Il dibattito sull'aborto in Italia: Tra diritti contestati, strategie politiche e la natura mutevole del governo

Il panorama politico italiano è costantemente attraversato da dibattiti su temi etici e sociali di profonda rilevanza, tra cui spicca la questione dell'aborto. Recentemente, un convegno organizzato dalla Lega ha riacceso le discussioni, portando nuovamente alla ribalta posizioni che mettono in discussione la natura stessa del diritto all'interruzione di gravidanza. Questo fermento si inserisce in un contesto più ampio di manovre governative e dichiarazioni che, pur affermando di voler rispettare la Legge 194, di fatto introducono elementi che possono limitarne l'applicazione o reinterpretarne lo spirito. La complessità della situazione riflette non solo le diverse sensibilità presenti nella società e nella politica italiana, ma anche le dinamiche intrinseche della formazione e dell'azione di governo, spesso descritte come un "aborto politico", una soluzione di compromesso che nessuna forza politica desidera pienamente ma che si rivela necessaria.

La Contestatione del Diritto all'Aborto: Il Convegno alla Camera e Nuove Prospettive Ideologiche

Un recente evento ha marcato un punto di svolta nel dibattito pubblico sull'aborto in Italia. Contrordine, signori: «L’aborto non è un diritto». Questa affermazione, perentoria e priva di ambiguità, è emersa da un convegno organizzato dalla Lega e andato in scena addirittura alla Camera dei Deputati, a Montecitorio. Non è una novità che al governo ci siano esponenti ostili alla legge 194, quella che sancisce il diritto all’interruzione di gravidanza, come tra l’altro avevano testimoniato, lo scorso anno, varie uscite di Eugenia Roccella, Ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità. Lei, però, si era fermata un attimo prima, pronunciando la frase: «L’aborto è un diritto… purtroppo». Stavolta il messaggio lanciato dal convegno è stato più radicale, affermando che «Anche nei casi più tragici, come quelli di stupro, non è mai giusto». Tutto vero, questo è scritto nero su bianco nel depliant sull'incontro circolato nella sala conferenze della Camera, come riporta la stampa.

Il punto nevralgico del convegno è stata proprio la messa in discussione della stessa legge 194. Tale legge, in Italia, è in vigore dal 1978 e, fatto non trascurabile, nel 1981 era stata confermata con un largo consenso popolare, raggiungendo quasi il 90% dei voti a favore in un referendum abrogativo. Perfino Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia e Presidente del Consiglio, ha più volte ribadito di non voler toccare la legge. Tuttavia, a destra non tutti la pensano in questo modo: per alcuni, come emerso dal convegno, la legge 194, da ieri, «non è una legge necessariamente morale». A ribadirlo sono stati i due ospiti principali del dibattito, che di fatto non era un vero dibattito in quanto entrambi erano d'accordo sulla questione. Si trattava di Marco Malaguti, bolognese nato nel 1988, il quale dice di sé che «si occupa da anni del tema della rivalutazione del nichilismo e della grande filosofia romantica tedesca» ed è «articolista e blogger presso varie testate di area sovranista». L'altra relatrice era Maria Alessandra Varone, classe 1998 e dottoranda in Filosofia all’università di Roma Tre. Tra i suoi scritti si annovera una «breve critica filosofica all’aborto e all’eutanasia». Entrambi sono affiliati al Centro Studi Machiavelli, think tank considerato tra quelli di riferimento della destra, che ha organizzato la conferenza. Tra i pensatori di spicco associati a questo centro vi è anche il Ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara. Lo slogan che guida l'azione del centro è chiaro: «Diamo idee all’Italia sovrana».

