Negli Stati Uniti, il dibattito sull'aborto è sempre un tema molto caldo e profondamente radicato nella storia e nella tradizione della nazione, toccando aspetti legali, etici, sociali e politici con intensità e complessità uniche. La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, in particolare quella che ha riformato lo storico precedente Roe v. Wade, ha riacceso con veemenza le discussioni, evidenziando come il passato non sia mai morto, né tantomeno passato.
La Revoca di Roe v. Wade: Una Decisione Audace e le Sue Ramificazioni
La sentenza sulla gravidanza forzata che è trapelata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, scritta dal giudice Samuel Alito, da un lato non è affatto sorprendente, in quanto in qualche misura attesa, ma dall’altro ha lasciato molti senza fiato per la sua audacia, faccia tosta e atrocità. Questa decisione, culminata nel giugno, ha rappresentato un "overruling", ovvero l’abbandono di un indirizzo interpretativo precedentemente accolto e vincolante per tutti gli altri giudici di grado subordinato, riformando il proprio storico precedente Roe v. Wade in tema di diritti riproduttivi. Il ragionamento approssimativo ed errato citato da Alito nella sua bozza è stato ampiamente criticato come clamorosamente sbagliato, parziale, miope e in sfacciata contraddizione con la Costituzione e con la stessa giurisprudenza.
Alito, ad esempio, si è detto sorpreso che ci sia così poco sull’aborto in un documento di quattromila parole redatto da cinquantacinque uomini nel 1787. Si dà il caso che in quel documento, che detta i principi della legge, non ci sia proprio nulla su gravidanza, utero, vagina, feto, placenta, sangue mestruale, seno o latte materno. In quel documento non c’è nulla che riguardi le donne. Aggiungendo un ulteriore strato di critica, si può notare che Alito non si preoccupa nemmeno di menzionare che le donne americane hanno il più alto tasso di mortalità per parto nel mondo industrializzato e sviluppato, che l’aborto è più sicuro del parto, che l’America è l’unica nazione industrializzata senza congedo di maternità retribuito obbligatorio, che il sedici percento dei suoi bambini vive in povertà e che per gli asili nido spende qualcosa come il due percento di quello che alcuni Paesi scandinavi destinano a questa voce. In altre parole, l’America si preoccupa appassionatamente della vita, ma solo in forma fetale, e quella non è la vita, è la nascita.
Alito sostiene che la sentenza Roe non era “profondamente radicata nella storia e nella tradizione di questa nazione”. Ma questa affermazione viene messa in discussione ricordando che la schiavizzazione dei popoli africani, ad esempio, era profondamente radicata nella storia e nella tradizione di questa nazione. Alito, in effetti, omette allegramente di elencare le forme di sottomissione basate sul sesso che sono persistite ben dopo la sentenza Roe, molte delle quali sono “profondamente radicate nella storia e nella tradizione di questa nazione”. Per esempio, quando è stata pronunciata la sentenza Roe, una donna sposata negli Stati Uniti aveva bisogno del permesso del marito per ottenere una carta di credito o un prestito o un conto corrente che non fosse congiunto, cosa che non è cambiata fino al 1974. Nessuno Stato ha dichiarato illegale lo stupro coniugale fino al 1975, e nessun uomo è stato ritenuto responsabile di molestie sessuali fino al 1977. La gravidanza era una colpa che poteva essere punita col licenziamento immediato fino al 1978.

Questo contesto storico e le recenti decisioni giudiziarie hanno riaperto ferite profonde e questioni irrisolte, sottolineando la necessità di riprendersi i propri distretti, il proprio Paese, la propria democrazia, i propri corpi.
La Sentenza Roe v. Wade e l'Evoluzione dei Diritti Riproduttivi
Il riconoscimento del diritto all’aborto negli Stati Uniti ha avuto un percorso giurisprudenziale, attraverso quella che è stata definita «new privacy jurisprudence». A partire dagli anni sessanta, l'idea di diritto alla privacy, inteso inizialmente come mera tutela dei dati personali, si è estesa fino a comprendere le scelte più intime di una persona, trasformandosi in un vero e proprio diritto all’autonomia.
