La riflessione sul lavoro, sulla sua natura ontologica e sulla sua degenerazione contemporanea, attraversa le pieghe della filosofia, dell'arte e della pratica quotidiana. Quando ci chiediamo perché un soggetto come Alvinn possa aver avuto bisogno di un "bagnetto verde", non stiamo evocando solo una necessità igienica, ma una metafora della rigenerazione, un ritorno a una freschezza primordiale che si oppone alla saturazione del mercato e alla meccanizzazione dell'intelletto.

La dialettica del lavoro: tra Hegel e la finanza algoritmica
Un paradosso della filosofia è che intenda che il lavoro non esistesse prima di Hegel se non come informe macula servile, a parte qualche eccezione - come la Sancta Regula dettata da San Benedetto con il suo ora et labora, prega e lavora. Mentre il servo, lavorando, imprime la propria forma e razionalità sulla materia, questo atto gli conferisce auto-coscienza e una libertà superiore. Hegel vede il lavoro come atto di auto-generazione dell’uomo, l’uomo è il risultato del proprio lavoro. Soddisfacendo i bisogni della società civile, il lavoro inserisce il singolo in una rete di dipendenza reciproca e di cooperazione. Lavorando si diventa soggetti storici. Hegel ha intravvisto appena il pericolo della meccanizzazione dell’uomo rispetto al lavoro astratto e parcellizzato dalla rivoluzione industriale.
Nel 2026 i lavoratori non sono solo separati dal prodotto finito come dopo la rivoluzione industriale, ma in questa fase di capitalismo finanziarizzato il lavoratore viene proprio scollato dalla sua intelligenza, talvolta utilizzata per addestrare algoritmi che potrebbero sostituirlo. L’algorithmic management dell’AI decide assunzioni, licenziamenti e carichi di lavoro basandosi sui big data. In questo scenario, la sussunzione reale del lavoro al capitalismo digitale solleva interrogativi pressanti: cosa direbbero oggi Hegel e Marx sulla precarizzazione dal lavoro, sulla compressione dei salari e sulla de-professionalizzazione?
Oltre l’automazione: la resistenza del fare
Nonostante le previsioni catastrofiche, c'è chi, come l'artista Michael Beutler, intravede una resilienza necessaria nel fare umano. Immagino che il lavoro ci sarà sempre, in parte piuttosto distaccato e in parte com’è sempre stato. Ci sono lavori che l’IA non può sostituire, come quello dell’idraulico. Anche se c’è una grande ricerca su come i processi edilizi possano essere resi più individualizzati grazie all’IA e agli strumenti robotici, c’è un lento passaggio alla comprensione dei limiti della tecnologia. Tutto diventa semplicemente più complesso e meno piacevole. C’è un forte desiderio di routine più semplici, di modi di lavorare insieme più semplici e più comunicativi. Credo che gli esseri umani manterranno il lavoro alla loro portata.
La storia del progresso è costellata da figure come Thomas Newcomen, inventore della macchina a vapore, che era un fabbro, o John Kay, commerciante di stoffe, e Abraham Darby, fonditore ex mugnaio. Erano lavoratori con tanta voglia di sperimentare. Oggi, questa spinta all'empowerment si ritrova negli approcci DIY e anticonsumisti, dove il processo è importante quanto il risultato. Il lavoro, soprattutto quello comunitario, appare fondamentale per ogni realizzazione.
Onion e il ritorno all’essenziale
La mostra "Onion" di Michael Beutler presso Pinksummer non è solo un evento espositivo, ma una riflessione sulla stratificazione. Per gli antichi egizi la cipolla, con i suoi strati concentrici, le sue "tuniche", rappresentava la vita eterna; nell’esegesi biblica era un simbolo di corruzione della mente e di dolore pungente. In sé, Onion è una stanza all’interno della galleria, che a sua volta è una stanza all’interno del palazzo. E dentro Onion ci sono altri strati: una piscina, una barca a forma di anello con un altro anello al centro e un palo, come ancoraggio interno a questo centro.
L’uso architettonico della cipolla come simbolo di molteplici strati termici nelle pareti serve a creare aree definite con temperature specifiche. Il progetto del "turning gate" richiama la necessità di riancorarsi a quella che Hegel considerava la realtà oggettiva. Come nel film di Hong Sang-soo, dove il cancello è metafora del destino e dell'attesa, le opere di Beutler invitano a un’interazione che scardina l’idea di consumo passivo. Il movimento c’è solo dove c’è interazione; il gioco ha potenziali ed effetti positivi, ed è profondamente connesso alle creature di questo pianeta, non solo umane.
Il genio dei Moroni: una filosofia del gusto
Parallelamente alla riflessione artistica, la storia di Aimo Moroni, che ha festeggiato novant'anni di vita e di rigore, incarna la stessa dedizione al "fare" inteso come atto sacro e profondamente radicato nella realtà oggettiva. Primo comandamento di Aimo: la freschezza delle materie prime. Secondo: la loro stagionalità. Terzo: la loro italianità. Non c’è limite alla sua filosofia e curiosità, anche ironia perché il suo piatto simbolo, gli Spaghetti al cipollotto fresco e peperoncino, nacquero per nobilitare la pasta aglio, olio e peperoncino che impazzava senza rispetto.
La cucina di Aimo e Nadia non è "povera", perché proprio questa povertà è la sua ricchezza. È un'attitudine che richiede tempo, ascolto e una profonda connessione con chi fornisce la materia prima. Come dice Stefania Moroni, il genio dei Moroni risiede nella capacità di trasmettere un sapere che non è solo tecnico, ma culturale: la condivisione del metodo. Il fatto di aver passato il testimone a Fabio Pisani e Alessandro Negrini, classe 1978, ha trasformato il ristorante in una palestra di trasmissione intergenerazionale, dove il conflitto viene gestito a "muso duro" ma sempre risolto nell'armonia del lavoro comune.

Dalla materia al senso: il valore dell’acquisto
Molti giovani chef, definiti "innovativi", rischiano di perdere la stella polare del gusto. Si parla tanto di cucina, ma poco o nulla di come e cosa si deve acquistare. Si va dal calzolaio e si provano venti paia di scarpe, mentre si va dal macellaio e sbrigativamente si chiedono tre bistecche. Bisogna imparare a comperare. La qualità deriva dalla conoscenza del prodotto; il gesto preciso del cuoco è la derivazione ultima di una profonda familiarità con la materia.
Questa ricerca della qualità, che sia in una scultura di Beutler o nel lampredotto fiorentino, ci riporta al centro del dibattito sul futuro: il mondo sarà sempre più global, ma la clientela internazionale in Italia vorrà assaggiare le nostre bontà. Non si può prescindere da ciò che è radicato nel territorio, dalla cicoria e le fave in Puglia alla sapienza del macellaio di Boves. La memoria non è un ostacolo, ma una rete di relazioni che si deposita tra le mura, creando un genius loci che l'intelligenza artificiale non potrà mai replicare.
Il bagnetto verde per Alvinn, in questo contesto, diviene la metafora definitiva: pulire, rinfrescare e dare nuova forma a ciò che è stato sedimentato dal tempo, permettendo al soggetto di riemergere, lucido e pronto ad agire, non più come ingranaggio, ma come creatore consapevole in un mondo di relazioni interspecie e scambi umani irriducibili a un semplice algoritmo.