La Schiavitù Riproduttiva e le sue Sfumature Storiche e Contemporanee: Donne Fecondate, Oggetti e Vittime

La storia dell'umanità è costellata di pagine buie, molte delle quali scritte sulla pelle delle donne, ridotte a mero strumento di riproduzione o sfruttamento in contesti di schiavitù. Questo fenomeno, lungi dall'essere confinato a un passato remoto, si manifesta ancora oggi sotto nuove e insidiose forme, che interrogano la coscienza collettiva e pongono in termini differenti la questione del valore della vita umana. Dal traffico di schiavi tra l’Africa e le Americhe fino alle moderne pratiche di sfruttamento riproduttivo e alle sterilizzazioni forzate, la dignità e l'autonomia delle donne sono state e continuano ad essere brutalmente calpestate.

I. L'Eredità Genetica della Tratta Transatlantica e lo Sfruttamento Riproduttivo nelle Americhe

Il traffico di schiavi tra l’Africa e le Americhe e lo sfruttamento economico e sessuale di milioni di uomini e donne fino al diciannovesimo secolo possono essere tracciati nel dna dei loro discendenti. Questa drammatica connessione è stata rivelata da un importante studio pubblicato grazie ai profili genetici raccolti dall’azienda 23andMe. Più di cinquantamila persone nelle Americhe, in Europa e in Africa hanno partecipato a questo studio sorprendente, che coniuga analisi di dna individuali e dettagliati dati di archivio relativi alle navi che trasportarono gli schiavi. Tra il 1515 e il 1865, 12,5 milioni di uomini, donne e bambini furono coinvolti in questa tratta, con il 70 per cento sbarcato nell’America meridionale e tra i trecentomila e il mezzo milione di persone nel Nordamerica. La brutalità di questa traversata è evidenziata dal fatto che più di due milioni di loro morirono durante il viaggio, incatenati nel tragitto verso la schiavitù.

“Volevamo confrontare i nostri risultati genetici con i registri di trasporto delle navi per trovare possibili differenze, che in alcuni casi sono emerse in maniera piuttosto evidente”, spiega Steven Micheletti, genetista dell’azienda. Un dato di grande rilevanza emerso dallo studio è che, sebbene gli schiavi fossero soprattutto uomini, le donne africane hanno dato, nel corso dei secoli, un contributo genetico maggiore alla popolazione attuale. Questo è un dato osservato analizzando i geni del cromosoma X, che le donne possiedono in numero doppio. “In alcune regioni stimiamo che per ogni uomo africano si siano riprodotte 17 donne africane. Non avremmo mai pensato che questa proporzione fosse così elevata”, spiega il ricercatore. Questo si spiega con la politica di “diluizione” o di “sbiancamento razziale” praticata all’epoca in America meridionale. L’obiettivo era di “sbiancare” la popolazione, incoraggiando le gravidanze dovute a rapporti tra coloni e schiavi, in particolare all’inizio del diciannovesimo secolo in Brasile, sottolineano gli autori dello studio, pubblicato sull’American Journal of Human Genetics.

Negli Stati Uniti, invece, gli uomini e le donne di origine africana si riproducevano quasi nelle stesse proporzioni. In questo contesto, “la tendenza era quella di incoraggiare la procreazione tra gli schiavi perché ne nascessero sempre di più”, spiega Joanna Mountain, direttrice di ricerca presso 23andMe, nonostante fosse diffusa la violenza sessuale su schiavi e schiave commessa dai loro padroni. Lo studio rivela anche che, in prevalenza, gli afroamericani negli Stati Uniti sono geneticamente legati a popolazioni che vivevano in un’area dell’Africa corrispondente all’attuale Nigeria. In verità, all’epoca queste popolazioni rappresentavano solo una minoranza degli schiavi inviati negli Stati Uniti, che arrivarono nei Caraibi e furono poi trasportati nel paese: una rotta interamericana che solo ora comincia a essere riscoperta. Negli Stati Uniti il patrimonio genetico della zona del Senegal e del Gambia è invece sottorappresentato. La spiegazione è sinistra: “In Africa quelle persone erano spesso coltivatori di riso, per questo finivano spesso deportati nelle piantagioni negli Stati Uniti, afflitte dalla malaria e con un alto tasso di mortalità”, scrive Steven Micheletti. Ci sono, quindi, alcune discrepanze tra la realtà e quello che il team aveva previsto basandosi sui registri navali: per esempio, c'è nella popolazione una forte componente di persone con antenati nigeriani.

