Antonella Lattanzi è una figura di spicco nel panorama letterario e cinematografico italiano, riconosciuta per la sua capacità di affrontare temi profondi e spesso scomodi con una sincerità disarmante e una potenza narrativa notevole. La sua opera più recente, "Cose che non si raccontano," edita da Einaudi, è diventata un punto di riferimento nel dibattito sulla maternità, l'aborto e le pressioni sociali che gravano sul corpo e sulle scelte delle donne. Questo romanzo, proposto da Valeria Parrella al Premio Strega 2024, non è solo la storia di Antonella Lattanzi, ma una narrazione che risuona profondamente con le esperienze di innumerevoli donne, esplorando il desiderio, il dolore e la ricerca di autoaffermazione in un contesto spesso giudicante.

Chi è Antonella Lattanzi: Scrittrice, Sceneggiatrice e Voce Autentica
Antonella Lattanzi è nata a Bari nel 1979 e vive a Roma. La sua carriera è multiforme, spaziando dalla scrittura di romanzi alla sceneggiatura per il cinema e la televisione. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui "Devozione" (Einaudi 2010 e 2023), "Prima che tu mi tradisca" (Einaudi 2013), "Una storia nera" (Mondadori 2017) e "Questo giorno che incombe" (HarperCollins Italia 2021). "Cose che non si raccontano" (Einaudi 2023) rappresenta il suo ultimo lavoro letterario, che ha catalizzato una particolare attenzione per il suo carattere intimo e autobiografico.
Per il cinema ha contribuito a sceneggiature di rilievo, tra le altre, quelle di "Fiore" di Claudio Giovannesi, "Il campione" e "Una storia nera" (tratto dal suo romanzo omonimo) di Leonardo D’Agostini. Ha inoltre lavorato come autrice TV per l’edizione 2015 di "Le invasioni barbariche" e collabora regolarmente con il «Corriere della Sera». La sua penna è caratterizzata da un ritmo trascinante e feroce, capace di prendere per mano il lettore e condurlo nel suo mondo senza concedergli tregua. Lattanzi assalta il cuore e il cervello con un romanzo sul segreto indicibile di essere una donna che nasconde, rivela, soffre e scrive, e che desidera, quanto desidera! Si tratta di un romanzo necessario e potente, vero e brutalmente onesto, sul desiderio di un figlio che non viene, sulle rotse che prendono certe esistenze, sul dolore di una donna che può essere di tante.
"Cose che non si raccontano": Un Viaggio Intimo e Crudo nell'Anima Femminile
Il romanzo "Cose che non si raccontano" si presenta come un pezzo incandescente di vita, nuda, cruda, vera, che afferra alla gola e toglie tutte le parole. In un crescendo di indicibile potenza narrativa, Antonella Lattanzi descrive sulla sua pelle la forza inesorabile di un desiderio che non si ferma davanti a niente, ma anche i sensi di colpa, l’insensibilità di alcuni medici, l’amicizia che sa sostenere i silenzi e le confidenze più atroci, il rapporto di coppia sempre sul punto di andare in frantumi, la rabbia ferocissima verso il mondo e le donne incinte. Tenendo il lettore stretto accanto a sé, incollato alla pagina, con un uso magistrale del montaggio, è capace di creare una suspense da thriller.
La cosa strabiliante è che pur raccontando una storia eccezionale e cruda, questo romanzo riesce in realtà a parlare in modo vero e profondamente attuale di tutte le donne - madri e non madri - che in un punto diverso della loro vita si sono chieste: "desidero un figlio?", "qual è il momento giusto?", "dovrò rinunciare a me stessa, alle mie ambizioni?", e "perché tutte restano incinte e io no?". La sua scrittura ha la rara capacità di aiutare i maschi a intuire i segreti dell'anima femminile, del desiderio di maternità e del miracolo della riproduzione.
