L'ambiente mediatico contemporaneo, in particolare quello digitale, ha evidenziato con drammatica chiarezza la vulnerabilità delle donne di fronte alla diffusione non consensuale di immagini e alla conseguente mercificazione del loro corpo. Vicende come quella della morte di Tiziana Cantone hanno indignato l'Italia intera, una storia finita in tragedia e condivisa da molte più donne di quanto si possa immaginare. Sono tante le vittime di vendette di ex fidanzati o amanti malati, e il risultato è spesso lo stesso: la vergogna pubblica. Fu, per esempio, l'ex fidanzato argentino di Belen a diffondere il video in cui la showgirl, non ancora maggiorenne, consumava un rapporto sessuale con lui, rendendo evidenti le implicazioni di una tale esposizione. Molto sensibile all'argomento, Michelle Hunziker, in prima linea con la sua associazione nella difesa delle donne, ha spesso sottolineato l'importanza della cautela: "Dico sempre a mia figlia più grande (Aurora, avuta da Eros Ramazzotti, ndr) e lo ripeto a tutti i ragazzi che devono stare molto attenti con quello che diffondono sui social. Anche mia figlia fu vittima di un brutto scherzo", ha dichiarato, evidenziando come la problematica trascenda i contesti specifici, toccando indistintamente celebrità e persone comuni. Questi esempi servono a delineare un quadro più ampio della rappresentazione e oggettificazione del corpo femminile nella società e nei media, un contesto da cui anche il mondo del wrestling professionistico non è rimasto immune.
Per lungo tempo, infatti, il wrestling ha rappresentato un ambiente dominato dagli uomini e percepito come tale, non solo sul ring ma anche all'esterno, dove il pubblico fino a poco tempo fa era quasi esclusivamente maschile, persino nella piccola scena italiana degli show locali o nei pochi house shows della WWE nel nostro Paese. Storicamente, le donne che seguivano il wrestling si sono trovate molto spesso nella bizzarra posizione, comune nel mondo dello sport e dell’intrattenimento, di essere estranee a una comunità di cui pure facevano parte. In questo scenario, la rappresentazione della donna nel wrestling, spesso enfatizzata dalla tutina come indumento che ne modellava e metteva in mostra le forme, si è trovata intrappolata in una dinamica di oggettificazione. Questo sguardo, che a volte sfociava in un interesse quasi feticistico per l'abbigliamento e l'aspetto delle lottatrici piuttosto che per le loro capacità atletiche, ha caratterizzato per decenni il modo in cui le figure femminili venivano presentate e percepite. Come si è arrivati, quindi, alla situazione attuale, in cui l'evento più seguito è quello che riguarda una donna, e la tutina, da simbolo di uno sguardo oggettificante, è diventata semplicemente parte dell'uniforme di atlete rispettate? L'evoluzione è stata lenta ma significativa, segnando un percorso che ha condotto dalla mercificazione alla celebrazione della forza e dell'abilità.

Le Origini dell'Oggettificazione: Il Corpo Femminile come Spettacolo
Per comprendere appieno il cambiamento, è necessario partire dal punto più basso della rappresentazione della donna nel wrestling, quando era vista quasi esclusivamente come oggetto sessuale. Una data significativa è il 5 marzo 2001, durante una puntata di Monday Night Raw. In quell'occasione, Trish Stratus, lottatrice ancora oggi molto popolare, si dirigeva verso il ring. I commentatori, Paul Heyman e Jim Ross, non riuscivano a contenere i loro commenti sessisti. Il primo, con un'espressione volgare, dichiarò di essere un «grosso, grosso fan» perché «assieme a quello di Rikishi, il suo è il sedere migliore della federazione!». Il secondo rincarò la dose, rispondendo: «Pensavo ti piacesse qualcos’altro», riferendosi esplicitamente al suo seno, sul quale la telecamera, in un gesto programmatico di oggettificazione, provvedeva a zoommare.
