L'Evoluzione del Diritto all'Aborto negli Stati Uniti: Un Panorama Legale e Sociale in Trasformazione

La questione dell'aborto negli Stati Uniti ha subito una trasformazione radicale negli ultimi anni, segnata dall'abolizione della sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema. Questo evento ha spostato il potere decisionale sui singoli Stati, innescando una complessa serie di battaglie legali, politiche e sociali che continuano a definire il panorama del diritto riproduttivo americano. Le implicazioni di questa svolta si estendono ben oltre la sola interruzione volontaria di gravidanza, toccando aspetti cruciali come la privacy, l'accesso all'assistenza sanitaria e l'equità sociale.

L'Annullamento di Roe v. Wade e la Nuova Era Statale

La sentenza Dobbs v. Jackson Women's Health Organization del giugno 2022 ha rappresentato un punto di svolta epocale, annullando la storica decisione Roe v. Wade del 1973 che garantiva il diritto all'aborto a livello federale. La Corte Suprema ha stabilito che la Costituzione non conferisce il diritto all'aborto, delegando di fatto all'autorità dei singoli Stati la facoltà di legiferare in materia. Questa decisione ha immediatamente prodotto un effetto a cascata, con numerosi Stati a maggioranza repubblicana che hanno rapidamente introdotto o ristabilito divieti e restrizioni significative sull'accesso all'aborto.

Corte Suprema degli Stati Uniti

La sentenza "Roe v. Wade" venne pronunciata il 22 gennaio del 1973, e rese legale il diritto all’aborto a livello federale inteso come una libera scelta personale della donna, facendo sua una nuova e diversa interpretazione del XIV emendamento della Costituzione. Jane Roe era lo pseudonimo di Norma Leah McCorvey, una cittadina texana che nel 1969 aveva 21 anni e due figli avuti da un uomo violento che aveva sposato a 16 anni. Rimasta incinta una terza volta, intenzionata a interrompere la gravidanza, denunciò alle autorità di essere stata stuprata convinta che lo stato del Texas in questo caso avrebbe consentito l’aborto, ma non essendoci alcun rapporto della polizia che accertasse tali violenze, la sua richiesta venne respinta. Allora ella tentò di abortire illegalmente, ma la clinica che avrebbe dovuto praticare l’interruzione venne chiusa prima di cominciare il trattamento e la McCorvey partorì il suo terzo figlio, dato poi in adozione, prima che il procedimento vedesse la sua conclusione. Nel 1970, le avvocatesse texane Linda Coffee e Sarah Weddington fecero causa alla Corte Distrettuale del Nord Texas a nome di Jane Roe (utilizzando quindi uno pseudonimo della McCorvey per proteggere la sua privacy). L’avvocato che difese la Corte texana fu il procuratore distrettuale Henry Wade da cui il nome della causa, Roe v. Wade. La corte emise un verdetto favorevole alla McCorvey, basandosi su una interpretazione del IX emendamento della Costituzione in materia di diritto alla privacy. Il procuratore Wade fece ricorso alla Corte Suprema, che emise il verdetto nuovamente favorevole alla McCorvey, basandosi sul primo, quarto, nono e XIV emendamento della Costituzione, facendo riferimento al diritto alla privacy, qui inteso come diritto alla libera scelta per quanto riguarda le questioni legate alla sfera intima della persona, e pertanto anche a una interruzione di gravidanza. Prima di allora, ciascun Stato americano aveva una propria legislazione in merito all’interruzione di gravidanza che, in molti stati era considerato un reato di “common law”, ovvero basato su precedenti giurisprudenziali e non su codici o leggi.

Lo scorso Venerdì 24 giugno, invece, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la storica sentenza Roe v. Wade, che stabiliva il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti sin dal 1973. Già in Maggio il giornale on line Politico aveva pubblicato una bozza di una decisione della Corte Suprema che confermava l’orientamento favorevole della Corte a un ribaltamento della sentenza. Su 9 giudici della Corte, tutti i sei giudici nominati dai Repubblicani, fra cui tre indicati dall’ex presidente Donald Trump, hanno votato per l’abolizione del diritto federale, mentre i tre giudici nominati dai Democratici hanno votato contro. Con l’annullamento della sentenza, ora i singoli Stati americani hanno la facoltà di stabilire proprie leggi riguardo al diritto, o meno, di una donna di ricorrere all’interruzione di gravidanza che la sentenza Roe v. Wade consentiva entro la 24esima settimana. A tutto ciò si aggiungono ulteriori due aspetti.

