L'Aborto nella Dottrina del Vaticano: Un Peccato Gravissimo e la Misericordia della Chiesa

Un tema, da sempre acceso tra sostenitori e non, è quello dell’interruzione della gravidanza che, ormai dal 1978, vede la materia tipizzata all’interno della legge n. 194 in Italia. Ma ci si è mai chiesti che rapporto abbia questo tema con il culto cattolico e, più in generale, con il cristianesimo? Analizzando, dapprima, i rapporti di tale pratica con il culto cristiano è possibile evincere come anche all’interno della stessa Chiesa non sempre si sia converso su di uno stesso punto. In generale, sulla base di riferimenti scritturali, la vita è un dono di Dio e dunque all’uomo non è dato disporne, un principio fondamentale che permea l'intera dottrina cattolica riguardante la sacralità della vita umana.

rappresentazione della vita come dono divino

La Condanna Inequivocabile dell'Aborto Diretto nel Magistero Cattolico

La Chiesa Cattolica ha mantenuto una posizione costante e ferma sulla condanna dell'aborto procurato fin dai primi secoli, considerandolo un grave atto contro la vita umana innocente. Fin dal primo secolo, la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. Un documento della seconda metà del primo secolo, la Didaché, mentre erano ancora vivi molti apostoli, fa menzione esplicita all’aborto e lo condanna, affermando: «Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita». La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita. Le Scritture stesse attestano questa profonda relazione tra l'essere umano e il suo Creatore fin dal concepimento: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5), e ancora, «Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra» (Sal 139,15).

Il Concilio Vaticano II ha definito l'aborto, insieme all'infanticidio, come un «delitto abominevole». Papa Giovanni Paolo II ha poi ampiamente sviluppato questa dottrina nell’enciclica Evangelium Vitae (dal latino “Vangelo della Vita”), dove ha spiegato in maniera chiara e potente la posizione che la Chiesa assume rispetto a tale pratica. In particolare, al numero 58 dell’enciclica, rubricato con l’inciso “Delitto abominevole dell’aborto”, si spiega come «Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile». L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Per questa ragione, l’aborto procurato viene definito come «l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica rafforza ulteriormente questa condanna, affermando che «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente» (CCC 2258). Questo principio si applica in modo speciale all'embrione e al feto, per i quali il diritto alla vita è inviolabile. Papa Giovanni Paolo II, richiamando l’autorità che Cristo gli ha conferito, in maniera molto forte ha detto: «Dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente» (EV 62). Questo insegnamento, non è di facile conteggio, ma la sua «nota teologica» è infallibilmente professata e insegnata dalla Chiesa. La testimonianza della storia sacra, come il racconto dell'uccisione di Abele da parte di Caino (Gn 4,10-11), rivela fin dagli inizi della storia umana la presenza nell'uomo della collera e della cupidigia, conseguenze del peccato originale, e la condanna divina del fratricidio. L'Antico Testamento ha sempre ritenuto il sangue come un segno sacro della vita. La Scrittura precisa la proibizione del quinto comandamento: «Non far morire l'innocente e il giusto» (Es 23,7). L'uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell'essere umano e alla santità del Creatore.

20 anni fa Giovanni Paolo II firmava l'Enciclica "Evangelium Vitae"

Il Vangelo della Vita vuole essere un incoraggiamento a tutti gli uomini di buona volontà a «difendere, amare e servire la vita, ogni vita umana» (EV 5). La gravità del peccato di aborto è tale che la Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. «Chi procura l'aborto, se ne consegue l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae» (CCC 2272), cioè «per il fatto stesso d'aver commesso il delitto» e alle condizioni previste dal diritto. La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia, ma mettere in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società. I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell'autorità politica, in quanto appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell'atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali, il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte.