La sequenza più disturbante di quel periodo, tuttavia, vedeva Stratus protagonista di un segmento con Vince McMahon. La storyline in scena, quella di una torrida relazione extraconiugale tra i due, era in una fase in cui lei era la succube del CEO della WWE. McMahon le chiese quindi di fare due cose: abbaiare come un cane, a quattro zampe, per lui, e di spogliarsi. Una scena che oggi, alla luce delle accuse che gli sono state mosse (come quelle di Janelle Grant, ex dipendente della WWE che ha intentato contro di lui e l'azienda una causa per violenze sessuali e sex trafficking), risulta particolarmente inquietante e rivelatrice delle dinamiche di potere e sessualizzazione. Stratus, ubbidendo, abbaiò e si tolse i vestiti, rivelando un reggiseno nero e un perizoma. Gli uomini del pubblico applaudirono, fecero cori, e rimasero addirittura delusi non appena McMahon la fermò un attimo prima che si slacciasse il gancetto del reggiseno.
Questa era la perfetta rappresentazione della considerazione che la WWE aveva allora delle donne, che venivano presentate come superficiali, dispettose, irrazionalmente emotive e bisognose di protezione da parte degli uomini, i quali, al contrario, erano dipinti come esseri forti, possenti, cavallereschi. A malapena potevano considerarsi lottatrici: le donne dell’allora WWF della Attitude Era (1997-2001) venivano presentate perlopiù come vallette o come interessi amorosi degli interpreti maschili, fungendo al contempo da oggetto per lo sguardo del pubblico. La tutina, o qualsiasi altro indumento da ring, in questo contesto, serviva più a sottolineare la fisicità in un'ottica voyeuristica che a rappresentare l'atletismo.
La situazione non migliorò rapidamente. Anche anni dopo, con il passaggio della WWE a un rating televisivo PG, che prevedeva contenuti rivolti ai bambini e alle famiglie con la conseguente riduzione di immagini e match cruenti, e delle storie più pruriginose, le donne non erano comunque trattate come le loro controparti maschili. Volendo rendere più generico e commerciale il prodotto, i lottatori venivano chiamati “Superstars”, evocando personaggi larger than life; le donne, invece, venivano chiamate “Divas”, una differenza di significato che è eloquente in sé. Un chiaro esempio di questa disparità era visibile anche negli allori: il WWE Championship, titolo maschile, era una cintura dorata con il logo della compagnia al centro, simbolo di prestigio e forza. Il WWE Divas Championship, per le donne, era una cintura rosa a forma di farfalla, che comunicava un'immagine di leggerezza e frivolezza, lontano dalla serietà atletica.
Questo approccio all'immagine femminile era così radicato che uno degli addetti all’assunzione di nuovi lottatori e lottatrici, John Laurinaitis, confidente di Vince McMahon, e uno dei principali indagati della causa intentata da Janelle Grant, trovava nuove lottatrici cercandole non nei ring di wrestling, ma nelle riviste per uomini o nei cataloghi di intimo. Nel 2010, a dei tryouts della WWE, Lauranitis disse esplicitamente alle donne che non sarebbero state assunte se la loro bellezza non fosse stata almeno pari a quella di una modella di Playboy, come riportò all’epoca il giornalista Dave Meltzer, massima autorità del campo. Altre donne, selezionate tramite contatti con agenzie di modelle, venivano poi mandate in TV per il Diva Search, una competizione (presentata, tra gli altri, anche da Dwayne Johnson, cioè The Rock) la cui vincitrice sarebbe stata assunta dalla compagnia. Com’è facile immaginare, queste donne non venivano giudicate per le loro abilità sul ring e i loro spettacoli si riducevano a cose come competizioni stile corrida, torte in faccia e litigi da salotto televisivo. Questi erano gli anni degli incontri Bra & Panties, in cui vinceva chi spogliava l’avversaria fino a farla rimanere seminuda, per il plauso del pubblico maschile. In questo contesto, la tutina da wrestling, se indossata, era un mero strumento per accendere lo sguardo, un veicolo per l'oggettificazione più che un simbolo di potenza atletica.