Con l’annullamento della sentenza, ora i singoli Stati americani hanno la facoltà di stabilire proprie leggi riguardo al diritto, o meno, di una donna di ricorrere all’interruzione di gravidanza. Dal 2022 a oggi, venti Stati americani su 50 hanno introdotto limiti parziali o totali all’aborto. In particolare Alabama, Arkansas, Idaho, Indiana, Kentucky, Louisiana, Missouri, Mississippi, Oklahoma, South Dakota, Tennessee hanno vietato l’aborto, alcuni di questi anche in caso di stupro o incesto. Le previsioni parlano di 26 Stati pronti, a breve, per limitarlo o vietarlo quasi completamente. Nei prossimi 30 giorni almeno 13 Stati repubblicani applicheranno leggi stringenti sull’aborto e potranno vietarlo eccetto nei casi in cui la vita della madre è in pericolo. Sono i seguenti Stati: Arkansas; Idaho; Kentucky; Mississippi; Missouri che ha annunciato di essere il primo Stato a vietare l’aborto; North Dakota; Louisiana; Oklahoma; South Dakota; Tennessee; Texas; Utah; Wyoming. Altri 9 stati hanno redatto leggi per mettere al bando l’aborto, ma queste non entrerebbero in vigore subito. Si tratterebbe dei seguenti Stati: Georgia, Arizona, Iowa, Michigan, South Carolina, Wisconsin, West Virginia, Alabama e Ohio. Infine, altri quattro stati (Florida, Indiana, Montana e Nebraska) sono stati considerati dagli analisti come propensi a vietarlo dopo la sentenza della Corte Suprema. Una situazione agghiacciante che mette a repentaglio la libertà e la vita di migliaia di donne.

Strategie di Restrizione: Oltre i Divieti Diretti

Le restrizioni all'aborto non si limitano ai divieti espliciti. Una strategia emergente, politicamente più sfumata, consiste nell'ostacolare l'accesso ai servizi attraverso la limitazione dei finanziamenti pubblici o l'imposizione di oneri burocratici e finanziari sulle cliniche che offrono l'interruzione di gravidanza. Queste tattiche indirette permettono ai sostenitori delle restrizioni di affermare di non aver limitato direttamente l'aborto, pur agendo concretamente per ridurne l'accessibilità.

Un esempio significativo di questa strategia si ritrova nelle recenti deliberazioni relative al programma Medicaid, il finanziamento federale per l'assistenza sanitaria ai più poveri. Una misura contenuta in una legge finanziaria approvata dal Senato, e poi esaminata dalla Camera dei Rappresentanti, è stata definita da The Atlantic "la più grande vittoria per i militanti antiabortisti dalla sentenza Dobbs". Questa disposizione mira a impedire alle cliniche che praticano aborti di ricevere fondi Medicaid per qualsiasi servizio non abortivo da loro fornito. L'Atlantic spiega che "negli ultimi tre anni, le restrizioni all’aborto sono entrate in vigore principalmente negli Stati repubblicani e democratici in cui i legislatori hanno votato per approvarle. Ma se questa proposta di legge venisse approvata, le cliniche di tutto il Paese ne sarebbero colpite. Avrebbe “un impatto piuttosto devastante su molti fornitori”, ha detto Mary Ziegler, studiosa di diritto e collaboratrice dell’Atlantic. Alcune probabilmente chiuderebbero, altre dovrebbero limitare il numero di pazienti assistiti”. L'obiettivo è scoraggiare le cliniche dall'offrire interruzioni volontarie di gravidanza, privandole di fondi da cui dipende la loro sopravvivenza.

Questi tagli rappresentano un netto allontanamento dall'approccio del presidente Donald Trump alla politica sull’aborto, basato sul principio “lasciamo decidere agli Stati”. Avrebbero un impatto sulle cliniche di tutto il Paese, non solo nei luoghi in cui gli americani sono ormai abituati a sentire parlare di restrizioni all’aborto.

