Nelle vaste e imperscrutabili regioni centrali del deserto del Sahara può capitare di vedere all’orizzonte carovane di uomini alti e bellissimi, vestiti di lunghe tuniche dall’intenso color indaco. Probabilmente saranno accompagnati da dromedari e, certamente, si tratta di individui forti e coraggiosi. Essi sono l’unico popolo che è riuscito a sopravvivere per millenni in una delle zone più impervie ed inospitali del Pianeta, il grande deserto del Sahara. Lo attraversano completamente, da un lato all’altro, in giorni e giorni di cammino tra le tremende tempeste di sabbia, per svolgere le loro attività di mercanti e carovanieri. Presso questo popolo, le cui misteriose origini si perdono tra i miti e le leggende, le donne vivono una condizione pressoché unica nel mondo arabo e, per alcuni versi, "progressista" anche rispetto le condizioni di vita occidentali. Questo articolo esplorerà la complessità della cultura Tuareg, per poi allargare lo sguardo al significato storico e culturale del velo e, infine, addentrarsi nelle pratiche legate al concepimento e alla gravidanza nell'antico Egitto, data l'ampia documentazione disponibile.

I. I Tuareg: Popolo del Deserto tra Autonomia Femminile e Codici Antichi
I Tuareg, popolazione berbera dell’Africa sahariana, sono diffusi in Algeria, Niger, Mali e Libia. Tradizionalmente pastori nomadi, molti di loro si sono sedentarizzati a partire dal 1960. Sono di religione islamica e spesso affiliati a confraternite, e la loro lingua, il tuareg (detta dai parlanti tamasheq o tahaq), è costituita da numerosi dialetti fortemente omogenei e intercomprensibili. Essa rappresenta il sottogruppo meridionale dell’entità linguistica autoctona nordafricana, tradizionalmente nota come lingua berbera, e rientra nella famiglia camito-semitica (detta anche afroasiatica). Il tuareg è caratterizzato da una morfologia flessiva estremamente complessa, dove la derivazione nominale e verbale si basa su un sistema di radicali consonantiche con cui interagisce una ricca gamma di apofonie vocali e di elementi affissi. È riconosciuto tra le lingue nazionali e ufficiali del Mali e del Niger.
1.1 Unicità della Condizione Femminile Tuareg
Le donne Tuareg, pur essendo musulmane, rispondono a una tradizione e a codici comportamentali molto più antichi di quelli islamici, e i contatti con i vicini berberi sedentari non hanno intaccato la loro cultura. Tanto per cominciare, non portano il velo, una pratica che le distingue nettamente in molte aree di influenza islamica. Invece, portano i bellissimi visi scoperti e, grazie alla loro grande creatività, li decorano con i colori del deserto, rendendoli ancora più seducenti. Non si scoprono per permettere agli uomini di ammirare la loro bellezza, bensì è una pratica radicata in una tradizione profonda e antica.
1.2 Relazioni di Genere e Sessualità Pre-Matrimoniale
Presso i Tuareg vige la tradizione del matrimonio monogamico, e non è permesso il tradimento né agli uomini né alle donne. Tuttavia, prima che una donna prenda marito, può vivere la sua vita sessuale in maniera estremamente libera da proibizioni e tabù, potendo anche avere più partner. Uomini e donne così vivono apertamente i loro rapporti sessuali. L’uomo gradito alla donna può recarsi nottetempo nella sua tenda, e le famiglie, in genere per semplice discrezione, fingono di non accorgersi di nulla. Questa libertà, in netto contrasto con le norme sociali di molte culture circostanti, sottolinea l'autonomia e il rispetto della sfera individuale femminile.
1.3 L'Importanza della Discendenza Matrilineare
Le donne possono scegliere l’uomo che desiderano sposare e divorziare da lui quando vogliono. All’interno della famiglia, le donne non possono essere relegate dentro casa, ma al contrario posseggono ed amministrano i beni, allevano i figli e curano le attività più pesanti. Hanno, tra le altre cose, il compito di tenere vive e salde le tradizioni. Se c’è un divorzio, la tenda, gli animali e tutti gli altri beni restano alla moglie che ne è legittima proprietaria. Gli uomini devono a quel punto tornare soltanto con il proprio dromedario da un membro femminile della famiglia d’origine, come la madre o la sorella. Anche i figli generalmente restano con la madre, perché la loro cultura matrilineare vede nella donna la base fondante dell’intera società. In ogni caso, divorziare non viene considerata una colpa o una vergogna, bensì un aspetto riconosciuto della vita sociale.