La Distinzione tra Aborto Diretto e Indiretto e la Difesa della Vita

È cruciale distinguere l'aborto diretto, intenzionalmente voluto come fine o come mezzo, da situazioni in cui la perdita del feto è una conseguenza non direttamente voluta di un intervento medico necessario per la salute o la vita della madre. Maggiori aperture si sono manifestate nella dottrina insegnata da Papa Ratzinger, che in una nota emessa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, da lui presieduta, afferma che è lecito eseguire l’asportazione dell’utero nel solo caso che il suo danneggiamento (in seguito al parto, per esempio) rappresenti un grave pericolo attuale per la vita o la salute della donna. In questo caso, l'intervento mira a salvare la vita della madre, e la perdita del feto, seppur tragica, non è l'obiettivo diretto dell'azione. Questo è un esempio di come l’aborto diretto o procurato sia diverso dall’aborto che segue ad un indebolimento generale dell’organismo a causa di un intervento doveroso che si è fatto su altra parte del corpo della donna. Questo aborto è del tutto involontario. Forse era previsto, ma non era voluto né direttamente perseguito. La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un'eccezione alla proibizione di uccidere l'innocente. L'amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità, ed è legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita.

La Chiesa è sempre stata chiara sulla non ammissibilità dell'aborto anche in circostanze drammatiche come lo stupro. La violenza carnale è uno dei crimini più grandi che possano essere compiuti su una persona. A tale violenza si rimedia cercando di aiutare la donna in tutti i modi (anche con il sostegno economico e logistico) perché possa portare a termine la propria gravidanza. Come non ricordare a questo proposito la bella testimonianza di Madre Teresa di Calcutta quando ricevette il premio Nobel per la pace: «Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bambino». Queste parole furono riportate da Giovanni Paolo II nell’omelia della beatificazione della Suora. Questo atteggiamento la Chiesa l’ha sempre avuto, perché il fatto è che il nascituro è vivo e come tale ha diritto alla vita quanto un adulto. Pio XII, nel famoso discorso alle ostetriche (29.X.1951), ha riassunto così la dottrina della Chiesa sul rispetto del concepito: «Uomo è il bambino, anche non ancora nato; allo stesso grado e per lo stesso titolo che la madre. Inoltre ogni essere umano, anche il bambino nel seno della madre, ha il diritto alla vita, diritto che proviene immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società e autorità umana».

La Misericordia di Dio e il Perdono della Chiesa per chi ha Abortito

Nonostante la gravità del peccato, la Chiesa, attraverso i suoi Pontefici, ha sempre espresso profonda misericordia e comprensione per le donne che hanno vissuto l'esperienza dell'aborto. Papa Francesco, ormai noto per essere un anticonformista, durante il Giubileo della Misericordia del 2016 concesse a tutti i preti del mondo la facoltà di assolvere le donne che hanno abortito, conoscendo bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. Egli ha ribadito che «Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al sacramento della confessione per ottenere la riconciliazione con il Padre». Questa facoltà, inizialmente limitata al periodo giubilare, è stata poi estesa nel tempo, come annunciato nella lettera apostolica Misericordia et misera. Il Pontefice ha sottolineato: «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre».

Papa Francesco durante un'udienza generale

L'apertura di Papa Francesco è un gesto di grande compassione pastorale, volto a offrire conforto e speranza a coloro che hanno vissuto l'aborto tra acute e laceranti angustie. Egli invita a «non abbandonare la speranza», riconoscendo che molte donne hanno preso questa decisione sofferta, forse drammatica, e che la ferita non s’è ancora rimarginata. La Chiesa prega per le persone che si trovano in tali situazioni, affinché possano sperimentare la forza liberatrice del perdono e ritrovarsi nel sacramento della Riconciliazione, dove possono anche ricevere conforto per il loro bambino che ora vive nel Signore.

La Dottrina Cattolica su Altre Questioni Bioetiche Affini all'Aborto

La condanna dell'aborto si inserisce in un quadro più ampio della dottrina cattolica sulla sacralità della vita, che si estende ad altre pratiche eversive degli ideali ecclesiastici. La Chiesa si è mostrata reticente anche nei confronti di pratiche come la procreazione medicalmente assistita (PMA) e l’eutanasia.

