Introduzione: Il Contesto del Diritto all'IVG in Italia e le Sfide a Messina
L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è considerata dalla legge italiana un servizio sanitario fondamentale, volto alla salvaguardia della salute psichica e fisica della persona gestante che ha scelto, in ragione della propria libertà di autodeterminazione, di non portare avanti una gravidanza. L'IVG, inoltre, è riconosciuta quale servizio sanitario rientrante nei cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), il che comporta che non sia derogabile e che debba essere garantita dalla sanità pubblica gratuitamente a tutte le persone sul territorio che ne facciano richiesta. Tuttavia, la realtà quotidiana in molte aree del Paese, e in particolare a Messina, presenta un quadro ben diverso, dove l'accesso a questo diritto fondamentale è spesso ostacolato.
A Messina, l’interruzione di gravidanza volontaria è stata sempre storicamente difficilissima, nonostante sia un diritto garantito dalla legge. Tanti sono i nodi critici sull’interruzione volontaria della gravidanza in questa realtà. La città conta tre strutture ospedaliere cittadine e sette strutture ospedaliere provinciali. Eppure, il servizio di interruzione di gravidanza è garantito solo presso il Policlinico G. Martino. Questa situazione rende di fatto l'IVG un privilegio per coloro che possono permettersi di spostarsi dal luogo in cui vivono e pagare prestazioni sanitarie private, nonostante la legge imponga la gratuità e la disponibilità del servizio. L'aborto libero e sicuro, seppur formalmente garantito, continua ad essere fortemente osteggiato, spingendo sindacati, collettivi e realtà associative a mobilitarsi per la salute e la sicurezza delle donne.
La Legge 194/1978: Fondamento e Garanzie del Servizio Sanitario
La Legge 194 del 1978 rappresenta la pietra angolare della regolamentazione dell'interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Prima della sua approvazione, avvenuta proprio sul finire degli anni settanta, l'interruzione volontaria di gravidanza, in qualsiasi sua forma, era considerata dal codice penale italiano un reato. La Legge 194 ha segnato un cambiamento epocale, stabilendo che la donna può richiedere l'interruzione volontaria di gravidanza entro i primi novanta giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari. Eccezionalmente, il termine di interruzione di gravidanza può essere posticipato solo se dovessero sussistere gravi rischi per la salute della madre o dovessero sopraggiungere delle anomalie nel feto.
In base a quanto previsto da questa normativa, una donna incinta che intende avvalersi dell’interruzione volontaria di gravidanza deve rivolgersi preventivamente a un consultorio o al proprio medico. Quest'ultimo, in base all’articolo 5 della legge, “può eseguire una visita e/o ecografia di controllo, valutare il test di gravidanza, e proporre altre possibili soluzioni all’aborto”. Al termine del colloquio, il medico rilascia un certificato che permette di accedere all’ospedale per prenotare l’intervento. La legge prevede un periodo di riflessione di sette giorni. Qualora il medico riscontri un’urgenza, potrà evitare la riflessione di sette giorni rilasciando un certificato con la dizione urgente. Se, invece, l’urgenza non viene riscontrata, nel certificato si invita la persona che vuole abortire a “soprassedere per sette giorni”, periodo al termine del quale potrà accedere alla procedura. Questi giorni vengono considerati un momento di riflessione sulla decisione stessa.
La legge 194/1978 garantisce “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”, principi che dovrebbero guidare l'attuazione del servizio IVG su tutto il territorio nazionale.

La Realtà Messinese: Un Punto di Accesso Unico e Precario
La situazione a Messina e provincia è particolarmente emblematica delle difficoltà nell'applicazione della Legge 194. Attualmente, l’aborto farmacologico è accessibile a Messina e provincia solo al Policlinico Gaetano Martino. Questo nonostante una circolare del ministero della Salute del 2020 abbia stabilito che l’aborto farmacologico, entro le 9 settimane, possa essere fatto presso tutte le strutture ambulatoriali e nei consultori pubblici.