Convegno alla Camera dei Deputati sull'aborto

Il convegno ha avuto luogo grazie al benestare della Lega, in particolare attraverso il lavoro del deputato Simone Billi, salviniano di ferro, il quale, tra le altre cose, ha prenotato la sala. Anche lui collabora con il Centro Studi Machiavelli e, come riportato da Repubblica, ha dichiarato di «supportare l’iniziativa». Billi non era presente all'evento a causa di «un impegno a Strasburgo», dove è membro della Commissione Esteri, ma ha espresso il suo rammarico per l'assenza, sottolineando che c'era «con il cuore». Chiaramente, niente si fa per niente, e il fulcro del convegno è stato la presentazione della rivista del centro, Biopoetica. Nelle sue pagine, appunto, si leggono affermazioni come quella per cui l'aborto «non è un diritto inalienabile», ma al massimo «una soluzione pratica». La rivista e i relatori propongono una visione secondo cui l'aborto e l'eutanasia, che vengono spesso accoppiati nelle loro argomentazioni, rappresenterebbero l'anticamera di «anarchia e anomia», prospettando un futuro prossimo «simile all’Inferno faustiano». Questo scenario, secondo la loro analisi, costituirebbe «un uso improprio della libertà e della responsabilità», e una «degenerazione del ruolo materno». Viene anche sostenuto che, qualora si decida di avere un rapporto sessuale, «è necessario accettare le conseguenze». Il contributo si propone di confutare «l’idea che l’aborto e l’eutanasia siano diritti legalmente accettabili o moralmente giustificabili», evidenziando come «i diritti del padre sono del tutto esclusi» in queste dinamiche, e che questo è «sbagliato sotto ogni aspetto». Una postilla significativa riguarda la violenza sessuale: pure «nei casi più tragici, nei dilemmi morali più strazianti, come quelli di stupro, l’aborto non è mai giusto», perché costituirebbe un diritto solo «in senso lato, quanto può esserlo quello di uccidere, di rubare, di ferire». Queste posizioni radicali segnano un'ulteriore polarizzazione del dibattito, sfidando apertamente il quadro normativo e culturale consolidato.

La Legge 194 nel Mirino: Tra Consenso Storico e Tentativi di Reinterpretazione

La Legge 194 del 1978, che disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia, è da decenni un pilastro della legislazione sui diritti riproduttivi. La sua solidità è stata storicamente rafforzata da un referendum abrogativo nel 1981, che la vide confermata con un largo consenso popolare, sfiorando il 90% dei voti. Anche Giorgia Meloni ha più volte ribadito di non voler toccare questa legge. Tuttavia, l'attuale contesto politico, con la presenza di un governo a guida di centrodestra, ripropone la questione della sua piena e corretta applicazione, e non solo. Non tutti a destra la pensano alla stessa maniera, ed emerge la tesi per cui la 194 «non è una legge necessariamente morale», come ribadito nel convegno di cui si è discusso. Questo mette in evidenza una tensione tra l'affermazione formale di non voler modificare la legge e un'azione politica e culturale che, di fatto, ne mina i fondamenti o ne ostacola la piena attuazione.

La leader di Fratelli d’Italia ha tenuto a rassicurare l'opinione pubblica che la legge 194 non subirà alcuna modifica (e che al massimo ci saranno «campagne di comunicazione e informazione di natura medica sul tema della fertilità»). In un’intervista al quotidiano Avvenire, la stessa Meloni ha anzi precisato che «chiediamo da sempre la piena applicazione della 194, a partire dalla parte rimasta disattesa sulla prevenzione». Questa dichiarazione, seppur apparentemente in linea con la tutela del diritto, nasconde una potenziale ambiguità. Se da un lato l’aborto continuerà ad essere garantito - pur con tutte le difficoltà del caso - dall’altro Meloni ha dichiarato di voler mettere in campo tutte le misure necessarie a scoraggiare chiunque voglia interrompere una gravidanza. L'idea è quella di «riscoprire la bellezza della genitorialità», suggerendo che l'obiettivo sia più quello di incentivare misure per impedire l'aborto, piuttosto che di agevolarne un accesso consapevole e informato. Questo approccio solleva interrogativi sulla reale volontà di garantire il diritto sancito dalla legge o piuttosto di operare attraverso vie indirette per limitarne l'esercizio.

