Le allergie rappresentano una preoccupazione sempre più diffusa tra i genitori e gli operatori sanitari. In Italia, colpiscono circa 1 bambino su 4 e possono comparire ad ogni età, anche nel primo anno di vita. Negli ultimi decenni, queste malattie hanno registrato un'impennata soprattutto nei Paesi occidentali o con stili di vita "occidentalizzati". Questo fenomeno è influenzato sia dalla predisposizione genetica sia da fattori ambientali, tra cui l'igiene sempre più accurata e l'alto livello di inquinamento degli agglomerati urbani, che possono favorirne l'insorgenza e/o il peggioramento. La forma più frequente tra i bambini italiani è la rinite allergica, che colpisce il 35% dei ragazzi delle scuole medie inferiori; seguono l'asma allergico, la dermatite atopica e le allergie alimentari.

È il caso, in particolare, dei pazienti con anafilassi, ovvero la forma più grave di reazione allergica ad un alimento. Colpisce soprattutto i bambini e gli adolescenti e in età pediatrica ha una prevalenza tra l'1 e il 3%. I suoi sintomi si sviluppano molto rapidamente: basta l'ingestione, il contatto, o la semplice inalazione di minime quantità dell'allergene per scatenare orticaria, edema e gonfiore del volto, prurito e gonfiore delle estremità, rinite, congiuntivite, mancanza di fiato, tosse convulsa. «Per contrastare la marcia allergica tra i bambini oggi abbiamo alcune armi efficaci, ma l'intervento deve essere precoce» spiega Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù.
Il Ruolo Fondamentale dell'Allattamento al Seno
La prevenzione contro infezioni, allergie o malattie come l'obesità e il diabete inizia con l'allattamento al seno. Il latte materno è la prima, importante barriera protettiva contro le varie forme di allergia. Uno degli aspetti più interessanti del latte materno è la presenza di immunoglobuline, in particolare di immunoglobulina A (IgA), che svolgono un ruolo cruciale nel proteggere il neonato dalle allergie. Il latte materno, infatti, contiene una serie di sostanze quali anticorpi specifici, batteri, zuccheri complessi ad azione sul microbioma intestinale e sul sistema immune del neonato, e acidi grassi essenziali. Queste componenti sono in grado di proteggere il bambino dalle infezioni e dalla comparsa di numerose malattie, tra cui le malattie allergiche.
Il latte materno conferisce, come già detto, difese immunitarie intestinali verso "antigeni" della dieta materna. Il colostro umano possiede ad esempio anticorpi verso le proteine del latte vaccino ingerite dalla madre. Per la sua completezza, il latte materno consente di poter ritardare il contatto con altri alimenti potenzialmente allergizzanti fino a quando la maturazione della struttura intestinale del bambino non consenta variazioni della dieta, come accade con il divezzamento.

«Il latte materno, a differenza di quello vaccino e in polvere - spiega Andrea Del Buono, esperto in nutrigenomica - provoca un minor carico proteico renale e favorisce la maturazione del sistema immune». È scientificamente provato, inoltre, che l'eccesso percentuale di proteine, oltre a dover essere smaltito dal rene, determina un'infiammazione a livello dell'intestino favorendo intolleranze alimentari e sensibilità al glutine.
Oltre alla protezione immediata dalle allergie, l’allattamento al seno può anche avere effetti a lungo termine sulla salute allergica del bambino. La Società Italiana di Neonatologia raccomanda l’allattamento esclusivo al seno per i primi sei mesi di vita del neonato. Questo periodo è cruciale per lo sviluppo del sistema immunitario del bambino. In conclusione, il latte materno svolge un ruolo fondamentale nella prevenzione delle allergie nei neonati.
La Dieta Materna Durante Gravidanza e Allattamento: Tra Miti e Evidenze Scientifiche
Durante l’allattamento, molte mamme si trovano ad affrontare un lungo elenco di credenze popolari come “non puoi mangiarlo perché allatti” o “cibi che disturbano il neonato”. In realtà, in questa fase non esistono alimenti assolutamente vietati e per la mamma è consigliata una dieta varia ed equilibrata. Spieghiamo come alcuni alimenti - aglio, cipolla, broccoli, spezie forti - possano alterare il sapore del latte ma non costituiscono un problema. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le più autorevoli società scientifiche raccomandano di dare supporto alle mamme che desiderano allattare i bambini anche oltre i 2 anni.