Il problema principale risiede nella carenza di personale medico non obiettore. In tutte le strutture pubbliche della provincia di Messina, c’è attualmente un solo ginecologo non obiettore, il prof. Rosario D’Anna, direttore vicario della U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico “G. Martino” e direttore della scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia. Il prof. D'Anna ha raccontato: «Era l’anno della mia laurea e fin dall’inizio della mia carriera ho scelto di non essere obiettore. Dopo il pensionamento di alcuni colleghi di altri ospedali cittadini, sono rimasto l’unico non obiettore della provincia. Ciò significa che al Policlinico di Messina arrivano pazienti da tutte le zone, da Longi a Taormina, con un ovvio sovraccarico di richieste a cui diventa difficile far fronte». Questo sovraccarico compromette l'efficacia e la tempestività del servizio.
Sebbene il Policlinico abbia reclutato recentemente dei medici non obiettori, questi sono stati assunti solo a tempo determinato. La precarietà del suddetto contratto non consente di assicurare pienamente il servizio, sollevando preoccupazioni sulla continuità e stabilità dell'assistenza. I sindacati e le associazioni ritengono che non ci sia più tempo e che si debba intervenire in modo risolutivo e collettivo per non lasciare scoperto il territorio messinese di un servizio salvavita. L'elevato numero di obiettori di coscienza, che sfiora la totalità dei ginecologi in servizio nelle strutture pubbliche, con un solo medico su 53 che praticava l'aborto nel 2021, è un ostacolo insormontabile per molte donne. Abortire a Messina resta un diritto, ma non è facile esercitarlo.
L'Obiezione di Coscienza: Dimensioni del Fenomeno e Implicazioni Legali
L'obiezione di coscienza è un diritto riconosciuto dalla Legge 194/1978, ma la sua diffusione ha raggiunto livelli che compromettono la garanzia del servizio. In Italia, la percentuale di obiettori di coscienza è del 63,4%, ma in Sicilia questa percentuale è la più alta d’Italia, arrivando a quota 85% tra i ginecologi. Altre regioni con alte percentuali sono l'Abruzzo (84%) e la Puglia (80,6%). Il fenomeno non riguarda solo i ginecologi: emergono anche percentuali elevate di anestesisti obiettori (69,8% a livello nazionale, il dato italiano più alto in assoluto) e personale non medico (71,5%). In Sicilia, su 56 reparti di ostetricia e ginecologia, solo ventisei istituti effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza, il che significa che il 50% delle strutture ospedaliere non garantisce questo servizio.
Questo alto tasso di obiezione di coscienza spesso non riguarda esclusivamente motivi etici. Come evidenziato dalle denunce, "è bensì legato a turni massacranti, ad eventuale ostruzionismo per gli avanzamenti di carriera o ad una pessima organizzazione del lavoro". Questa realtà contrasta con l'articolo 9 comma 4 della Legge 194/1978, che recita: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso - quindi al netto del tasso di obiettori di coscienza - ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8”. La legge dello Stato, dunque, dispone l’obbligo in capo alle regioni di garantire l’attuazione del servizio di IVG in ogni azienda ospedaliera indipendentemente dal numero di obiettori.
Per sopperire alla mancanza di personale non obiettore, alcuni ospedali hanno provveduto a disporre bandi ad hoc volti a risolvere la situazione, come ad esempio l’Ospedale S. Camillo di Roma o l’Ospedale Umberto I di Roma. La situazione italiana ha anche attirato l'attenzione internazionale, con la condanna del Comitato Europeo dei Diritti Sociale dell’8 marzo 2014, in cui l’Italia è stata condannata per la discriminazione dei medici non obiettori. Secondo i dati della CGIL, in Sicilia il carico di lavoro per ginecologo per singola struttura raggiunge il valore di 16,1, ben al di sopra della media nazionale di 9, e il 16,7% degli interventi viene eseguito fuori provincia, costringendo le donne a viaggi e spese aggiuntive.
