L'universo degli ABBA non è fatto solo di melodie intramontabili e armonie vocali che hanno definito un'epoca; è anche un compendio visivo di estro, coraggio e, sorprendentemente, strategia pragmatica. Se oggi la "tuta" è tornata a essere un capo versatile e chic, amato dalle passerelle di Stella McCartney e dalle icone di stile come Phoebe Philo, dobbiamo guardare proprio agli anni Settanta per comprendere le origini di questo fenomeno. La storia della tuta, però, è molto più antica e complessa di quanto si possa immaginare, intrecciandosi con le lotte operaie, il futurismo italiano e la necessità di sopravvivere in un sistema fiscale spietato.

Dalle Boilersuit alla TuTa di Thayaht
Le prime tute erano abiti da lavoro maschili chiamate boilersuit: erano in denim o altri tessuti pesanti e servivano a proteggere i vestiti degli operai e i loro corpi da macchie, olii, vernici e altri tipi di unto. Ricoprivano tutto il corpo e di solito avevano una cintura o un elastico in vita, qualche tipo di chiusura ai polsi e alle caviglie, tasche e tasconi in cui infilare gli attrezzi. Erano associate ai proletari e per questo si diffusero tra gli intellettuali e gli attivisti di sinistra degli anni Venti e Trenta.
È quindi curioso che la prima tuta come vestito da portare tutti i giorni sia stata inventata da un artista futurista italiano: Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, che nel 1919 realizzò un abito dalla forma a T tagliata da un unico pezzo di cotone. La chiamò TuTa e nel suo intento rivoluzionario e moderno doveva essere un capo universale e unisex, una soluzione facile e fai-da-te con sette bottoni, poche cuciture e uno spirito anti-borghese. Nel 1923, l’artista costruttivista russo Aleksandr Rodchenko e la moglie Varvara Stepanova inventarono un’altra specie di tuta che chiamarono Varst, sempre destinata all’uomo comune.
La trasformazione del capo da divisa da lavoro a icona di moda avvenne gradualmente. Greta Garbo fu tra le prime attrici a indossare una tuta in un film (Come tu mi vuoi, 1932), seguita da Katharine Hepburn nel 1937. Il termine jumpsuit, quello usato nei paesi anglosassoni, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Quaranta per le divise dei paracadutisti che le usavano, appunto, per i lanci (jump significa salto, in inglese).
L'estetica ABBA: Provocazione o Necessità Fiscale?
Quando nel 1977 gli ABBA partirono per il loro primo grande tour, non fu tanto della musica che parlarono i giornali, ma dei costumi: bizzarri, eccessivi, provocatori. Zeppe alte cinque dita, scollature da urlo, fantasie pop, glitter e lustrini come mai se ne videro prima. Aderenti come una seconda pelle, le tute calzamaglia indossate da Anni-Frid e Agnetha lasciavano ben poco alla fantasia e divennero un marchio di fabbrica che fece storia.
Tuttavia, esiste una rivelazione sorprendente dietro quegli outfit spettacolari. «Devo essere sincero: in quegli anni somigliavamo proprio a idioti, eravamo orribili», ha affermato l’ex componente Björn Ulvaeus in un nuovo volume fotografico che illustra la storia della band. «Nessuno vestiva così male come noi, ma non avevamo scelta». La ragione vera risiedeva in benefici fiscali: i costumi di scena (tutto quello che non si può usare nella vita di tutti i giorni) potevano essere detratti dalle tasse in un paese, la Svezia, con una pressione fiscale che arrivava al 44,7%. Quei lustrini, hotpants scintillanti e tute aderenti erano, in sostanza, una forma estrema di pianificazione fiscale.

L'eredità culturale e il ritorno nel 2018
Fino a pochi anni fa le tute erano pressoché dimenticate, associate soltanto agli anni Ottanta o alle discoteche degli anni Settanta. Ma per essere alla moda nell’estate 2018 bisognava avere soprattutto una cosa: una jumpsuit. Tanya Gill, la stylist di Jane Fonda, l'ha definita «il compendio del guardaroba della donna moderna», capace di far risparmiare tempo prezioso. Oggi, la tuta è un abito versatile da portare ogni giorno, che sta bene a tutte le forme del corpo. Su piattaforme come Lyst, le ricerche delle tute sono aumentate del 61 per cento all’anno, confermando che il capo nato come boilersuit è diventato, in definitiva, l'abito della cultura pop.
Il Museo e la memoria viva: ABBA THE MUSEUM
Se la moda degli ABBA è diventata un oggetto di culto, la loro musica vive oggi nel nuovissimo ABBA THE MUSEUM, situato nell’isola di Djurgården a Stoccolma. Non è un classico museo polveroso, ma uno spazio di 2000 metri quadrati dove il visitatore può salire sul palco e cantare con gli ologrammi 3D di Agnetha, Benny, Björn e Anni-Frid. In una sala dedicata ai costumi, curata dalla costumista Ingmarie Halling, si possono ammirare gli outfit originali, mentre nella "Dressing Room" i visitatori possono scegliere virtualmente i vestiti di scena della band, proiettando la propria immagine su un muro.
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L’innovazione tecnologica: Da "Voyage" agli ABBAtar
La storia degli ABBA non si è fermata ai lustrini degli anni Settanta. Con il ritorno sulle scene nel 2021 per l'album Voyage, la band ha spinto i confini della tecnologia ancora oltre. Poiché i quattro componenti non volevano esibirsi fisicamente in tour mondiali, hanno optato per gli "ABBAtar": proiezioni digitali basate su 160 telecamere che hanno catturato i movimenti dei cantanti mentre indossavano tute speciali piene di sensori.
«Indossavamo tute e caschi speciali, che erano pieni di sensori. Erano anche sulle nostre facce», ha spiegato Benny Andersson. È il cerchio che si chiude: le tute, che in passato erano state il loro stratagemma per pagare meno tasse, sono diventate lo strumento tecnologico fondamentale per rendere i membri della band immortali, pronti a esibirsi per le nuove generazioni nella futuristica ABBA Arena di Londra, esattamente come apparivano quarant'anni fa.

Dalla TuTa futurista di Thayaht, passando per il glamour provocatorio dello Studio 54, fino alla precisione chirurgica dei sensori di movimento utilizzati per Voyage, la tuta rimane l'oggetto narrativo perfetto per raccontare l'evoluzione di un gruppo che ha trasformato le necessità pratiche in icone di stile globale, confermando come, nel mondo della musica e della moda, la forma sia sempre specchio della sostanza.