L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) rappresenta una delle questioni più delicate e complesse all’interno del panorama sanitario, etico e psicologico contemporaneo. In Italia, la disciplina normativa è regolata dalla legge 194 del 1978, che definisce i confini entro cui la donna può esercitare la propria libertà di scelta, distinguendo nettamente tra l’interruzione volontaria entro i 90 giorni di gestazione e l’interruzione terapeutica (ITG), praticabile in fasi successive qualora sussistano gravi pericoli per la salute fisica o psichica della gestante.
Nonostante la cornice normativa ne garantisca l'accesso, l'aborto volontario è spesso gravato da uno stigma sociale e culturale significativo. A differenza dell'aborto spontaneo, nella mente delle persone è correlato a una “consapevolezza di responsabilità”: un argomento complesso questo, che tocca diverse dimensioni, tra cui quelle etiche, religiose, mediche e psicologiche. Si tratta di un’esperienza estremamente individuale, in cui è importante evitare di giudicare se stessi e gli altri, mentre frequentemente viene vissuto come un tabù, come qualcosa da nascondere, anche solo in relazione alla propria intima esperienza.

Il percorso normativo e procedurale in Italia
Per avviare la procedura, è necessario rivolgersi al consultorio di zona per ottenere un certificato di gravidanza. Successivamente, ci si rivolge all’ospedale per prenotare l’intervento. Affinché la procedura sia possibile, è necessario che la donna abbia compiuto il diciottesimo anno di età. In alternativa, è necessario il consenso dei genitori o rivolgersi ad un giudice tutelare che dia il via libera all’interruzione volontaria di gravidanza.
Il processo decisionale non è immediato: viene offerto un documento da firmare e proposto un periodo di riflessione pari a sette giorni prima della decisione definitiva, salvo urgenze mediche. È fondamentale ricordare che in Italia esiste un gran numero di obiettori di coscienza: personale medico che si rifiuta, per motivazioni etiche o altre ragioni, di effettuare l’aborto.
Tecniche di interruzione di gravidanza
L’aborto può essere svolto secondo differenti modalità:
- Aborto farmacologico: si basa sull’impiego di una pillola abortiva (come il Mifepristone, autorizzato dall'AIFA dal 2009) e di molecole che favoriscono la contrazione dell'utero e l'espulsione dell'embrione.
- Aborto chirurgico: può avvenire tramite isterosuzione (aspirazione con cannula previa dilatazione della cervice) o, se necessario, tramite raschiamento con uno strumento definito curetta. L’intervento ha una durata media di 15 minuti.
L'impatto emotivo e la natura del lutto
La decisione di interrompere una gravidanza non elimina il senso di perdita; anzi, può amplificare la sofferenza a causa del peso emotivo della responsabilità associata. Ogni volta che si vive una perdita, si avverte un senso di lutto, e l’aborto volontario mette in gioco un conflitto interno tra due scelte, entrambe portatrici di perdita. Il lutto è doppio: oltre alla sofferenza per la perdita in sé, c’è anche il dolore profondo legato alla decisione di affrontare quest’ultima, permeato da sensi di colpa, senso di impotenza e solitudine.
La donna che si trova ad affrontare un aborto volontario avverte un forte senso di giudizio negli sguardi e nei silenzi degli altri, che sembrano pronunciare implacabilmente la sentenza: “Sei tu che l’hai scelto“. È una perdita che non può essere negata, e pretendere di viverla in modo neutro è irrealistico.
Aborto spontaneo | Falò | RSI Info
Considerazioni sulla Sindrome Post-Abortiva (SPA)
Una vera e propria Sindrome Post-Abortiva (SPA) può manifestarsi con una serie di sintomi subito dopo l’interruzione di gravidanza o anche dopo anni, che rimangono latenti per lungo tempo. Questa sindrome viene fatta rientrare in linea teorica all’interno dei disturbi post-traumatici da stress. Tuttavia, il dibattito scientifico è polarizzato: mentre alcuni clinici riconoscono una sintomatologia specifica - caratterizzata da flashback, ansia, depressione e sensi di colpa - altri sottolineano che non esistano studi indipendenti che ne certifichino univocamente l’incidenza come entità nosologica a sé stante.
È essenziale distinguere tra una reazione psicologica normale a un evento critico e lo sviluppo di una patologia. I fattori di rischio includono lo scarso supporto sociale, la pressione di partner o parenti, e sentimenti preesistenti di vergogna. È importante considerare che, come afferma Galimberti (1994), "è frequente che il ricordo di aborti provocati in epoca lontana e superati apparentemente senza difficoltà, ricompaia carico di sensi di colpa in occasione di episodi depressivi".
L'interruzione terapeutica: la gestione della diagnosi fetale
L'Interruzione Terapeutica di Gravidanza (ITG) si differenzia radicalmente da quella volontaria, poiché avviene in risposta a una diagnosi di grave pericolo per la salute della madre o per la presenza di gravi anomalie fetali. Questa pratica può essere effettuata oltre i novanta giorni, entro la fine del secondo trimestre.
La diagnosi pone la coppia di fronte a una “perdita scelta e una perdita di scelte”. Gli operatori sanitari devono prestare massima attenzione alla comunicazione, utilizzando un linguaggio comprensibile e umano. La letteratura evidenzia che, spesso, le coppie affrontano l’ecografia come un rito di celebrazione della nuova vita e non come un esame diagnostico; pertanto, ricevere una diagnosi infausta rappresenta uno shock profondo che richiede un accompagnamento psicologico specifico.
Supporto clinico e strategie di elaborazione
Il ruolo dello psicologo è centrale sia nella fase di pre-intervento, per favorire una scelta consapevole e non dettata dalla pressione altrui, sia nella fase post-abortiva. Durante il percorso psicoterapeutico, l’esperienza della gravidanza (inclusa la sua “desiderabilità”) deve essere esplorata nel dettaglio, così come ogni precedente perdita.
Strategie di intervento terapeutico:
- Accoglienza del dolore: Spesso il primo passo è dare alla donna il “permesso di soffrire”, legittimando il lutto che spesso viene percepito erroneamente come un segno di debolezza.
- Costruzione di significato: Aiutare i genitori (o la donna) a sviluppare una rappresentazione internalizzata del bambino, trasformando il senso di colpa in un processo di elaborazione.
- Arte-terapia e pratiche narrative: Interventi che permettono di ricomporre la propria storia personale, allontanandosi dall'auto-giudizio severo.
- Gestione del vissuto paterno: È fondamentale non trascurare l'uomo, il quale spesso si sente isolato e investito del solo ruolo di "supporto", reprimendo il proprio dolore per non risultare vulnerabile.

In definitiva, l’IVG è un’esperienza che richiede, indipendentemente dalla posizione etica di partenza, una presa in carico che unisca gli aspetti biomedici a quelli emotivi. Mettere le donne al centro delle cure, rispettando la complessità dei loro processi mentali e la loro autonomia, è l'unico modo per garantire che tale evento non diventi una ferita permanente, ma un momento - pur doloroso - integrato nel percorso di crescita dell'individuo. La ricerca scientifica suggerisce che il sostegno tempestivo e l'ascolto privo di giudizio siano i fattori predittivi più forti per un decorso psicologico sano, evitando che il silenzio e la vergogna amplifichino una sofferenza che, se condivisa, può essere elaborata.