Un caso emblematico di questa tendenza è la decisione della Corte Suprema sul caso Medina v. STAVOLTA, che ha avuto un impatto non solo sull'IVG, ma su ogni aspetto della salute riproduttiva delle donne, in particolare quelle a basso reddito. A partire dal South Carolina, lo stato da cui ha avuto origine il caso, nel 2018, con un ordine esecutivo del governatore Henry McMaster, è stato impedito alle cliniche che eseguono aborti di ricevere i rimborsi erogati da Medicaid per qualunque forma di assistenza sanitaria fornita alle proprie pazienti. Come osserva nel suo dissenso la giudice liberal Ketanji Brown Jackson, la decisione dei giudici conservatori risulterà in “danni tangibili per persone in carne e ossa”. La decisione priverebbe i destinatari di Medicaid in South Carolina del loro unico significativo accesso a un diritto che il Congresso gli ha esplicitamente conferito. In discussione, va sottolineato, non è la possibilità di ricevere copertura assicurativa per le interruzioni di gravidanza: in South Carolina, dove l’aborto è vietato già dalla sesta settimana dall’ultima mestruazione, ogni copertura di Medicaid in questo senso era stata già rimossa. Nel mirino c’è proprio Planned Parenthood, e tutti quegli operatori sanitari che ancora forniscono IVG - che si intende sradicare anche negli stati democratici che ancora la tutelano.

A pochi mesi dal suo insediamento, l’amministrazione Trump ha iniziato a tagliare i fondi erogati in base a Title X, la legge che stanzia finanziamenti per le cliniche che si occupano di salute riproduttiva, di cui la maggioranza sono affiliate a Planned Parenthood. «AI NOSTRI PAZIENTI - aggiunge la presidente di Planned Parenthood South Atlantic Paige Johnson - dico che faremo tutto ciò che è in nostro potere per assicurarci che possiate ricevere tutta l’assistenza di cui avete bisogno a basso prezzo, o gratis».

La Politica di Donald Trump e la Nomina dei Giudici

Donald Trump, durante la sua campagna elettorale, aveva inizialmente cercato di rassicurare l'opinione pubblica sull'aborto, promettendo di difendere le donne e sostenendo che la questione dovesse essere lasciata agli Stati. Aveva anche promesso di porre il veto presidenziale su qualsiasi divieto federale di abortire. Secondo Politico, queste dichiarazioni avrebbero aiutato Trump a "neutralizzare" una questione che aveva creato notevoli danni elettorali ai Repubblicani.

Tuttavia, la realtà dei fatti suggerisce un approccio differente, orchestrato attraverso la nomina di giudici conservatori alla Corte Suprema. Questi giudici hanno sistematicamente dato ragione alle cause promosse dal movimento antiabortista, portando all'annullamento di Roe v. Wade. La nomina di questi giudici è stata una strategia chiave per smantellare le protezioni federali per l'aborto, permettendo poi agli Stati di legiferare in modo restrittivo.

Dietro tutto questo, si intravede la mano di Trump che continua a mettere in difficoltà la presidenza Biden. Poi, se si tiene conto del clima internazionale, anche Putin si sta sfregando le mani nel vedere gli Stati Uniti spaccati a metà sull’aborto.

Implicazioni sulla Privacy e sui Diritti Digitali

L'abolizione del diritto federale all'aborto solleva serie preoccupazioni riguardo alla privacy e ai diritti digitali dei cittadini. La sentenza Roe v. Wade era basata sul diritto alla privacy garantito dalla clausola del giusto processo contenuta nel XIV emendamento della Costituzione. Invalidare Roe v. Wade significa, per molti esperti, minare il diritto alla privacy degli americani, diritto che è stato utilizzato per proteggere molti altri diritti considerati fondamentali.

Non a caso, proprio all'indomani della sentenza, il giudice conservatore Clarence Thomas ha affermato che la Corte Suprema non si fermerà alla legge sull’aborto ma "dovrebbe riconsiderare le sue passate sentenze che riconoscono i diritti all’accesso alla contraccezione, alle relazioni omosessuali e al matrimonio tra persone dello stesso sesso". Nello specifico, Thomas ha precisato che i giudici dovrebbero rivedere in particolare il caso Griswold vs. Connecticut (diritto alla contraccezione), il caso Lawrence v. Texas (atti sessuali tra persone dello stesso sesso) e la sentenza del 2015 del caso Obergefell v. Hodges (matrimonio tra persone dello stesso sesso). Tutte sentenze che si basano, analogamente a Roe v. Wade, sul diritto alla privacy.