Interruzione di gravidanza e obiezione di coscienza (Parte 1) - Rebus - 31/10/2021
La Diffusione Ostacolata dell'Aborto Farmacologico (RU486) e le Raccomandazioni Internazionali
Un altro nodo cruciale è la carenza di RU486 e quindi il limitato accesso all’IVG farmacologica. L'aborto farmacologico è possibile fino a 63 giorni, pari a 9 settimane compiute, di età gestazionale. Una circolare del ministero della Salute del 4 agosto 2020 ha stabilito che l’aborto farmacologico, entro le 9 settimane, possa essere fatto presso tutte le strutture ambulatoriali e nei consultori pubblici. La stessa circolare dispone che “al fine di favorire il ricorso all’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico in regime di day hospital e ambulatoriale (…) si ritiene necessario provvedere all’aggiornamento delle linee di indirizzo”.
L’IVG farmacologica dovrebbe essere favorita perché meno invasiva e più sicura, oltre che meno costosa per il Servizio Sanitario Nazionale. Eppure, continua ad esserne ostacolata la diffusione, contravvenendo anche a quanto disposto dall’articolo 15 della Legge 194/1978, ai sensi del quale: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento (…) sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”.
Le nuove Linee guida di marzo 2022 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno raccomandato l’IVG farmacologica come metodo sicuro ed efficace, sottolineando che chi lo richiede possa, “con un sostegno adeguato, autogestire alcune o addirittura tutte le fasi dello stesso”. L’OMS punta sulla telemedicina e su un aborto sempre meno medicalizzato, permettendo alle persone di assumere autonomamente la RU486. Nonostante queste raccomandazioni internazionali, in Italia il farmaco non è neanche fornito nei consultori, mentre in Francia, Regno Unito e Germania è possibile richiedere la spedizione di farmaci abortivi al proprio domicilio.
I dati parlano chiaro: in Italia la RU486 è utilizzata solo dal 31,9% delle donne (nel 2020, ed è stata introdotta nel 2009), mentre in Francia, dove esiste dal 1988, è usata nel 70% del totale, e la percentuale supera il 90% nel Nord Europa. La maggior parte delle donne che abortiscono in Italia lo fa ancora con un intervento chirurgico. In Sicilia, su 57 reparti di ostetricia e ginecologia, solo 31 effettuano l’IVG e la pillola abortiva RU486 è disponibile solo in ospedale. A Catania l’IVG farmacologica non è disponibile in nessun ospedale, mentre a Messina solo il Policlinico somministra la RU486, e lo fa solo da qualche mese. Prima di allora, le pazienti dovevano recarsi a Palermo, a oltre 200 chilometri di distanza. I casi delle donne che fanno la valigia per andare ad abortire non sono rari. In Sicilia, l’uso della pillola RU486 per l’interruzione farmacologica della gravidanza è prevista soltanto attraverso il ricovero ordinario negli ospedali, esclusivamente in reparti di ostetricia e ginecologia, nonostante il farmaco sia somministrato da molti anni e dal 2006 l’OMS lo consideri un farmaco essenziale per la salute riproduttiva. È evidente come la questione sia prettamente politica poiché continuare ad ostacolare l’IVG farmacologica va contro l’OMS, contro l’autonomia della persona e anche contro un oggettivo risparmio della sanità pubblica.
Il processo per l'aborto farmacologico in Italia, nei casi previsti dalla legge, prevede che il medico del consultorio, quello di famiglia o della struttura sanitaria rilasci un certificato. Se l'urgenza non viene riscontrata, il certificato invita a "soprassedere per sette giorni". Dopo 36 o 48 ore, nella struttura ospedaliera o convenzionata o consultorio, viene somministrata, in regime di day hospital, la prostaglandina che stimola le contrazioni uterine per consentire l’espulsione del sacco embrionale.

L'Interferenza dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV) e la Controversia sui Colloqui Pre-IVG
Un aspetto di particolare criticità riguarda la presenza e l'operato di centri antiabortisti all’interno degli ospedali. A Messina, il nodo locale di Non una di meno ha denunciato che l’ospedale ha stipulato una convenzione con un centro di aiuto alla vita che utilizza alcuni spazi come uffici. Una persona di questa associazione, avendo il numero di prenotazione, chiama chi deve fare l’IVG per effettuare un colloquio, da lui definito “psicologico” e “obbligatorio”. Conoscere i dati di chi si è rivolto al policlinico dà alla telefonata un tono “ufficiale”, inducendo le donne a sottoporsi alla seduta.