1.4 Velo e Identità: L'Anomalia Tuareg
Mentre le donne Tuareg mantengono i volti scoperti, sono gli uomini a indossare un turbante, il taguelsmut, che copre anche il viso per proteggersi dal sole del deserto durante i lunghi viaggi. Questo rovesciamento del ruolo tradizionale del velo rispetto a molte culture islamiche è emblematico della distintività Tuareg. Le loro tradizioni non sono state intaccate dai contatti con i vicini berberi sedentari, mantenendo un'identità culturale forte e indipendente.
1.5 Educazione e Trasmissione Culturale
L'educazione dei bambini Tuareg avviene attraverso l'immersione nella vita adulta. Intorno alla tenda, i bambini ascoltano gli adulti parlare, scherzare, negoziare e cantare. Imparano storie, genealogie e proverbi. Parlare è un’arte che viene trasmessa fin dalla più tenera età. Ai bambini viene insegnato a recitare indovinelli e poesie e a capire i segni tracciati sulla sabbia, come i caratteri igeshan o tifinagh. Sia gli uomini che le donne possono beneficiare di questa conoscenza. Una donna istruita è particolarmente apprezzata, soprattutto per la sua capacità di conversare con gli ospiti, evidenziando il valore dell'intelletto e della comunicazione.
Intorno ai 10-12 anni compaiono i segni del cambiamento che marcano il passaggio all'adolescenza. Non sono tanto le trasformazioni fisiche che contano, quanto una nuova postura: più moderazione nei confronti degli adulti, gesti più sottili, evitamento degli sguardi e maggiore distanza corporea. I ragazzi ora indossano pantaloni e si cingono la tunica; le ragazze iniziano a portare veli leggeri (alesho), i capelli accuratamente intrecciati e le mani ornate di henné. Presso alcuni gruppi, come i Kel Elghlal, questo momento viene celebrato con una cura particolare che ricorda quella di una giovane sposa, sottolineando l'importanza di questa fase di transizione nella vita di una donna Tuareg.
Dove gli uomini indossano abiti vivaci. Le tradizioni della tribù dei Tuareg.
II. Il Velo: Tra Simbolo di Status, Protezione e Spiritualità Attraverso i Secoli
Il discorso del velo, nonostante la sua forte associazione con l'Islam nel dibattito contemporaneo, ha radici molto più antiche e significati complessi che trascendono una singola religione o cultura, come dimostra la stessa pratica Tuareg.
2.1 Origini Preistoriche e Significati Antichi
Il velo non è originario dell'Islam. Sin dai primi insediamenti neolitici nell'area mesopotamica fra il Tigri e l'Eufrate, verso il 7.700 a.C. circa, l'abbigliamento di ogni comunità fungeva da simbolo per la condizione sociale, al fine di individuare e distinguere la comunità stessa, ormai sedentarizzata, dalle altre che arrivavano nelle varie ondate migratorie da oriente. Già tra i Sumeri e poi con gli Assiri, si usavano degli abiti drappeggiati poiché ritenuti un segno di civiltà che si contrapponeva alla barbarie di altri popoli. Le società sumeriche ed egizie dell'antichità sicuramente provenivano da un passato ancestrale di comunità fondate essenzialmente sul matriarcato, venerando divinità pressoché solo femminili, in nome della fertilità e prosperità. Le prime testimonianze a riguardo le abbiamo proprio con il codice di Hammurabi (1760-1750 a.C. circa), stele trilingue conservata oggi al Museo del Louvre a Parigi, che regolava la famiglia patriarcale e la condizione inferiore della donna e dei figli. In seguito, la legislazione assira (1200 - 1074 a.C.) permetteva anche i maltrattamenti alle mogli e ai figli, e imponeva alle donne l'uso del velo come sottomissione alla divinità in rispetto al periodo arcaico, affermando: «Le donne sposate […] quando escono di casa non avranno la testa scoperta. Le figlie di uomini liberi […] saranno velate».