Il libro è stato proposto da Valeria Parrella al Premio Strega 2024 con la motivazione che esso ha "meglio rappresentato la nostra letteratura" nell'anno trascorso. Parrella ha sottolineato come il romanzo sia rappresentativo di un momento privato che, però, sa raccontare di quanto esso sia condizionato dallo sguardo altrui, di quanto, cioè, non una società qualunque ma proprio quella italiana degli anni Duemilaventi, quella post-pandemica, possa essere giudicante e richiedente davanti alla materia più complessa e preziosa dell'esistenza: il corpo delle donne. "Cose che non si raccontano" è un romanzo sul desiderio, anzi su due desideri da cui questo corpo delle donne molto spesso viene straziato: il desiderio di autoaffermazione, di ambizione, di realizzazione lavorativa che si scontra inesorabilmente contro un altro desiderio totalizzante: la maternità. Si chiede: "Quando è troppo tardi per provare a fare un figlio?".
Il testo evidenzia il superamento dell'ormai abusata tecnica dell'autofiction, con un felice ritorno all'autobiografia dichiarata, pura, quella che viene da Natalia Ginzburg e dai più riusciti racconti di Anna Maria Ortese.
La Scelta Difficile: Gli Aborti Volontari in Gioventù
La narrazione di Antonella Lattanzi si apre con un'onestà brutale riguardo a esperienze formative e dolorose. A vent'anni, per due volte, interrompe volontariamente la gravidanza. Antonella vuole diventare una scrittrice: la sua è un’ambizione assoluta, senza scampo. "Non è mai il momento giusto per fare un figlio. Prima vogliamo vivere, viaggiare, lavorare," riflette, spiegando una mentalità comune tra i giovani. Da adolescente era rimasta incinta per sbaglio, o forse per superficialità vista la giovane età.
Queste scelte, prese in un momento di vita e ambizioni diverse, sono state a lungo celate. Lattanzi stessa ammette: "Io ho deciso di abortire. Non una volta, due. Ce l’avevo sulle labbra e stava sempre per venir fuori. Ma poi non potevo. Se consegni a un’altra persona una parte così grande di te, come fai a proteggerti? Se consegni le tue cose più profonde a qualcuno, poi fanno più male. Perché da quel momento esistono." Questo passaggio rivela la profonda solitudine che spesso accompagna tali decisioni e il timore che renderle pubbliche possa amplificare il dolore.
Antonella Lattanzi, « Nel cuore del buio »
Il Desiderio Arduo di Maternità e la PMA
Anni dopo, quando Antonella si sente pronta, con un compagno a fianco, è il suo fisico a non esserlo. Ed è così che inizia l’iter brutale dell’ostinazione, dell’ossessione, della medicalizzazione. Antonella e Andrea, vicini ai quarant'anni, si trovano a confrontarsi con una difficoltà diffusa: la difficoltà di concepire naturalmente. Nonostante l’impegno di programmare i rapporti sessuali nei giorni fertili, costantemente monitorati da stick ed ecografie, e nonostante le analisi specifiche non riscontrassero problemi di fertilità, la diagnosi, infine, risulta essere Infertilità sine causa.
Nel marzo 2020, la coppia decide di tentare il percorso della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Questo percorso, come l'autrice lo racconta, significa "un milione di analisi, un milione di monitoraggi, un milione di medicinali (per bocca, per via vaginale e punture)." Significa "ormoni continui e una qualità della vita peggiorata del 10%." Implica "un pick-up in cui, al momento giusto, vengono prelevati lo sperma dell’uomo e l’ovulo della donna" e, infine, "un’operazione che corrisponde all’inseminazione artificiale." È un'esperienza che trasforma la vita quotidiana, scandita da infiniti controlli medici, ansie e l'attesa di un desiderio che diventa ossessivo.
Durante questo periodo, Antonella affronta la sua battaglia spesso da sola, a causa di una sua tendenza a tenere per sé le cose intime e per non voler influenzare il suo lavoro di scrittrice. "Un po’ questa cosa fa parte di come sono fatta io, tengo le mie cose per me. Anche perché, se poi non fosse successo nulla mi sarei in qualche modo sentita violata nella mia intimità. Inoltre, vivermi questa cosa da sola mi avrebbe permesso di continuare a lavorare, di non avere problemi con il libro che stavo scrivendo. Avevo paura che la mia casa editrice si sentisse tradita dal fatto che cercavo un figlio mentre scrivevo il libro. Sono tutte cose assurde da pensare ma è la società che te lo impone."
