Nel cuore pulsante della cultura napoletana, dove il folclore si intreccia indissolubilmente con la vita quotidiana, esistono espressioni e simboli che trascendono il tempo, diventando pilastri dell'identità collettiva. Tra questi, spicca un detto, e con esso un'icona, che ha saputo resistere al passare dei decenni, mantenendo intatta la sua vivacità e il suo significato profondo nel linguaggio comune. Stiamo parlando de "’O ciuccio ‘e Fechella," una frase che, pur nella sua apparente semplicità, racchiude strati di narrazione storica e sociale, culminando in un legame sorprendente e duraturo con la squadra di calcio più amata della città: il Napoli.

Questo detto, nato quasi un secolo fa, è sopravvissuto al passare del tempo, attraversando generazioni e mantenendo la sua vivacità e il suo significato nel linguaggio quotidiano. Si riferisce a una persona cagionevole, spesso soggetta a malesseri e acciacchi che ne impediscono l’operatività. Ma chi era Fechella e perché il suo asino è diventato protagonista di un modo di dire tanto noto? La storia ci trasporta nella Napoli di un tempo, in particolare nella zona di Via Santa Brigida, ubicata nel Rione Luzzatti. Qui, era noto un certo Don Domenico Ascione, un uomo magro e smunto, che per vivere raccoglieva fichi di notte, rivendendoli di giorno. Da qui il suo soprannome, appunto, "’O Fichella."
Don Domenico Ascione, detto "’O Fichella," non era un personaggio solitario. Aveva con sé un asino, la cui condizione era, a detta dei più, peggiore persino della sua. Il povero asino, ormai debilitato e carico di piaghe, rappresentava un simbolo di fatica e sfinimento. Era emaciato, coperto di piaghe e con la coda in cancrena, una visione che suscitava tanto compassione quanto una certa ironia amara, tipica dello spirito partenopeo. Nonostante le sue condizioni fisiche estremamente precarie, il povero animale provava a rendersi utile trasportando qualcosa. Tuttavia, la sua resistenza era limitata: dopo pochi passi stramazzava al suolo, esausto.
Un'indagine storica | Napoli al tempo degli Angioini, Donnaregina Vecchia | Documentario Completo
Il paragone tra l’"‘o ciuccio ‘e Fechella" e le persone a cui il detto viene riferito è significativo e rivela una sottile ma potente critica sociale. Mentre l’asino, nonostante il carico e la sofferenza, continuava a lavorare senza lamentarsi, chi viene definito "‘o ciuccio ‘e Fechella" spesso si mostra lamentoso, abbattuto e incapace di affrontare le difficoltà con lo stesso spirito. Questa distinzione mette in luce non solo la condizione fisica, ma anche l'atteggiamento mentale di fronte alle avversità, sottolineando la dignità del lavoro silenzioso e la proverbiale resilienza dell'animale rispetto alla potenziale propensione umana al lamento. Nella tradizione popolare, il detto ha conosciuto anche varianti e interpretazioni curiose, ma il suo nucleo centrale è rimasto immutato: una metafora potente per descrivere chi si arrende troppo facilmente o chi è costantemente afflitto da piccoli e grandi malanni. Il malaticcio individuo viene paragonato ad un famoso asino, di proprietà d’un tal Fechella, usato per piccoli trasporti di derrate alimentari, che aveva la schiena piagata in piú punti e la coda marcita. A differenza però dell’asino che non si lamentava dell’enorme carico del basto, l’individuo a cui viene paragonato, appare sempre abbattuto, avvilito e tormentato. Questa figura, quindi, è diventata un archetipo nel vocabolario napoletano, un modo diretto e colorito per esprimere un giudizio su una persona che, pur avendo meno "chiaje" del ciuccio di Fechella, si lamenta di più.