2.2 Il Velo nelle Tradizioni Ebraiche e Romane
La società maschilista romana non faceva molta differenza tra donne ignobili e donne rispettabili. Durante il rito nuziale della "confarreatio", il capo della sposa era coperto dal flammeum, (in seguito definito proprio come "velo nuziale"), che, secondo diverse testimonianze letterarie, scendeva sul viso a nascondere il verginale rossore. Dai testi sacri dell'ebraismo (Torah, Nevi’im e Ketuvim) e da altre opere letterarie di carattere tradizionale e teologico (Talmud, Mishnah e Ghemara), possiamo ricavare molteplici significati associati al termine tradotto semplicisticamente con "velo". Il velo di Mosè ("masveh") nella comunicazione con Dio è un esempio: quando lo toglieva la sua pelle era "raggiante", ma lo usava anche per rivolgersi al suo popolo in fuga dall'Egitto (Esodo 34, 34-35). La parola usata per "velo", nell'originale, è la stessa usata per "cortina", e velo e cortina fungono da separazione, di limitazione, di difficoltà di comunicazione.
Un altro esempio è il velo del Tempio, (“paroket”, termine di origine mesopotamica), inizialmente chiamato "la tenda del convegno" (Esodo 25,22; 40,7; 40,24; 40,26 e Giosuè 18, 1), cioè il tabernacolo in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza. Quando si montava il Tabernacolo, la prima cosa che veniva posta al suo posto era l'arca che si copriva con un velo. In seguito, divenne il "velo del tempio", descritto anche nei vangeli cristiani (Marco 15,38 e Matteo 27,51), che separava la zona in cui poteva accedere (una volta all'anno) il Sommo sacerdote, nel luogo sacro ove si manifestava Dio, da quella nella quale potevano accedere i semplici sacerdoti (sempre e solo per determinati fini liturgici) (1Cronache 24,7-19 e Ebrei 9,1-7). I fedeli maschi stavano fuori dal recinto dei sacerdoti e le donne stavano in un cortile ancora più esterno (Isaia 59,2). Il velo all’interno del secondo Tempio, costruito da Erode, doveva essere lungo per tutta l'altezza della costruzione (circa 20 metri). Giuseppe Flavio scrive anche che il “velo” era molto spesso, circa 10 centimetri, e che due cavalli che l’avessero tirato sui lati opposti non l’avrebbero strappato. Come possiamo notare, per ogni significato anche intrinseco, esoterico, simbolico o puramente fisico del velo, la Bibbia usa un termine diverso a seconda del contesto.

2.3 Il Velo nel Cristianesimo Primitivo e Moderno
Successivamente, anche nel cristianesimo si stabilirono le regole dell’abbigliamento femminile, facendosi portavoce della "volontà" di Gesù: il velo stesso viene indicato come vestimento di devozione a Dio. Il velo per le donne del primo cristianesimo viene allora inteso come una sorta di ordine di sottomissione in un preciso ordine gerarchico: 1. Dio, 2. Cristo, 3. Il proprio uomo. Nel "De Cultu Feminarum", (trattato sugli usi, costumi, abbigliamento e trucchi delle donne cristiane del III sec. d.C.), Tertulliano dice: «Invano vi affaticate di mostrarvi adorne, invano mettete in opera tanti industriosi parrucchieri: Dio prescrive che voi siate velate, perché vuole, io credo, che la testa di alcune di voi non sia veduta da nessuno».