Il Tragico Evento: La Perdita delle Tre Gemelle
I primi due tentativi con la PMA risultano fallimentari. Ma con il terzo tentativo, a novembre 2020, Antonella rimane incinta. Finalmente arriva la gioia più grande della sua vita, una gioia quasi incredula. Quello che però scopre in seguito è che nella sua pancia ci sono tre gemelle e che una gravidanza del genere è davvero molto a rischio, sia per la sopravvivenza degli embrioni sia per quella della madre. Perciò la ginecologa le propone l’unica possibilità: una riduzione. Si tratta di eliminare uno dei tre feti per far sopravvivere gli altri due, anche se senza alcuna garanzia per la loro salute e con la gravidanza che rimarrebbe comunque ad alto rischio. Ricevere queste notizie sarebbe un momento devastante per qualsiasi futura mamma.
Dopo un periodo travagliato di esitazione e centinaia di tentennamenti, l'operazione viene fatta a febbraio 2021, alla fine del terzo mese di gravidanza. Ma, purtroppo, da quella sala operatoria Antonella uscirà svuotata di tutto, a causa di una complicanza. In quella stanza buia e fredda verrà deprivata della sua gioia. Le sue tre future gemelle smettono di vivere, contemporaneamente, per un collasso cardiocircolatorio.
E come se questo dolore non bastasse, ne seguono il raschiamento, il ricovero, la vista delle altre donne che in reparto allattano i loro bambini, le frasi ultra-cristiane che le dicono "Dio manda il dolore solo a chi lo può sopportare", e il forte rischio di dover asportare l’utero. "Tutto troppo per una sola persona. Tutto davvero troppo." Questa è la storia di molte donne, non solo di Antonella, perché storie così dolorose accadono ogni giorno senza essere raccontate.

Il Peso del Senso di Colpa e la Solitudine
La storia di Antonella è un susseguirsi di sensi di colpa e flagellazioni mentali che l'affondano sempre di più. Si sente colpevole per tutto quello che è successo, pensa di meritarlo. E probabilmente tutto questo enorme peso di colpevolezza le risulta ancora più ingestibile perché non lo condivide con nessuno. "Nessuno sa dei suoi aborti. Nessuno conosce ciò che ha dovuto affrontare dal 2020." La citazione "Ho una diga nella testa dove stanno nascoste tutte le cose che fanno davvero troppo male. Quelle cose, io non voglio dirle a nessuno. Io non voglio pensarle, quelle cose. Io voglio che non siano mai esistite. E se non le dico non esistono," esprime la profondità del suo tentativo di negare il dolore per renderlo meno reale.
In ogni pagina di questo libro ricorrono pensieri ossessivi che l'autrice associa al motivo per cui è successo tutto. Così l’aver pensato di non volere in nessun modo dei gemelli diventa la causa della sua punizione divina; l’essersi concessa qualche sigaretta la trasforma in una madre incapace; l’aver dovuto prendere una decisione obbligata per la sua salute la fa diventare un mostro. Nei momenti di dolore si cerca sempre un perché. "Perché è successo tutto quello che è successo? Ho chiesto. Perchè non si gioca con la vita, mi ha risposta una voce ancestrale, una voce da pensiero magico. Hai rifiutato due vite. E allora sei stata punita. Altre tre vite te le hanno tolte, tutte insieme, perché non le meritavi. Non meriti di essere una madre. Non le ho potuto che rispondere: avete ragione." Questo "pensiero magico" scandaglia il suo passato alla ricerca di un senso e delle cause del dolore subìto, colpevolizzandola. È un riverbero di condizionamento culturale, un senso di colpa che, lungi dal renderla meno umana, la rende più autentica.