Il detto "'O ciuccio 'e Fechella" è anche legato in maniera profonda e quasi ineludibile alla storia del Calcio Napoli, in un connubio che evidenzia la capacità del popolo napoletano di trasformare l'ironia e l'autoironia in simboli di appartenenza e riscatto. Esiste un profondo legame tra la città di Napoli e la sua squadra di calcio; il connubio tra queste due entità si riflette anche nei colori e nei simboli associati storicamente al club, veri e propri specchi dell'anima partenopea. I colori sociali del Napoli, infatti, sono l’azzurro e il bianco, due tonalità che richiamano chiaramente il mare che bagna le sponde del Golfo e il cielo che si staglia alle spalle del Vesuvio, icone imprescindibili del paesaggio campano. Il bianco è solitamente limitato ai pantaloncini, ai calzettoni e a vari dettagli della prima divisa, ma l'azzurro dominante è un omaggio alla grandiosità del cielo e del mare, elementi che da sempre avvolgono e definiscono la città.
Lo stesso vale per i simboli che, ancora oggi, rendono il Napoli chiaramente identificabile nell’immaginario collettivo. La lettera ‘N’, che campeggia al centro dello scudetto, venne introdotta negli anni Trenta e riportata in auge dal presidente Ferlaino all’alba degli anni Settanta, divenendo un elemento distintivo e immediatamente riconoscibile. Assieme ad alcuni richiami araldici allo stemma del Regno delle Due Sicilie, una scelta subito bocciata dalla Federazione, questi elementi hanno contribuito a forgiare un'identità visiva unica per il club. Tuttavia, per un brevissimo periodo, nei primi anni Ottanta, la ‘N’ perse le grazie, divenendo più tondeggiante ai bordi e nell’angolo destro comparve la testa stilizzata di un asinello. Il motivo di questa trasformazione, apparentemente singolare, si annida nelle pieghe della storia del club e nella fantasia popolare, rivelando come il "ciuccio" sia diventato, da scherno, un emblema di resilienza.

La futura Società Sportiva Calcio Napoli nasce nell’agosto del 1926, quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista, che non accettava la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese, cambia denominazione, diventando l’Associazione Calcio Napoli. Questa trasformazione era dovuta anche alla necessità di non attirare le antipatie del regime fascista, da poco assurto al potere, che mal tollerava gli anglicismi. La nuova società presieduta da Ascarelli adotta, contestualmente, un nuovo simbolo; vengono accantonati i loghi utilizzati in precedenza, composti da iniziali stilizzate inscritte in forme geometriche più o meno regolari, a favore di un’icona che evidenzia maggiormente il legame tra la città e la squadra di calcio.
L’emblema del ‘nuovo’ Napoli, nel suo primo anno di militanza nel campionato nazionale (stagione 1926-1927), era di tutto rispetto: un cavallo sfrenato (da non confondere con quello ‘rampante’), di colore bianco o dorato, “inalberato” e “rivoltato” - come vuole il gergo araldico - raffigurato all’interno di un ovale di colore azzurro e bordato d’oro, con le zampe posteriori poggiate su di un pallone da calcio. Le iniziali dell’Associazione (A. C. N.) sono inscritte nell’ovale in senso orario in maniera asimmetrica, con la ‘A’ all’altezza della coda e la ‘N’ sotto le zampe anteriori sollevate. Un simbolo che trasudava fierezza e nobiltà, evocando un'immagine di potenza e prestigio. La scelta non fu per niente casuale e, pare, abbia fondamenti storici; secondo alcune ricostruzioni, infatti, il cavallo era stato parte integrante delle insegne cittadine. Per altri, raffigura una razza autoctona, il "Corsiero del Sole", così chiamato in epoca borbonica, che simboleggiava Napoli durante il Regno delle Due Sicilie. Poi fu scelto dagli Svevi per testimoniare l’indomabilità e l’impeto del popolo napoletano. Carlo di Borbone, affascinato dal cavallo e da ciò che simboleggiava per la città di Napoli, ne fece una vera e propria razza: puntò all’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del “Cavallo Persano”, una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. In aggiunta, caso volle che i giocatori della vecchia Internaples fossero soprannominati puledri, rafforzando ulteriormente l'idea del cavallo come simbolo naturale.
