L'architettura veneta ha da sempre rappresentato un terreno fertile per la sperimentazione e l'innovazione, radicata in una storia ricca di maestri che hanno saputo dialogare con il passato e proiettarsi nel futuro. In questo contesto, figure come Carlo Scarpa, e in seguito suo figlio Tobia, hanno lasciato un'impronta indelebile, influenzando generazioni di architetti e definendo un approccio progettuale unico. L'attenzione alla materia, la sensibilità per il dettaglio e una profonda comprensione del genius loci caratterizzano il loro operato, specialmente nel tema della villa. Fin dai primi incarichi, ottenuti all’indomani del conseguimento, nel 1926, del diploma di Professore di disegno architettonico all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Carlo Scarpa ha avuto l’opportunità di confrontarsi con la progettazione di alcune ville e con il profondo radicamento del tema nel contesto veneto.
Carlo Scarpa: Maestro di Dettagli e Visioni per la Villa Veneta
Carlo Alberto Scarpa nacque da Antonio e da Emma Novello il 2 giugno 1906 a Venezia, dove tornò nel 1919, dopo aver trascorso l'infanzia a Vicenza, per studiare presso l'Accademia di Belle Arti. Questo ambiente fu cruciale, poiché lì conobbe l'architetto anconitano Guido Cirilli e il veneziano Vincenzo Rinaldo, di cui divenne assistente. Nel 1934 Carlo Scarpa sposò la nipote di Rinaldo, Nini Lazzari (Onorina Lazzari). Nel 1926 ottenne l'abilitazione in Disegno architettonico e sino al 1931 lavorò nello studio veneziano di Guido Cirilli, che poi affiancò come assistente universitario presso l'Istituto Superiore di Architettura di Venezia, fondato quello stesso anno. Ereditò dal Cirilli l'attenzione per i dettagli e per la qualità dei materiali costruttivi. Alla fine degli anni venti realizzò i suoi primi arredamenti e cominciò a frequentare gli ambienti intellettuali e artistici veneziani, nei quali conobbe e si legò con personaggi come Giuseppe Ungaretti, Carlo Carrà, Lionello Venturi, Diego Valeri, Giacomo Noventa, Arturo Martini, Mario Deluigi, Bice Lazzari e Felice Casorati.
La sua carriera fu costellata di sperimentazioni e di un incessante dialogo con diverse correnti architettoniche. Scarpa mostrò sempre un interesse speciale per la Secessione Viennese, negli architetti Josep Hoffmann (1870 - 1956), Adolf Loos (1870 - 1933), Otto Wagner (1841 - 1918) così come nell'architettura organica di Frank Lloyd Wright (1867 - 1959). Come egli stesso affermò: "I had always admired Mies and Aalto, but Wright’s work was like a “coup de foudre” for me. I had never had a comparable experience. It swept me away like a wave." Questa fascinazione per Wright si tradusse in un approccio al progetto della villa che combinava spunti e riflessioni di origine autoctona con suggestioni provenienti dalle prairie houses. Il risultato furono delle ville - come quelle, progettate con Angelo Masieri, per Giacomuzzi (1947-50) e Romanelli (1952-55) a Udine e per Bortolotto (1950-52) a Cervignano del Friuli, o ancora per Gino Zoppas (1952-53) a Conegliano - di grande articolazione compositiva, nelle quali Scarpa iniziò a dare un ruolo e una fisionomia sempre più definiti anche ai giardini che le completano. Progettò anche le Ville Bortolotto a Cervignano del Friuli in Udine (1950/52) e Romanelli a Udine (1950/55) con Angelo Masieri.

Parallelamente alla progettazione di ville, crebbe il suo lavoro di museografo, iniziato con la sistemazione delle Gallerie dell’Accademia a Venezia (1944-59) e proseguito con il Palazzo Abatellis a Palermo (1953-54), la Gipsoteca Canoviana di Possagno (1955-57) e il Museo di Castelvecchio a Verona (1958-64). Grazie a questi incarichi, i contatti con la cultura antica e di età umanistica diventarono pressoché quotidiani, stimolando l’insaziabile curiosità progettuale di Scarpa. È forse questa la ragione per la quale nella sua ricerca intorno alla villa si innestò un nuovo filone che, pur tenendo conto delle esperienze pregresse, aggiunse una riflessione su temi di natura antiquaria.