Questo senso di colpa e la solitudine sono due "file rouge" che attraversano i suoi romanzi. La solitudine si esplicita in tanti modi, e in particolare nel rapporto con Andrea, il compagno della protagonista. Si ama, si condivide un progetto e la vita, e poi tra i due si frappone un desiderio. La caratteristica principale del desiderio di maternità è che quando arriva è feroce. Si prende tutto. Se questo desiderio non è condiviso, si diventa improvvisamente soli. "Ma tutto il percorso della maternità è un percorso di solitudine: il corpo a cui sta accadendo ciò che di bello accade, ciò che di brutto accade: è tuo. Nessuno può capirti; nessuno può farlo al posto tuo."
Critica al Sistema Medico e alla Società
Il racconto di Lattanzi non si limita alla sfera personale, ma si estende a una denuncia delle "violenza ginecologica ed ostetrica" e dell'insensibilità di alcuni medici, come l'autrice stessa testimonia. Descrive l'esperienza del ricovero in reparto maternità dopo il raschiamento, tra i pianti dei neonati e delle partorienti, lei che aveva appena dovuto rimuovere chirurgicamente quelle che già considerava le sue figlie. "Tutte le donne in Italia che fanno un aborto in un ospedale pubblico vengono messe nello stesso reparto dove ci sono le donne che stanno per partorire."
Inoltre, ha incontrato nel suo percorso dottoresse che le dicevano di essersi meritata ciò che le stava succedendo perché aveva fatto ricorso alla procreazione assistita, perché aveva abortito. Denunciare queste realtà è importantissimo. Molti medici, psicologi o responsabili di centri di procreazione assistita le hanno scritto per ringraziarla, dicendole di aver capito grazie al libro cosa c'è oltre le terapie, che si ha a che fare con delle persone.
La società, e in particolare quella italiana degli anni Duemilaventi, quella post-pandemica, può essere giudicante e richiedente davanti alla materia più complessa e preziosa dell'esistenza: il corpo delle donne. Antonella Lattanzi riflette sulla natura del dibattito sull'aborto, spesso violento e con una tendenza egoistica e politicamente ignorante di fare della propria storia un paradigma. Questo si contrappone ad una narrazione trauma-centrica che vuole che le donne non abortiscano più, dimenticando che la legalità o meno dell’interruzione volontaria di gravidanza non ha mai fermato la sua pratica, ma solo aumentato i rischi per la vita della donna.
La Letteratura come Strumento di Racconto e Denuncia
Antonella Lattanzi usa la letteratura non solo per raccontare la sua storia, ma per analizzare e denunciare le criticità sociali e culturali che la circondano. L’aborto non è un’eccezione; esige una narrazione onesta, modi seri di affrontare la questione. Come al solito, ciò che non è raccontato non esiste; l’interruzione volontaria di gravidanza resta tra gli argomenti meno narrati e, quando invece succede, raccontati peggio in assoluto.
Il dibattito sull'aborto in Italia ha sempre usato la letteratura come veicolo ed è sempre stato molto violento. Si pensi a Pier Paolo Pasolini e ai suoi articoli, poi raccolti negli "Scritti corsari", dove il punto di vista era quello del feto, non quello della donna. Pasolini, feto non era, e la sua era paura, proiezione. È significativo che anche un uomo di così alta statura intellettuale non avesse gli strumenti per empatizzare con la donna che sceglie di abortire, confermando la violenza del dibattito a riguardo.
Fortunatamente, l'autrice contrappone figure come Annie Ernaux, Premio Nobel per la Letteratura, e il suo breve ma mastodontico "L’evento". Ernaux racconta di quando ha scelto l'aborto, in anni in cui non era legale, non omette niente. È profondamente donna e femminista, come quando dice - in quegli anni - qualcosa che ancora oggi è rivoluzionario: "Camminavo per la strada con il segreto della notte tra il 20 e il 21 gennaio nel mio corpo, come una cosa sacra. Non sapevo se ero stata ai confini dell’orrore o della bellezza. Provavo un senso di fierezza. Forse la stessa dei navigatori solitari, dei drogati e dei ladri, quella di essersi spinti dove gli altri non oserebbero mai andare. Può darsi sia qualcosa di quella fierezza ad avermi fatto scrivere questo racconto." Ernaux non omette mai il dolore, le difficoltà e un mondo contro. È proprio per questo che le donne, immerse nella narrazione vittimistica, colpevolizzante (e auto-colpevolizzante), ridotte ad abortire davanti a medici che le fanno vergognare, infantilizzate da chi insegna da adulte a usare il preservativo (omessa la critica all’uomo, di solito assente), possono capire quella fierezza. È l’orgoglio di chi dice: io ho scelto. Di chi si prende le proprie responsabilità e le difende. È la differenza tra una bambina e una donna. Tra un uomo che si immagina feto e colei che sa decidere di ciò che la riguarda.
