerose versioni, è in grado di rispolverare nell’inconscio tematiche e morali differenti, a seconda delle proprie origini. Come spesso accade, le storie insegnano a vivere e pongono l’accento su emozioni e contrasti che nel tempo vengono reinterpretati. Le fiabe saranno anche un po’ vintage, ma sempre attuali nella danza e nella vita. La storia di Cenerentola non è quindi solo un racconto di attesa, ma un complesso intreccio di temi universali che continuano a parlare al nostro presente, invitandoci a riflettere sulla resilienza, sulla speranza, sulla giustizia e sulla forza interiore che risiede anche nelle anime più umili.
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