Spiegando le norme stabilite nel Concilio Vaticano II (1962-1965), la rimozione del velo sarebbe legata alla conversione a Cristo: «non si può continuare a portare un velo che Cristo ha annullato con il Suo sacrificio». Il tema teologico è complesso, ma ci fa intendere ancora una volta che il sacrificio di Cristo in croce, come per la salvezza dell'umanità dal peccato originale, ha permesso l'esonero dell'obbligo di velarsi alle donne, in quanto si crede che il "sangue di Cristo" celebrato durante l'eucarestia sia sufficiente a dare il libero accesso alla presenza di Dio, intendendo sempre il velo come "cortina" fra Dio e gli uomini (citando analogamente il velo di Mosè). C'è da dire comunque che, come abbiamo visto precedentemente, all'inizio del cristianesimo, almeno prima del Concilio di Nicea (325 d.C., presieduto dal neo-convertito imperatore Costantino I, che pose fine alla situazione minoritaria e perseguitata del cristianesimo di allora), le donne cristiane si velavano il capo come senso di distinzione e di sottomissione, nel rispetto delle scritture. L'esegesi classica di questo versetto contrasta però con il carattere prettamente ebraico della concezione del velo di Mosè, ben distinto dal velo delle donne, come abbiamo già visto. Numerose sono le interpretazioni: dal parallelo fra Tempio come corpo di Cristo e quindi di conseguenza all'ira di Dio, dall'unione del cielo con la terra, alla rimozione del velo separatore fra Dio e l'umanità peccatrice, in seguito al sacrificio di Cristo: la "morte" di Cristo strapperebbe il velo che divide l’uomo da Dio. L'obbligo del velo è durato nelle chiese cattoliche fino ai nostri giorni e solo negli ultimi anni è stato generalmente abbandonato, rimanendo nella figura clericale delle suore, che lo mantengono sia nella pratica religiosa che nella vita sociale. Rimane consuetudine il velo per la sposa nel sacramento del matrimonio, talvolta anche cresima e comunione. Ad ogni modo, il senso di questo velo, come cortina che trae origine dall'ebraismo, non ha certamente nulla a che vedere con il velo rivolto alle donne come segno di sottomissione nel senso patriarcale.
2.4 Il Velo nel Contesto Pre-Islamico e Coranico
L'usanza del velo, perpetuata dall'ebraismo e dal passato mesopotamico, nel tempo si degradò, acquisendo un carattere molto patriarcale. Nel VI e VII secolo d.C., il velo era certamente già in uso fra le donne arabe del periodo pre-islamico, chiamato (a posteriori) periodo "dell'ignoranza" ("jāhiliyyah"), ma non solo fra le donne cristiano-orientali e bizantine, come testimoniato proprio da Paolo di Tarso nelle sue lettere (Gal 1, 11-18). Era presente non solo fra le donne abbienti dell'impero persiano sassanide, ma in generale fra le donne di rango elevato di molte tribù arabe, con funzione di elemento distintivo tra le donne nobili. Era un periodo denso di pratiche demoniache, intriso di magia nera, e alcune tribù arabe (soprattutto yemenite) erano solite fare il pellegrinaggio e circoambulare intorno alla Ka'aba completamente nudi (Tabarî 8,154 - in seguito con Muhammad venne adottato l'ihrām: la tunica correntemente usata durante tutto il pellegrinaggio). Spesso il paganesimo pre-islamico si incentrava su figure femminili divinizzate, spesso nude (come "al-ʿUzzā'"), retaggi di un antico periodo matriarcale di origine pre-sumerica, ormai in lenta scomparsa a discapito di una sottomissione all'uomo, ove il sesso e la nudità non sono più visti legati alla fecondità in sé, ma quasi sempre legati al puro piacere e alle tentazioni (soprattutto maschili) che talvolta creavano situazioni compromettenti in relazione alla questione dell'onore famigliare. "Prima dell'Islam, alle donne non erano virtualmente concessi né dignità, né rispetto. Le relazioni coniugali non erano basate su considerazione umana e gentilezza". Nel periodo preislamico, infatti, solo le donne che abitavano nel deserto non erano velate e vivevano liberamente accanto agli uomini, mentre le donne delle città praticavano la velazione del corpo, e in molti casi anche del capo. Tra le donne che non si coprivano vi erano anche le schiave, che, per attirare possibili corteggiatori e compratori, consentivano agli uomini sconosciuti di essere viste con il capo scoperto e talvolta anche senza una rigorosa copertura del corpo, portando vesti slegate e svolazzanti. Era una usanza quotidiana, consuetudinaria, normale per l'epoca e per il luogo, che designava la classe sociale alla quale si apparteneva. È in questo contesto che nel VII secolo d.C. si inserisce il messaggio divino di cui Muhammad se ne fa portavoce.