Collaborazioni e Progetti Significativi: Da Villa Ottolenghi a Casa Ottolenghi
La collaborazione fu un elemento ricorrente nella metodologia di Scarpa. La Casa Ottolenghi a Bardolino (Verona), realizzata tra il 1974 e il 1979, è un esempio emblematico di questo approccio, con la collaborazione di Carlo Maschietto, G. Pietropoli e G. Carlo Scarpa. Qui, il tema della villa si evolve in un dialogo complesso tra architettura e paesaggio, riprendendo la logica delle ville su pendio. Il primo, la villa Cassina a Ronco di Carimate presso Como (1962-63), apre la stagione delle ville su pendio, modellate sulle caratteristiche orografiche del suolo al quale si appoggiano, similmente alle ville romane. Come in quest’ultime, il rapporto tra architettura e paesaggio si fa simbiotico: la villa è concepita come una lama di verticale che si innesta, a valle, su un sistema di terrazzamenti - un vero giardino pensile con vasche d’acqua e fioriere -, che si raccorda a sua volta al pendio. Al lungo corpo padronale si affianca un vano con all’interno una scala e illuminato dall’alto che, come una sorta di criptoportico, consente di raggiungere i diversi spazi abitativi.
Un altro progetto importante in un contesto completamente diverso fu quello per la grande villa del Principe Fahd Ibn Abdul Aziz Al Saud a Riyadh (1978), destinata a ospitare circa quaranta persone. Nel contesto desertico in cui si trova, i termini di riferimento “paesaggistico” per l’architetto diventano il sole, quindi la luce e l’ombra, la luna e le stelle, in base ai quali viene orientato il complesso. All’interno dell’impianto quadrato, di 100x100 metri, Scarpa organizza una narrazione architettonica fatta di piccoli giardini - come quello delle quattro palme con vasca esagonale al centro -, percorsi d’acqua e labirintici, agrumeti, spazi conviviali e funzionali. Tra i più rilevanti, le cucine, con copertura conica, e una grande biblioteca, per 10.000 volumi, al cui interno la luce sarebbe filtrata attraverso lastre di alabastro, similmente alle chiese paleocristiane. Com’è sua prassi, anche in questo sorprendente progetto, avviato poco prima della morte, Scarpa sembra interrogare una ricca costellazione di fonti: dalla Villa Adriana al Palazzo di Diocleziano a Spalato, da quello del Topkapi a Istanbul, al complesso dell’Alhambra a Granada, citato in un suo appunto autografo.
Carlo Maschietto, come collaboratore, fu parte integrante di questo processo. Come architetto, ebbe una forte associazione con Carlo Scarpa, il che lo portò a progettare una complessa ristrutturazione edilizia per la sede del Grand Hotel Minerva (1959 - 1961) in Piazza Santa Maria Novella a Firenze, dove prestarono particolare attenzione a un design completo. Anche nella Casa Ottolenghi, la collaborazione evidenzia la metodologia di Scarpa, che amava la verità dei materiali e non amava certi artifici nell'architettura.

Tobia Scarpa: La Villa come "Habitat nella Campagna Veneta"
Il tema della villa nel contesto veneto trova espressione anche nelle opere di Tobia Scarpa, figlio di Carlo, che ha saputo raccogliere l'eredità paterna reinterpretandola con sensibilità propria. Un esempio significativo è la casa che divenne la sua residenza. Nata come progetto per la tesi di laurea, la casa, poi divenuta residenza di Afra e Tobia Scarpa, è pensata come "habitat nella campagna veneta". Questa visione riflette una continuità di approccio con il padre, ma con una propria cifra stilistica.
Lo spazio esterno si configura come una corte aperta tra il blocco della residenza e la "barchessa", un edificio lungo e stretto che ospita lo studio, i locali per gli ospiti e altri ambienti di servizio. La planimetria dell'abitazione presenta un "muro cavo" che contiene la scala di accesso ai tre livelli, i servizi e gli impianti. Lo spazio per soggiorno pranzo e camere è completamente aperto, sia in pianta che in alzato, ed è compreso tra questo muro e il setto esterno rivolto a sud. Esternamente si osserva come la muratura sia diversificata cromaticamente sui diversi fronti, il fronte a sud, rivolto verso la campagna, è bianco mentre quello opposto, a nord e i laterali, sono neri. Questo progetto, realizzato per la tesi di laurea di Tobia Scarpa e Afra Bianchin, risulta essere un volume semplice ed efficace concepito secondo una continuità di spazi e una contrapposizione tra zona servita e servente. La diversificazione cromatica, con il fronte nord e il fronte sud in muratura con tinteggiatura di bitume per il muro a nord e calce bianca per quello a sud, sottolinea una ricerca espressiva e funzionale legata all'orientamento e al contesto.

