L’impatto invisibile: le conseguenze psicologiche dell’aborto nell’uomo

L’interruzione di una gravidanza è un evento di una complessità estrema che, nell’immaginario collettivo, viene spesso confinato all’esclusiva sfera femminile. Tale visione, tuttavia, ignora la natura profondamente relazionale dell’atto generativo e la responsabilità paterna che ne consegue. L’aborto ferisce psicologicamente anche “l’uomo”, cioè il “padre” del bambino non nato, con reazioni negative similari a quelle della donna descritte, anche se gli uomini sono più propensi a soffrire in silenzio e a negare il loro dolore. Da ciò si comprende l’errata interpretazione di chi sostiene che l’aborto sia unicamente “una questione femminile”, ignorando la componente anche paterna dell’atto sessuale e la sua responsabilità nei confronti della vita generata.

rappresentazione concettuale del legame familiare e del lutto

La rimozione sociale del vissuto paterno

È “verissimo” che a subire le ripercussioni più consistenti dell’aborto sono le donne, frequentemente abbandonate alla decisione, ma a volte queste escludono volutamente e completamente l’uomo. Il rapporto tra padri e figli abortiti, velato in Italia sulla scorta di vecchi pregiudizi e totalmente trascurato, è molto considerato all’estero. Come ha dichiarato Julie Cook, direttrice nazionale di Abortion Grief Australia, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana non è nemmeno consapevole del fatto che esso possa costituire un problema per gli uomini.

Questa negazione sociale crea un isolamento che amplifica la sofferenza. L’uomo viene spesso trattato come un semplice spettatore, un soggetto burocratico in ambito ospedaliero, perdendo il riconoscimento del proprio ruolo di padre. Tale invisibilità porta molti uomini a interiorizzare il dolore, temendo che esternarlo possa apparire come una forma di debolezza, contravvenendo a un’aspettativa sociale che vorrebbe il padre come figura sempre forte, stabile e priva di vulnerabilità.

Sintomatologia e tipologie di trauma maschile

Secondo Antonello Vanni, esperto in materia, i sintomi del trauma post-abortivo maschile si manifestano in forme differenti, spesso in stretta relazione con il ruolo giocato dall'uomo nella decisione. I padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso d’impotenza.

Gli psicologi hanno categorizzato tali manifestazioni, notando come il trauma possa erodere l’identità personale, minando l’autostima e innescando dinamiche di autolesionismo o dipendenze. Tra le manifestazioni cliniche più frequenti, riscontrate in una vasta percentuale di casi, si annoverano:

  • Depressione e apatia: Una tristezza profonda che può durare anni.
  • Senso di colpa e rabbia: Spesso diretta verso se stessi, verso la partner o verso il personale sanitario.
  • Comportamenti a rischio: Abuso di alcol, droghe o condotte spericolate come meccanismo di fuga o di sfida alla morte.
  • Ideazione suicidaria: Nei casi più estremi, dove il dolore per la perdita diventa insopportabile.

schema grafico sulle manifestazioni del trauma post-abortivo nell'uomo

Il conflitto tra aspettativa e realtà

L’essenza del maschile, in molte culture, è storicamente associata a cinque pilastri: la capacità di provare piacere, di procreare, di provvedere, di proteggere e di riuscire (prestazione). Quando si verifica un aborto, questi pilastri vengono messi in crisi. L’uomo sente di aver fallito nel suo compito fondamentale di proteggere la vita che ha contribuito a generare. Questa perturbazione identitaria non colpisce solo il singolo individuo, ma si riverbera sull’intera diade. La coppia si trova spesso a dover affrontare una crisi profonda a causa delle diverse modalità di espressione del dolore, che, se non adeguatamente elaborate, possono condurre a incomprensioni, distanziamento emotivo e, non di rado, alla rottura definitiva della relazione.

La diagnosi di anomalia fetale e l’Interruzione Terapeutica di Gravidanza

È fondamentale distinguere i contesti in cui avviene l'interruzione. L’Interruzione Terapeutica di Gravidanza (ITG) è una pratica medica volta a interrompere lo sviluppo della gestazione qualora venga rilevato un pericolo per la salute della donna o del feto. In tali situazioni, la coppia vive una “perdita scelta e una perdita di scelte”: l’assenza dell’esperienza generativa ideale contrapposta alla prospettiva di sofferenza del figlio. In questi casi, il vissuto paterno è qualitativamente simile a quello materno, sebbene caratterizzato da una forte preoccupazione per la salute della partner. La necessità di un linguaggio comprensibile e di un supporto psicologico multidisciplinare diventa, dunque, imprescindibile per permettere a entrambi i genitori di rielaborare un trauma che non è solo fisico, ma profondamente esistenziale.

Verso una nuova consapevolezza

Il percorso di guarigione richiede che la società inizi a riconoscere la dignità del dolore maschile. Come suggerito da molti esperti, inclusi gli operatori dell'Institute for Pregnancy Loss, l'uomo non è "privo di sensibilità", ma è spesso intrappolato in modelli culturali che impediscono l'espressione del lutto. La costruzione di percorsi terapeutici, l'attivazione di gruppi di sostegno e la rottura di quel silenzio che circonda la figura paterna nel post-aborto sono passaggi necessari per permettere a migliaia di uomini di elaborare la perdita.

L’aborto non si limita ad incidere sulla salute della donna; esso incide sulla trama stessa della genitorialità. Riconoscere il padre come parte integrante di questo dramma significa restituire dignità a tutte le persone coinvolte e promuovere un approccio che, invece di ignorare il dolore, offra strumenti reali di cura e comprensione, superando la dicotomia tra chi agisce e chi resta in silenzio, permettendo così alla coppia di ritrovare un equilibrio dopo una ferita che, per quanto profonda, può essere affrontata solo attraverso il riconoscimento del vissuto altrui e del proprio diritto a soffrire.

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