Quando si parla di alimentazione in allattamento, infatti, non è raro sentirne di cotte e di crude: ognuno ha le proprie credenze, spesso basate su fattori sociali e culturali relativi al luogo in cui si vive. Purtroppo è ancora molto frequente che i pediatri, durante la prima visita, consegnino ai genitori un foglio con elencati gli alimenti consentiti e quelli da evitare durante l’allattamento. Non è vero che «il latte fa latte» o che «il brodo di gallina fa aumentare la produzione di latte». Non esistono alimenti “miracolosi” che aumentano la produzione di latte né cibi che devono necessariamente essere esclusi. È però utile seguire un’alimentazione varia ed equilibrata, soddisfare le proprie esigenze caloriche (che aumentano rispetto al periodo pre-allattamento) e assecondare il proprio senso di fame e sete.
Come bisogna comportarsi in questi casi? Esistono davvero dei cibi da evitare in allattamento? Così come succede nella gravidanza, c’è chi sostiene che anche durante l’allattamento al seno l’alimentazione debba rispettare il seguente principio: è necessario mangiare di più per soddisfare i fabbisogni energetici del neonato. Ma davvero in allattamento si deve mangiare di più? La natura protegge il nuovo nato anche a discapito della madre, al punto che pure nei casi di denutrizione (riguardanti donne che vivono in condizioni di svantaggio socio-economico) si produce un latte adeguato ai fabbisogni nutrizionali del piccolo in crescita.
Secondo le ultime tabelle LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti), una donna che allatta ha bisogno di circa 700 Kcal in più al giorno. Una parte di queste calorie, però, viene ricavata dai depositi di grasso accumulati durante la gravidanza. Le restanti energie supplementari (circa 500 Kcal) non necessitano di una dieta specifica per l’allattamento, ma potranno essere colmate con uno spuntino aggiuntivo, ad esempio mangiando una piccola porzione di frutta secca. Ma si deve bere di più quando si allatta? Assecondare il proprio senso di sete è la regola principale, garantendo un'adeguata idratazione.
L'alimentazione della mamma in allattamento
Aglio, cipolla, cavolfiori e broccoli, spezie e alimenti piccanti sono davvero da evitare, come si sente dire? In realtà, non esistono cibi sconsigliati in allattamento. Questo meccanismo predispone il bambino all’accettazione dei cibi solidi quando sarà il momento dello svezzamento. È stato dimostrato, ad esempio, che se la mamma mangia aglio durante la gravidanza e successivamente nell’allattamento, questo alimento sarà poi accettato con più facilità dal bambino. Sul “cosa” mangiare durante l’allattamento i falsi miti sono tantissimi. Quindi nell’alimentazione in allattamento è possibile tutti i cibi, prestando attenzione, però, ai liquidi contenenti caffeina, da consumare con moderazione come in gravidanza, e nel consumo di alcolici. Infatti, l’alcol durante l’allattamento passa totalmente dal sangue della madre al latte.
Non esistono evidenze affidabili che collegano in modo diretto il consumo materno di aglio, cipolla, broccoli, legumi o altri alimenti aromatici con le coliche o disturbi digestivi nel lattante. Per l’alcol, l’assunzione va evitata o deve essere molto moderata. Anche una piccola quantità passa nel latte materno e può influire sul lattante. Per la caffeina, è tollerata se moderata (es. una-due tazzine di caffè al giorno), ma può passare nel latte e influire sul sonno o sullo stato di veglia del bambino. Per il pesce, è consigliabile moderare l’assunzione di pesci di grossa taglia con alto contenuto di metalli pesanti (ad esempio pesce spada o tonno in quantità elevate) per tutelare lo sviluppo neurologico del lattante. Una mamma che mangia i cibi “allergizzanti” in allattamento - per intenderci latte, uova, pesce, frutta secca… - non può che far del bene al proprio bambino.
Ulteriori Strategie Preventive e Ricerca Scientifica
Due studi presentati al Meeting Scientifico della American College of Allergy, Asthma and Immunology (ACAAI) in corso a Houston hanno rivelato che parto naturale, allattamento al seno e dieta varia in gravidanza potrebbero abbassare il rischio del nascituro di sviluppare allergie alimentari, rinite allergica, eczema e altre allergie. Il primo studio, di David Hill, dell'Ospedale Pediatrico di Philadelphia, si è basato sull'analisi delle cartelle cliniche di 158.422 bambini, fornendo dati significativi a supporto di queste conclusioni.