La prima sura (in ordine cronologico di rivelazione) a contenere il termine "hijâb" ("bi-âl-hijâbi") è la sura meccana Sâd, che prende il suo nome dalla lettera araba con cui inizia. Questo rappresenta il primo versetto in ordine cronologico nel quale viene riportato il termine hijâb. Fa parte di una sura rivelata nel primo periodo meccano, nella quale si racconta la vicenda di Salomone, figlio di Davide, che, attratto troppo dalle cavalle alate che possedeva, trascurò così l'amore e l'adorazione verso Dio, fino all'arrivo della notte che, (con il suo "velo") segna la fine della possibilità di recuperare gli atti di devozione. Il versetto recita: «…(Salomone) disse: -In verità ho amato i beni (terreni) più che il Ricordo del mio Signore, finché non sparì (il sole) dietro il velo (della notte)…" (Corano Sâd 38, 32 - trad. H.) o "…"(Salomone) disse: -Le ho preferite (le cavalle) (lett: "ho amato il amore di più") al ricordo del nome del mio Signore, finché sono scomparse nel velo del buio…" (Corano Sâd 38, 32 trad. I.).
Un altro contesto significativo si trova nella sura Al-A'râf 7,46: «…E tra i due vi sarà un velo (quelli del Giardino e quelli del Fuoco), e, sull' A'râf, uomini che riconoscono tutti per i loro segni caratteristici. E grideranno ai compagni del Giardino: -pace su di voi!-, senza potervi entrare pur desiderandolo…" (Corano Al-A'râf 7,46 - trad. H.) o "Tra i due luoghi c'è un velo e sopra, nel limbo, degli uomini che distingueranno i giusti e i colpevoli dal loro aspetto. Si rivolgeranno a quelli del Giardino: -Sia pace su di voi!-; non sono ancora entrati nel Giardino sebbene lo desiderino ardentemente" (Corano Al-A'râf 7,46 trad. I.). La sostanziale differenza fra le due traduzioni rivela le rilevanti difficoltà esegetiche incontrate nel tradurre ed interpretare tale versetto appartenente alla più lunga sura meccana Al-A'râf, termine quest'ultimo tradotto con "i lembi", o "il limbo", ed è il plurale di 'urf, (un promontorio, un luogo elevato, che deriva dal verbo 'arafa, "conoscere"), come una sorta di bordo, orlo (di un vestito) o di frange (H. Piccardo) oppure un crinale, dal quale si possono vedere sia il Giardino, sia il Fuoco (A. Ventura - I.). Un'altra versione italiana del Libro sacro (quella di G. Mandel) traduce il termine hijâb, contenuto in questo versetto, con: "muro", riprendendo il concetto stesso del termine "Al-A'râf", secondo l'esegesi classica (Tabarî 8,189-191), come "muraglia che divide l'Inferno dal Paradiso". Quindi, sulla base di queste considerazioni, traducendo più letteralmente si ha: "E fra i due luoghi vi è un muro/una separazione e sul limbo/muraglia/crinale uomini…" ed interpretando potremmo considerare come una sorta di ponte escatologico fra i due destini. Non è dato comunque a sapersi chi siano esattamente gli uomini che da lì sopra osservano i beati ed i dannati. Ad ogni modo, ciò che a noi interessa in questa trattazione è il ruolo, la funzione del termine "hijâbun" in questo contesto: in questa immaginaria allegorica descrizione dei luoghi del Paradiso e Inferno, con la presenza di un "limbo", una zona di confine, possiamo dire (per la quale alcuni studiosi hanno ipotizzato che l'idea dantesca del Purgatorio, estranea sia all'ebraismo sia al primo cristianesimo, sia in realtà presa in prestito dalla tradizione islamica medievale (A. Ventura - I. Ziliograndi) ove avviene questa ipotetica conversazione tra i "Compagni del Giardino" e i "Compagni del Fuoco" (Corano Al-A'râf 7,44-50), il termine "hijâbun" riprende il significato di "velo che interpone" proposto nel precedente versetto, acquistando il valore di "separazione" come un muro. Il tutto in un contesto, in un'ambientazione puramente immaginaria, ma densa di significati esoterici. Importante è considerare che in entrambi i versetti, il ruolo di questa separazione è comune e si rivolge a tutta l'umanità: uomini e donne, e vi sono anche degli altri "uomini" che stanno "sulla" separazione. Vi sono alcune analogie fra tale versetto ed il racconto del Paradiso e dell'Inferno che si trova nella Midrash di Rabbi Yochanan.
