Simboli, Storia e Arte Contemporanea: Un Viaggio Culturale attraverso Anversa e le Rappresentazioni della Fertilità

L'arte, in tutte le sue forme, ha sempre avuto il potere di riflettere e influenzare le culture umane, talvolta portando alla luce concetti universali come quello della fertilità. Questa tematica, profondamente radicata nella storia dell'umanità, si manifesta attraverso simboli e rappresentazioni che variano in contesti geografici e temporali, dal Paleolitico alle espressioni contemporanee. Anversa, città delle Fiandre ricca di storia e dinamismo artistico, offre uno scenario affascinante per esplorare queste connessioni, tra leggende antiche e installazioni moderne, pur non custodendo una "statua della fertilità" nel senso più tradizionale del termine, ma presentando elementi che toccano temi di creazione e vitalità.

Mappa del Belgio con Anversa evidenziata

L'Eco dell'Antica Fertilità: Esempi Globali e Lezioni di Storia

Il concetto di fertilità ha radici profondissime nell'arte preistorica e nelle tradizioni ancestrali di diverse civiltà, dove la donna, in quanto creatrice di vita, e la terra, fonte di sostentamento, erano venerate. Tra gli esempi più noti e studiati al mondo vi è la Venere di Willendorf, una statuetta di circa 30.000 anni fa, rinvenuta a inizio Novecento nella località austriaca vicina al Danubio da cui prende il nome. Questa icona paleolitica, simbolo di fertilità ed esaltazione della donna come creatrice di vita, è stata oggetto di recenti studi che hanno svelato nuovi dettagli sulla sua storia. Alcuni ricercatori dell’Università e del Museo di storia naturale di Vienna, attraverso la tomografia computerizzata, ne hanno analizzato il materiale. È emerso che la Venere di Willendorf è stata scolpita in una roccia chiamata oolite porosa, contenente al suo interno piccoli grani di roccia dura e densa detti limoniti. Per risalire all’origine di queste rocce, i ricercatori hanno confrontato il materiale della statuetta con campioni di ooliti provenienti da varie zone d’Europa. È così risultato che nessuno dei campioni di roccia della stazione preistorica di Willendorf corrisponde alle caratteristiche della scultura, che invece è quasi identica ai campioni provenienti dalla zona del Lago di Garda. Questa scoperta apre a nuovi scenari sulla storia della statuetta, suggerendo che le rocce della scultura, o la statuetta stessa, avrebbero viaggiato dall’area d’origine fino al Danubio, trasportate dagli abitanti della regione alpina dell’epoca. Come spiega Gerhard Weber, antropologo e primo autore dello studio, "quando il clima e la disponibilità di prede cambiavano, la gente del gravettiano, la cultura paleolitica diffusa fra i 30.000 e i 20.000 anni fa, si spostava in cerca di luoghi più favorevoli da abitare, preferibilmente lungo le sponde dei fiumi". Questo potrebbe essere stato il viaggio della Venere di Willendorf, un percorso lungo che potrebbe aver richiesto alcune generazioni.

Venere di Willendorf

Un altro esempio di profondo significato legato alla fertilità emerge dalle culture indigene del Sud America, come quella incaica. Nelle vaste pendici delle Ande, in paesi come l'Ecuador, esistono ancora piccoli nuclei di indigeni non meticciati. Tra i reperti archeologici di mille e cinquecento anni prima di Cristo, è facile incontrare statuette, animali, ciotole, vasi, volti dai tratti della tradizione Inca. Tra queste, spicca la Pachamama, una donna incinta, che rappresenta il simbolo della fertilità, espressione della madre terra. Questa è una tradizione che inneggia e richiede la fertilità della terra, riconoscendo il sacro legame tra la donna e la capacità generativa del mondo naturale. Un episodio recente ha visto una statuetta in legno raffigurante una donna indigena incinta essere rubata dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina e gettata nel Tevere, probabilmente da un gruppo di cattolici integralisti. Di fronte a questo gesto, si può affermare che coloro che vi hanno partecipato sono ignoranti e arroganti, poiché fermano la cristianità a difesa di un periodo della storia che non è statico, ma si evolve in forme che le culture dei singoli popoli vivono. Conoscere altre storie, culture e immagini che, nel tempo, hanno cercato il divino è un fatto naturale, narrato abbondantemente nella Scrittura, soprattutto per l’opera dei patriarchi e dei profeti nel Vecchio Testamento, e riflette la costante ricerca umana di comprendere e rappresentare i misteri della vita.