Il Processo Creativo di Carlo Scarpa: Disegno, Materia e Luce
Il "genio che a volte vuole mostrarsi" di Carlo Scarpa era intrinsecamente legato al suo metodo di lavoro, dove il disegno era pensiero. Scarpa utilizzava il disegno come pensiero, nei disegni dava spazio a riflessioni e ragionamenti; si poteva vedere in diretta il suo pensiero che si imprimeva sulla carta: disegnava una serie concatenata di figure, ma con una logica diversa da quella usuale degli altri architetti, che è di tipo concettuale. Essa era governata da una ragione che generava passaggi momentaneamente apparentemente inutili e ovvi, ma che successivamente si dimostravano particolarmente produttivi. Molti dei suoi disegni sono conservati e accessibili, come quelli del fondo Carlo Scarpa, che documenta l’intera attività progettuale dell’architetto nei diversi campi dell’architettura, dell’arte e del design di mobili ed oggetti di arredo a partire dagli anni '20 al 1978, anno della morte. L'intero archivio è stato acquisito nel 2002 dal MAXXI Museo nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma ed è possibile consultarlo online nel database delle collezioni del MAXXI Architettura e Design contemporaneo.
La materia era un altro pilastro fondamentale del suo linguaggio. Scarpa amava la verità dei materiali. Per lui, un architetto non è un bravo architetto se è uno scenografo. In architettura, non amava certi artifici. Scarpa era un provinciale che si perdeva quando commetteva un errore. Amava la materia genuina, senza contraffazioni, che sarebbe durata di più. Questo approccio si rifletteva nell'uso di elementi come il calcestruzzo a vista o il legno, sempre trattati con una sensibilità che ne esaltava le qualità intrinseche. Un esempio sono i serramenti: "un serramento. farlo scorrere ed entrare completamente nellalloggiamento per poi bloccarlo. soluzione che poi fu elaborata personalmente da Scarpa."
La luce, nella visione di Scarpa, assumeva una dimensione quasi sacrale. La luce dell'architettura di Scarpa consente di comporre architetture per istituzioni come i musei e le opere che li costituiscono. La particolare luce che fa vedere le statue nei suoi musei diventa uno straordinario strumento di critica architettonica, lo spazio luminoso diventa uno strumento per comprendere e far comprendere le sculture. Egli fa posto alle sculture mettendole nella giusta luce, al punto che poi diventa impossibile spostarle o toglierle. L'architetto veneto utilizza l'architettura e la luce come linguaggio critico: egli cerca un metodo per arrivare ad un compimento dell'opera esposta, senza darne un giudizio.
Le modalità costruttive di Carlo Scarpa - Una mattina con Carlo Scarpa
Il Paesaggio e la "Poesia" dell'Architettura
Carlo Scarpa aveva una concezione dell'architettura che trascendeva la mera funzionalità, aspirando a una "poesia" formale. Come egli stesso disse: "…I have tried to put a little poetic imagination into it, although not in order to create poetic architecture but to make a certain type of architecture from which a sense of formal poetry can emanate. The place of the dead is a garden." Questo è particolarmente evidente nella Tomba Brion, un "giardino funerario" nel Cimitero di San Vito d'Altivole. In questo progetto, come in altri, si percepisce quel genio che a volte vuole mostrarsi. Esiste un punto in comune tra Carlo Scarpa e Andrea Palladio, tale il contributo che Scarpa apporta all'architettura universale incorporando nelle sue opere valori dalla storia dell'architettura italiana, quasi equivalente a dire che Andrea Palladio studi i classici al fine di mettervi la sua meravigliosa creatività nel progettare i suoi edifici.
