È opinione comune che in natura siano esclusivamente le femmine ad accudire e allevare i cuccioli. Una convinzione che fino a qualche anno fa comprendeva anche, sostanzialmente, l’animale-uomo. Questo è certamente vero nella maggior parte dei casi, e alcuni biologi - per esempio Douglas Emlen - ne danno una logica spiegazione: la femmina assiste la sua prole, mentre il maschio - a meno che non si tratti di coppie monogamiche, che sono la maggioranza fra gli uccelli - non ha nessuna certezza che quel cucciolo o quel pulcino sia davvero suo e dunque deve impiegare le sue energie non occupandosi di alcuni piccoli, che potrebbero anche essere di un rivale, ma cercando di fecondare il maggior numero possibile di femmine se vuole perpetuare i suoi geni.
Tuttavia, la biologia è una disciplina in costante evoluzione e osservare la natura da una prospettiva diversa rivela scenari affascinanti dove la dedizione paterna non solo esiste, ma è strutturata in modi ingegnosi e, a volte, sorprendenti.

Strategie riproduttive e cure parentali maschili
Un’altra biologa, Patricia Brennan, ritiene che questa spiegazione non si attagli a tutti e fa notare che gli struzzi maschi si alternano nella cova con la femmina anche se nel nido vi sono uova di altre femmine fecondate da altri maschi. Per Brennan, molte uova nello stesso nido costituiscono un vantaggio per la specie, perché aumentano le possibilità che qualcuna sfugga ai predatori.
A questo proposito, un caso davvero curioso in cui i maschi “premiano” la fedeltà della compagna è quello citato dal biologo Robin Dunbar, dell’Università di Oxford. I maschi della prunella modularis, nome scientifico della passera scopaiola, dedicano ai pulcini un tempo direttamente proporzionale a quello che la femmina ha trascorso in vicinanza del maschio. Insomma, se ti sei data alla bella vita (e forse mi hai messo le corna) mi occupo meno dei tuoi - chissà se anche miei - piccoli.
Le abitudini di questo uccellino, simile per dimensioni a un pettirosso, meritano qualche chiarimento. Anzitutto, da dove le deriva il nome italiano? Dal fatto che la femmina nidifica di preferenza vicino alle piante di erica scoparia, detta comunemente “scopa” perché usata un tempo per confezionare scope e ramazze (secondo qualcuno perché cammina strusciando la coda sul terreno come se scopasse). Tuttavia, l’interpretazione maliziosa che molti di voi avranno dato al nome non è del tutto ingiustificata… La femmina di questa specie, infatti, a differenza della grande maggioranza delle sue simili di altre specie alate, è tutt’altro che monogama e in una stessa stagione può accoppiarsi con diversi maschi.
Il fenomeno unico dei padri che partoriscono
Ma torniamo al nostro tema, e al fatto che anche in natura sono numerosi gli esempi di dedizione paterna. Ma lo sapevate che il cavalluccio marino porta avanti una vera gravidanza come una mamma? La femmina depone le uova in una specie di sacca nel ventre del maschio ed è il papà, al termine della gravidanza, a partorire i piccolini con delle vere e proprie contrazioni addominali.
Altro esempio assai noto quello dell’ippocampo, o cavalluccio marino. È lui che tiene le uova (possono essere anche duemila) nella sacca marsupiale e dopo un periodo di gestazione compreso fra dieci e 25 giorni partorisce i piccoli dopo la schiusa. Anche fra i pesci ago sono i maschi a partorire. Questi adattamenti rappresentano una strategia evolutiva peculiare, dove il dispendio energetico della gestazione viene trasferito o condiviso, garantendo una maggiore protezione alla prole nelle fasi iniziali.

Il sacrificio estremo del pinguino imperatore
Quello del pinguino imperatore è certamente tra i più famosi, grazie anche al film del 2005 La marcia dei pinguini. Si riproduce in inverno sul ghiaccio: il maschio arriva addirittura a non mangiare per due mesi, resistendo alle fredde temperature dell’Antartide e a covare l’uovo appena deposto dalla mamma, al caldo, in equilibrio sulle zampe, protetto da una piega della pelle. La femmina abbandona subito l’uovo al compagno e intraprende un lungo viaggio per pescare in mare aperto. Solo dopo il suo ritorno il maschio potrà abbandonare la covata e ricominciare anche lui a cibarsi.
Dopo aver deposto l’uovo, la femmina percorre decine di chilometri per pescare in mare aperto e riportare cibo, che rigurgiterà, al suo piccolo. Nel frattempo - possono passare anche due o tre mesi - è il padre che cova l’uovo, e il piccolo che nascerà, proteggendolo da temperature fino a 60 gradi sotto zero e da vènti che possono sfiorare i 200 chilometri all’ora.