WWE Top 10 - Diva Mania
I Primi Segnali di Cambiamento: Verso un Riconoscimento Atletico
Nonostante il quadro desolante, qualcosa iniziò a muoversi, sebbene con estrema lentezza. Una data fondamentale in questa storia è il 31 gennaio 2010, quando si tiene l’annuale edizione del PPV Royal Rumble. La Royal Rumble è un match a trenta uomini, dove due lottatori iniziano sul ring e ogni novanta secondi se ne aggiunge un altro. Una volta che un wrestler viene lanciato oltre la corda più alta del ring ed entrambi i suoi piedi toccano terra viene eliminato dalla contesa. Il vincitore è l'ultima persona in piedi sul ring. Quella sera, alla Royal Rumble, prese parte una donna: Beth Phoenix, una wrestler con il ruolo della Glamazon. In altre parole, era muscolosa, con un fisico più definito e possente rispetto alla media delle proprie colleghe in federazione. La sua presenza, la sua tutina atletica e la sua fisicità la distinguevano nettamente dalle figure prevalentemente esili e modellate presentate come "Divas".
Phoenix cominciò a partecipare in maniera attiva nell’incontro, contrapponendosi a "The Great Khali", uno dei più importanti lottatori indiani viventi, un vero e proprio gigante alto due metri e venti. Un wrestler che in quegli anni era alla fine della sua carriera e aveva ormai un personaggio comico da gigante buono a cui nessuna donna poteva resistere. Per evitare di essere eliminata, Phoenix afferrò la testa del possente avversario e gli diede un bacio sulle labbra, per il boato della folla. Ma si trattava di un trucco: durante il bacio, infatti, Phoenix lo fece cadere oltre la corda più alta, eliminandolo. Uno dei commentatori, inorridito, commentò: «Mai fidarsi di una donna». Verrà eliminata poco dopo, ma il messaggio era chiaro: una donna poteva competere, usare la sua intelligenza e la sua forza per eliminare un uomo, anche se il commento finale ne sminuiva il gesto.
Questo episodio, per quanto minuscolo, soprattutto per una donna forte con un’autentica esperienza da lottatrice come Beth Phoenix, rappresentò comunque un passo in avanti rispetto ai tempi della sessualizzazione senza freni degli anni precedenti. Lo scenario, tuttavia, era ancora desolante e, nonostante l’oggettificazione senza ritegno fosse ormai un ricordo del passato per quanto riguarda le scene più estreme, la WWE sembrava ancora non sapere cosa farsene delle proprie lottatrici. In questo contesto, la scena indipendente americana di wrestler femminili, seppur di enorme qualità e spesso con un approccio più atletico alla "tutina" e all'immagine generale, era ancora troppo piccola e troppo poco seguita per avere una reale influenza sulla federazione più importante.
Eppure, qualcosa continuava a muoversi dietro le quinte. In quel periodo prese forma in WWE un nuovo progetto ambizioso: il WWE Performance Center, una struttura all'avanguardia con la funzione di “far crescere” e sviluppare i talenti della federazione. Sotto la nuova direzione del dirigente Paul Levesque, conosciuto ai più come il lottatore e grande campione “Triple H”, il Performance Center iniziò ad aiutare i lottatori e le lottatrici WWE ad affinare le proprie abilità atletiche da esibire nello show NXT, esclusiva del servizio di streaming online WWE Network. La novità cruciale, ai fini del nostro discorso, stava proprio qui: la visione di Levesque prevedeva infatti che lottatori e lottatrici, indifferentemente dal genere, potessero esprimersi lottando agli stessi livelli, venendo allenati dai migliori coach della federazione. Questo segnò un cambio di paradigma: la priorità si spostò dalla semplice bellezza o dall'attrattiva fisica all'abilità sul ring, riflettendosi anche nella scelta e nella percezione della tutina da wrestling, che da indumento provocante cominciò a essere vista come divisa atletica.