Un passo fondamentale in questo percorso è stata la sentenza Griswold v. Connecticut, in cui i giudici della Corte Suprema, individuando nella “penombra” dei diritti sanciti in modo esplicito dal XIV Emendamento, hanno riconosciuto un diritto di libertà - “the right to be let alone” - che include l’autodeterminazione procreativa per la coppia sposata. Successivamente, la posizione è stata ribadita in Eisenstadt v. Baird nel 1972, che ha ampliato il diritto alla privacy anche alle coppie non sposate, e poi ancora in Carey v. Population Services International. In poco più di dieci anni, queste sentenze hanno rivoluzionato il panorama giuridico statunitense, riconoscendo all’individuo la libertà di prendere decisioni in ambito sessuale e procreativo.
Roe vs Wade, la Corte Suprema e il diritto all'aborto negli USA
Nel 1970, Norma McCorvey, di 22 anni, usando lo pseudonimo di Jane Roe, fece ricorso contro una legge del Texas che, a suo dire, violava il suo diritto costituzionale a interrompere la gravidanza. La donna, che in seguito ha cambiato idea ed è diventata un’attivista del movimento antiabortista, vinse la causa, Roe contro Wade, grazie a una delle sentenze della Corte Suprema più controverse del ventesimo secolo. Nel 1973, con sette voti favorevoli e due contrari, la Corte Suprema ha infatti riconosciuto che “il diritto alla privacy (…) basato sulle nozioni di libertà individuale e limitazioni all’ingerenza statale sancite dal quattordicesimo emendamento” comprende anche “la libertà della donna di interrompere la gravidanza”.
Il giudice Harry Blackmun, estensore per conto della maggioranza del collegio, nel suo ragionamento sulla Roe v. Wade, si interrogò sul perché i divieti all'aborto fossero stati introdotti nell'ultimo secolo, individuando tre possibili giustificazioni: scoraggiare atti sessuali illeciti o immorali; tutelare la salute della donna; e l'interesse dello Stato a proteggere la vita prenatale. Escludendo la prima come incompatibile con uno Stato liberale, analizzò le restanti due. Per quanto riguarda la salute della donna, Blackmun notò come i timori sulla sopravvivenza a seguito di un aborto fossero ragionevolmente fondati in un'era precedente l'invenzione dell'antisepsi e degli antibiotici. Tuttavia, il concetto di "salute" che Blackmun fece proprio andava oltre la mera sopravvivenza fisica, includendo aspetti psicologici e sociali. "Maternity, or additional offspring, may force upon the woman a distressful life and future. Psychological harm may be imminent. Mental and physical health may be taxed by child care. There is also the distress, for all concerned, associated with the unwanted child, and there is the problem of bringing a child into a family already unable, psychologically and otherwise, to care for it. In other cases, as in this one, the additional difficulties and continuing stigma of unwed motherhood may be involved." Tutto ciò faceva propendere per il riconoscimento di un diritto all’aborto all’interno del più ampio alveo delle scelte riproduttive.
Blackmun riconobbe legittimità alla terza giustificazione, quella dell’interesse dello Stato a proteggere la vita prenatale, prospettando così il possibile conflitto tra principi costituzionali. L’analisi del Fourteenth Amendment lo portò a sostenere che «in nearly all these instances, the use of the word [person] is such that it has application only postnatally. None indicates, with any assurance, that it has any possible pre-natal application». Tuttavia, affermò Blackmun, è ragionevole che lo Stato introduca nella valutazione dell’interesse alla privacy, oltre alla salute della madre, la salute della vita umana potenziale, perché la privacy della donna non è più esclusiva come sarebbe in altre situazioni intime. Il giudice stabilì che non era necessario «resolve the difficult question of when life begins», non ponendosi un problema di definizione della vita umana da parte della Corte.