Mappa delle rotte della tratta atlantica degli schiavi

Il Brasile, in particolare, offre uno sguardo profondo sulle conseguenze dello schiavismo portoghese, che trasferiva intere popolazioni africane dalle loro colonie fin dal 1532 e mantenne in catene i suoi servi fin quasi la fine dell’Ottocento. Fu in Brasile che si manifestò una delle conseguenze più macabre dello schiavismo: l’inizio dell’arte della chirurgia plastica. In Brasile questa disciplina ha sempre avuto una ricerca d’avanguardia. E il motivo è semplice e terribile: le schiave potevano dirsi fortunate e ottenere condizioni di vita meno oppressive, finché erano giovani e sessualmente spendibili. In Brasile una donna diventava vecchia a diciotto anni, perché le nuove leve erano reclutate fin dalla prima adolescenza e anche qualche anno prima. Quella di una moglie brasiliana che si era accorta delle attenzioni che il marito dedicava alle schiave giovani e che per rappresaglia gliele serviva cucinate a tavola, gli occhi nella minestra di legumi, è una leggenda popolare che faceva parte dell’autobiografia di una nazione.

La schiavitu degli africani in Brasile

Infatti, una delle angherie più ovvie e più torbide della schiavitù era quella dell’uso proprietario sia della sessualità servile, sia della loro riproduzione. Per la riproduzione, i padroni più umani, religiosi e illuminati favorivano la formazione di vere famiglie con padre, madre e figli nati in casa. Nel mondo creolo che un tempo cominciava già in Florida, le schiave nate sotto il tetto del padrone erano chiamate con l’appellativo “criadas”, cioè create in casa, come una stirpe domestica mansueta, fedele, operosa e sostanzialmente stabile e adattata alla condizione servile. Quando gli Stati Uniti conquistarono l’indipendenza, decisero dopo feroci lotte politiche basate su criteri sia economici che etici, di mantenere lo schiavismo introdotto dagli inglesi, ma stabilirono anche che non si potessero più introdurre nuovi schiavi dall’Africa o dall’America Latina. Ciò significava che per mantenere intatto il patrimonio della manodopera servile era necessario mantenerla fertile con donne fertili attive e riproduttori selezionati come gli stalloni o altri animali da monta. Esiste una letteratura della memoria americana in cui, per via femminile, sono narrate tra le altre forme di stupro, quella a puri fini riproduttivi decisa dal landlord il quale pretendeva di selezionare le donne da procreazione e i maschi fecondatori scelti per le loro caratteristiche fisiche e di comportamento. A questo si aggiungeva, ovviamente, l’abuso sessuale diffuso e persino scontato dei proprietari e del loro personale bianco, sulle donne nere per puro intrattenimento.