2.5 L'Interpretazione Contestuale del Corano e il Concetto di "Ummah"
Punto fondamentale di ogni studio islamistico è che non bisogna mai separare ed assolutizzare un versetto dal contesto a cui esso appartiene. È sempre necessario tener presente quando e come, in che circostanze storiche, la parte citata di una determinata sūrah è stata rivelata; separando ciò si corre il rischio di perdere il senso del testo nel contesto, si rischia così di assolutizzare e generalizzare un precetto, una regola, un uso che appartiene al contesto, all'ambiente, al periodo storico cui esso viene citato. Per ogni versetto (āyāt) del Corano citato, tra le varie traduzioni italiane più famose, è utile riportare anche due o tre versioni diverse, nel caso fossero differenti. In uno studio prettamente islamistico, è da tener presente sempre che tutto ciò che sappiamo ora dell'Islam del VII sec. d.C. è frutto di studi critico-storici. In merito al concetto di "Ummah" (comunità), una cosa fondamentale da tener presente è che, in realtà, oggi come oggi, tale definizione riunisce un insieme di popolazioni (estese geograficamente a livello mondiale tenendo conto anche delle comunità minoritarie in occidente) accomunate sì da una fede comune, ma in effetti sempre legate ciascuna ai propri retaggi culturali e alle proprie tradizioni anche antiche, che ancora oggi determinano variazioni nel modo di intendere e di vivere la vita di ogni musulmano.

2.6 Il Velo nel Mondo Contemporaneo
In ambito occidentale il discorso del velo è apparso, alle cronache pubbliche, sì con i primi ricongiungimenti seguenti alle prime immigrazioni (all'inizio erano composte essenzialmente da soli uomini), ma soprattutto dopo i fatti dell'11 settembre 2001, come quesito più o meno condizionato sull'utilità (puramente materiale) dell'uso dello stesso in occidente. Ciò evidenzia come un simbolo antico sia continuamente re-interpretato e contestualizzato nel dibattito moderno.
III. Il Miracolo della Vita: Concepimento e Gravidanza nell'Antico Egitto
Mentre la cultura Tuareg offre uno sguardo sulla libertà sessuale prematrimoniale, le testimonianze sull'antico Egitto ci rivelano un mondo di pratiche complesse e affascinanti riguardo al concepimento, alla gravidanza e al parto, dove magia e medicina si fondevano in un approccio olistico alla vita.
3.1 Magia e Medicina: Un Approccio Olistico alla Nascita
Nella cultura faraonica l’ipotesi di scindere razionalità e magia (heka) era inconcepibile. Avrebbe implicato la negazione di quella stessa perfezione cosmica, garantita dalla fusione armonica tra dei, esseri viventi, astri, pianeti, vegetali e minerali, che l’uomo aveva invece il dovere di preservare sfruttando i flussi energetici da cui l’intero creato era pervaso, per mantenere un rapporto armonico con l’ambiente circostante. Rispettare il ritmo del tempo terreno - scandito dall’alternanza del bene e del male - significava anche prevenire possibili afflizioni. D'altronde, la tendenza a credere che qualsiasi malanno fosse sintomo di uno scompenso armonico dovuto all’interferenza di spiriti maligni era piuttosto radicata anche in ambito medico. Per quanto assai abili nel prevenire e trattare le circa 320 patologie allora note, spesso i medici egizi ricorrevano all’aiuto di maghi-sacerdoti nella speranza che con formule, rituali e amuleti contro interferenze maligne potessero contribuire alla guarigione di un paziente. Secondo gli antichi egizi, ogni fase “critica” dell’esistenza (morte inclusa) andava monitorata; ma in determinate circostanze come quelle legate alla nascita, le arti magiche diventavano addirittura imprescindibili, a fronte dei rischi che comportavano.
3.2 La Ginecologia Faraonica e la Figura di Peseshet
Nell'antico Egitto la ginecologia aveva un volto e un nome: Peseshet, il primo medico donna di cui si abbia notizia. Soprannominata "soprintendente dei medici", visse intorno al 2500 a.C., durante la IV dinastia, ai tempi della costruzione delle piramidi di Giza. Agli albori della ginecologia, Peseshet non era l'unica; le dottoresse come lei non erano semplici guaritrici, ma professioniste istruite, appartenenti all'élite alfabetizzata. Un passaggio del trattato descrive una donna con dolori oculari e cervicali: il medico conclude che soffre di "secrezioni dell'utero negli occhi" e prescrive un trattamento a base di incenso, olio e grasso d'oca - da applicare su occhi e utero - oltre a un pasto di fegato d'asino. Dietro l'assurdità del rimedio, si nasconde una logica secondo cui il corpo femminile è come un sistema interconnesso, in cui l'utero influenza ogni parte dell'organismo.