La sentenza sul caso Roe cercava di trovare un equilibrio tra i diritti delle donne e l’interesse dello stato a proteggere la vita potenziale del concepito. Il giudice Harry Blackmun aveva stabilito che, per quanto riguarda le prime tredici settimane circa di gravidanza, gli stati devono rispettare in toto il diritto di una donna ad abortire. A partire dal secondo trimestre, e fino alla ventisettesima settimana circa, gli stati potevano intervenire nella regolamentazione della procedura, ma solo in caso di “ragionevole pericolo per la salute della donna”. Infine, durante le ultime tredici settimane di gestazione, quando la maggior parte dei feti è “vitale” (vale a dire, in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno), gli stati nutrono nei confronti del nascituro un interesse “stringente” e potevano perciò vietare del tutto l’aborto (salvo nei casi in cui la gravidanza minacci la vita o la salute della donna, nel qual caso doveva essere sempre consentito).

Il Caso Planned Parenthood v. Casey: Una Pietra Miliare e le Sue Conseguenze
Diciannove anni più tardi, nel 1992, la sentenza del caso Planned Parenthood contro Casey ha abbandonato la “teoria dei trimestri” a favore della cosiddetta soglia di vitalità del feto. Essa è stata una vera occasione mancata nella storia dell'aborto negli Stati Uniti, perché venne sfiorata l'overrule di Roe v. Wade. Ciononostante, venne sostanzialmente confermato l'impianto delle decisioni precedenti, in considerazione del fatto che una decisione contraria all'aborto avrebbe spiazzato un popolo che per decenni aveva organizzato la propria vita anche in funzione della possibilità di abortire.
Secondo la maggioranza dei giudici di Casey, infatti, il progresso tecnologico in campo medico aveva reso obsoleta la scansione temporale alla base della sentenza sul caso Roe: un feto era ormai “vitale” molto prima, forse addirittura intorno alla ventiduesima o ventitreesima settimana di gestazione, dunque gli stati non erano costretti ad attendere il terzo trimestre per vietare l’aborto. Con questa decisione si distinse la gravidanza in due periodi: quello della pre-viabilità, in cui la donna era completamente libera di abortire in accordo col medico; quello della post-viabilità, in cui gli Stati avrebbero potuto legiferare, pur dovendo consentire l’aborto nel caso di pericolo per la vita o la salute della madre. Inoltre, il diritto d'aborto venne radicato nella libertà riconosciuta nel XIV Emendamento della Costituzione.
Oltre ad aver rivisto la delicata questione della scansione temporale, il tribunale che ha emesso la sentenza sul caso Casey ha riconosciuto la costituzionalità di alcune norme volte a impedire o a scoraggiare l’aborto. Se da una parte i giudici avevano ritenuto che costringere le donne a informare il coniuge prima di interrompere la gravidanza costituisse un “onere eccessivo” sul loro diritto costituzionale ad abortire, dall’altra non considerarono “ostacoli” altrettanto “sostanziali” all’esercizio della propria volontà altre disposizioni previste da una legge del 1982, il Pennsylvania Abortion Control Act. Fu confermato, per esempio, l’obbligo per la minorenne che intendesse abortire di ottenere il permesso dei genitori, così come il “consenso informato”, vale a dire l’obbligo per la gestante di ricevere dettagliate informazioni sulla procedura, unitamente all’imposizione di un periodo di riflessione di almeno 24 ore prima di procedere all’operazione.
La sentenza sul caso Casey ha spinto molti stati ad approvare leggi più restrittive sull’aborto. Unitamente alla più facile reperibilità dei contraccettivi, quest’ondata di nuove limitazioni ha contribuito al costante calo del numero degli aborti, che sono passati dai circa 1,6 milioni del 1990 ai 983mila del 2013. Oggi, praticare l’aborto nelle fasi finali della gravidanza è vietato in 43 stati degli Stati Uniti, a meno che non sia necessario per proteggere la vita o la salute della donna. In 38 stati esiste l’obbligo per le minorenni di informare i genitori o di ottenerne il consenso. Più della metà degli stati prevede un tempo d’attesa che varia da uno a tre giorni e obbliga la donna a sottoporsi ad almeno due visite presso una clinica che pratica aborti.
L'Aborto a Nascita Parziale: Una Pratica Controverso e la Sua Regolamentazione
Uno degli aspetti più controversi del dibattito sull'aborto negli Stati Uniti riguarda la pratica dell'aborto a nascita parziale. Questo tipo di aborto consiste nell’estrazione del feto per i piedi finché solo la testa rimane all’interno dell'utero, per poi procedere alla perforazione del cranio, causando la morte del bambino. Tale pratica viene utilizzata nelle interruzioni di gravidanza quando la gestazione è arrivata ad un punto in cui il bambino, se fatto nascere, sarebbe in grado di sopravvivere.