Icona di uno smartphone con lucchetto e privacy

Come immediata conseguenza del ribaltamento della sentenza Roe v. Wade, molte donne americane hanno cancellato dalle loro app per il monitoraggio delle mestruazioni dai loro cellulari, nel timore che i dati raccolti dalle applicazioni possano essere usati contro di loro in future cause penali negli Stati in cui l’aborto è diventato illegale. Queste preoccupazioni non sono infondate. Come altre applicazioni, i tracker ciclistici raccolgono, conservano e talvolta condividono alcuni dati dei loro utenti. In uno Stato in cui l’aborto è un reato, i pubblici ministeri potrebbero richiedere le informazioni raccolte da queste app per costruire un caso contro qualcuno. “Se stanno cercando di perseguire una donna per aver abortito illegalmente, possono chiedere un mandato di comparizione per qualsiasi app presente sul suo dispositivo, compresi i tracker mestruali”, ha dichiarato Sara Spector, avvocato penalista ed ex-procuratore con sede in Texas.

Chi e come gestirà dati così sensibili? Quali le salvaguardie necessarie a tutelare le lavoratrici? Chi garantirà che le lavoratrici che vogliano interrompere una gravidanza senza diventare oggetto di discriminazione? Le preoccupazioni per i dati di monitoraggio delle mestruazioni fanno parte di una questione più ampia sulla quantità di informazioni personali raccolte dagli smartphone. Le organizzazioni per i diritti delle donne di tutto il mondo stanno avvertendo gli utenti di essere più attenti alla loro presenza digitale, non solo quando si tratta di mestruazioni.

Recentemente, un gruppo di democratici, guidato dal senatore Ron Wyden dell’Oregon e dalla rappresentante Anna Eshoo della California, ha esortato la Federal Trade Commission a indagare su Apple e Google, accusando i giganti tecnologici di “aver messo in atto pratiche sleali e ingannevoli consentendo la raccolta e la vendita di centinaia di milioni di dati personali degli utenti di telefonia mobile”. Nella loro lettera, hanno evidenziato come le aziende “abbiano facilitato queste pratiche dannose inserendo nei loro sistemi operativi mobili ID di tracciamento specifici per la pubblicità”. E hanno specificamente menzionato come le persone che cercano di abortire diventeranno particolarmente vulnerabili se i loro dati, specialmente le informazioni sulla loro posizione, saranno raccolti e condivisi, dati che, hanno affermato i senatori, “sono già stati venduti”.

La Electronic Frontier Foundation (EFF), un’organizzazione internazionale no profit che si occupa della tutela dei diritti digitali e libertà di parola nel mondo digitale, ha suggerito alle grandi piattaforme tecnologiche una serie di strategie da mettere in campo per tutelare i diritti digitali nel post Roe v. Wade, tra cui dare la possibilità agli utenti di accedere ai servizi digitali in maniera anonima, ridurre al minimo la raccolta dei dati degli utenti, e in questo modo ridurre al minimo il rischio che tali dati possano essere oggetto di una indagine governativa, ridurre o eliminare del tutto il monitoraggio comportamentale (o behavioral tracking), crittografare i dati per impostazione predefinita. EFF ha inoltre invitato le piattaforme a respingere tutte quelle richieste “improprie”, come le informazioni sulla ricerca di un termine come “aborto” o le cosiddette “richieste di posizione inversa” (o warrant geofence), ovvero le richieste ufficiali da parte delle forze dell’ordine per accedere ai dati sulla posizione del dispositivo. In uno stato come il Texas, dove i privati cittadini possono citare in giudizio chiunque aiuti o favorisca una donna ad abortire, e ricevere un compenso di 10.000 dollari o più, anche una semplice ricerca su internet può diventare rilevante.

Le Lotte Legali e le Nuove Frontiere della Legislazione

La sentenza Dobbs ha aperto un nuovo capitolo di contenziosi legali in tutto il paese. Numerosi Stati hanno visto un'ondata di cause legali volte a bloccare o implementare divieti sull'aborto, creando un panorama legale frammentato e in continua evoluzione.

Nel caso Medina v. STAVOLTA, la Corte Suprema ha affrontato la questione dei rimborsi Medicaid per le cliniche che praticano aborti. La decisione ha avuto un impatto tangibile, privando i beneficiari di Medicaid in South Carolina del loro accesso a servizi sanitari essenziali, in particolare per la salute riproduttiva. Questo caso evidenzia come le decisioni giudiziarie possano avere conseguenze dirette sull'accesso alle cure per le fasce più vulnerabili della popolazione.