Il paesaggio circostante le sue architetture non era mai un semplice sfondo, ma un elemento costitutivo del progetto stesso. I giardini assumevano un ruolo sempre più definito, diventando parte integrante dell'esperienza spaziale. Questo gusto per l'integrazione tra architettura e natura, spesso con un carattere orientalizzante, sopravvive in Venezia e in Carlo Scarpa, così come per Fortuny, dove ogni materiale, ogni texture darà luogo a un nuovo campo di sperimentazione, a un nuovo mondo.
La Formazione e l'Impronta Didattica di Carlo Scarpa
La figura di Carlo Scarpa non si limitò all'attività professionale, ma si estese anche all'insegnamento, influenzando profondamente la formazione di future generazioni di architetti. Per dieci anni, a partire dal 1934, ricoprì la posizione di professore di disegno dal vero. Nel 1972 divenne direttore dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV), dal quale nel 1978 ricevette una laurea honoris causa in architettura, ponendo così fine alla diatriba sulla legittimità del suo operato.
La sua didattica era unica e non convenzionale. A proposito della sua professione di docente, Guido Pietropoli ricorda che Scarpa non insegnava in maniera paludata. Scarpa si metteva alla pari degli studenti e la sua lezione non poteva prescindere dall'esperienza dell'uditorio. Questa capacità di trasmettere il suo sapere attraverso l'esperienza diretta e un dialogo continuo con gli studenti è un aspetto fondamentale del suo impatto. Negli anni cruciali, come il 1965, il suo Studio per la copertura della terrazza dei Tolentini, prospetto sul chiostro, rielaborazione su eliocopia del progetto di uno studente [1965 ca.], testimonia il suo approccio pratico e la sua costante ricerca, anche nel contesto didattico dello IUAV ai Tolentini. Questo dimostra come il disegno fosse un mezzo per il pensiero, le sue successive modificazioni, i dietrofront ecc.La sua capacità di affrontare contesti antichi e di valore, grazie alla sua bravura nel leggere il contesto architettonico preesistente, era vista dai suoi contemporanei come un limite, ma dai critici odierni come un punto di forza. Egli lavora nel costruito come i grandi architetti del passato, Andrea Palladio, Bramante, Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Francesco Borromini.
Versatilità e Riconoscimenti: Dalle Vetreria all'Allestimento Museale
La carriera di Carlo Scarpa fu caratterizzata da una straordinaria versatilità. A partire dal 1932, iniziò a lavorare con la vetreria di Paolo Venini, della quale fu nominato direttore artistico, incarico che mantenne fino al 1946. La collaborazione con Venini si protrasse fino al 1947: di grande innovazione sono sia i disegni, che le tecniche produttive dei modelli. Durante il periodo 1925-1926, è stato maestro vetraio per Capellin & Co. Dal 1927 al 1930 è stato consulente artistico dell'azienda Cappellin & Co per la quale ha progettato un'azienda di vetro a Firenze (demolita). Gli oggetti prodotti per la vetreria di Murano sono presentati alla III e IV Esposizione di Arti Decorative a Monza.
Oltre alle ville e alle vetrerie, Scarpa si dedicò a numerosi altri progetti. Durante il 1937 progettò una stazione per l'ACNIL (Azienda Comunale Interior Laguna); l'arredamento di una casa al Lido di Venezia; riabilitò il Teatro Rossini a Venezia; organizzò la sua prima mostra “Oreficeria Veneziana” in una galleria situata accanto al campanile di San Marco. Realizzò progetti per la casa di Mario Guarneri al Lido di Venezia; la riabilitazione della casa Ambrosini a Venezia 1952/53. Progettò i telefoni pubblici Telve, un negozio di antiquariato e il negozio di abbigliamento Onganía nella zona di San Marco. Nel 1951, Scarpa e Detti si conobbero a Firenze, nel gruppo voluto da Carlo Lodovico Ragghianti, per allestire la mostra su Frank Loyd Wright a Palazzo Strozzi. Scarpa era già un architetto affermato, mentre Detti era conosciuto come urbanista. La loro amicizia, che durerà tutta la vita, si concretizza nella collaborazione per la ricostruzione della Chiesa di San Giovanni Battista a Firenzuola, il cui incarico viene affidato a Detti dal Provveditorato ai Lavori Pubblici della Toscana nel 1955.