Un altro testo citato in contrapposizione è "Aborto - il personale è politico" di Pauline Harmange, agli antipodi rispetto a opere che promuovono una retorica di pentimento. Harmange racconta la sua esperienza senza vittimismo, offrendo una boccata d'aria fresca nella retorica in cui marcisce l'argomento. Argomenta della necessità di tenere assieme tutte le esperienze, spiegando come mai, se c’è dolore, questo c’è, senza espungerlo dal racconto, e si interroga su cosa sia la causa: il trattamento disumanizzante di alcuni medici, la famiglia, il contesto. La letteratura è parte di quel contesto e mai si dovrebbe piegare a fare da riflesso condizionato di ciò che ci si aspetta dalle donne.
Nel romanzo di Antonella Lattanzi, "Cose che non si raccontano", l'autrice si muove su un crinale delicato, restando sul personale, non eliminando il dolore e arrivando a collegare il non esser riuscita ad avere figli più tardi con quella scelta presa anni prima.

Il Desiderio tra Ambizione e Maternità
"Cose che non si raccontano" è un romanzo sul desiderio, forse prima di qualsiasi altra cosa. Il desiderio ancora oggi così difficile di conciliare, per una donna, ambizione e maternità. Si tratta del desiderio di autoaffermazione, di ambizione, di realizzazione lavorativa che si scontra inesorabilmente contro un altro desiderio totalizzante: la maternità. Antonella Lattanzi ha sempre avuto un desiderio materno, ma non è stata messa in grado dal mondo di farlo perché era stata promessa una generazione di donne che avrebbero potuto sposare la maternità e l’ambizione contemporaneamente, ma non è così. L'autrice si chiede: "Se avessi voluto continuare a lavorare o ad essere ambiziosa nel mio lavoro come avrei potuto assecondare il mio desiderio di maternità?" Questo conflitto è una delle "cose che non si raccontano" e che il libro porta alla luce.
L'Impatto e la Risonanza del Romanzo
Il libro "Cose che non si raccontano" è straziante, sincero e necessario. Molte donne si sentiranno finalmente meno sole grazie a queste pagine. Lattanzi è stata travolta da storie di lettori che le raccontano la propria esperienza, e questo è una bellissima presa di responsabilità. Continua a ricevere messaggi da donne e uomini che la ringraziano per aver dato voce alle cose che non si raccontano.
Nonostante l'argomento intimo e delicato, Antonella Lattanzi ha trovato parole esatte per questa storia, che è sua e di tutte le donne - ambiziose, indecise, testarde, libere di scegliere. È un libro che restituisce alla maternità la sua dimensione problematica e umana, spogliandola dal moralismo e dalla retorica che pericolosamente aleggiano sempre attorno al tema, e riuscendo tuttavia a non demonizzarlo. La radicalità della trasformazione rispetto alla modalità della sua scrittura e una metamorfosi del senso e del significato di cosa sia la letteratura, oltre che di come si faccia, sono evidenti. L'autrice è riuscita a rendere il suo proprio sangue pura letteratura, ustionando e annichilendo i lettori, riportandoli all’essenza esatta di chi siamo, di cosa siamo fatti, ma anche di cosa ci distrugge.
Il romanzo di Lattanzi è un contributo fondamentale al dibattito sulla maternità, sul desiderio di avere un figlio, sulle difficoltà della procreazione medicalmente assistita e sul lutto perinatale. È la storia di donne forti e coraggiose a cui la vita ha tolto qualcosa di grande, ma che trovano la forza di raccontare per non lasciare altre nella solitudine.