Pachamama - La Dea Amorosa della Terra e della Fertilità - Mitologia Inca

Anversa: Un Mosaico di Storia, Leggende e Architetture Emblematiche

Anversa, la più grande città delle Fiandre, la regione del Belgio in cui si parla una versione dell’olandese, si erge maestosa lungo il corso del fiume Schelda, ed è un vero e proprio scrigno di storia e cultura. La città conserva molti monumenti, testimonianza di un passato ricco e glorioso, elementi decisivi della cultura fiamminga. Non si sa con esattezza quale sia l’etimologia del suo nome - in fiammingo Antwerpen - ma ci sono diverse possibilità. Secondo alcuni studiosi, deriva da un’espressione latina che indica l’accumularsi di detriti nell’ansa di un fiume. Secondo altri, invece, proviene da un’espressione germanica per indicare una collina artificiale o una costruzione fatta dalle persone per tenere qualcosa all’asciutto.

Quello che è certo è che nessuna di queste ipotesi è bella da raccontare quanto la falsa etimologia che si diffuse a partire dal Quindicesimo secolo ed è rappresentata da una statua nel Grote Markt, la piazza principale di Anversa. Secondo questa leggenda, il nome Antwerpen deriverebbe da hand werpen, cioè «lanciare la mano». Questa celebre statua al centro della piazza rappresenta un leggendario soldato romano, Silvio Brabone. La leggenda narra che Brabone avrebbe sconfitto in combattimento il gigante Druon Antigoon, il quale esigeva un pedaggio da chiunque volesse attraversare la Schelda e tagliava una mano a chi si rifiutava di pagarlo, per poi gettarla nel fiume. Silvio Brabone, trionfante, avrebbe tagliato a sua volta la mano al gigante e l'avrebbe gettata via, da cui l'espressione "lanciare la mano" e il presunto nome della città.

Statua di Silvio Brabone nel Grote Markt di Anversa

Il Grote Markt è il cuore pulsante della città, il mercato grande dove sorgono i principali monumenti cittadini. È contornato dalle antiche e preziose case delle Corporazioni, erette tra il XVI e il XVII secolo, che con le loro facciate ornate e i tetti a gradoni testimoniano il fasto economico di Anversa. Sul lato occidentale del Grote Markt si erge il Municipio di Anversa, denominato “Stadhuis”, una delle più importanti testimonianze dell’architettura manierista delle Fiandre, costruito da Cornelius Floris de Vriendt tra il 1561 e il 1566. Altri edifici storici di rilievo includono il Vleeshuis, l’antico Mercato delle Carni, una delle storiche e caratteristiche costruzioni fiamminghe della città. Tra tutti i monumenti, spicca la Cattedrale, capolavoro del gotico brabantino, che con la sua torre, la più alta del Belgio, domina incontrastata il profilo della città, simbolo della sua grandezza spirituale e artistica.

Il Castello Het Steen e i Simboli di Virilità nella Storia Locale

Nel contesto dell'architettura e della storia di Anversa, sebbene non esista una "statua della fertilità" esplicita e universalmente riconosciuta come tale, alcuni elementi decorativi antichi possono far riflettere su temi legati alla virilità, alla forza e, per estensione, alla capacità generativa. Un esempio notevole si trova a Het Steen (letteralmente: "La Rocca", in neerlandese), un castello medievale della città di Anversa, eretto all’incirca tra il 1200 e il 1225 e rimodellato nella forma attuale nel XVI secolo sotto l’impero di Carlo V.