Iniziarono così a farsi notare nuove figure: giovani donne certamente di bell’aspetto, ma non più confinate all’immaginario, storicamente preferito da McMahon, di donne-oggetto, principalmente bionde e massicciamente ritoccate dalla chirurgia plastica. Un esempio emblematico fu AJ Lee, lottatrice che interpretava il personaggio della spezzacuori manipolatrice, ma che veniva rappresentata come una figura dominante, in grado di lottare a livelli inediti per una donna all'interno della WWE. Personaggi come lei convinsero i fan a voler vedere lottare altre donne, scontrandosi però con lo scarso minutaggio e la limitata esposizione concessa loro dalla federazione di Stamford. La loro abilità atletica, spesso esaltata da tute da wrestling funzionali che permettevano movimenti agili, cominciò a farsi strada nell'immaginario collettivo, spingendo verso un cambiamento profondo.

La Rivoluzione Femminile: Dalle "Divas" alle "Superstars"
Il vero punto di svolta iniziò a manifestarsi all'inizio del 2015. Nel corso della puntata dello show Monday Night Raw del 23 febbraio, venne inquadrato un cartello tra il pubblico che recitava un semplice ma potente messaggio: “Give Divas a Chance” (Date una possibilità alle Divas). Questo slogan catturò l'attenzione e diede voce a un crescente malcontento tra i fan, che desideravano vedere le donne trattate con maggiore rispetto e concedere loro più tempo sul ring. In questo un ruolo determinante potrebbero averlo avuto anche gli incontri lunghi e combattuti messi in scena dalle lottatrici di NXT, che, pur non trovando ancora spazio negli show televisivi principali, stavano dimostrando al pubblico la vera qualità e il potenziale del wrestling femminile. La richiesta non era più solo di vedere donne belle in tutina, ma di assistere a vere atlete in azione.
Questo movimento portò alla cosiddetta Women’s Revolution in WWE, o almeno così venne pubblicizzata. Di cosa si trattava concretamente? Di più spazio per le lottatrici, certo, ma anche di una maggiore attenzione e di storie dedicate, sebbene sempre approvate da Vince McMahon, che deteneva comunque l'ultima parola su ogni decisione. Il cambiamento fu formalizzato il 3 aprile 2016 a WrestleMania 32, l'evento più importante dell'anno per la federazione. In quella storica occasione, la WWE eliminò ufficialmente il Divas Championship, simbolo di una mentalità ormai superata, e annunciò che le sue interpreti femminili non sarebbero più state chiamate “Divas”, bensì “Superstars”, esattamente come le loro controparti maschili. Questa decisione non fu solo un cambio di terminologia, ma un riconoscimento sostanziale: le donne erano ora percepite come atlete di pari livello, e il loro abbigliamento, compresa la tutina, avrebbe dovuto riflettere questa professionalità e potenza, non la mera estetica.
L'incontro femminile di punta dell’evento, designato per determinare la nuova WWE Women’s Champion, vide protagoniste tre protette di "Triple H": Becky Lynch, Sasha Banks e Charlotte Flair. La loro performance, caratterizzata da un atletismo straordinario e una narrazione avvincente, dimostrò in modo inequivocabile che le donne erano in grado di sostenere un match di alto profilo all'interno di un pay-per-view di tale portata. Questi progressi non si fermarono lì, ma continuarono a evolversi.
I titoli femminili furono successivamente divisi in due, rispecchiando la struttura maschile: uno per le lottatrici dello show del lunedì, Monday Night Raw, e uno per quelle del venerdì, Friday Night Smackdown. Eventi storici della WWE come Money in the Bank e Royal Rumble, tradizionalmente dominati dagli uomini, vennero ampliati con versioni interamente al femminile, cosa prima d’allora impossibile da immaginare. La tutina, in questo contesto, divenne un elemento iconico di queste nuove battaglie, indossata da donne che si lanciavano da scale altissime o resistevano a decine di avversarie.
Questo "movimento" culminò, il 28 ottobre 2018, con la trasmissione di un evento pay-per-view solamente al femminile: WWE Evolution. Nessun atleta maschile partecipò a un incontro quella sera, un traguardo impensabile fino a pochi anni prima. Due delle tre voci che commentarono lo show, tra l’altro, furono anch’esse donne, a sottolineare un cambio di prospettiva a 360 gradi. Quasi due ore di solo wrestling femminile, con al centro dello show la famosissima Ronda Rousey, che “Triple H” era riuscito a far firmare con la WWE (e che poi avrebbe avuto un ruolo anche nella storia delle MMA femminili). Fu una vera e propria rivoluzione, che spostò l'attenzione dalla superficialità a una celebrazione della forza, della tecnica e della determinazione delle atlete. La tutina divenne, a tutti gli effetti, l'uniforme di queste guerriere moderne.