L'Approccio del Governo Meloni: Tra Tutela della Vita e Strategie di "Scoraggiamento"

L'ascesa politica di Giorgia Meloni e di Fratelli d'Italia ha portato con sé un'enfasi marcata sulla difesa della vita e della famiglia "tradizionale", valori spesso richiamati in contesti diversi, come dimostrato anche dalla discussione mediatica su questioni come quella di Peppa Pig. Il rischio che alcuni diritti fondamentali, faticosamente conquistati, vengano ridimensionati e limitati, è concreto in questo scenario. Certo, nel programma della destra non se ne fa esplicita menzione - e, del resto, non sarebbe una scelta astuta dichiararsi apertamente contro l’aborto. Anzi, su questo tema, Meloni ha tenuto a rassicurare che la legge 194 non subirà alcuna modifica. Tuttavia, il fatto che ad ogni campagna elettorale si debba ancora specificare di essere pro-aborto è di per sé preoccupante, indice di una costante pressione su questo diritto.

La propensione a “difendere la vita” della leader ha trovato modo di manifestarsi più volte nella sua carriera politica. Uno degli episodi più eclatanti, e che vale la pena ricordare proprio in vista delle elezioni, è quello che la lega a ProVita & Famiglia. Questa è una onlus ultracattolica che riconosce come unica famiglia quella costituita da uomo e donna e che considera l’aborto un omicidio. Era il 2019 e Giorgia Meloni, impegnata nelle elezioni europee tenutesi quell’anno, sottoscriveva il “Manifesto per la Vita e la Famiglia” diffuso proprio dall’associazione, impegnandosi, in altre parole, a portare avanti e difendere tutti i suoi principi cardine. Fra la schiera di politici di Fratelli d’Italia ci sono stati altri esponenti che sull’aborto hanno avuto le idee piuttosto chiare. Ad aprile scorso, con l’approvazione di un emendamento al Bilancio di previsione 2022-24 presentato da Maurizio Marrone, assessore alle Politiche sociali, la Regione Piemonte ha stanziato 400mila euro da destinare a progetti delle associazioni pro-vita per rafforzare la loro presenza nei consultori. L'obiettivo annunciato è quello di dissuadere le interruzioni di gravidanza che avvengono a causa di difficoltà economiche e sociali. Di fatto, si tratta di un’enorme cifra che finisce nelle mani di gruppi antiabortisti, e che invece avrebbe potuto migliorare la condizione di decine di strutture mediche pubbliche, come per l’appunto i consultori. Questi, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, «nell’ambito della promozione della procreazione consapevole e responsabile, hanno contribuito a ridurre le Interruzioni Volontarie di Gravidanza nel Paese di oltre il 65% dal 1982 al 2017».

Giorgia Meloni firma manifesto pro-vita

Meloni ha sottolineato: «Intendiamo istituire un fondo per rimuovere le cause economiche e sociali che possono spingere le donne a non portare a termine la gravidanza. E vogliamo anche sostenere i Centri di aiuto alla vita, che fanno un lavoro straordinario e accompagnano le donne nelle loro scelte». La strategia è chiara: se da un lato l'aborto continuerà ad essere garantito, dall'altro si promuovono attivamente misure che ne scoraggiano l'interruzione. In questo senso, e relativamente alle nascite, in realtà l’aborto non è un problema di cui FdI dovrebbe troppo preoccuparsi. Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute, pubblicati quest’estate, l’Italia ha uno dei tassi di interruzione di gravidanza più bassi al mondo. Nel corso del 2020 ne sono state registrate 66.413, il 9,3% in meno rispetto al 2019. Se da una parte la diminuzione è frutto di un miglior utilizzo dei contraccettivi, dall’altra gli ostacoli che si interpongono tra chi vuole abortire e l’effettiva riuscita dell’operazione sono molti, come vedremo. Il Governo, in questo contesto, non ha alcuna intenzione di opporsi a queste strategie di supporto alle associazioni pro-vita.