Varietà di dedizione nel mondo aviario
Altri padri premurosi sono i maschi del kiwi, dello struzzo e del suo “cugino”, il casuario, quelli del cigno reale e del cigno collonero (che spesso portano i loro piccoli sul dorso), quelli dell’uistiti, piccola scimmia diffusa nel Sud America. La paternità… responsabile è diffusa fra molte specie di uccelli, che spesso vedono il maschio collaborare anche alla costruzione del nido.
Tra le nostre rondini comuni padre e madre si dividono equamente il faticoso compito di nutrire i piccoli, compiendo fino a 400 voli al giorno. Un altro papà degno di nota è il maschio del nandù, un grosso uccello sudamericano che alleva da solo i suoi pulcini. È anche qui il maschio a costruire il nido dove la compagna deposita le uova ed è sempre lui a covarle per circa sei settimane. Se ne occupa dopo la schiusa e li difende da tutti i pericoli.
7 Film sulla Paternità e il Rapporto padri figli
A proposito di uccelli, qualche anno fa una coppia di merli nidificò all’incrocio fra una grondaia e la finestra della mia cucina. In genere, in fondo coerentemente con la accennata spiegazione biologica del disinteresse maschile per la prole, i padri premurosi si ritrovano in quegli animali che formano coppie stabili, come le oche o i cigni (vedi il recente caso della femmina di cigno a Recoaro Terme, morta di inedia, a quanto pare, dopo che il compagno era stato ucciso a bastonate).
Ho detto del merlo, ma lo stesso fa lo svasso maggiore: uno dei due procura il cibo mentre l’altro cova. Una delle forme più curiose di attenzione paterna è quella del Grandule di Namaqua, un uccello che vive nelle zone desertiche del Sudafrica. Questo animale, per dissetare i suoi pulcini, quando si imbatte in una pozza d’acqua vi si immerge con tutto il ventre, che è munito di piume particolarmente assorbenti.
Cooperazione tra specie e forme rare di nutrimento
Protagoniste di questo evento dapprima sconosciuto sono due specie di uccelli, il codirosso comune, uccello migratore e il codirosso spazzacamino, più fedele al Mediterraneo. Un gruppo di ricercatori italiani (Cnr e della Stazione zoologica Anton Dohrn) ha documentato, per la prima volta, un nido in cui gli animali delle due specie hanno deciso di allevare la prole insieme. Dove l'allevamento cooperativo all'interno della stessa specie è un esempio piuttosto diffuso di altruismo in zoologia, molto rari sono gli esempi di nidiate miste.
L'allattamento dei propri piccoli è una prerogativa dei mammiferi. Tuttavia, ci sono alcuni animali che, pur non appartenendo a questa classe, nutrono la propria prole in una maniera del tutto analoga con sostanze e nutrienti simili.
- I piccioni: così come altri uccelli come pinguini imperatore e fenicotteri, producono una secrezione con la quale nutrono le nidiate. Questa, però, non è una caratteristica unicamente degli individui di sesso femminile. Anche i piccioni maschi producono questo “latte” con il quale i piccoli vengono nutriti durante i primi giorni di vita.
- Il pesce disco: appartenente alla famiglia dei Ciclidi, nutre i piccoli nati con una secrezione. Questo “latte”, prodotto da entrambi i sessi, altro non è che una sorta di muco secreto da una ghiandola situata sul lato del corpo.
- Gli pseudoscorpioni: gli individui di sesso femminile di questi aracnidi secernono una specie di latte dalle ovaie.
- Gli scarafaggi: anche la Diploptera punctata nutre con questo sistema la propria prole, che viene alimentata quando è ancora nelle sacche da una sostanza prodotta nello stomaco.
- I cecilidi: alcuni di questi anfibi apodi sono in grado di nutrire i propri piccoli con la loro stessa pelle, che cambia composizione, aumentando la percentuale di grasso e proteine.
Esempi etologici fuori dal mondo degli uccelli
Esempi di buoni padri si ritrovano anche tra gli anfibi. Persino tra gli insetti non mancano papà pieni di attenzione. Così in alcune specie di scarafaggi che si nutrono di legno i padri collaborano alla costruzione del nido e contribuiscono alla alimentazione dei piccoli, arrivando a portare loro escrementi di uccello, ricchi di azoto e quindi utili alla loro crescita.
E nei mammiferi? Qui in genere i padri non brillano per troppa presenza. Al più tollerano la presenza della loro prole ma non si spendono troppo per essa. Però qualche eccezione si trova anche fra loro: i maschi dei tanto vituperati e temuti (a torto) lupi, sono padri collaborativi, affettuosi e giocherelloni. Qualche anno fa la rivista Nature Communication pubblicò i risultati di un esperimento compiuto in Giappone con topi di laboratorio; esso aveva messo in luce un curioso comportamento maschile: i padri intervenivano solo se “richiamati” dalle madri, impossibilitate per qualche ragione ad accudire i piccoli, con particolari stimoli vocali.