Il dibattito sull'aborto a nascita parziale ha avuto importanti risvolti legali. Nel caso Stenberg v. Carhart, una legge del Nebraska che aveva bandito questa pratica fu annullata dalla Corte Suprema, nonostante il duro dissenso di ben quattro giudici, fra cui Anthony Kennedy. Successivamente a questa decisione, il Congresso prese l’iniziativa di emanare il Partial Birth Abortion Ban Act. Questa legge fu impugnata in via d’azione davanti alla Corte Suprema e ne scaturì la sentenza Gonzalez v. Carhart. In questa decisione la Corte fece un passo indietro rispetto a Stenberg, affermò la legittimità del bando, sostenne che l’aborto a nascita parziale non è mai necessaria per tutelare la vita della donna e che Stenberg era fondato su convinzioni erronee sul punto. La Corte Suprema americana ha definito costituzionale il divieto nel 2007, e tale legge è tutt’ora in vigore. Contro l’aborto a nascita parziale si schierò l’ex presidente George W. Bush, che nel 2003 firmò una legge approvata dal Congresso Usa per il bando della brutale pratica. Il suo predecessore, il democratico Bill Clinton, pose invece il veto su un analogo testo licenziato dal Congresso nel 1996.
La comunità medica americana ha spesso espresso una posizione chiara su questa procedura. Già nel 2002, una parte significativa della comunità medica dichiarava al Congresso che «la pratica di eseguire un aborto a nascita parziale è una procedura disumana che non è mai necessaria dal punto di vista medico e dovrebbe essere proibita». L'attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, durante la propria carriera politica, si è sempre opposto a misure che limitassero il ricorso all’aborto a nascita parziale. Ad ottobre di un anno non specificato, inoltre, fu resa pubblica una lettera con la quale la first lady Michelle, nel 2004, cercava di reperire fondi per la campagna elettorale del marito per un seggio al Senato degli Stati Uniti, affermando che il divieto di aborto a nascita parziale voluto da Bush era incostituzionale e andava rimosso. Ad oggi 19 stati dichiarano illegale il cosiddetto aborto con nascita parziale. Secondo un report del Guttmacher Institute, 32 Stati hanno intrapreso la strada federale per la messa al bando dell’aborto a nascita parziale, sebbene in 13 di questi, le Corti statali abbiano bloccato il divieto.
Il Dramma della Clinica Gosnell e la Reazione Pubblica
Le testimonianze rilasciate durante il processo a Kermit Gosnell hanno portato alla luce la realtà cruda e orribile legata all’aborto a nascita parziale, una tecnica con la quale negli Stati Uniti vengono praticati aborti quando la gravidanza è arrivata ad un punto in cui il bambino, se fatto nascere, sarebbe in grado di sopravvivere.
Il dottor Kermit Gosnell, medico abortista, fu arrestato nel gennaio del 2011 e il processo avviato il mese successivo doveva stabilire se Gosnell avesse davvero compiuto gli otto omicidi di cui era accusato. I dettagli emersi dalle udienze sono stati terribili e sembravano lasciare poco spazio a dubbi. La signora Sherry West, collaboratrice del medico, ha raccontato le urla di un bambino nato vivo a seguito di un aborto tardivo nella clinica di Gosnell, descrivendolo come "un piccolo alieno". La donna ha ammesso che l’episodio l’ha letteralmente «mandata fuori di testa», descrivendo la scena di un bambino, non ancora completamente formato, estratto vivo dall’utero della madre e adagiato in una sorta di bacinella di vetro su uno scaffale, prima di fuggire dalla stanza.
Un altro membro dello staff di Gosnell, Stephen Massof, che esercitava senza la necessaria licenza, ha fornito dettagli raccapriccianti: Gosnell con una sforbiciata secca alla colonna vertebrale separava il cervello dal resto del corpo dei bambini, una specie di «decapitazione». Massof ha anche affermato che l’ecografo della clinica era stato modificato per far risultare un’età gestazionale inferiore a quella reale, e che alle donne venivano date massicce dosi di medicinali per accelerare le procedure, con conseguenti copiosi sanguinamenti.