Un'altra strategia preventiva è l'introduzione nella dieta di mamme e bambini di prebiotici e probiotici. Questi ultimi sono microrganismi vivi (presenti in molti alimenti comuni, come yogurt o latte fermentato) che possono apportare benefici alla salute quando somministrati in quantità adeguate. In qualità di immuno-modulatori della risposta allergica, nelle linee guida della World Allergy Organization vengono raccomandati - in determinate situazioni - per la prevenzione delle allergie, soprattutto la dermatite atopica. «I probiotici - precisa il prof. Fiocchi - se somministrati alla mamma nell'ultimo trimestre di gravidanza, possono ridurre la frequenza di eczema nel lattante del 15%; somministrandoli durante l'allattamento la frequenza si riduce del 10%; se somministrati direttamente al bambino quando non ha il latte di mamma - ad esempio nel latte formulato - possono ridurre la frequenza di eczema del 5%».
Diverse ricerche scientifiche hanno dimostrato, infine, l'efficacia dell'applicazione, nel primo anno di vita, di alcune creme emollienti a ridotto stimolo allergenico nel proteggere la pelle dei bambini, mantenendola integra e quindi non incline a sviluppare la dermatite atopica. All'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è attivo un Ambulatorio per la prevenzione e la diagnosi precoce delle allergie rivolto ai neonati entro il 28° giorno di vita ad alto rischio allergico.
La ricerca scientifica sta approfondendo il meccanismo attraverso cui l'esposizione agli allergeni materni influisce sul bambino. In tutti gli esperimenti è emerso che sia l’esposizione in utero a cibi allergenici, sia e soprattutto l’allattamento da parte di mamme che hanno mangiato in gravidanza e continuano a consumare cibi allergenici, protegge i cuccioli dallo sviluppare allergie alimentari. A livello molecolare si è visto che il latte materno dei topi femmina che hanno consumato cibi allergenici contiene anticorpi specifici per questi cibi e presumibilmente questi anticorpi passano ai cuccioli attraverso l’allattamento. Al momento gli scienziati stanno arruolando donne che allattano per studiare il latte materno umano e confrontare quello di donne che hanno consumato cibi allergenici con quello di donne che non li hanno mangiati durante la gravidanza e anche confrontare bebè a rischio allergie (per familiarità) e neonati non a rischio. Tutto ciò per capire se anche nell’uomo le allergie alimentari sono prevenibili già prima della nascita e con l’allattamento.
Allattamento in Condizioni Speciali e Controindicazioni
Il latte materno rappresenta la miglior difesa immunitaria del neonato e tuttavia in alcuni casi può diventare veicolo di infezioni. «L’allattamento al seno è uno strumento di salute pubblica per quale esistono davvero poche controindicazioni» dichiara Marcello Lanari, direttore dell’U.O. di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale di Imola e segretario nazionale del Gruppo di studio di Infettivologia neonatale della Società Italiana di Neonatologia (Sin). «Sono ormai ben noti i benefici per le mamme, non ultima una protezione contro i tumori del seno. Inoltre si sa che il latte materno è un alimento equilibrato, contiene cellule vive ed anticorpi che il latte formulato non ha. Ha un effetto importante sul sistema immunitario. Da un lato fornisce difese attraverso le immunoglobuline A (IgA), anticorpi specifici che bloccano i patogeni; dall’altro agisce da immunomodulatore, arricchendo la microflora dell’intestino, nel quale ha sede la parte più sviluppata del sistema linfatico, il “sistema anti-infezioni” dell’organismo».

Nonostante i numerosi benefici, esistono situazioni specifiche in cui l'allattamento al seno richiede particolare attenzione o può essere controindicato:
- HIV: Nei Paesi dove è endemico, l'allattamento materno da donna Hiv positiva è associato a un aumento del 12-15% delle possibilità di contagio per il bambino. Se le mamme allattano, la quota sale al 40%. Sebbene l'attenzione dei ricercatori si sia di recente focalizzata su alcuni anticorpi specifici contenuti nel latte umano o sui Toll-like Receptor che potrebbero spiegare il 60% dei bambini che non si infetta nonostante l'esposizione ripetuta, la trasmissione è certa. In contesti di condizioni igieniche scadenti, i benefici dell'allattamento possono superare i rischi in termini di mortalità per altre cause.