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In realtà, non è propriamente corretto affermare che il cavallo inalberato che campeggia maestosamente sull’emblema dell’Associazione Calcio Napoli si sia, con il passar del tempo, trasformato in un asinello (ciuccio o ciucciariello, in dialetto napoletano) in maniera diretta. Lo stemma originario, infatti, seppur rivisitato, è ancora in uso fino alla stagione 1962-63, con tanto di coccarda tricolore, celebrativa della vittoria della Coppa Italia ottenuta l’anno prima. Il cavallo rampante perdeva dunque il suo spessore simbolico per Napoli non per una sostituzione graduale, ma a causa di un evento ben più prosaico e ironico. La prima stagione del Napoli nel campionato nazionale, il primissimo davvero nazionale della storia, fu una catastrofe, dipanata tra ben 17 sconfitte in 18 partite e un misero pareggio con il Cagliari, senza peraltro riuscire a “gonfiare la rete”. La squadra era un disastro sportivo, ben lontana dall'immagine di nobiltà e potenza veicolata dal suo simbolo araldico.
Si racconta che nel bar Brasiliano (poi Pippone), sito in Via Santa Brigida, dove peraltro era prima situato lo Stadio del Napoli, un tale tifoso partenopeo, Raffaele Riano, amareggiato per l’esito deludente di quel campionato, esasperato urlò ai presenti: «Ato ca cavallo sfrenato, a me me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella, trentatré chiaje e a coda fraceta!». Questa esclamazione, intrisa di quella tipica autoironia napoletana che sa affrontare le delusioni con un sorriso amaro, fu la vera "ultima ribattuta" che segnò il destino simbolico del club. La battuta riscosse enorme successo a tal punto da esser riportata da un quotidiano, il Mezzogiorno Sportivo, il quotidiano fondato dall’ex calciatore Felice Scandone. Un giornalista, che stava mangiando nello stesso locale di Raffaele Riano, riportò la battuta sulle pagine del suo giornale satirico “Vaco ‘e pressa”, e cominciò a diffondere anche vignette sul tema Napoli-Asino, dov’era raffigurato proprio un asinello tutto incerottato. Questa rappresentazione goliardica contribuì in brevissimo tempo a diffondere l’espressione, scolpendo l'immagine del ciuccio nella mente collettiva dei tifosi e non solo.

Nel frattempo, la figura dell’asinello era diventata in pianta stabile la mascotte della squadra. Il significato compiuto che incarna ancora oggi ‘o ciuccio, simbolo del Napoli calcio, ha le sue radici profonde in quell'episodio di autoironia e in una serie di eventi che ne hanno consolidato la presenza. Finché il ciuccio in carne ed ossa non fece il suo primo vero ingresso allo stadio nel 1930, in occasione della partita Napoli-Juventus. I partenopei perdevano 0-2, ma incredibilmente riuscirono in una rimonta storica, terminando l’incontro 2-2. Al termine della partita, così, un piccolo asinello infiocchettato con un nastro azzurro fu portato in trionfo accompagnato da un cartello con su scritto “Ciuccio fa tu”. Questo evento, quasi mitico, cementò il legame tra la squadra e la sua nuova, inaspettata, mascotte. Fu un momento di catarsi collettiva, in cui il simbolo dello scherno si trasformò in quello della speranza e del riscatto.
Da quel momento, l'asinello divenne un elemento iconico associato al club, ben più del cavallo sfrenato. Non a caso, tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, spesso un asino bardato d’azzurro veniva portato in giro attorno al campo, prima o dopo le partite. Questa tradizione contribuì a radicare l'immagine del ciuccio nel cuore dei tifosi, rendendolo un vero e proprio talismano portafortuna e un simbolo della perseveranza di fronte alle difficoltà. L'apice di questa integrazione simbolica si ebbe quando il ciucciariello fece la sua prima comparsa sulle maglie ufficiali della squadra. Nel 1982, in un gesto di profonda intesa con il sentimento popolare, la “N” di Napoli venne utilizzata come fosse il corpo dell’asino, su cui campeggiava la testa del somaro. Questo gesto non fu solo un atto di marketing, ma la definitiva consacrazione di un simbolo nato dall'ironia e cresciuto nel cuore della gente, dimostrando che l'identità di un club può essere forgiata tanto da gesti nobili quanto da una sana dose di umorismo e realismo. Il ciuccio, con le sue trentatré piaghe e la coda fraceta, era diventato il volto autentico della squadra, un simbolo che non nascondeva le difficoltà, ma che invitava ad affrontarle con tenacia e un pizzico di fatalismo.