Il collettivo ha appurato che tutte le pazienti in attesa di interruzione volontaria di gravidanza vengono chiamate tramite il loro numero di prenotazione da una persona per effettuare con lo stesso un colloquio psicologico preventivo all’IVG. Durante questi incontri, la persona in questione ha cercato in tutti i modi di dissuadere le donne dall’interruzione di gravidanza, banalizzando e minimizzando quanto raccontatogli dalla donna e pronunciando frasi quali “sento i tuoi bambini, so che vogliono abbracciare la loro mamma” o “non uccidere i tuoi bambini”. Successive ricerche hanno accertato che la persona in questione non è uno psicologo, ma un ingegnere e architetto, membro dell’associazione “Centro aiuto alla vita di Messina”.
Questo comportamento contravviene apertamente all'articolo 5 della Legge 194/1978, il quale stabilisce che “il consultorio, la struttura sociosanitaria o il medico di fiducia hanno il compito di esaminare con la donna quando la richiesta di interruzione di gravidanza è motivata dall’incidenza delle condizioni economiche o sociali o familiari o di salute, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna, possibili soluzioni ai problemi proposti”. La legge prevede che il colloquio informativo pre-IVG sia svolto in questi termini. Allo stato attuale, il sistema sanitario pubblico non garantisce un processo abortivo privo di stress, ansia, colpevolizzazione, stigma e pregiudizio.
Il diretto interessato, Livio Lucà Trombetta, laureato in Ingegneria Civile e Architettura, con due master, uno in Bioetica e l’altro in Architettura di Chiese, ha raccontato la sua versione dei fatti. Ha affermato: «È stato montato un caso per motivi politici e sono state dette tante cose non vere. Io non mi sono mai finto un medico e il colloquio non è di tipo psicologico. Inoltre non ero in possesso dei dati sensibili delle donne. Noi - racconta - facciamo questo servizio da 40 anni, dando supporto alle ragazze che vogliono essere aiutate, e in questo periodo abbiamo strappato all’aborto almeno 1200 persone. Se per 40 anni siamo stati là, e se i medici ci consentivano l’accesso, significa che avevamo un’autorizzazione: proprio adesso stavo cercando le carte. Risalgono a 30/35 anni fa ma le troverò. Al momento mi è stato precluso l’accesso, chiedendomi di presentare un progetto per fare tutto in regola. L’altro giorno, dopo il mio confronto con la dirigenza, c’erano tutte le infermiere in lacrime». Ha anche espresso la sua opinione sulla Legge 194: «Per me non dovrebbe esistere, ed è stata travisata per quanto riguarda le modalità del colloquio, in base agli articoli 1 e 2».
La direzione dell'ospedale ha risposto attraverso il dott. Murolo, affermando che "il problema non c’è più. Quando è uscita la notizia mi sono attivato immediatamente e la questione è stata risolta". Ha aggiunto: "faremo in modo di garantire la massima trasparenza, rendendo esplicito, con procedura aziendale, anche il meccanismo di presa in carico della donna". Da parte sua, Irene Barbaro, dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV) - circa 350 in tutta Italia e sedi operative del Movimento Per la Vita, fondato nel 1975 "per tendere una mano alle donne nel delicato momento della gravidanza" - ha dichiarato: «Noi non c’entriamo niente, come ho avuto già modo di specificare a chi mi ha contattata dall’azienda ospedaliera. Siamo assolutamente contrari agli estremismi e ai modi di agire eccessivi. Ci sono dei limiti entro i quali non si può andare. Le donne devono essere libere di scegliere e non siamo noi che giudichiamo chi vuole abortire e chi no. Il nostro compito è semplicemente quello di informare, poi ognuno è libero di fare della propria vita quello che vuole». L'azienda ospedaliera ha ribadito che nessun’altra convenzione con i Centri per la Vita risulta essere stipulata.
Tuttavia, le attiviste di Non Una Di Meno Messina sottolineano che il colloquio previsto dall’articolo 5 della Legge 194 è informativo, improntato all’ascolto e al rispetto, e deve essere anteriore alla “settimana di riflessione”. In nessun caso, quindi, può trattarsi di un colloquio in cui la persona viene colpevolizzata della propria scelta, paragonando detta scelta a un omicidio. È un diritto della donna rifiutarsi di parlare con questa persona.