Comportamenti istintivi ed emozioni
E poi ci sono episodi che anche l’etologia ha qualche difficoltà a spiegare. Capita abbastanza spesso che una femmina si prenda cura di un cucciolo non suo (specialmente se ha perduto di recente i suoi piccoli) e magari, se è nelle condizioni di farlo, lo allatti. Questo capita anche con cuccioli di specie diverse e trova spiegazioni in certi comportamenti istintivi legati alla maternità e all’istinto protettivo nei confronti del cucciolo.
Molto più raro e difficilmente spiegabile quando a fare da mamma è un maschio. Come accadde con il micio Dolce: un maschio battagliero e sciupafemmine che in una notte di pioggia arrivò a casa portando fra i denti un micino di poche settimane tutto intirizzito. Lo portò nella sua cuccia cominciando a leccarlo e “comunicando” con lui con lunghi miagolii e per quattro giorni non lo lasciò mai da solo.
Se poi nel comportamento delle madri (e spesso anche dei padri, come abbiamo visto), si debba leggere un mero istinto di accudimento e protezione finalizzato alla conservazione e perpetuazione della specie di appartenenza o possano ravvisarsi - come io credo - emozioni e sentimenti come amore e tenerezza, è discorso difficile da svolgersi in questa sede. Si tratta infatti di un argomento sul quale l’uomo si interroga fin dai tempi di Aristotele, passando poi per Cartesio (gli animali come automata, come macchine, privi di sentimenti ed emozioni) e giungendo a Darwin.
Oggi la moderna etologia dà per scontato che gli animali provino dolore, gioia, rabbia, tristezza e addirittura si va interrogando se si possa parlare per loro di giustizia e di “senso morale”.
Fasi del ciclo riproduttivo e nidificazione
La riproduzione degli uccelli è un ciclo produttivo che si compone di molte fasi. I biologi concordano sul fatto che la riproduzione degli uccelli sia fra i più complessi cicli produttivi presenti nel genere animale a causa delle problematiche presenti nelle varie fasi.
Un periodo molto importante nella fase dell'accoppiamento è quello del corteggiamento. In questa fase i colori del piumaggio brillano, le penne si alzano e le sacche vocali si gonfiano. Tutto questo per impressionare la femmina, che sceglierà il partner capace di offrire una maggiore probabilità di riuscita nell'accoppiamento.
Proprio per il fatto che gli uccelli sono una classe ovipara, si comprende l'importanza che ha, nella riproduzione, la costruzione del nido. Solitamente è la femmina che si assume la responsabilità di costruire il nido, dopo aver trovato un posto sufficientemente adatto. Nel corso dell'evoluzione ogni specie ha sviluppato tecniche per la costruzione del nido che fossero le più adatte per l'ambiente in cui vive; interessanti esempi sono i nidi dei megapodi australasiani, i quali costruiscono dei tumuli di incubazione (mucchi di sostanze organiche in decomposizione).
Una volta trovato il luogo adatto alla riproduzione e costruito il nido, una delle fasi più importanti è la deposizione delle uova. Le urie, uccelli nordici, dovendo sfruttare gli esigui spazi disponibili sulle scogliere, non costruiscono nidi, ma depongono uova a forma di pera per impedirne il rotolamento.
Nella riproduzione degli uccelli, per consentire la formazione dell'embrione, è necessario che le uova vengano mantenute ad una temperatura abbastanza elevata: questa fase viene detta incubazione. In quasi tutte le specie di uccelli è presente l'istinto della cova, con cui i genitori riescono a mantenere la temperatura delle uova al di sopra di certi limiti. In generale questo processo viene effettuato sfruttando la temperatura corporea degli stessi genitori.
Gestione in cattività e cooperazione altruistica
Prendendo come esempio il caso dei canarini in cattività, la fase di riproduzione subisce molti cambiamenti e l'uomo assume un ruolo fondamentale. Innanzitutto, egli si dovrà occupare di trovare una collocazione adatta alla gabbia. Un altro importante compito dell'uomo è quello di verificare che l'atteggiamento del maschio nei confronti della femmina non diventi aggressivo. In base all'età dei canarini o alle loro condizioni fisiche può succedere che la femmina deponga uova chiare, cioè non fecondate.
Approcci di cooperazione in natura sono frequenti dove il branco sostiene tutti i cuccioli nati indipendentemente dal grado di parentela, più o meno stretto, e le femmine allattano i piccoli che ne hanno bisogno senza discriminarli rispetto ai propri. Tale processo lo possiamo osservare anche con gli uccelli, dove ci sono individui che adottano nidi altrui aiutando i genitori biologici a nutrire e proteggere i piccoli: sono i cosiddetti nest helper, tra i quali compaiono individui che collaborano all'allevamento della prole pur essendo esclusi dalla costruzione del nido e dagli aspetti sessuali. Non depongono né covano, ma procacciano il cibo e alimentano i piccoli che proteggono da eventuali predatori, ed essi fanno ciò nell'impossibilità di allevare prole propria, determinando un incremento per il successo riproduttivo dei conspecifici.
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