Appartenente a una famiglia di orefici e mercanti d’arte, Vincent van Gogh nacque il 30 marzo 1853 a Groot-Zundert, nei Paesi Bassi. Figlio di Theodorus van Gogh, un severo pastore della Chiesa Riformata Olandese, e di Anna Cornelia Carbentus, Vincent crebbe in un ambiente segnato da una profonda religiosità e da un'ombra familiare non trascurabile: la sua nascita avvenne un anno esatto dopo che sua madre ebbe dato alla luce un primo figlio, nato morto, pure chiamato Vincent. Molti biografi hanno speculato su come l'essere un "figlio in sostituzione" possa aver influito sulla sua psiche, alimentando in lui un senso di isolamento che lo accompagnò per gran parte dell'infanzia. Solitario e propenso a un carattere instabile, frequentò scuole in modo irregolare, tra cui il collegio a Zevenbergen e la scuola secondaria King Willem II a Tilburg, prima di abbandonare definitivamente l'istruzione formale a soli quindici anni.

I primi passi nel mondo dell'arte e le crisi spirituali
Nel 1869, la vita di Vincent prese una direzione definita: grazie ai legami della famiglia, fu assunto come apprendista presso la Goupil & Cie., una prestigiosa galleria d'arte dell'Aia, dove suo zio Vincent, detto "zio Cent", era socio. Il giovane Vincent si dedicò inizialmente con grande coscienziosità al suo lavoro, che consisteva nel trattare riproduzioni di opere d'arte, stampe e dipinti. Il 1873 segnò una tappa importante: fu trasferito alla filiale di Londra. Qui, Vincent si immerse nel clima culturale britannico, ammirando scrittori come Dickens e George Eliot, e iniziò a mostrare una sensibilità estetica che superava il puro commercio. Tuttavia, la sua permanenza a Londra fu funestata da una delusione amorosa: invaghitosi, secondo la tradizione, di Eugenie Loyer - figlia della sua affittuaria - vide la sua proposta rifiutata. Studi più recenti hanno sollevato dubbi, suggerendo che l'oggetto del suo interesse potesse essere un'altra donna, ma la sofferenza emotiva restò un elemento costante.
Nel 1875, fu trasferito a Parigi, dove però il disincanto per il mercato dell'arte crebbe. La sua attrazione per la pittura di Millet e Corot, unitamente a una crescente fede religiosa, lo portò a lasciare il lavoro. Iniziò così un periodo di ricerca mistica, insegnando nei pressi di Londra e collaborando con il pastore metodista T. Slade Jones. Vincent si dedicava con zelo allo studio dei Vangeli, cercando di trovare nel servizio religioso una risposta alla sua inquietudine. Nel 1877, tentò persino di iscriversi alla facoltà di teologia di Amsterdam, ma la mancanza di profitto nelle lingue classiche come il greco e il latino, unite a un carattere difficile, lo costrinsero ad abbandonare dopo quindici mesi.
La vocazione tra i minatori e l'inizio del percorso artistico
Il 1879 rappresentò un momento di svolta radicale. Inviato come missionario laico nel villaggio minerario di Wasmes, nel Borinage (Belgio), Vincent vide da vicino l'orrore delle condizioni di lavoro dei minatori. La sua dedizione fu quasi fanatica: donò vestiti, cibo e tutto ciò che possedeva ai poveri che assisteva, vivendo in condizioni di indigenza estrema. Sebbene la comunità lo amasse, i superiori della Chiesa disapprovavano il suo eccessivo ascetismo e la sua visione radicale del messaggio evangelico, rimuovendolo dall'incarico. In questo periodo di miseria, mentre si trovava in isolamento, l'istinto artistico tornò prepotentemente a galla. Con il sostegno morale ed economico del fratello Theo, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza per tutta la vita, decise di trasformare la sua missione: non più predicare, ma dipingere.
Vincent Van Gogh au Borinage (1878 - 1880)
Nel 1880, Vincent si trasferì a Bruxelles per studiare arte. Sebbene l'iscrizione all'Accademia sia ancora oggi dibattuta tra gli studiosi, è certo che egli iniziò a formarsi autonomamente, copiando i testi di Charles Bargue e ispirandosi costantemente all'opera di Jean-François Millet, cercando in ogni tratto di nobilitare la figura del lavoratore. Tornato in Olanda, prima a Etten e poi all'Aia, conobbe il pittore Anton Mauve, che gli fornì i primi set di colori ad acquarello. In questo periodo, la sua vita sentimentale fu ancora una volta segnata dal tumulto: si innamorò della cugina vedova Kee Vos, venendo respinto con violenza dai genitori di lei, episodio che lo portò a compiere gesti estremi di autolesionismo, come bruciarsi la mano su una fiamma per dimostrare la purezza dei suoi sentimenti. Successivamente convisse con Clasina Maria Hoornik, detta "Sien", una donna dalla vita difficile con figli a carico, la cui presenza segnò profondamente le sue tele di quegli anni.
Verso il capolavoro: I mangiatori di patate
Il 1885 fu l'anno della consacrazione tecnica e del primo grande capolavoro: I mangiatori di patate. Vincent lavorò intensamente a questo dipinto, studiando la luce fioca delle lampade e la ruvidezza dei volti contadini. Con una tavolozza dominata da toni terrosi, grigi e scuri, Van Gogh riuscì a imprimere una dignità solenne a quella cena dimessa. Dopo aver brevemente frequentato l'Accademia di Anversa, sentendosi però soffocato dagli schemi accademici, decise che era tempo di cercare nuovi stimoli. Nel 1886 arrivò a Parigi senza preavviso, piombando nella vita del fratello Theo.
A Parigi, l'arte di Vincent subì una metamorfosi. Il contatto con gli impressionisti - Monet, Degas, Pissarro - e con le stampe giapponesi (Ukiyo-e) che iniziò a collezionare con fervore, lo spinse a schiarire la tavolozza. Iniziò a usare pennellate più brevi e decise, virando verso una sperimentazione puntinista che avrebbe poi piegato alla sua sensibilità personale. In questo periodo dipinse il celebre Ritratto di Père Tanguy, dove la solidità dei contorni e la vivacità dei colori riflettono l'influenza esotica del Giappone e la libertà cromatica degli artisti parigini.