La Scrittura come Salvezza e Forma di Resistenza
La scrittura per Antonella Lattanzi non è solo un mestiere, ma una missione salvifica. In "Cose che non si raccontano", l’autoindulgenza e il vittimismo sono assenti; palpabili in ogni pagina sono invece la rabbia e il desiderio, forze propulsive su cui si fonda la duplice ricerca dell’autrice. Alla scrittura Antonella Lattanzi affida una missione: rendere dicibili il dolore insensato dell’infertilità sine causa, la violenza ostetrica, l’odio nei confronti di chi diventa madre, così come la paura di non meritarsi di essere madre perché indisposte al sacrificio di sé.
A detta della stessa autrice, "Cose che non si raccontano" è "un atto d’amore nei confronti della scrittura." I momenti dedicati al romanzo sono "gli unici momenti in cui non penso a questo presente inammissibile. In cui, pur nell’immersione nel dolore e nei ricordi che non voglio ricordare, c’è un sottofondo di gioia. Perché sto scrivendo il mio libro." Scrivere è un modo, forse l’unico, di incanalare l’energia e il desiderio che, nonostante l’inferno, o forse proprio perché lo si è vissuto continuano a pulsare dentro di lei. Sorprendentemente, questo è un romanzo che scalpita di ambizione, amicizia, del rifiuto di ridursi a mero soggetto abusato.
Lattanzi ha deciso di scrivere questo romanzo un giorno a Sabaudia, sul mare, quando tutto era appena successo. Era distrutta, era quasi morta dissanguata, era appena uscita dall’ennesimo ospedale, dall’ennesima operazione. A un certo punto il cielo si è oscurato, si è alzato il vento, il mare è diventato d’argento e si è arrabbiato, com'era arrabbiata anche lei. Faceva freddo. E di colpo si è resa conto che, dall’inizio di questa storia, nei momenti più difficili si era scritta delle frasi in testa, una specie di schermo tra lei e quello che succedeva. E allora ha deciso di scrivere. Ha capito che, come scrittrice, lei fa così: si scherma con la scrittura. Ha deciso che doveva essere anche un romanzo sulla scrittura.
La scrittura le permette di non chiudersi nel silenzio, nei sensi di colpa, nella solitudine, di non pensare "sono la persona peggiore del mondo, sono l’unica persona che sta male al mondo." Per quanto la letteratura e l'arte possano essere un rifugio, la Lattanzi enfatizza che "un libro per essere un libro non può parlare solo a te. Deve essere di tutti." La sua opera, infatti, va oltre il mero sfogo personale, elevandosi a una riflessione più ampia sull'esperienza umana. L'invenzione letteraria del romanzo plasma l’esperienza vissuta e la rimodella riflettendo su sé stessa, sulle proprie dinamiche e omissioni, sul fatto che nel raccontare qualsiasi vicenda umana è necessario scegliere un fuoco e puntarlo, sacrificando ciò che resta in ombra. Il tono di "Cose che non si raccontano" è crudo, la lingua chirurgicamente precisa, l’immaginario violento come la vicenda narrata. L'autrice costruisce il testo con tale sapienza narrativa che il lettore dimentica di trovarsi all’interno di un universo finzionale, grazie a uno stile che accantona qualsiasi orpello o spia di quello che comunemente viene percepito come linguaggio letterario.
Il desiderio di aprirsi agli altri con le proprie fragilità, i propri egoismi, i propri lati oscuri, e il desiderio di raccontare le cose che non si raccontano sono al centro del suo lavoro. Poiché ha una fiducia, una fede nella parola scritta forse più che in ogni altra cosa, quando ha attraversato questa storia così tragica, ha pensato che l’unica cosa che potesse fare era provare a trasformarla, da esperienza vissuta, in scrittura. Questo processo creativo permette ai lettori di trovare se stessi nelle sue pagine, anche in storie molto lontane dalle loro esperienze dirette, come avviene all'autrice stessa con opere classiche quali "Madame Bovary" di Flaubert.