Eugenia Roccella: La Ministra tra Femminismo Radicale e Conservatorismo Anti-Abortista

La figura di Eugenia Maria Roccella, Ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità nel governo di Giorgia Meloni, rappresenta un caso emblematico di evoluzione ideologica nel panorama politico italiano. Inizialmente, si era fatto il nome della leghista Simonetta Matone per questo ruolo, ma dopo alcune ore la scelta è ricaduta su Roccella. Già sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi IV, Roccella ha un percorso politico che tocca i poli opposti dello spettro ideologico. Negli anni ‘70, infatti, entra a far parte del Movimento per la liberazione della donna, costituito a Roma da un gruppo femminista del Partito Radicale. Questo movimento aveva tra i suoi obiettivi l’informazione gratuita sui mezzi anticoncezionali a tutti nelle scuole, la liberalizzazione dell’aborto senza distinzioni di stato di salute ed età in strutture sanitarie adeguate, nonché la socializzazione del lavoro di cura. Nel marzo 1971, il Movimento per la liberazione della donna richiede la soppressione dell’allora Opera nazionale maternità e infanzia, un ente assistenziale creato durante il regime fascista nell’ambito della battaglia demografica portata avanti da Benito Mussolini.

Candidata alla Camera dei deputati con il partito Radicale alle politiche del giugno 1979, Roccella non viene eletta e contestualmente decide di uscire dal partito. In un’intervista pubblicata nel 2005 sul quotidiano Avvenire, Roccella racconta di essere affezionata all’allora leader Marco Pannella ma di volersene andare poiché «i radicali sono degli individualisti» che a suo dire stavano conducendo battaglie che avrebbero distrutto l’individuo. Altre posizioni che assume sull’aborto, sempre in quell’intervista, destano preoccupazione sul suo futuro operato come ministra: «La cosiddetta libertà di scelta è messa in discussione perché si è cominciato a capire che da libertà di scelta di “quando e se” essere madri, sta diventando sempre più una libertà di scelta sul figlio: la libertà di “chi” essere madri, attraverso la “selezione genetica” sul figlio».

Dall’uscita dal partito Radicale fino alla fine degli anni ‘90, Roccella sparisce dai radar della politica. In questi vent’anni cambia radicalmente posizione sulle rivendicazioni del movimento femminista del tempo, e da giornalista professionista scrive editoriali per Avvenire, articoli per Il Foglio e Il Giornale, e diventa biografa di Silvio Berlusconi. All’inizio degli anni duemila, la pubblicazione del libro Dopo il femminismo è il primo di una serie di eventi che portano la nuova ministra per la famiglia ad abbracciare posizioni sempre più contrastanti rispetto alle precedenti.

Eugenia Roccella

Alle elezioni del 2008 viene eletta alla Camera dei deputati tra le fila del Popolo della libertà nella circoscrizione Lazio 2, e sottosegretaria al ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali. Alcuni anni dopo, nel 2013, durante la presentazione alla Camera del comitato “Di mamma ce n’è una sola”, definisce la gestazione per altri una pratica di “liberismo procreativo”. Nel gennaio del 2011, insieme a Roberto Formigoni, Maurizio Gasparri, Maurizio Lupi e altri membri del Partito della Libertà, firma una lettera aperta per promuovere la presunzione di innocenza dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi nel caso Rubygate. Viene rieletta anche alle elezioni politiche del 2013 e del 2018, quest’ultima volta in quota Fratelli d’Italia. Negli ultimi anni non risparmia dichiarazioni negative sulla pillola abortiva Ru486, definita “aborto a domicilio”, e sulla fecondazione assistita. Al primo Family day del 2007, Roccella è portavoce della manifestazione e a Toscana Oggi afferma: «sono contenta che il Family day sia proprio il 12 maggio, 33esimo anniversario del referendum sul divorzio: questa ricorrenza dimostra che in Italia esiste il matrimonio civile, la possibilità di divorziare e, quindi, l’inutilità di altre richieste». Nel mirino, in quel contesto, le unioni civili richieste dalla comunità LGBT+. Sempre sul tema unioni civili scrive sul mensile Tempi, dieci anni dopo, che «le unioni civili sono sempre poche. Quando in Europa si varano leggi del genere, i risultati sono sempre molto deludenti perché la verità è che gli omosessuali che si vogliono sposare sono effettivamente pochi». Nel 2013 aderisce al Nuovo Centrodestra guidato da Angelino Alfano, dal quale poi fuoriesce due anni dopo diventando una delle fondatrici del Movimento Identità e Azione, di ispirazione democristiana e conservatrice. La sua figura è quindi centrale nel comprendere le sfumature e le contraddizioni dell'approccio governativo ai diritti riproduttivi e alla famiglia.