- Tubercolosi (Tbc): Anche in caso di Tbc attiva, non c’è una controindicazione assoluta. Se c’è una forma particolare localizzata al seno, il latte è probabilmente infetto e non va somministrato, ma per le forme respiratorie o intestinali generalmente non c’è passaggio del micobatterio nel latte. Il problema è che una mamma con Tbc attiva può trasmettere il batterio per altre vie (tosse) e assume farmaci che possono essere controindicati nell’allattamento. Quindi il consiglio è: prima curarsi, poi eventualmente usare il latte materno.
- Varicella: È contagiosa da 1 a 4 giorni prima che l'eruzione cutanea si manifesti, poi il rischio si riduce e può durare fino alla comparsa delle croste. C’è un estremo rischio in gravidanza che il virus attraversi la placenta e raggiunga il feto (specie se l’esantema materno compare in un periodo compreso tra 5 giorni prima e due dopo il parto) con conseguenze anche gravissime. Se la madre sviluppa la varicella dopo il parto, la decisione sull'allattamento va valutata con il medico, considerando la tempistica dell'infezione materna.
- Epatite C: Fra gli specialisti il dibattito in corso è piuttosto ampio, la trasmissione attraverso il latte non è dimostrata in modo conclusivo.
- Infezioni respiratorie: L’epidemia di influenza nota come «suina», l’H1N1, è servita a definire delle norme per questa famiglia di patologie. Non è assolutamente necessario smettere di allattare. Bisogna però schermare molto bene bocca e naso, con mascherina asciutta, lavare bene il seno. Molti virus sopravvivono sulle superfici (mani, maniglie, rubinetti, interruttori…). Lavare con molta cura le mani, indossare abiti puliti.
- Citomegalovirus (Cmv): Il 70% delle donne in età fertile ha già contratto il citomegalovirus (Cmv), che come altri herpesvirus quando contratto va in latenza e resta nell’organismo ospite finché vive. Può essere pericoloso (provocando fra l’altro deficit motori, auditivi e cognitivi) se contratto in gravidanza; dopo la nascita, invece, in genere non dà sintomi (tuttalpiù manifestazioni simili a quelle di un’influenza), fuorché per alcune categorie a rischio, come i neonati prematuri o le persone immunodepresse. Il latte materno è la principale via di trasmissione (innocua) del virus da madre a figlio, nei bambini nati pretermine sono state documentate infezioni per questa via, ma senza effetti a lungo termine.
Supporto e Politiche per l'Allattamento al Seno
Il sostegno all’allattamento rientra nelle politiche nazionali e si estende nella fase della prima infanzia. La promozione, protezione, incoraggiamento e sostegno all'allattamento al seno sono aspetti fondamentali per garantire ottimali condizioni di salute al neonato. L'Organizzazione Mondiale della Sanità e l'UNICEF, in particolare, attraverso iniziative come la "Global strategy for infant and young child feeding" e "BFHI guidance", insieme ad altre pubblicazioni quali "Progress for Breastfeeding Policies and Programmes" e "Global Breastfeeding Scorecard", hanno delineato un quadro di raccomandazioni e strumenti per favorire e sostenere l’allattamento. Queste indicazioni si concentrano su aspetti quali la commercializzazione e distribuzione di alimenti per lattanti e dei bambini fino a tre anni, e le numerose politiche nazionali che incoraggiano il mantenimento dell'allattamento anche oltre i due anni di vita, fino a quando lo desiderino madre e bambino.
Questo impegno globale riflette la consapevolezza che l'allattamento al seno è un investimento per la vita, non solo per il bambino ma anche per la madre, contribuendo alla riduzione delle disuguaglianze e al benessere delle generazioni future. Le politiche nazionali e internazionali mirano a creare un ambiente favorevole all'allattamento, fornendo alle madri il supporto necessario e garantendo che le decisioni relative all'alimentazione dei bambini siano basate sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.
Il supporto all'allattamento non riguarda solo le raccomandazioni cliniche, ma anche aspetti sociali e lavorativi, come il D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, che tutela la maternità e la paternità, o le direttive che regolamentano i permessi per l'allattamento per dipendenti, lavoratrici autonome e parasubordinate. Tali misure sono volte a creare le condizioni affinché le madri possano allattare senza dover scegliere tra la cura del proprio figlio e il proprio percorso professionale. Il sostegno a tale pratica fisiologica si articola quindi su più livelli: fisiologico, giuridico e culturale. Sono disponibili servizi di supporto, come consulti telefonici con esperti per qualunque domanda sulla salute della donna, attivi tutti i giorni, festivi compresi.
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