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Il Fenomeno Becky Lynch: "The Man" e la Conquista del Main Event
Nonostante gli enormi passi avanti, l'apice di questa storia di emancipazione non era ancora stato raggiunto. Nell'estate del 2018, infatti, emerse un fenomeno ancora più grande, destinato a cambiare ulteriormente la percezione del wrestling femminile: Becky Lynch. Lynch, lottatrice irlandese dall’indubbio carisma e abilità atletica, non era ancora riuscita a ottenere un grande successo: vuoi per sfortuna, vuoi per circostanze fuori dal suo controllo, come l’insistenza di McMahon nel preferirle altre lottatrici per incontri di cartello, rimaneva il fatto che fosse considerata "la terza" di Wrestlemania 32. I fan lo sapevano, tifavano per lei, ma contro il granitico volere del capo della federazione c’era poco da fare. Questo fino all’estate del 2018, in cui la voce sempre più insistente del pubblico nelle arene iniziò a essere troppo forte da ignorare per la WWE.
Becky Lynch aveva da poco effettuato un turn heel, attaccando la propria amica Charlotte Flair, allora campionessa femminile di Smackdown. Flair è storicamente una favorita dalla federazione con una enorme presenza televisiva rispetto alla collega irlandese, e secondo alcuni questo è dovuto al fatto di essere figlia del sedici volte campione del mondo Ric Flair. Si creò quindi una situazione paradossale: molti fan iniziarono a fare il tifo per Lynch nonostante i ruoli dettassero il contrario, sostenendo la "cattiva" contro la "buona" ufficiale. Questo tifo fu così forte e organico che la federazione, seppur con riluttanza, decise di accoglierlo, rendendo Becky campionessa e beniamina della folla, e dandole il soprannome di "The Man", appartenente proprio al sopracitato Ric Flair, che significava letteralmente "l'uomo", a indicare la figura dominante. Becky Lynch si prese così il centro del palcoscenico, diventando la donna da battere, la figura più carismatica e rilevante nel panorama del wrestling, indossando la sua tutina non come un costume sessualizzato, ma come l'armatura di una vera guerriera.
Il momento che consacrò definitivamente il suo status avvenne il 12 novembre, durante una puntata di Monday Night Raw. Lynch guidò lo spogliatoio delle donne di SmackDown in un'invasione del brand rivale. Durante la mischia, una delle lottatrici di Raw, la samoana Nia Jax, parte del clan Anoa’i di cui fanno parte anche Roman Reigns e The Rock, colpì con un pugno in faccia l'irlandese. Per un tragico errore, il pugno colpì davvero il volto della campionessa, spaccandole il naso. Lynch, però, non si scompose; tenne alto la testa, il viso sporco di sangue, e sorrise senza paura, lottando ancora. L’arena si trasformò in una bolgia, ed era tutta per Becky Lynch, “The Man”. L'immagine del suo viso insanguinato e del suo sorriso di sfida, immortalata in numerose fotografie, divenne iconica, simbolo di resilienza e determinazione.
Questo è un momento che rimarrà e che segnerà la consacrazione definitiva della campionessa irlandese, la cui popolarità raggiunse i media mainstream, facendola diventare quasi più famosa di ogni suo collega e della WWE stessa. La rivista di settore Pro Wrestling Illustrated la dichiarò la wrestler più popolare del 2019, ed è la prima volta che questo premio venne assegnato a una donna dalla sua creazione nel 1972. Fu la prova tangibile che il pubblico era pronto non solo ad accettare, ma a celebrare una donna come figura dominante, il cui valore non dipendeva più dall'oggettificazione o dalla sua tutina, ma dalla sua forza interiore e atletica.