Il luogo dove ora si trova Het Steen ospitava un tempo una fortezza risalente al IX secolo. Il castello attuale fu costruito intorno al 1220-1225 come residenza per il margravio di Anversa. Intorno al 1520 fu intrapresa un’ampia opera di ampliamento del castello per volere dell’imperatore Carlo V, che ne affidò i lavori ai celebri architetti fiamminghi Keldermans e De Waghemakere. Da quel momento, l’edificio prese il nome di ‘s Heeren Steen, ovvero Rocca dei Signori, in seguito accorciato in Het Steen. Un dettaglio particolarmente interessante è che l’ingresso dell’edificio è sormontato da un bassorilievo con un uomo a gambe divaricate, che un tempo recava un fallo enorme. Questa rappresentazione, sebbene oggi non più nella sua forma originale, testimonia una concezione della virilità e della potenza che, in epoche passate, poteva essere direttamente o indirettamente collegata a simbologie di fertilità e abbondanza, seppur in una chiave diversa rispetto alle figure femminili come la Venere di Willendorf o la Pachamama. Tali elementi decorativi, spesso presenti nell'architettura medievale e rinascimentale, servivano a evocare idee di protezione, forza e prosperità per gli occupanti del castello o per la comunità circostante, riflettendo una mentalità in cui la capacità di generare e prosperare era altamente valorizzata.

Il Castello Het Steen ad Anversa

Il Contemporaneo ad Anversa: Dialogo tra Antico e Moderno

Anversa non è solo custode di un passato glorioso, ma anche un vivace centro di arte contemporanea, dove il dialogo tra l'antico e il moderno, il materiale e l'effimero, si sviluppa in mostre innovative. La mostra “Come closer”, visitabile fino al 29 settembre, è un esempio emblematico di questo approccio. L'esposizione si interroga sulla relazione tra arte classica e performance contemporanee, ponendo la domanda se quest'ultime possano essere definite una sorta di "statue viventi", dove il corpo anticamente mostrato diventa ora uno spettacolo più effimero ma sicuramente molto coinvolgente.

Non è un caso che l’esposizione si divida tra due diverse location: una parte nell’immenso e lussureggiante parco del Middelheim Museum, con il suo incredibile percorso di statue e sculture moderne, e una seconda, perfetta location per le performance, rappresentata da De Singel, un centro multiculturale che non ama le definizioni ma la contaminazione artistica. Qui, infatti, le arti visive si mescolano prima di evadere da ogni definizione accademica. Anche gli artisti coinvolti in questo progetto condividono un impegno a ridefinire le relazioni tra artista, opera d’arte e pubblico, con lo scopo di creare un ambiente in cui interazione e connessione sostituiscano le separazioni tradizionali.

L'idea della mostra è proprio quella di far dialogare il pubblico con le opere e gli artisti contemporanei con le opere preesistenti, con un risultato spesso sorprendente. Tra le installazioni degne di nota, si segnalano i due enormi contenitori cilindrici ("A Retrospective View of the Pathway") dell’inglese Roger Hiorns, che producono schiuma, invitando i visitatori a giocarci e interagire direttamente con l'opera. Le provocatorie gonfiabili della polacca Zuzanna Czebatul, che riproducono, ingigantendole, pillole di droga chimica, stimolano una riflessione sulla società contemporanea. Il candido teatrino di acciaio di Sarah & Charles ("Puppetry & Puppets") offre una prospettiva per vedere il reale spettacolo della natura, mentre il video "Mirror Room III Outdoor" dell'americana Joan Jonas, tra cespugli e specchi, mostra la produzione artistica dell'artista dal 1968 ad oggi, esplorando la relazione tra corpo, immagine e paesaggio.

L’artista nigeriana Temitayo Ogunbiyi presenta invece un’installazione di suggestiva e nostalgica bellezza formata da pietre di mortaio, retaggio della sua esperienza nella terra di origine. E sempre dell’artista si trova un’installazione permanente nel parco intorno a De Singel. Qui, una grande “linea” in acciaio rappresenta il percorso tra Anversa e Lagos, dove risiede l’artista, e si integra con un giardino edibile, con piante provenienti da varie parti del mondo, accanto a strutture gioco più piccole pensate appositamente per i bambini. Questo approccio integra l'arte con la natura, la sostenibilità e l'interazione umana, creando un'esperienza che va oltre la semplice osservazione.