Adrianne Moton, un'altra collaboratrice, ha raccontato di un’interruzione di gravidanza eseguita alla trentesima settimana, in cui a "Baby A" - così catalogato negli atti del processo - Moton stessa tagliò la gola dopo che era venuto alla luce, vivo, nel bagno della clinica. «Era così grande che avrebbe potuto fare una passeggiata con me», avrebbe sghignazzato Gosnell alla vista del bambino. Shayquana Abrams, la madre diciassettenne di Baby A, ha dichiarato che Gosnell le aveva detto che la gravidanza era giunta alla ventiquattresima settimana e che si poteva dunque interromperla, incassando 2750 dollari in contanti.
Lynda Williams, un'altra collaboratrice, ha testimoniato di aver imparato a capovolgere il corpo del bambino e tagliargli il collo secondo la procedura di aborto a nascita parziale. Ha ricordato un episodio in cui il braccio di un bambino sobbalzò mentre eseguiva la procedura.

Grazie al caso Gosnell, è risultato evidente quanto sia labile - o inesistente - il confine tra aborto tardivo e infanticidio. Nella clinica di Gosnell, uccidere un bambino nato vivo era una pratica normale. Il ginecologo è stato condannato all’ergastolo il 13 maggio 2013 per l’omicidio colposo di una donna e per tre omicidi di bambini nati vivi nella sua struttura. Di Gosnell e della metodologia orrenda dell’aborto a nascita parziale si è tornati a parlare in seguito alle recenti indagini del Congresso sull’industria del traffico dei tessuti fetali.
Il caso ha anche sollevato molte perplessità circa la copertura mediatica. I prolife americani hanno lamentato la scarsa attenzione che tv, siti internet e giornali hanno dedicato alla storia della clinica degli orrori. «Se Gosnell fosse entrato in una clinica e avesse ucciso sette bambini con un AR-15 (un fucile semiautomatico, ndr), sarebbe stata una notizia nazionale», ha dichiarato il deputato repubblicano Chris Smith. Non è mancato chi ha affermato che cose orribili come questa sono da imputarsi a coloro che difendono la vita dal concepimento, impedendo alle donne l’accesso sicuro e legale all’aborto e costringendole a rivolgersi a medici senza scrupoli.
Il Contesto Politico e Sociale: Dalla Storia Costituzionale al Dibattito Moderno
Il dibattito sull'aborto non è solo una questione legale o etica, ma è profondamente intrecciato con il contesto politico e sociale degli Stati Uniti. La combinazione tossica di razzismo e religione, quella nociva fede in regni e re invece che in repubbliche e democrazie, ha un impatto profondo sulle decisioni che riguardano la vita riproduttiva. La paranoia, nemmeno tanto sotterranea, sul fatto che presto gli Stati Uniti non saranno più una nazione a maggioranza bianca - con tutti quei maschi bianchi che cantavano “non ci rimpiazzerete” - ha avuto un effetto velenoso, consciamente e inconsciamente, sulle decisioni anti-aborto. Ancora una volta, non si tratta di vita, ma di nascite e di tassi di natalità.
Questa è stata l’eredità di Trump: le grandi bugie, la degradazione servile del Partito Repubblicano. La minaccia di rovesciare la sentenza Roe ha sempre fatto temere un vero e proprio divieto nazionale della procedura, così come il rovesciamento delle sentenze federali sull’azione positiva, le sentenze sul matrimonio tra persone dello stesso sesso e sui diritti degli omosessuali, le sentenze sulla disabilità, sulle leggi statali sul controllo delle armi e persino sulla contraccezione e sull’attraversamento dei confini statali per sposare qualcuno di un’altra razza.