La Mobilitazione Sociale e Sindacale: Una Rete per la Tutela dei Diritti
Di fronte a questi "nodi critici" sull'interruzione volontaria della gravidanza, una vasta coalizione di sindacati e associazioni si è mobilitata per la salute e la sicurezza delle donne. Cgil Messina, Cgil Sicilia, e le associazioni Nudm, Cedav, Evaluna, Purple Square, Cirs hanno lanciato una "battaglia per la prevenzione e per garantire il diritto alla propria libertà e autodeterminazione". Questa iniziativa è stata definita “una rete a sostegno della libera scelta e dei diritti” ed è aperta alla condivisione di cittadini e movimenti.
Questa mobilitazione nasce dopo varie azioni pregresse, come petizioni, presidi ed esposti, attraverso le quali singoli cittadini, sindacati, collettivi, coordinamenti donne e realtà associative impegnate nel sociale hanno deciso ancora una volta di unirsi per una denuncia comune di quanto accade nella città di Messina. Alla presentazione del documento che riassume le loro istanze erano presenti l’ideatrice dell’iniziativa Marcella Magistro e Stefania Radici di CGIL Messina, Gabriella Messina ed Elvira Morano di CGIL Sicilia, Esmeralda Rizzi della CGIL nazionale e alcune rappresentanti delle associazioni Non Una Di Meno Messina e Purple Square.
Marcella Magistro ha sottolineato l'importanza di creare "un momento di rete". Gabriella Messina, segretaria CGIL Sicilia, ha aggiunto: «Quando Marcella ci ha parlato di questo percorso che vuole offrire alla città di Messina e all’intera provincia, ci è apparso evidente che questo non possa non riguardare la Sicilia per intero». Dello stesso parere anche Esmeralda Rizzi, del team Politiche di genere della CGIL Nazionale: «La rete che si sta costituendo a Messina ci auguriamo che si possa costruire analogamente in altre città italiane».
Brenda Russo, a nome di Non Una di Meno Messina, ha ribadito: «Quella per garantire l’IVG è una delle lotte portanti del movimento femminista, non solo territoriale, ma nazionale. Abbiamo appurato in maniera diretta, accompagnando le donne in ospedale, una situazione che presenta ancora più problematiche di quelle che già conoscevamo». Le organizzazioni hanno chiesto un cambiamento strutturale all’interno dei centri ospedalieri per garantire il servizio.
Le Voci delle Donne: Stigma, Supporto e la Necessità di un Cambiamento Culturale
Il sistema sanitario pubblico attuale spesso non garantisce un processo abortivo privo di stress, ansia, colpevolizzazione, stigma e pregiudizio. Le donne che affrontano questa scelta si trovano a navigare in un contesto complesso, che può essere ulteriormente aggravato da narrazioni catastrofiste e giudicanti.
Laura Formenti, una comica che ha messo l’interruzione volontaria di gravidanza tra i suoi temi, coglie nel segno con una battuta sottile: «Tutti siamo a favore degli arcobaleni, degli unicorni e dei bambini. Essere a favore dell’aborto è un po’ più complicato». La sua esperienza personale testimonia le difficoltà: «È stato molti anni fa. Ma so che cosa significa. Come capita a tante, ho conosciuto ottime persone, psicologi fantastici. Ma anche diversi obiettori di coscienza, che mi hanno ostacolato. Ricordo quando, anziché trovare assistenza, sono stata chiusa in una stanza e invitata a provare ad ascoltare il battito di un cuore. E ricordo la donna sdraiata nel letto accanto a me, in ospedale, prima dell’intervento. Mi ha detto: “Noi donne siamo nate per soffrire”.»