Lo schiavismo di quel periodo fu soprattutto la deportazione di intere popolazioni, le cui conseguenze si sentono ancora oggi. La questione razziale nasce nel momento in cui gli schiavi, come anche i servi della gleba in Europa, vengono non soltanto usati come manodopera non pagata e quindi estorta con violenza, ma mantenuti in uno stato di inferiorità umana. La degradazione nella dignità risponde a una esigenza funzionale: lo schiavo, quale che sia il colore della sua pelle, deve essere declassato a sotto-uomo e degradato nella sua dignità. A tutti gli schiavi è stato in genere impedito di istruirsi per non accedere ai ranghi culturali della classe dominante, salvo gli schiavi greci a Roma, usati come tutori e insegnanti proprio perché quella era la funzione loro richiesta. In alcuni Stati degli USA l’istruzione degli schiavi era proibita e punita, in altri solo sconsigliata e saltuariamente incoraggiata per motivi religiosi e di solidarietà umana. Lo schiavo Jim Crow, nomignolo spregiativo, corrispondeva all’uomo nero instupidito dalla fatica e dall’ignoranza, pericoloso per i suoi appetiti sessuali considerato animale e violento, pigro, lagnoso, sempre pronto a ballare e cantare, capace di un’unica forma di resistenza, la pigrizia. Alla quale il padrone opponeva come antidoto la frusta e la forca. Ciò spiega il clima di terrore e pregiudizio fra i bianchi del Sud dopo la liberazione degli schiavi, mantenuti per decenni se non per secoli in uno stato sottomesso e culturalmente vegetativo.

Su questa insostenibile memoria grava un’ulteriore conseguenza per il popolo che poi sarà chiamato afroamericano: la distruzione della famiglia. La comunità degli ex schiavi, quasi subito segregata da leggi che limitavano i loro diritti civili e li separava dalla popolazione bianca nelle scuole, chiese, autobus e ogni luogo di riunione, non aveva memoria della famiglia. E l’avrebbe col tempo ricostruita solo in parte. I bambini diventano così figli della strada nelle periferie, con i maschi che si radunano in bande e le femmine che trascurano la scuola aspettando di diventare madri con un sussidio. Questa è una situazione più volte denunciata dalle femministe nere americane e anche da donne nere non femministe come Candace Owens, che accusano il Partito Democratico americano di avere storicamente seguitato ad abusare del popolo afroamericano scoraggiando la formazione delle famiglie, incoraggiando sussidi che mantengano le donne sotto controllo anche con un accesso estremamente facilitato all’aborto per contenere le nascite dei neri e al tempo stesso coltivandoli come bacino elettorale dopo aver favorito il loro esodo dal Sud agricolo alle estreme periferie delle megalopoli e specialmente a Chicago. Ma nella letteratura afroamericana esiste un genere ormai classico: quello del rapporto fra l’uomo bianco e la donna nera che ha imparato molto presto a destreggiarsi e difendersi e persino a capovolgere i ruoli nello sfruttamento sessuale. Questa antica resilienza delle donne nere è ancora oggi un elemento fondamentale per comprendere la società americana nei suoi reconditi.

II. La Sterilizzazione Forzata: Genocidio Moderno e Controllo del Corpo Femminile

Tra il 1970 e il 1976, circa il 25% delle donne native americane vennero sterilizzate negli Stati Uniti. Questo drammatico capitolo della storia statunitense non è molto noto, pur riguardando un fenomeno che, anche al giorno d'oggi, rimane terribilmente attuale. La vicenda inizia nel 1970 con la scelta da parte del governo americano di introdurre una legge, il Family Planning Services and Population Research Act, per garantire alle donne con basso reddito la possibilità di usufruire di diversi metodi contraccettivi tramite le strutture ospedaliere. I mezzi per controllare le nascite proposti alle donne sono diversi e vanno dalla pillola ai gel spermicidi, alla spirale intrauterina fino ad arrivare alla sterilizzazione definitiva, tramite un intervento chirurgico. I contraccettivi vengono proposti anche alle donne native americane che in quel periodo presentano un tasso di fertilità molto alto. Come riporta Jane Lawrence dell'Università del Nebraska, infatti, un censimento del 1970 indicava che in media ogni donna nativa americana dava alla luce 3,79 figli, mentre la mediana calcolata per tutti gli altri gruppi etnici era di 1,79.