Gli Ostacoli All'Accesso: Obiettori di Coscienza e il Ruolo Sottovalutato dei Consultori

Nonostante la Legge 194 garantisca il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza, l'effettiva possibilità di esercitarlo in Italia è costellata di ostacoli pratici. Uno dei problemi maggiori è l'alto tasso di obiettori di coscienza tra il personale medico, che a volte arriva al 100% in alcune strutture, rendendo di fatto impossibile l'accesso all'aborto. Questo dato, insieme alla scarsa presenza di strutture che, oltre agli ospedali, praticano gli aborti, crea un quadro di difficoltà considerevoli per chi intende interrompere una gravidanza. L'analisi dei numeri, a cura delle giornaliste che con un accesso civico hanno richiesto informazioni sull'obiezione di coscienza a tutte le Regioni, mette in luce una situazione critica.

Un ruolo cruciale, e spesso sottovalutato, in questo contesto è quello dei consultori familiari. Istituiti con la legge del 29 luglio 1975, numero 405, i consultori consentono a tutti i cittadini - inclusi minorenni e stranieri - di usufruire di varie prestazioni sanitarie completamente gratuite o con ticket ridotti. Essi assolvono a questo compito anche per quanto riguarda l'interruzione di gravidanza, e a partire dall'estate del 2020 sono stati adibiti a somministrare in tutta sicurezza l’aborto farmacologico. Questa procedura avviene facendo assumere a chi ne fa richiesta due pillole diverse, a 36-48 ore di distanza fra loro: la prima blocca la crescita dell’embrione, la seconda ne favorisce l’espulsione. Prima della decisione del Ministero della Salute, questa operazione poteva essere fatta solo in ospedale, con un ricovero di tre giorni, e con un’alta probabilità di trovarsi davanti una schiera di medici obiettori.

L'importanza dei consultori - Agorà 22/04/2024

Nel nostro Paese, tuttavia, rispetto ai bisogni della popolazione, i consultori sono troppo pochi. L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ne ha contati 1 ogni 35mila abitanti (ricerca fatta tra novembre 2018 e luglio 2019), sebbene ne siano invece raccomandati almeno 1 ogni 20mila. In totale, si contano 1800 consultori, e quasi tutti (oltre il 98%) lavorano nell’ambito della salute della donna. Nello specifico, più del 75% si occupa di sessualità, contraccezione, percorso IVG - basti pensare che quasi la metà dei certificati necessari per l’IVG è rilasciata dai consultori -, salute preconcezionale, percorso nascita, malattie sessualmente trasmissibili, screening oncologici e menopausa e postmenopausa. L’81% offre servizi nell’area coppia, famiglia e giovani e gli argomenti più trattati sono la contraccezione, la sessualità e la salute riproduttiva, le infezioni/malattie sessualmente trasmissibili e il disagio relazionale. Chi si rivolge ad un consultorio può per questo usufruire di figure specializzate, nello specifico, in ginecologia, ostetricia e psicologia. L’attività dei consultori si muove anche all’esterno della propria struttura, organizzando incontri con gli studenti e discutendo con loro principalmente di educazione affettiva e sessuale (il 94%).