Per contrastare lo stigma sociale e offrire supporto, sono nate iniziative come la piattaforma “IVG ho abortito e sto benissimo”, fondata dalla psicoterapeuta Federica Di Martino. Dal 2018, questa piattaforma raccoglie storie di donne con l’obiettivo di abbattere lo stigma sociale nei confronti di chi compie questa scelta. Il nome, seppur provocatorio, contribuisce a smontare una certa narrazione accusatoria. L'associazione è solo una delle realtà che oggi offrono supporto e orientamento alle donne. Altri esempi includono il collettivo femminista Mujeres Libres a Bologna, le attiviste di Non Una Di Meno e l’associazione Maghweb, che con la campagna "Non è un veleno" combatte per l’accesso all’aborto farmacologico.
Queste voci e queste piattaforme sono fondamentali per promuovere una cultura del rispetto e dell'autodeterminazione, contrapponendosi all'idea che "la cultura della violenza e dell’aggressività, che porta a sopprimere il proprio figlio, è conseguenza di un modo di essere, di percepirsi e di proiettarsi nella società, la quale dà significato al potere e alle cose, disumanizzando le persone". Le attiviste di NUDM ribadiscono: «Non ci fermeremo finché l’aborto non sarà veramente sicuro e quindi un servizio garantito senza violenza psicologica e stigma su chi lo richiede. Anche questa è violenza di genere».
Interruzione di gravidanza e obiezione di coscienza (Parte 1) - Rebus - 31/10/2021
Disparità Regionali e L'Urgenza di un Servizio IVG Pienamente Garantito
In Italia, esistono grandi differenze, in termini di regole, accesso e applicazione, tra le varie Regioni, rendendo l'esperienza dell'IVG estremamente eterogenea. In Sicilia, come già menzionato, su 57 reparti di ostetricia e ginecologia, solo 31 effettuano l'IVG e la RU486 è disponibile solo in ospedale. I ginecologi obiettori sono l’81,6%, con picchi del 100% in 26 strutture. A Catania, l’IVG farmacologica non è disponibile in nessun ospedale.
Queste disparità regionali significano che, in alcune aree, il tempo è spesso una corsa contro il tempo per le donne che decidono per un aborto. Nel nostro Paese, è possibile farvi ricorso entro i primi 90 giorni dal concepimento con metodo chirurgico, mentre l’aborto farmacologico è possibile fino a 63 giorni, pari a 9 settimane compiute, di età gestazionale. Tuttavia, se gli appuntamenti per la prima pillola possono richiedere settimane, come accade in Lombardia e Trentino, le pazienti non possono attendere per legge. Mentre il Lazio è l’unica regione italiana a prevedere nel regime ambulatoriale la procedura a casa, secondo le linee guida internazionali, in altre regioni si verificano situazioni paradossali. Ad esempio, il Piemonte, prima regione per numero di IVG farmacologiche, da ottobre 2020 ha aperto negli ospedali “sportelli informativi” gestiti da associazioni antiabortiste.
La dottoressa Tullia Todros, ex Primaria del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Sant’Anna, ha condiviso un'importante riflessione: «Nei Paesi in cui l’aborto è libero, i tassi di mortalità delle donne sono molto più bassi. E, al contrario, dove non lo è, le donne muoiono di più. Prima della legge sull’IVG l’ospedale si trovava ad accogliere molte donne con emorragie interne di dubbia origine. Da che è stata approvata, molte di meno.» Questa evidenza storica sottolinea l'importanza cruciale di un accesso sicuro e legale all'IVG per la salute pubblica.
I consultori familiari svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione dell’interruzione di gravidanza e nel supporto a tutte quelle donne che decidono di praticare l’aborto, dal counselling prima della procedura, ai controlli medici e la consulenza del contraccettivo post-IVG. Tuttavia, come emerso, la loro funzionalità e la piena attuazione delle linee guida ministeriali non sono sempre garantite.
In totale nel 2021 in Italia sono state notificate 63.653 interruzioni volontarie di gravidanza. Questo dato conferma il continuo andamento in diminuzione (-4,2% rispetto al 2020) registrato a partire dal 1983, anno in cui si era riscontrato il valore più alto con 234.801 casi. Oggi, a 45 anni dall’entrata in vigore della legge 194 del 1978, risulta però difficile per le donne, in Italia e soprattutto in Sicilia, abortire, rendendo l'urgenza di un intervento risolutivo più che mai evidente.
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