Ricevette numerosi importanti riconoscimenti tra cui, oltre al Premio Olivetti, il Premio IN/Arch. (1962) e la Medaglia d'oro del Ministero per la Pubblica Istruzione per la cultura e l'arte (1962), il Premio della Presidenza della Repubblica per l'architettura (1967). Il Museum für angewandte Kunst (MAK) di Vienna ha dedicato due mostre postume all'architetto italiano: nel 1989-90 ha realizzato un'esposizione intitolata Carlo Scarpa: The Other City/Die andere Stadt; nel 2003 ha allestito la mostra Carlo Scarpa: Das Handwerk der Architektur/The Craft of Architecture.
Il Linguaggio Critico nell'Allestimento Museale
La sua abilità di "leggere il contesto architettonico preesistente" si manifestava con particolare intensità nel campo dell'allestimento museale. L'allestimento del Museo di Castelvecchio a Verona, dove si trova la sistemazione della statua di Cangrande della Scala, è un esempio paradigmatico del suo approccio. A proposito di Castelvecchio, Scarpa rifletteva: “If original parts remain, they should be preserved, but any other intervention has to be designed and thought through again. It is not possible to say: “I do what is modern-I put steel and glass-”; Wood may work better, or something modest may be more appropriate. How can one affirm certain things if one has not been educated? Educated, as Foscolo says “in stories”, that is, based on vast knowledge?”. Questa citazione rivela la sua profonda cultura e il rispetto per la storia, che gli permetteva di intervenire con sensibilità e innovazione anche in contesti antichi.
Tra le esposizioni curate da Scarpa figurano "La grafica di Henri de Toulouse Lautrec" nell'Ala Napoleonica, "Le biccherne di Siena" nella Biblioteca Marciana; l'adattamento della sede del Consiglio Provinciale nell'Amministrazione Provinciale di Parma; l'Aula Magna Ca' Foscari a Venezia. Organizzò anche vari stand per la XXIX Biennale di Venezia; il progetto dell'esposizione "De Altichiero de Pisanello" al Museo di Castelvecchio a Verona 1958/60; l'adattamento di un negozio e una sala dedicata all'esposizione della vetreria Salviati a Venezia. L'esposizione Erich Mendelsohn, progettata da Carlo Scarpa per la XXX Biennale nel 1960, è stata il culmine di un lungo processo. Scarpa ha progettato uno spazio che trasmetteva il dinamismo inerente ai cento Bozzetti immaginari di Mendelshon; allo stesso tempo, i dispositivi espositivi concepiti per la sala permettevano di valorizzare gli schizzi sia come narrazioni sequenziali che come opere individuali, rendendoli accessibili al pubblico.

La Filosofia Scarpiana: Architettura come Armonia
La filosofia di Carlo Scarpa sull'architettura era profonda e complessa. "Possiamo dire che l'architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia, come un bellissimo viso di donna. Ci sono forme che esprimono qualche cosa. L'architettura è un linguaggio molto difficile da comprendere, è misterioso, a differenza delle altre arti, della musica in particolare, più direttamente comprensibili…" Questa dichiarazione sottolinea il suo impegno verso un'architettura che, pur non essendo esplicitamente poetica, fosse capace di evocare sensazioni e significati profondi.
L'ammirazione per maestri come Wright e il suo "colpo di fulmine" con la sua opera, unitamente allo studio dei classici, ha plasmato una visione in cui ogni elemento, dal più piccolo dettaglio alla configurazione spaziale complessiva, contribuiva all'armonia finale. Non era interessato a costruire per lo shock visivo, ma per la risonanza emotiva e intellettuale. Si percepisce che "quel genio che a volte vuole mostrarsi" non è una ricerca di auto-affermazione, ma un'esigenza intrinseca di esplorare le potenzialità espressive dell'architettura. Il suo lavoro sulle ville, siano esse le prime collaborazioni con Masieri o la più tarda Casa Ottolenghi con Carlo Maschietto, o ancora il progetto non realizzato per il Principe Fahd, dimostra una costante evoluzione di questi principi, sempre contestualizzati e arricchiti da nuove riflessioni. La sua eredità continua a essere studiata e celebrata, come dimostrano i numerosi documentari e mostre dedicati alla sua figura, tra cui quelli di Riccardo De Cal che esplorano la Tomba Brion, la Fondazione Querini Stampalia e il Museo di Castelvecchio.