A un numero così elevato di incarichi - e un basso costo per chi ne usufruisce - dovrebbe necessariamente corrispondere un adeguato finanziamento pubblico. Che, purtroppo, non c’è. L’ISS ha calcolato che «solo 5 Regioni del Nord raggiungono lo standard atteso per la figura dell’ostetrica, 2 per il ginecologo, 6 per lo psicologo e nessuna per l’assistente sociale». E, come si legge su un articolo pubblicato da L’Essenziale, a partire dalla loro nascita i consultori hanno ricevuto pochissimi fondi, solo tre volte in realtà: «Nel 1996 con una legge sulla sanità e nel 2007 e 2008, ma solo per progetti specifici». Il paradosso è evidente: mentre «i consultori offrono un servizio unico per la tutela della salute della donna, del bambino e degli adolescenti, accompagnano e sostengono le donne in gravidanza e nel dopo parto, offrono lo screening del tumore della cervice uterina e garantiscono supporto a coppie, famiglie e giovani», i soldi pubblici finiscono nelle casse delle associazioni antiabortiste.

L'Italia nel Contesto Europeo: Un Confronto con Francia e Spagna

Ci risiamo. Dopo aver visto la Francia inserire il diritto all’aborto nella propria costituzione - con tanto di assenso della destra di Marine Le Pen - l’Italia si trova di nuovo a prendere lezioni da Paesi dell’Unione Europea su come tutelare l’interruzione volontaria di gravidanza. Sembra che non possiamo farne a meno, di finire così. In più, se quello di Parigi era un esempio indiretto e rivolto a tutti, visto che sono stati i primi al mondo ad attuare una decisione così, stavolta la Spagna parla in modo più diretto all'Italia. I fatti recenti, quindi, hanno visto un emendamento al decreto del PNRR, firmato dal deputato Lorenzo Malagola di Fratelli d’Italia. Con questo emendamento, il governo Meloni sta cercando di garantire il libero accesso nei consultori alle organizzazioni contro l’aborto - le cosiddette associazioni pro-life, che per il partito di maggioranza rappresentano un bel bacino di voti, e a modo loro vanno tutelate, accontentate. Per riuscirci, oltretutto, sottrarrebbe risorse al sistema sanitario nazionale, come se non avesse già i suoi problemi, e come se tra obiettori e corse a ostacoli varie non fosse già difficilissimo abortire in Italia.

Comunque, l’eco della proposta, già approvata dalla commissione Bilancio della Camera, è arrivata anche in Spagna, dove la ministra per l’Uguaglianza, Ana Redondo, in quota socialista, ha commentato sui social così: «Permettere molestie organizzate contro le donne che vogliono interrompere la gravidanza significa indebolire un diritto riconosciuto dalla legge. È la strategia dell’estrema destra: intimidire per invertire i diritti, per fermare l’uguaglianza tra donne e uomini». Apriti cielo. Ovviamente Meloni ha risposto all’istante, rivendicando il fatto che si tratta di decisioni italiane, e che «normalmente quando si è ignoranti su un tema si deve avere almeno la buona creanza di non dare lezioni». Poi la ministra per la Famiglia Roccella, forse colta con le mani nella marmellata, ha precisato che si sta più che altro implementando in senso (ehm) pluralista «un articolo della legge sull’aborto in vigore da 46 anni», invitando a diffidare «dalla propaganda della sinistra italiana che si dichiara paladina della 194», la norma cioè che garantisce il diritto all’aborto in Italia, «ma non ne conosce il contenuto o fa finta di non conoscerlo».

Non fosse che… la sua non è una risposta. O meglio: lo è, ma è indicativa di tutti i problemi di un emendamento del genere. Perché una mossa così, ok, può essere ammessa dalla 194, ma è la stessa 194 a fare dichiaratamente acqua da più fronti. Lo dice la realtà dei fatti, con un Paese come il nostro in cui l’obiezione di coscienza è tutelata dalla legge, e in generale l’interruzione volontaria di gravidanza viene disincentivata in tutti i modi, nonostante la 194. Una norma come questa appena promossa svela solo l’indole antiabortista di Fratelli d’Italia: in una situazione già delicata, piuttosto che attivarsi per garantire meglio un diritto comunque previsto dalla legge, si dirottano fondi su iniziative che lo indeboliscono ancora. Come fosse, insomma, una sorta di guerriglia: ufficialmente l’aborto c’è, nei fatti però si attuano dappertutto dei piccoli sabotaggi.