Il panorama politico attuale vede un’intensa polarizzazione. Il governatore democratico Jay Robert Pritzker ha firmato con gli applausi il Reproductive Health Act (Rha), proclamando «con orgoglio che in questo stato ci fidiamo delle donne. In Illinois garantiamo fondamentale il diritto di una donna di scegliere». Il Rha abrogherà la legge sull’aborto del 1975, che prevedeva sanzioni per i medici, così come il Partial-birth Abortion Ban Act, stabilendo che «secondo la legge di questo stato, un ovulo fecondato, un embrione o un feto non hanno diritti individuali». Pritzker ha spiegato che d’ora in poi in Illinois i diritti delle donne non dipenderanno più «dal destino della Roe V. Wade o dai capricci di una Corte Suprema sempre più conservatrice a Washington». L’Illinois si propone come un «faro di speranza» per le donne che avranno bisogno di rifugiarsi da altri stati.
Roe vs Wade, la Corte Suprema e il diritto all'aborto negli USA
Il riferimento è a stati come la Georgia, dove il governatore Brian Kemp ha firmato una legge che vieta di interrompere la gravidanza dal momento in cui è percepibile il battito cardiaco fetale (intorno alle sei settimane), o l’Alabama, dove una riforma avallata dalla maggioranza repubblicana rende l’aborto un reato sanzionabile con pene fino a 99 anni di carcere per i medici che eseguono l’intervento. Nel febbraio scorso, il presidente Donald Trump aveva commentato che sarebbe stato «uno dei voti più scioccanti nella storia del Congresso» quando al Senato i democratici avevano bloccato il Born-Alive Abortion Survivors Protection Act, un disegno di legge nato per garantire assistenza medica ai neonati venuti al mondo dopo la procedura abortiva - bambini già nati, sopravvissuti a un’interruzione di gravidanza, nulla a che vedere con i diritti delle donne e la salute riproduttiva. Quel giorno i democratici si sono riparati dietro il paravento della casistica, ritenendo i nati vivi da aborto così rari da rendere trascurabile una legislazione che li protegga, un assunto considerato falso da molti, che ha riportato l’America al caso drammatico di Gosnell.
Tutto questo si è tramutato in Illinois in “salute riproduttiva”, “speranza”, “libertà”: l’aborto sarà consentito in tutti i casi fino a 24 settimane e oltre se avallato da un medico e dovrà rientrare in quanto “salute riproduttiva” nei piani di assistenza sanitaria. In Nevada è stata invece approvata una legge che abroga restrizioni e sanzioni penali relative all’aborto per rendere più facile e accessibile la procedura a tutte le donne. La legge cancellata dal Reproductive Health Act in Illinois vietava l’aborto a nascita parziale e riteneva colpevole di omicidio chiunque lo eseguisse tranne nel caso in cui fosse necessario per salvare la vita della madre e a condizione che nessun’altra procedura medica fosse sufficiente a tale scopo. Oggi nel Rha si legge solo che «il divieto di aborto a nascita parziale è abrogato». E si sa bene, dopo la legge voluta e magnificata dal governatore Cuomo nello stato di New York, che autorizza l’aborto fino al nono mese se la salute della madre (fisica e mentale) rischia di venire compromessa, che differenza passi tra il salvare la vita o la salute della donna.
Il Partial-Birth Abortion Ban non è l’unica cosa a essere stata cancellata dal disegno di legge del governatore Pritzker. Nel nuovo testo la parola donna è stata sostituita dalla parola individuo. Non più “pregnant woman” ma un più progressivamente aggiornato “pregnant individual”. Questo significa aborto garantito fino a termine gravidanza, la cancellazione del reato di omicidio nel caso di soppressione di nascituri e la definizione di persona come essere umano nato e vivo. Lo Stato di New York ha voluto celebrare la ricorrenza dei 46 anni della sentenza Roe vs Wade, con un decreto che era in stallo da tempo, bloccato dai Repubblicani finché controllavano le camere. Ora che la maggioranza in entrambe è dei Democratici, ci si è affrettati a tramutare in legge questo testo di presunta sanità pubblica. In segno di trionfo e festa uno dei nuovi grattacieli del World Trade Center è stato illuminato di rosa. Curioso, mentre pochi mesi fa si decideva - sempre a New York - che nel certificato di nascita di un bambino si può non attribuirgli alcun sesso, scrivendo genere X, questi legislatori ricadono nello stereotipo vetusto del rosa per parlare di trionfo delle donne.