3.3 Le Sfide della Gravidanza e del Parto
Le donne egizie possedevano, oltre a un bacino alto e stretto, una pelvi piuttosto piccola, che rendeva problematica l’espulsione del feto, sempre ammesso che le gestanti avessero superato i numerosi rischi di aborto. Le future madri del Paese del Nilo preferivano affidarsi agli influssi benefici della magia piuttosto che all’esperienza diretta di ostetrici, la cui presenza al parto (lo si evince dal papiro di Kahun del 1850 a.C., il più antico testo ginecologico finora individuato) non fu peraltro mai attestata prima del 700 a.C.
3.4 Protezioni Divine e Rituali di Nascita
Al contrario dell'assenza di ostetrici, abbondavano statuette raffiguranti il dio nano Bes, nume tutelare della casa e dei bambini, o le dee Taweret e Hathor. Taweret, in particolare, era la dea della fertilità che proteggeva le madri durante il parto. Un esempio di scongiuro comune recitava: «Che ogni dio protegga il tuo nome, ogni luogo ove ti troverai, ogni latte che berrai, ogni seno dove sarai preso, ogni ginocchio dove sarai seduto […] che ti tenga in salvo per loro, che ti calmi per loro, ogni dio e ogni dea».
Il momento del parto era curato con estrema attenzione. Le future madri partorivano in un ambiente meticolosamente sterilizzato per controbilanciare l’impurità del sangue versato nel corso del travaglio. Per favorire le contrazioni uterine si accucciavano con i piedi appoggiati sui quattro mattoni (meskhen) associati sia alle dee Nefti, Heket e Iside, impersonate dalle levatrici che le assistevano, sia alla dea delle nascite Meskhenet. Quest'ultima era rappresentata in veste di donna con un glifo - cioè un’immagine stilizzata connessa a un suono - di utero bovino in testa, oppure in forma di pietra dal volto umano. Se da un lato la scelta della posizione accovacciata rispondeva a una necessità essenzialmente pratica, in quanto nello spazio centrale tra i mattoni rimasto libero sarebbe stato raccolto il liquido amniotico, dall’altro poteva facilmente causare fastidiose lacerazioni perineali. Queste, in base al papiro medico di Ebers (datato 1550 a.C. ma risalente, pare, al IV millennio, ossia all’inizio dell’Antico Regno), venivano curate con impacchi di oli emollienti, mentre non ci sono giunte conferme di eventuali suture.
3.5 Complicazioni e Rimedi
Acqua di carrube, miele, latte e una non meglio definita pianta kheper-wer venivano impiegate per ridurre le emorragie e facilitare l’eliminazione della placenta. E qualora, a causa degli sforzi compiuti, si fosse verificato un prolasso uterino, gli egizi credevano che le fumigazioni vaginali con un ibis di cera sciolto sul fuoco avrebbero ovviato al problema. Nonostante la fiorente letteratura specializzata (oltre a quelli già citati di Kahun ed Ebers vanno ricordati anche i papiri di Edwin Smith, o Libro segreto dei medici, del 1501 a.C. circa e di Brooklyn, attribuibile al periodo della XII Dinastia, esteso dal 1793 al 1645), i figli del Nilo non avevano alcuna cognizione circa il funzionamento dell’apparato riproduttivo femminile. L’utero era per loro soltanto un ricettacolo dello spermatozoo preposto alla custodia della vita in formazione.
3.6 Test di Fertilità, Concepimento e Determinazione del Sesso
Miele, fieno greco, lattuga e radice di mandragola erano sostanze impiegate per contrastare la sterilità femminile, mentre quella maschile veniva combattuta con carrube, angurie e bacche di ginepro, anche se se ne ignora l'esito di tali metodi. Gli egizi stabilivano se una donna fosse più o meno fertile in base a criteri che non avevano un reale valore scientifico, ma che, specialmente tra il Medio e Nuovo Regno (2050 - 1070 a.C. circa), godevano di notevole popolarità.