In più, la Spagna è un Paese per certi versi davvero autorizzata a parlare, forte della spinta progressista dei governi di sinistra di Sánchez, che ha tutelato l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza per esempio garantendolo alle ragazze dai sedici anni in su senza il consenso di genitori - più varie amenità utopistiche per noi, tipo il congedo mestruale. Perché in Italia non si riesce? Cosa manca? È un insieme di fattori. Roccella, per esempio, parla di propaganda di sinistra, ma la verità è che quando la sinistra è stata al governo non è che sia mai riuscita a fare tanto, in termini di diritti civili - un argomento in cui, cioè, l'Italia è ancora indietro rispetto a gran parte dell’Occidente. Da un lato, c’entrano l’influenza della Chiesa Cattolica e la presenza del Vaticano in generale, da sempre vicini ai movimenti pro-vita e contrari all’aborto: il fatto che in Francia anche l’estrema destra possa votare per l’interruzione volontaria di gravidanza, mentre in Italia la sinistra ha mille ripensamenti e voci discordanti al suo interno, la dice lunga su quanto questo tipo d’impronta sia forte, a destra come proprio a sinistra. Dall’altra parte, va detto che anche la Spagna è un paese fortemente cattolico, basti pensare che la dittatura fascista di Franco era molto più vicina agli ambienti clericali di quanto non lo fosse stata quella di Mussolini. Solo che lì i partiti di sinistra sono evidentemente meno timorosi e più secolarizzati dei nostri.

L'Aborto Politico: La Natura Composita e Contradittoria dei Governi "Rolling" in Italia

La situazione politica in Italia, si dice, è grave ma non è seria; quante volte abbiamo abusato della formidabile formula di Flaiano, non se ne potrebbe davvero più, eppure ci si deve ricorrere con convinzione ancora una volta in questo ultimo basso della Repubblica. Il Governo, dunque, s’ha da fare, si farà, e che Governo. Chiamiamolo come vogliamo, di legislatura, cordone sanitario, di responsabilità, di irresponsabilità, istituzionale, male minore, di necessità. Si tratta di un aborto politico, né più né meno. Questo concetto, metaforico e incisivo, descrive una formazione governativa che, se da un lato rinfranca il ritrovato machiavellismo italico da primissima Repubblica, dall’altro può divertire il circotognismo da rotonda sul mar agostana, infine spostando il burrone un po’ più in là ci si ritrova antropologicamente come popolo. Siamo questa roba qua, siamo fatti così. Primum governare, deinde philosophari, ovvero prima governare, poi filosofare. Franza o Spagna eccetera, a ognuno il suo simbolismo trasformistico di riferimento, abbiamo una lunga leadership in materia.

L’abominio politico che si sta profilando presenta però un’indubbia eccezionalità storica: singolarmente preso, non conviene a nessuna forza politica in campo, eppure forse conviene a tutti, Paese compreso. È una novità, non era mai successo. In primis, non conviene al convitato di pietra e papeete che ne è escluso: la Lega di Matteo Santini - già Salvini - che andrà all’opposizione. Poco importano i sondaggi, i peana sovranisti, gli avvertimenti «al prossimo giro prende il 60 %». Vero o non vero, nulla è verificabile. Il prossimo giro si vedrà, il popolo sovrano schiumerà o non schiumerà, chi lo sa, cuccurucucucucucucu paloma. Santini e i suoi rosari, questo è il dato univoco, se ne vanno all’opposizione. Il che significa - se non fosse ancora chiaro - che il divoratore di angurie e ketchup, di madonne e Milan, di cubiste e fiori di zucca non è più al Governo. Cioè - ancor più adamantino - da domani non conta più nulla. Per quanto strepiterà, magnerà, pregherà, spanzerà e utilizzerà pietà e vittimismo come dinamo della sua azione politica, sarà neutralizzato. Se ne vanno a cuccia in panchina, lui e le sue politiche primitive e criminali. Pensateci su un secondo, sospiro di sollievo, ecco.