È in questo quadro, dunque, che si verificano gli episodi denunciati nel 1977 da Marie Sanchez, giudice tribale capo della Northern Cheyenne Reservation. Sanchez, come riporta Time, arrivò infatti a Ginevra in occasione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti degli indigeni con un chiaro messaggio: le donne indiane americane sono bersaglio di una "forma moderna" di genocidio, la sterilizzazione. L'accusa venne supportata da diversi studi, come quello condotto nel 1974 dalla dottoressa Connie Pinkerton-Uri, secondo il quale le donne indigene sottoposte a interventi di sterilizzazione avevano firmato i documenti di consenso perché minacciate di perdere i loro figli o le loro prestazioni previdenziali. La maggior parte di loro, inoltre, aveva dato il proprio consenso sotto sedativi, prima del taglio cesareo, o in preda al dolore durante il travaglio. Inoltre, le donne native americane, in molti casi, non avevano compreso il significato del modulo di informativa (scritto in inglese a un livello per loro troppo complesso per il loro livello di istruzione) e i medici non avevano provveduto a spiegare adeguatamente la procedura irreversibile.

Manifestazione per i diritti delle donne indigene contro la sterilizzazione forzata

Come conseguenza di questi interventi (avvenuti con tali modalità abusive), le donne native americane, spiega la studiosa Jane Lawrence, hanno presentato, negli anni successivi, tassi più elevati di problemi coniugali, alcolismo, abuso di droghe, difficoltà psicologiche, uniti a vergogna, senso di colpa e perdita di fiducia nel sistema medico. La fertilità, infatti, è considerata un valore sacro dalla popolazione indigena americana, fonte di rispetto ed orgoglio, ma ha anche una valenza politica, dato che il livello di potere di una comunità all'interno del governo tribale è influenzato dal numero di persone che la compongono. La sterilizzazione, dunque, non ha colpito solo le donne, ma anche i loro compagni, le loro famiglie e gli amici: molte coppie si sono separate e molte amicizie sono finite. Ne ha risentito profondamente anche il rapporto tra le comunità indigene e il governo americano che tuttora non si è pubblicamente scusato. Nel 1976, il Congresso ha approvato l'Indian Health Care Improvement Act, garantendo alle tribù il diritto di gestire o controllare i programmi del servizio sanitario. Da allora non sono più stati segnalati episodi di sterilizzazione della stessa portata, ma la sanità rimane un problema all'ordine del giorno per le comunità indigene americane.

Questa drammatica vicenda continua ad avere una tragica rilevanza anche al giorno d'oggi. La sterilizzazione forzata delle donne appartenenti a gruppi etnici minoritari, infatti, viene tuttora utilizzata come forma di repressione (collegata a ideali di razzismo e "selezione della razza") o semplicemente messa in atto sulla base dell'idea che alcune donne (magari povere, con un basso livello di istruzione o appartenenti a culture diverse da quella occidentale) siano "inadatte" al ruolo di madre. Di recente episodi di questo tipo si sono verificati in Canada, dove, come scrive il Corriere della Sera, 60 donne indigene, nel 2017, hanno presentato una class action denunciando di essere state sterilizzate contro la loro volontà, e moltissimi casi simili sono stati riportati da Amnesty International. Episodi del genere, poi, sono stati riscontrati anche nella Repubblica Ceca, nei confronti delle donne rom: la pratica, quindi, è lontana dall'essere parte del passato. In molti Stati, inoltre, come spiega l'articolo di Time, continuano a non essere previsti controlli stringenti su questi interventi e sulle modalità con cui viene richiesto il consenso. La sterilizzazione forzata, oltre a essere considerata, a livello internazionale, una grave violazione dei diritti umani (alcune convenzioni, infatti, la citano tra le forme di genocidio), è anche riconducibile al fenomeno della violenza ostetrica e, più in generale, a un tentativo di controllare i corpi delle donne. Misoginia e razzismo si intersecano quindi in modo drammatico, rendendo le madri indigene vittime in quanto donne e in quanto appartenenti a un'etnia e cultura minoritaria. Questo fenomeno va combattuto, a livello statale e internazionale, ma soprattutto è importante discuterne e comprendere che, come insegna il femminismo intersezionale, nel parlare di diritti delle donne non si può prescindere da come questi si fondano ad altri elementi di disuguaglianza, come la condizione sociale, l'orientamento sessuale o, come in questo caso, l'appartenenza etnica.