Diritto all'aborto: abolita la storica sentenza Roe v. Wade

In Arizona, la situazione è particolarmente complessa, caratterizzata da un conflitto tra leggi storiche e normative più recenti. Nel 2022, l'Arizona Court of Appeals ha rovesciato una sentenza precedente, dichiarando che le normative confliggenti potevano coesistere: il divieto previsto nel 1864 poteva continuare ad essere applicato per i non-medici, mentre i medici dovevano operare rispondendo alle regole del 2022, secondo la legge delle 15 settimane. Tuttavia, l'Arizona Supreme Court ha annunciato che si occuperà del caso delle leggi confliggenti in materia di aborto, indicando che la battaglia legale è tutt'altro che conclusa.

Nel giugno 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la storica sentenza "Roe v. Wade" del 1973 che garantiva l’accesso costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza in tutti i 50 Stati dell’Unione. In occasione dell’anniversario, il Center for reproductive rights, organizzazione con sede a New York e che si batte per i diritti riproduttivi a livello globale, ha pubblicato una mappa digitale, puntualmente aggiornata, che permette di fotografare la situazione in ciascuno Stato. Attualmente la possibilità per le donne di accedere a un’interruzione volontaria di gravidanza è garantita dalla legge in 21 Stati cui si aggiunge il Distretto di Columbia (sede della capitale Washington) mentre rischia di essere fortemente limitato o proibito in altri 26. I ricercatori sottolineano come la sentenza “Roe v. Wade” sia stata più volte presa di mira da parte di movimenti e politici conservatori, ma la Corte suprema ha ripetutamente respinto questi attacchi affermando che “la Costituzione protegge l’aborto come una libertà essenziale, legata ad altri diritti sulla facoltà di prendere decisioni personali sulla famiglia, sulle relazioni e sull’autonomia corporea. È importante comprendere tutti i diritti che la ‘Roe v. Wade’ ha tutelato”. La mappa divide gli Stati in cinque categorie in base alle norme adottate sull’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza a seguito della decisione della Corte. La prima comprende quelli definiti ad “Accesso migliorato” dove sono in vigore leggi ad hoc, dove la Costituzione statale tutela esplicitamente l’aborto o sono state adottate leggi in tal senso. Al momento sono 11 gli Stati che fanno parte di questa categoria tra cui la California che ha reso legale l’aborto già nel 1969 (quattro anni prima della “Roe v. Wade”) e nel novembre 2022 ha inserito interruzione di gravidanza e contraccezione tra i diritti garantiti dalla propria Costituzione. La seconda categoria comprende 13 Stati dove l’interruzione di gravidanza è protetta: non ci sono divieti in vigore, ma non hanno ancora integrato i diritti riproduttivi all’interno della propria Costituzione. All’interno di questo gruppo le situazioni variano significativamente e comprendono legislazioni con diversi gradi di accesso a questa procedura. In Montana, ad esempio, l’aborto viene garantito dalla Costituzione e nel novembre 2022 gli elettori hanno respinto un referendum per la sua penalizzazione. In questa categoria però rientra anche la Florida, governata dal conservatore Ron De Santis, dove nell’aprile 2023 è stata approvata una norma che consente l’aborto solo nelle prime sei settimane di gravidanza (termine esteso a 15 settimane per le vittime di stupro), un margine giudicato troppo breve dalle associazioni che si battono per i diritti riproduttivi. In azzurro gli Stati che hanno adottato tutele legali per l’interruzione di gravidanza dopo la decisione della Corte suprema. In giallo quelli che, pur garantendo l’aborto, non hanno rafforzato l’accesso e ne hanno imposto restrizioni. In arancione i “non protetti”. Infine in rosso chiaro gli stati “ostili” e in colore scuro quelli dove l’aborto è illegale. Sono ben 11, invece, gli Stati che rientrano nella categoria degli “ostili” dove i governi locali hanno espresso il desiderio di proibire completamente l’accesso all’aborto: questi territori -indicano i ricercatori- sono estremamente vulnerabili al possibile ritorno in vigore di divieti precedenti alla sentenza “Roe v Wade” del 1973 o alla promulgazione di nuove leggi che limitino l’interruzione volontaria di gravidanza. Queste legislazioni o non hanno ancora proposto una legge proibizionista o se lo hanno fatto, questa è stata momentaneamente bloccata da tribunali locali o statali. La Georgia, ad esempio, impone una restrizione alle prime sei settimane di gravidanza mentre una proibizione generale è stata al momento bloccata. Infine ci sono i 13 Stati in cui è già stato imposto un divieto totale all’aborto, con la previsione di severe pene detentive tanto per le donne che si sottopongono a questa procedura quanto per i medici e gli operatori sanitari che la praticano. “Ribaltando la sentenza ‘Roe v. Wade’ la Corte Suprema ha dato agli Stati un margine di manovra assoluto per limitare l’interruzione di gravidanza o proibirla del tutto -è la conclusione dei ricercatori-. Stiamo assistendo alla divisione tra ‘deserti dell’aborto’, dove l’accesso alle cure è illegale, e in ‘paradisi dell’aborto’, dove le cure continuano a essere disponibili. Milioni di persone che vivono nei suddetti ‘deserti’, soprattutto nel Sud e nel Midwest, sono costrette a viaggiare per ricevere cure legali, con il risultato che molte persone non possono accedere a queste pratiche per una serie di motivi finanziari e logistici.”