Il sogno del Sud e la tragedia di Arles
Il 20 febbraio 1888, inseguendo il desiderio di luce e di una vita semplice a contatto con la natura, Van Gogh partì per Arles, nel Sud della Francia. Qui visse un periodo di straordinaria prolificità. Inondò le sue tele con tonalità gialle, ocra e blu, cercando di infondere energia solare ai suoi girasoli e ai paesaggi provenzali. Fu proprio qui che concepì il progetto di una "comunità di artisti" e convinse Paul Gauguin a raggiungerlo alla "Casa Gialla". Il confronto tra le due personalità, però, fu catastrofico: Gauguin sosteneva una pittura meditata e simbolica, mentre Van Gogh dipingeva sotto l'impulso emotivo del momento.
Le divergenze degenerarono in violente dispute, culminate nel drammatico episodio del taglio dell'orecchio, avvenuto il 23 dicembre 1888, al culmine di una crisi di follia. Gauguin partì, e Vincent, rimasto solo con i propri demoni, fu ricoverato in ospedale. Questo periodo fu segnato da una fragilità mentale crescente, che lo spinse a entrare volontariamente nella clinica di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy nel 1889. Nonostante la diagnosi di epilessia e gli accessi allucinatori, Vincent continuò a dipingere con una febbrile urgenza. Nacquero in questi mesi opere come La notte stellata, dove il movimento vorticoso del cielo blu esprime una sofferenza poetica e visionaria, lontana anni luce dal realismo fotografico.

L'ultimo atto a Auvers-sur-Oise
Nel 1890, sperando che un cambio di aria potesse giovare alla sua salute, si trasferì a Auvers-sur-Oise. Qui, sotto la supervisione del medico Gachet, Vincent visse i suoi ultimi 70 giorni di vita, realizzando un numero impressionante di dipinti, tra cui il drammatico Campo di grano con corvi. La sua depressione, però, aveva raggiunto un punto di non ritorno. Il 27 luglio 1890, nel corso di una passeggiata in campagna, Vincent si sparò al torace con un revolver. Sebbene sia riuscito a tornare alla locanda dove alloggiava, morì due giorni dopo, il 29 luglio, tra le braccia del fratello Theo, per setticemia. La versione ufficiale del suicidio, sebbene consolidata, è stata messa in discussione nel 2011 da alcuni biografi che hanno ipotizzato un incidente o un coinvolgimento esterno, basandosi sulla strana dinamica delle ferite e sulla mancanza dell'arma del delitto.
A distanza di tempo, la vita di Van Gogh rimane un paradosso: un uomo che, nel corso di dieci anni di attività frenetica, produsse oltre 850 dipinti e 1.300 opere su carta, ma che in vita non godette che di scarso successo. La sua eredità artistica, caratterizzata da pennellate materiche, colori vibranti e un'intensità spirituale che ancora oggi avvertiamo in ogni tela, ha gettato le basi per l'Espressionismo, rendendolo, dopo Rembrandt, il più celebre interprete dell'arte olandese nel mondo.