Il culmine di questo straordinario percorso si raggiunse il 7 aprile 2019, a WrestleMania 35. La popolarità delle donne WWE era tale che la federazione decise di dare il posto di ultimo incontro dello show, il prestigioso main event, a un match che vedeva in palio entrambi i titoli femminili della federazione, in una formula "chi vince prende tutto". Le protagoniste di questa storica battaglia furono Becky Lynch, Charlotte Flair e Ronda Rousey. A vincere fu la prima, Becky Lynch, chiudendo lo show con entrambe le cinture sulle spalle e con il pubblico che l'acclamava come e più di molti altri uomini che avevano lottato prima di lei. La sua tutina, ormai un simbolo di trionfo e ribellione, era parte integrante di questa immagine vittoriosa.

L'Eredità della Rivoluzione: Nuove Icone e Pubblici Diversificati
Gli effetti di questa svolta, sebbene la WWE negli ultimi anni non abbia continuato ad appoggiarla forse adagiandosi un po’ sugli allori, stanno iniziando a farsi sentire con una profondità sempre maggiore. Uno degli esiti più evidenti è l’enorme crescita del pubblico femminile negli ultimi anni, che ha trovato nelle nuove figure del wrestling modelli di forza e autenticità. Questa tendenza ha prodotto nuovi personaggi che incarnano diverse forme di empowerment e rappresentazione.
Per esempio, Bianca Belair, estremamente popolare con le bambine e le famiglie, porta per la prima volta al centro dello show una donna nera, celebrata per la sua forza fisica, la sua atleticità ineguagliabile e il suo carisma contagioso. La sua presenza e il suo stile di lotta, con la sua inconfondibile tutina che esalta la sua muscolatura, sfidano stereotipi radicati e offrono un modello positivo di successo atletico.
Ma non solo: la già citata Rhea Ripley, una delle lottatrici più famose del momento, e conosciuta in tutto il mondo, è diventata un'icona particolarmente popolare tra le donne queer. La sua immagine di lottatrice "alternativa", forte, con un look aggressivo e una personalità dominante, ha risuonato profondamente in una fascia "demografica" che la WWE, in passato, non avrebbe mai preso in considerazione o, peggio, avrebbe evitato. La sua popolarità è tale che The Rock in persona l’ha ringraziata per aver «portato la compagnia sulle proprie spalle» e da alcuni è considerata al pari di leggende come John Cena - ritornato per il suo ultimo anno di attività come lottatore, con tanto di annuncio di rincorsa allo storico diciassettesimo regno da campione mondiale. Che una donna avesse tutta questa visibilità nel mondo del wrestling è qualcosa di impensabile anche solo fino a qualche anno fa. La sua tutina, distintiva e potente, è parte integrante della sua identità visiva, ma in un modo che esprime potere e controllo, non sottomissione o oggettificazione.

Nel primo episodio di Monday Night Raw, il programma TV in onda dal 6 gennaio che ha segnato l’inizio della collaborazione tra Netflix e la WWE, uno dei momenti più discussi e condivisi è stata proprio la riconquista del Women’s World Championship da parte di Rhea Ripley, che ha sconfitto la precedente campionessa, Liv Morgan. Questo evento non è solo un trionfo per Ripley, ma un simbolo eloquente di come il wrestling femminile sia ormai al centro della scena, superando le barriere di genere e attirando un pubblico sempre più vasto e diversificato.
Questa è una rivoluzione nella rivoluzione, se possiamo dire così, dovuta alla costante evoluzione della rappresentazione femminile nel wrestling. La tutina, da mero oggetto di uno sguardo talvolta fetishistico e oggettificante nel contesto di una "Diva" creata per attrarre un pubblico maschile, è diventata l'uniforme di atlete che non solo competono ai massimi livelli, ma definiscono nuove tendenze culturali e ispirano generazioni di fan, indipendentemente dal loro genere o orientamento. La strada è stata lunga e tortuosa, ma l'impatto di queste trasformazioni sulla percezione del corpo femminile e del ruolo delle donne nello sport e nell'intrattenimento è innegabile e continua a evolversi.