Impatto Sociale ed Economico

Le restrizioni all'aborto hanno profonde ripercussioni sociali ed economiche, colpendo in modo sproporzionato le donne a basso reddito, le minoranze etniche e le residenti delle aree rurali. La necessità di viaggiare per accedere ai servizi abortivi, spesso in altri Stati, comporta costi significativi in termini di tempo, denaro e logistica, rendendo l'aborto inaccessibile per molte.

Uno studio ha evidenziato come le restrizioni all'aborto negli ultimi 20 anni negli Stati Uniti siano risultate associate a un aumento dell’11% dei bambini dati in affidamento, per un totale di 4 milioni di persone in 20 anni. Questo aumento è stato particolarmente marcato per i bambini di etnia afroamericana e di minoranze etniche, specie in famiglie finanziariamente vulnerabili, dove l'incremento è stato del 15%. Con l’abrogazione della Roe v. Wade e con molti Stati già alle prese con sistemi di affido sovraccarichi, è importante studiare l’impatto che la limitazione dell’accesso all’aborto ha sul sistema di affido per contribuire a informare i futuri cambiamenti delle politiche.

A ottobre 2023, 26 Stati americani hanno emanato leggi che vietano o limitano l’accesso all’aborto, mentre 14 Stati vietano completamente la procedura. Più di 4 milioni di bambini statunitensi dati in affidamento tra il 2000 e il 2020 è un numero che esprime criticità, rilevano gli autori.

Nel contesto italiano, l'interruzione volontaria di gravidanza è permessa dal 1978 (Legge 194/78), e negli ultimi decenni il numero delle donne che vi ha fatto ricorso è in forte calo. L'Istituto Superiore di Sanità ha mostrato che il ricorso all’IVG è diminuito in quasi tutte le classi di età rispetto agli anni precedenti. I dati più recenti sui bambini italiani dati in affido riportano 12.815 bambini e ragazzi in affidamento familiare, un valore che rappresenta l’1,4 per mille della popolazione minorile residente in Italia. Solo l’8% dei minorenni dimessi dai servizi di accoglienza viene accolto infatti da un’altra famiglia.

Mappa degli Stati Uniti che evidenzia leggi sull'aborto

Tendenze Politiche e Pubbliche

L'opinione pubblica americana sulla questione dell'aborto è divisa, ma i sondaggi indicano una maggioranza favorevole all'interruzione di gravidanza. Le elezioni di metà mandato e presidenziali diventano quindi momenti cruciali per definire il futuro dei diritti riproduttivi. Il Presidente Joe Biden ha invitato gli elettori a mobilitarsi per eleggere rappresentanti che possano difendere il diritto all'aborto e ad altre libertà individuali, e ha invitato il Congresso a ripristinare la sentenza Roe v. Wade come legge federale.

Secondo una recente indagine Gallup, in tema di aborto negli anni la tendenza complessiva del Paese si è leggermente spostata a sinistra, su posizioni, quindi, più progressiste. Con l’opinione pubblica oggi più favorevole, anche solo rispetto a tre anni fa, a rendere la pratica legale. Se però gli orientamenti generali sembrano andare in una simile direzione su scala nazionale, esistono differenze anche marcate considerando le opinioni espresse in base al genere, alle convinzioni politiche e al luogo di residenza. Il gap maggiore tra posizioni sostenute, dai dati Gallup, si registra tra donne e uomini. La forbice qui arriva a toccare un massimo storico: sulle tre domande chiave relative all’interruzione di gravidanza, il divario raggiunge i 20 punti percentuali. Tutto considerato, comunque, lo studio di Gallup mostra una linea crescente, in tema di supporto alla libertà di scelta.