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Il passaggio dal fiero cavallo inalberato all'umile, ma resiliente, ciuccio è la perfetta metafora dell'anima napoletana. È un'identità che non rifugge la sofferenza o la condizione di "cagionevole", ma anzi la abbraccia, la esorcizza con l'autoironia e la trasforma in forza. Il paragone tra l’"‘o ciuccio ‘e Fechella" e le persone a cui il detto viene riferito, sebbene in origine fosse una constatazione sulle lamentele umane, nel contesto calcistico si è ribaltato, celebrando l'animale come emblema di una fatica silenziosa e inesausta. L'asino, simbolo di pazienza, laboriosità e umiltà, diventa così il rappresentante ideale di un popolo che, pur tra mille difficoltà, non si arrende e continua a lottare. Questa figura evoca l'immagine del lavoratore indefesso, che porta il suo carico senza lamentarsi, un'immagine che risuona profondamente nella cultura partenopea, spesso segnata da sfide economiche e sociali.

La risata amara, la battuta di spirito che ha generato il simbolo del ciuccio, è una delle componenti essenziali dell'identità partenopea. È la capacità di "strappare una risata ai presenti" anche nelle avversità più grandi, come la disastrosa prima stagione del Napoli. Questo atteggiamento non è sinonimo di rassegnazione, ma piuttosto di una forma di resilienza, un modo per affrontare la vita tra lotte, sconfitte e umiliazioni, mantenendo la capacità di sognare e di sperare. I partenopei sono un popolo di fedeli sognatori, e il sogno è una delle componenti essenziali per affrontare la vita. Pertanto, l’idea di lotta e tenacia per superare ostacoli e vincere l’apparente impossibilità è intrinseca al loro spirito. Il ciuccio, quindi, non è solo una mascotte, ma un potente simbolo di questa filosofia di vita: l'eroismo quotidiano di chi, pur malconcio, continua a camminare.
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Tuttavia, anche i simboli più radicati possono essere oggetto di dibattito e di tentativi di rinnovamento. Oggi, infatti, sembra che lo storico simbolo del ciuccio della squadra azzurra ceda il posto ad un felino, la pantera. Questa situazione appare rivoluzionaria, così come rivoluzionaria sembra la nuova filosofia di gioco dell’allenatore Carlo Ancelotti, che per un periodo ha guidato la squadra. Si parla di scelta puramente commerciale, una mossa che cerca di proiettare un'immagine di maggiore dinamismo e aggressività. I ruggiti e le zampate, che suggerisce la pantera, stampata sulla nuova maglia della squadra, dello sponsor tecnico Kappa, sferrano un colpo micidiale al conservatorismo legato alla tenace e passionale iconografia azzurra. L'intento è chiaro: la pantera vuole suggerire l’idea di maggior aggressività rispetto alla remissività e fatica dell’asinello, anche spesso associato all’ignoranza. È un tentativo di modernizzare l'immagine del club, allineandola a valori di potenza e velocità, caratteristiche spesso ricercate nel calcio contemporaneo.
Nonostante queste iniziative, non sarà semplice sradicare dal cuore dei napoletani l’idea di lotta e tenacia per superare ostacoli e vincere l’apparente impossibilità, simboleggiata così profondamente dal ciuccio. Il legame con il ciuccio è viscerale, un ponte con la propria storia e con un modo di essere che va oltre le mode e le strategie di marketing. Del resto, un vecchio proverbio recita: «Chi nasce asino non può morire cavallo». Questa saggezza popolare sintetizza perfettamente la profonda accettazione della propria essenza, e la celebrazione della perseveranza anche in assenza di una "nobiltà" intrinseca. La pantera, con la sua eleganza e ferocia, potrebbe attrarre nuove fasce di pubblico, ma la "ultima ribattuta" del ciuccio, il suo eco nel cuore di Napoli, continuerà a risuonare, perché esso rappresenta non solo una mascotte, ma l'essenza stessa di un popolo che sa ridere di sé e trasformare le proprie fragilità in punti di forza, sognando sempre, nonostante le trentatré piaghe.