Il testo della Legge sulla Salute Riproduttiva è un esempio perfetto di cosa ne è dell’umano quando ne è padrone l’umano. La parola chiave è protezione, il soggetto è la donna. Dunque, salute pubblica in questo caso è interpretare la gravidanza al singolare, escludendo - senza menzionare - l’altro protagonista della faccenda: il feto, il bambino, il figlio. Protezione è applicabile all’unico soggetto con cui si vuole raccontare questa storia, la donna, diminuita peraltro del nome che già le compete, madre. In inglese “sicuro” è “safe” che può voler dire anche “salvo”; avvicinare questo termine ad aborto è un salto mortale della logica. L’aborto è solo una procedura medica? Cosa c’è di sano e salvo in questa procedura? La madre non muore sotto i ferri, ma qualcuno che muore c’è. La discrezionalità della scelta lascia aperto un portone enorme sugli aborti tardivi. L’ultima parte del documento riscrive la definizione di omicidio e quella di persona, cancellando dal novero della violenza la soppressione di un nascituro nel ventre. Non è più omicidio se il bambino ucciso non è ancora nato.
Prospettive Storiche e la Crisi del Progresso
La storia della regolamentazione della vita delle donne è un libro dai molti capitoli. Una chiave di lettura significativa è relativa allo sviluppo del metodo scientifico che, negli ultimi due secoli, ha progressivamente ampliato il suo ambito di applicazione e interesse alla dinamica del parto, al feto e, più in generale, alla “materialità” del corpo femminile. Già nel XIX secolo, ma poi soprattutto a partire dalla prima parte del XX secolo, l'attenzione medica si è riservata al parto e alla possibilità dell’inseminazione in vitro. Questa attenzione alla maternità ha avuto importanti riflessi anche sul tema dell’interruzione di gravidanza, che negli Stati Uniti ha avuto una regolazione e una pratica molto altalenante.
Agli inizi dell’Ottocento, ad esempio, non esisteva una vera e propria normativa, che si basava sul principio del cosiddetto “quickening”, una regola di origine giurisprudenziale. Con quickening si intendeva la percezione del movimento del feto da parte della gestante e, dunque, si fissava in quel momento il punto in cui la gravidanza non poteva più essere interrotta. La teoria asseriva che quel movimento dava “prova” della gravidanza e di un’esistenza che si considerava poter essere separata e autonoma dalla madre. Il mentovato quickening si afferma come criterio ante litteram e viene fatto risalire già ai tempi delle poleis greche, quando Aristotele lo definisce come il momento in cui la vita, da animale, diviene propriamente umana.
L’aborto, prima delle leggi di fine Ottocento, non era una pratica né rara né sconosciuta alle donne statunitensi, sebbene inquantificabile per la mancanza di statistiche. Negli anni venti e trenta del XIX secolo iniziarono ad apparire alcune leggi volte a circoscrivere la pratica abortiva, soprattutto con relazione all’uso di decotti e di veleni, sperimentazioni galeniche che mettevano in pericolo la vita stessa della gestante. Queste leggi non ebbero il risultato sperato, e l’uso di farmaci galenici lasciò il passo a frequenti casi di infezioni, dovute all’introduzione di strumenti meccanici per ottenere l’espulsione del feto. La mortalità delle donne era, di conseguenza, altissima. Per la nascente medicina moderna, l’aborto era un’operazione come altre sulle quali lo studio della chirurgia si andava esercitando. Mohr segnala infatti che l’aborto era la prima “specializzazione” dei praticanti medici, e anche per questo motivo divenne un vero e proprio business, diffondendo e rendendo molto visibile la pratica a tutte le classi sociali, divenendo uno strumento di contenimento del nucleo familiare.