Quello maggiormente accreditato consisteva nell’osservare la reazione di una paziente alla somministrazione di una disgustosa bevanda ricavata da latte umano e anguria: una crisi di rigetto avrebbe confermato l’idoneità a procreare; con un semplice rutto, invece, qualsiasi speranza sarebbe svanita. Meno perentoria, ma altrettanto qualificata, era l’analisi basata sull’iridologia: «Lascia la donna in piedi nel corridoio, dietro la porta, che aprirai bruscamente in modo che la luce dia sul suo viso. Esamina i suoi occhi. Se vedi che un occhio assomiglia a quello di un asiatico e l’altro a quello di un nero, questa donna non è incinta». In alternativa, bastava porle una cipolla sulla vulva, posticipando il verdetto al giorno seguente: un persistente sapore sgradevole in bocca avrebbe indicato l’avvenuto concepimento. Ampiamente consigliate anche le fumigazioni di sterco di ippopotamo: se avessero causato l’evacuazione, il responso sarebbe stato positivo.
Tuttavia, si trattasse di accertare una gestazione o verificare una potenziale fecondità, i test finivano spesso per coincidere, tanto che non è mai stato possibile distinguerli con certezza. Lo stesso Ippocrate (470 - 370 a. C.) - fondatore della medicina scientifica in Grecia - si rassegnò a riproporli in blocco senza ulteriori approfondimenti.
Già dal terzo mese di attesa i genitori potevano conoscere il sesso del bambino attraverso un metodo curioso: «Mettere orzo e grano (in due sacchi di tela) che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno; allo stesso modo, mettere nei sacchi sabbia e datteri» si legge in un frammento del papiro Ebers. «Se orzo e grano germoglieranno entrambi, ella partorirà (ciò significa che è fertile). Se germoglierà per primo l’orzo, sarà un maschio; se germoglierà per primo il grano, sarà femmina. Se non germoglieranno né l’uno né l’altro, ella non partorirà». Un gruppo di ricercatori nel 1963 riprovò questo test e funzionò nel 70% dei casi. Gli ormoni della gravidanza, infatti, possono effettivamente stimolare la germinazione dei semi, validando così, a posteriori, una pratica millenaria. Il Papiro di Berlino (1350 a.C.) contiene la testimonianza del più antico test di gravidanza mai documentato, basato su questa ingegnosa procedura.

3.7 Il Controllo delle Nascite e le Credenze Popolari
Sebbene prediligessero le famiglie numerose, le egizie non erano così ossessionate dalla maternità, e per evitare eventuali “incidenti di percorso” non esitavano a servirsi dei metodi contraccettivi più fantasiosi, ottenuti grazie a ingredienti che oggi sappiamo possedere un grado di acidità, o pH pari a 3.9, mentre quella vaginale oscilla tra il 4 e il 4,2. Queste sostanze erano dunque perfettamente in grado di neutralizzare la leggera alcalinità spermatica. I metodi erano vari e creativi: il papiro di Ebers parla di un tampone di lino posizionato rigorosamente “alla bocca dell’utero” impregnato con foglie di acacia, coloquintide, datteri tritati e un henu di miele, ovvero circa 450 ml; il papiro Kahun raccomanda di utilizzare lo sterco di coccodrillo e latte acido per ricavare una sorta di diaframma utilizzabile per almeno un anno.
Tra le curiosità mediche, il test dell'aglio prevedeva l'inserimento di uno spicchio in vagina prima di dormire. Se al mattino il respiro sapeva d'aglio, la gravidanza "prometteva bene"; in caso contrario, era segno di sterilità o cattiva sorte. Nei registri amministrativi del villaggio di Deir el-Medina, dove vivevano gli artigiani che lavoravano alle tombe reali, compaiono voci misteriose: dieci operai si assentano per "hsmn", cioè "mestruazioni". Ovviamente non le loro. Il significato si chiarisce in un'altra nota del 23° giorno: "Assente perché la moglie ha le mestruazioni". Ma forse era l'opposto, un modo maschile per indicare un'assenza dovuta a motivi familiari legati al ciclo femminile.
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