Installazioni d'arte contemporanea al Middelheim Museum

Visioni Artistiche e Spiritualità: Da Nello a Jan Fabre

Anversa è anche un luogo di storie commoventi e profonde espressioni artistiche che toccano l'anima. La città è omaggiata dalla commovente storia dell'orfanello Nello e del suo fido amico Patrasche, una narrazione che, sebbene non legata direttamente a simboli di fertilità, celebra l'amore, la perseveranza e la ricerca di un sogno. L'artista "Tist", all’anagrafe Batist Vermeleun, ha reso omaggio a questa storia con un'opera ad Anversa. La vicenda è ambientata nei pressi della città, dove Nello, un orfanello, vive con il nonno, e per guadagnarsi da vivere, vendono latte. Un giorno, il fanciullo si imbatte in un vecchio cane, decide di tenerlo con sé e lo chiama Patrasche. Da quel momento i due diventano inseparabili. Nello ha un sogno: vuole fare il pittore. Un giorno, all’improvviso, il nonno muore in un incidente. Nello e Patrasche restano senza casa e vanno a rifugiarsi nella Cattedrale. Quella sera fa molto freddo e i due inseparabili amici cercano di riscaldarsi come possono, stringendosi forte l’uno all’altro. Questa storia, profondamente radicata nell'immaginario collettivo, evoca sentimenti di speranza e resilienza di fronte alle avversità della vita.

Un'altra figura di spicco nel panorama artistico di Anversa è Jan Fabre, nato e cresciuto in città, dove ha fondato la sua factory. La sua opera è intrinsecamente legata alla città e ai suoi monumenti. L'acquisizione di una sua opera da parte della Cattedrale di Anversa è un momento di grande importanza per il suo straordinario cammino artistico. La sua scultura intitolata “The man who Bears the Cross” è un’opera incentrata sul dubbio, anzi è una glorificazione del dubbio. Fabre stesso afferma: “Quando dubiti, avvii un dialogo. Ecco perché l’opera vuole portare apertura all’interno della Cattedrale, apertura anche verso tutti gli altri culti. Un messaggio quanto mai attuale a poca distanza dagli attentati di Parigi, che non avrebbero mai avuto luogo se solo i terroristi fossero stati capaci di dubitare.” Chi porta la croce non è una figura divina, è un uomo come noi che si pone domande e riflette, non ha certezze, risposte assolute.

L’ispirazione per questa opera proviene direttamente dalla Deposizione di Rubens, che Fabre racconta di essere stato letteralmente folgorato dal trittico sin da bambino, quando suo zio lo ha accompagnato a vederla per la prima volta. Non è un caso che sia proprio lo zio, nella scultura "The man who bears the Cross", a impersonare l’uomo che, con fare da funambolo, trasporta la croce sul palmo della mano. Questa installazione invita a una riflessione profonda sulla fede, sull'incertezza e sulla capacità umana di interrogarsi, temi che, pur discostandosi dalla fertilità fisica, esplorano la fertilità intellettuale e spirituale, la capacità di generare nuove idee e nuove prospettive nel contesto di un'antica istituzione. Jan Fabre, a cui un paio di anni fa è stata dedicata una grande mostra al Maxxi curata da Germano Celant, sarà nuovamente protagonista in Italia con la retrospettiva "Spiritual Guards", a testimonianza della sua risonanza internazionale. Emilia Giorgi, critica e curatrice di arti visive e architettura contemporanee, sottolinea l'importanza di tali lavori nel panorama culturale attuale.

Intervista a Jan Fabre sulla sua opera in Cattedrale

Il percorso attraverso Anversa rivela una città che non solo celebra il suo glorioso passato attraverso monumenti e leggende, ma che è anche un fertile terreno per l'espressione artistica contemporanea. Sebbene la ricerca di una "statua della fertilità" specifica nella città possa non trovare un corrispettivo diretto, l'esplorazione del suo patrimonio artistico e culturale offre molteplici spunti di riflessione sui concetti di creazione, vita, potere e dubbio, che da secoli animano l'ingegno umano.

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