Dopo la guerra civile, iniziò una campagna a favore delle gravidanze forzate, utilizzata come strumento contro l’immigrazione cattolica. Erano infatti i nuovi migranti dall’Europa a essere particolarmente fertili, tanto che si diffusero ideologie paventanti la sostituzione etnica degli ex-coloni protestanti. L’aborto divenne allora oggetto di un acceso dibattito. Difensori di ispirazione etnico-religiosa come Horatio Storer mettevano in guardia contro gli immigrati cattolici, che con le loro famiglie numerose potevano sopraffare la popolazione bianca e protestante. Il tono veemente di Storer si indirizzava, in particolare, alle donne che andavano lottando per l’uguaglianza, asserendo che «marriage, where the parties shrink from its highest responsibilities, is nothing less than legalized prostitution». Ciò di cui egli discuteva era l’opportunità politica di imporre gravidanze forzate alle donne affinché “facessero la loro parte” nel conflitto fra gruppi etnico-religiosi. Le donne, insomma, erano descritte colpevoli di abbassare il livello del numero dei nati.
La gravidanza forzata negli Stati Uniti di fine Ottocento è, dunque, un simbolo agito contro il nascente femminismo, accusato di non fare gli interessi della nazione e di voler mettere le donne nel posto degli uomini, diffondendo idee insidiose circa nuovi doveri delle donne, come per esempio l’idea che fosse importante lottare per il voto e partecipare all’attività legislativa, cosa che riduceva l’impegno verso i doveri propri e necessari per la donna, ovvero gravidanza e maternità. Si evidenzia, pertanto, in questi anni come l’interesse fosse esclusivamente rivolto al controllo sociale delle donne e come le norme e i tentativi di regolazione del corpo femminile si focalizzassero retoricamente sulla fisiologia della donna, pur non avendo nulla a che fare con tale questione. L’argomento biologico e quello naturalista, negli anni a cavallo fra i due secoli, si rafforzarono rendendo invisibile la persona-donna dietro il potere medico. Questa ideologia medica, all’inizio del XX secolo, si concentrò sempre di più sulla maternità e il parto, rappresentando questi eventi come traumatici e rischiosi, veicolando l’immagine della gravidanza quale processo anormale e da controllare.
Il corpo delle donne e il suo funzionamento vengono messi a regime, come nel processo industriale: dal mestruo alla menopausa, tutto dev’essere regolare e regolato, medicalizzato. Questo processo, che ha certo anche lati positivi, favorisce paradossalmente la naturalità della maternità, oscurando però la sua protagonista e il carattere sociale della regolazione. Nel processo ri-significativo e biopolitico favorito dal potere medico, la donna-persona rimane sempre più in ombra e si consuma una frattura che non verrà ricomposta neppure dai movimenti femministi degli anni sessanta e settanta del Novecento.Ci si domanda se l'umanità sia impegnata ad andare sempre un passo avanti nel bene e nel miglioramento. Anche il fiume va avanti, impetuoso talvolta, e non procura per forza miglioramenti nelle terre che lo affiancano. Mentre la fiumana procede, chi ci lasciamo alle spalle? Chi affoga nella corrente? Lasciamo pure che qualcuno continui a illudersi chiamando progresso quello che è accaduto a New York, come fece Verga il nostro posto è coi vinti, con quelli che la fiumana scarta e uccide. Storicamente, i Democratici - che si definiscono progressisti - sono stati appassionatamente al fianco degli indifesi nascituri. Sarebbe logico per un progressista aiutare una madre durante una gravidanza impegnativa con ogni cura - emotiva e fisica - di cui avesse bisogno, così come il piccolo, fragile, vulnerabile nel suo grembo. Uno Stato davvero progressista non dovrebbe star vicino alla mamma con una gravidanza difficile per aiutarla a dare alla luce il proprio bambino, con una forte preferenza per la vita del piccolo anziché per la sua soppressione?
La recente pronuncia della Corte Suprema ha immediatamente rivitalizzato il dibattito - mai del tutto sopito - sul diritto all’aborto e sui diritti riproduttivi più in generale. Se il conio di questi ultimi è relativamente recente e ancora in attesa di uno statuto definitorio chiaro e condiviso, il tema più generale della riproduzione umana e del suo disciplinamento, al crocevia tra regole e credenze, è invece questione molto più risalente e comune a molte culture. La necessità di conservare la società ha sollecitato un’attenzione e una cura specifica della maternità fin dall’antichità. Tuttavia, se possiamo immaginare come la cultura si piegasse alla fisiologia in tempi addietro, è bene osservare come ormai da diversi secoli, al contrario, sia la cultura a porre presunte ragioni fisiologiche a fondamento di se stessa.