Per la procreazione medicalmente assistita, inizialmente, il «no» cattolico era motivato soprattutto dalla tesi che questo sistema di procreazione non è «naturale», ovvero non avviene secondo «le leggi immutabili» stabilite dal creatore, con le quali è peccato mortale interferire. La successiva introduzione e diffusione della fecondazione in vitro ha scatenato la Chiesa cattolica anche su un secondo versante: quello del congelamento e della distruzione degli embrioni prelevati in soprannumero allo scopo di aumentare le possibilità di riuscita della fecondazione. Per il Vaticano, l’embrione è equiparabile a una persona umana, pertanto la fecondazione in vitro che comporta la manipolazione o distruzione di embrioni è equiparabile all’aborto procurato (CCC 2275). La diagnosi prenatale è moralmente lecita se «rispetta la vita e l'integrità dell'embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale». Tuttavia, essa è gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l'eventualità, in dipendenza dai risultati, di provocare un aborto: una diagnosi non deve equivalere a una sentenza di morte (CCC 2274).

La Chiesa cattolica, inoltre, è schierata nettamente contro l’eutanasia, considerando tali pratiche equivalenti all’omicidio o al suicidio (CCC 2277). Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile. Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. È importante sottolineare che l'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico» (CCC 2278). Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

Anche il suicidio è condannato: Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con gratitudine e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo (CCC 2280). Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita, ed è un'offesa all'amore del prossimo. Tuttavia, la Chiesa prega anche per le persone che si sono tolte la vita, non disperando della loro salvezza eterna, poiché Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare pentimento (CCC 2283).

La Legislazione Statale Italiana sull'Aborto e la Sfida all'Etica Cattolica

In Italia, il compito di prestare attenzione al mutamento dei valori, o alle esigenze particolari di nuove culture, è primariamente del legislatore, ma, di certo anche della Corte Costituzionale, delle magistrature di merito e dell’attività amministrativa. Alla fine degli anni ’60 vi fu l’esigenza di prevedere alcuni nuovi diritti realizzando un processo di svecchiamento istituzionale, introducendo, tra i tanti, il diritto all’interruzione alla gravidanza e l’istituzione dei consultori familiari.

La legge sull’interruzione della gravidanza (Legge 194/1978) permise di sopperire alle pratiche clandestine dell’aborto e senza adeguata protezione, inserendosi nel contesto di un nuovo valore morale: la tutela della maternità consapevole. Fu superata la visione del pensiero unico cattolico in materia di maternità, in favore del riconoscimento del diritto di scelta dei genitori. Implicitamente si prendeva atto che la sessualità non è esclusivamente finalizzata alla procreazione della prole, ma appartiene al mondo delle pulsioni umane legittime e non da regolare per legge.

La normativa consente di abortire entro un determinato lasso di tempo dal concepimento, superato il quale l’aborto è possibile solamente se terapeutico, cioè se giustificato dalle condizioni di salute della donna. Fuori da queste ipotesi, l’aborto costituisce reato (ex artt. da 545 a 548 c.p); allo stesso modo, abortire al di fuori delle strutture sanitarie o con metodi non approvati costituisce ugualmente un illecito. Pertanto, alla gestante è consentito abortire entro i primi novanta giorni dal concepimento qualora ritenga che vi siano circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione anche alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. Sostanzialmente, è ammissibile anche per un mero “capriccio” della donna, una formulazione che la Chiesa considera profondamente problematica e contraria alla dignità della vita. Trascorsi i 3 mesi, si può ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza solamente nel caso in cui il parto o la gravidanza stessa possano mettere a repentaglio l’incolumità psico-fisica della madre. Ovviamente, in quest’ultima ipotesi, il rischio per la salute in cui può incorrere la donna deve essere accertato.

Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’aborto è richiesto l’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o di chi ne fa le veci; nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione dei genitori, oppure questi, interpellati, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia presso cui si è rivolta la donna, interpella il giudice tutelare territorialmente competente affinché prenda una decisione. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli dal consultorio o dalla struttura medica, può autorizzarla, con atto non soggetto a reclamo, a decidere per l’interruzione della gravidanza. In poche parole, se la madre ritiene non opportuno mettere a conoscenza dei propri genitori del suo stato di gravidanza, oppure se questi ultimi prendono decisioni contrastanti, sarà il giudice tutelare a decidere se accogliere o meno la richiesta di aborto. Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, alla minore degli anni diciotto può essere praticata l’interruzione di gravidanza quando vi sia un imminente pericolo di vita per la stessa.

La legge, per evitare pericolosissime interruzioni di gravidanza fai-da-te, ha stabilito che l’aborto possa essere praticato solamente negli ospedali e nelle strutture sanitarie dotate di servizio ostetrico-ginecologico. La legge prevede anche il diritto all'obiezione di coscienza per il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie che non intenda prendere parte alle procedure di interruzione di gravidanza. Questo è un punto di contatto e di tensione con la dottrina cattolica, che non solo permette ma in certi contesti esige la non cooperazione. L'enciclica Evangelium Vitae affronta i problemi etici che solleva la legalizzazione dell'aborto, sottolineando che una legge che autorizza l'aborto è una legge «ingiusta» (EV 73), e che è moralmente inammissibile collaborare alla sua applicazione. Tuttavia, se non è possibile ottenere un'abrogazione della legge ingiusta, è possibile e doveroso collaborare a una legge meno permissiva, anch'essa ingiusta, nel tentativo di limitarne gli aspetti iniqui.

simbolo del consultorio familiare

Il Consultorio Familiare è un servizio pubblico e gratuito rivolto alle donne, alle coppie, alle famiglie ed ai giovani, con servizi e consulenze relativi a metodi contraccettivi, applicazione della legge 194/1978, supporto all’affido e all’adozione nazionale ed internazionale e consulenza psicologica, ginecologica e ostetrica. Se da un lato questi servizi offrono un supporto essenziale, dall'altro l'aspetto della contraccezione e dell'applicazione della legge 194 rappresenta un punto di divergenza con la dottrina cattolica. A tal proposito, anche i cosiddetti metodi di contraccezione d’emergenza, che impediscono l’annidamento del concepito nell’utero materno, vengono considerati abortivi dalla Chiesa perché impediscono lo sviluppo iniziale della vita del nascituro, essendo l'uomo chiamato a difendere la vita dal concepimento alla morte naturale.

Influenze Cattoliche nella Sanità e nel Diritto Italiano: Un Retaggio Continuo

Nonostante l'Italia sia uno Stato “laico”, ancora oggi molti sono i punti di contatto, soprattutto in campo medico, con il divino e con retaggi culturali di matrice religiosa. Si veda, ad esempio, come i richiedenti l’abilitazione all’esercizio della professione ostetrica debbano effettuare il cosiddetto “giuramento di Lucina”, una divinità della mitologia romana considerata la dea del parto, prima dell’effettivo svolgersi della professione. Oppure, il cosiddetto “giuramento di Florence Nightingale”, cui sono tenuti i neo-infermieri prima di essere inseriti nell’albo professionale, che inizia con l’inciso «Prometto davanti a Dio, in presenza di questa assemblea, di vivere degnamente e di esercitare fedelmente la mia professione […]», quindi, nettamente eversivo dell’asse laico che caratterizza l’ordinamento italiano.

Si pensi, inoltre, a come si sia giunti, soltanto nel 2014, alla revisione del giuramento di Ippocrate (cui sono tenuti ad effettuare i medici prima dell’inizio della professione) che invocava diverse divinità greco-romane. Questi elementi storici e culturali evidenziano una stratificazione di valori che, pur non essendo formalmente parte della legislazione statale contemporanea, continuano a influenzare la percezione e la pratica di alcune professioni, in particolare quelle legate alla cura della vita e della salute. La persistenza di tali richiami a principi trascendenti o divini, anche in un contesto laico, sottolinea la profonda impronta che le concezioni sulla sacralità della vita hanno lasciato nella coscienza collettiva e professionale, alimentando un dibattito continuo tra etica religiosa e legislazione civile.

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