Ma non va meglio agli altri: il governicchio-monstre non conviene neanche al Pd. O meglio, non conviene a quel Pd a vocazione maggioritaria a cui si è creduto, un partito che avrebbe dovuto essere il faro del riformismo italico ed è finito a essere l’anabbagliante di ogni visione ispiratrice. Un partiticchio di gestione della sconfitta di misura, del pareggino come massima aspirazione, del nulla ideologico e della necessità come driver dell’agire. Un partito governato dalla paura di perdere, senza più nessun orizzonte ideologico, vittima degli strascichi della spregiudicatezza di quell’incompiuto di provincia che si è rivelato essere Matteo Renzi. È vero, varrebbe il ragionamento opposto al precedente leghista, e cioè il Pd andando al Governo potrà far valere la propria azione politica benefica e riguadagnare consensi e forse stima, ma la dignità, signori, oggi si perde, a braccetto con la Casaleggio associati dopo l’insulso teatrino su Conte e Gigino; no, da questa buca non ci si rialzerà facilmente.

Ma il Governo giallorosso non conviene nemmeno a quei miracolati dei 5 stelle. Eppure Conte-bis, Di Maio survivor, nuove elezioni potenzialmente devastanti rimandate. Qui il paradosso è massimo: mantenendo il timone di comando non faranno altro che perpetuare l’erosione di consensi già in atto da un anno a questa parte. Sono stati presi a schiaffoni da Salvini, lo saranno anche da questo Pd anemico. Il Movimento 5 Stelle non esiste più, è una forza politica defunta, esistono solo in ragione di numero di parlamentari schiacciabottoni. La geometria variabile applicata al partito di Bibbiano «che toglie i bimbi alle famiglie» (cit. steward del San Paolo) è l’ultimo chiodo nella bara della più grande barzelletta politica che questo Paese abbia mai dovuto affrontare. Colpa sua, colpa del suo popolo sovrano, sarà quel che sarà, come detto siamo questa roba qua. E quindi ecco, governeranno ancora quest’ultimo giro di giostra, per fortuna affiancati da una forza politica comatosa ma non irresponsabile, e poi svaniranno nel nulla pneumatico da dove sono venuti, l’estate sta finendo e un mostro se ne va.

E gli altri? Berlusconi, Meloni, Bonino, Boldrini? Per quanto possa sembrare incredibile, non conviene nemmeno a loro. Per farla breve: Berlusconi sarà schiacciato in una posizione intermedia tra critica al Governo Frankenstein e timore di regalare ulteriore biada ai leghisti col forcone; la Meloni, semplicemente, continuerà a essere quel che è sempre stata: una macchietta starnazzante senza portafoglio né borsetta né elettori. Eppure il risultato della moltiplicazione di questi tre, cinque - forse sette - segni “meno” potrebbe dare un segno “più” come risultato al Paese. È possibile infatti che le paure combinate di Pd-5stelle ci regalino un Governo progressista e riformista, che disintegri le politiche criminali di Salvini e ci riallinei al resto dell’umanità, che rassereni gli animi e neutralizzi i danni culturali che un anno di deliri sovranisti hanno indotto nella psicologia di una grande parte del popolo italiano, che ci faccia ritrovare l’orgoglio e la speranza, che non ci renda più correi di morti per indifferenza ed egoismo, di caccia alle streghe e tiro al piattello contro gli ultimi. Questa profonda analisi delle dinamiche di governo offre una chiave di lettura per comprendere come le decisioni politiche, anche quelle più sensibili come l'aborto, si inseriscano in un contesto di equilibri complessi e compromessi difficili.

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