Secondo i dati raccolti dal Pew Research Center, «per quanto abbia subito qualche oscillazione in due decenni di sondaggi, il sostegno pubblico all’aborto legale è rimasto relativamente stabile negli ultimi anni». Stando alle stime del centro di ricerca, il 63% degli americani sostiene che l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere legale in tutti o nella maggior parte dei casi. Nel suo studio, il Pew Research Center nota la presenza di una varietà di posizioni a livello statale, seppure le tendenze generali si mostrano, comunque, orientate a una maggiore libertà di scelta. In 34 stati e nel distretto della Columbia, per esempio, è più alto il numero di cittadini che sostengono la legalità dell’aborto rispetto a quanti hanno pareri opposti. Di contro, l’unico stato in cui la posizione prevalente è contraria - dove, quindi, la maggior parte dei cittadini ritiene che la pratica debba essere illegale nella maggior parte dei casi - è l’Arkansas.

Inoltre, i referendum tenutisi in diversi Stati (Arizona, Colorado, Florida, Maryland, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, New York e South Dakota) dopo il ribaltamento di Roe v. Wade, dimostrano un desiderio diffuso tra i cittadini di sancire il diritto all'aborto nelle costituzioni statali. In molti di questi Stati, gli elettori hanno approvato misure per proteggere o espandere l'accesso all'aborto, contrastando le tendenze legislative più restrittive.

Una Nazione Divisa: Sfide e Prospettive Future

L'aborto divide gli Stati Uniti e gli americani tra abortisti ed antiabortisti. La revoca di un diritto fondamentale, al centro per anni nelle lotte femministe, sta segnando in questi giorni una delle pagine più tristi della storia dei diritti umani. La decisione, presa da una Corte divisa con 6 voti a favore e 3 contrari, è stata immediatamente contestata: migliaia di persone si sono riversate nelle strade al grido di “My body, my choice”. La sentenza revoca quindi un diritto riconosciuto a livello nazionale, con il risultato che l’aborto non sarà più tutelato a livello federale, ciò vuol dire che la sentenza non comporterà l’eliminazione in tutti gli stati americani. Data la confusione che tale sentenza comporta, è necessario fare chiarezza. Con la nuova sentenza gli Stati Uniti tornano indietro di 50 anni. La Corte Suprema ha sentenziato con molta leggerezza che la “Costituzione non conferisce il diritto all’aborto” e quindi che “l’autorità di regolare l’aborto torna al popolo e ai rappresentanti eletti”. Ciò vuol dire che d’ora in poi i singoli Stati potranno applicare le loro leggi in materia: gli Stati più conservatori saranno liberi di limitare o eliminare completamente il diritto ad abortire. Si ritorna negli anni in cui l’aborto era quindi disciplinato da ciascuno Stato. Allora, in oltre la metà degli Stati, l’aborto era considerato reato; in oltre 10 era legale solo se costituiva pericolo per la donna, in caso di stupro, incesto o malformazioni fetali. Con tale sentenza il rischio è quello di un aumento degli aborti clandestini. Le donne saranno costrette a lunghissimi viaggi, senza alcuna assistenza, per raggiungere un confine oltre il quale poter liberamente abortire.

La situazione attuale negli Stati Uniti, caratterizzata da un accesso all'aborto estremamente variabile a seconda dello Stato, crea una nazione divisa in "deserti dell'aborto", dove l'accesso alle cure è illegale, e "paradisi dell'aborto", dove le cure continuano a essere disponibili. Milioni di persone che vivono nei suddetti "deserti", soprattutto nel Sud e nel Midwest, sono costrette a viaggiare per ricevere cure legali, con il risultato che molte persone non possono accedere a queste pratiche per una serie di motivi finanziari e logistici. La lotta per i diritti riproduttivi continua, con implicazioni che si estendono ben oltre la sfera legale, toccando la salute, l'equità sociale e l'autonomia individuale.

tags: #aborto #in #america #nuova #legge #bufsla