III. La Tratta di Esseri Umani nel XXI Secolo: Dalla Prostituzione alla Schiavitù Riproduttiva

“Mercanti di Schiavi: tratta e sfruttamento nel XXI secolo”, è questo il titolo del nuovo libro della giornalista Anna Pozzi pubblicato dalle edizioni San Paolo. L'opera descrive veri e propri “racconti dell’orrore”, storie drammatiche “che è doloroso anche solo ascoltare”, storie di uomini e donne disperati, sequestrati, minacciati, maltrattati, torturati, umiliati, violentati fisicamente e psicologicamente, sfruttati spesso fino alla morte. “La tratta di esseri umani - afferma la giornalista - è la peggiore schiavitù del XXI secolo, un crimine contro l’umanità” che riguarda “milioni di persone private della loro libertà e dignità”. “Il fenomeno della tratta ha assunto una dimensione globale ed è tutt’altro che in recessione. Non conosce crisi e continua ad aumentare, in Italia e nel mondo”.

Uno sguardo particolarmente attento viene riservato agli “schiavi d’Italia” a cui è dedicato il terzo capitolo del libro. Il nostro paese è infatti “uno Stato di transito, destinazione, ma anche di origine dei nuovi schiavi”. Centinaia di migliaia di persone sono vittime di tratta di esseri umani e ridotte in schiavitù principalmente per il lavoro forzato (nell’ambito domestico, nel settore agricolo, nell’edilizia, nella sanità, nella ristorazione, nel commercio ambulante) e lo sfruttamento sessuale. La prostituzione è una delle maggiori cause di sfruttamento di persona e che coinvolge - per l’80% - donne immigrate, migliaia di minori (circa 2.500) e molti transgender “importati” dal Sud America. Si tratta di persone segregate, maltrattate e minacciate, costrette a vivere, nel buio e nella solitudine, una vita al servizio di qualcun altro al fine di guadagnare qualcosa per sopravvivere. Non mancano altre forme di schiavitù come l’accattonaggio, il lavoro in nero, l’asservimento a bande criminali dedicate a furti e borseggi nei negozi, per le strade o nelle case private.

Infografica sulle diverse forme di tratta di esseri umani

Il testo di Anna Pozzi dedica ampio spazio a un fenomeno in rapida crescita che ha acquistato in questi mesi particolare rilievo mediatico in Italia a causa della discussione sulle Unioni Civili e la Stepchild Adoption: quello della cosiddetta “gravidanza surrogata” o “gestazione per altri, GPA”. Si tratta di eufemismi utilizzati dai mass media, dalla pubblicità e da esponenti del governo, per indicare la pratica dell’utero in affitto o - più semplicemente - l’acquisto di figli da parte di persone o coppie facoltose a donne disposte a prestare il proprio ventre per soddisfare bisogni e desideri altrui.

Il fenomeno del “mercato delle gravidanze” è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni “con annessi crescenti interessi economici” a causa del raffinamento delle tecniche di fecondazione assistita e del proliferare di cliniche e agenzie specializzate nel traffico di neonati (con tanto di tariffario sui costi dell’operazione). Le vittime sono nella maggior parte donne indigenti, “reclutate nelle aree più povere del paese” da veri e propri “agenti” e molto spesso sono spinte dalla miseria, non istruite, analfabete, incapaci di difendersi, prive di piena consapevolezza sulle clausole contrattuali e sui rischi che si corrono. Oggi affittare un utero può costare dai 45mila ai 120mila euro, ma in molti paesi in via di sviluppo (come il Nepal, l’India, la Thailandia) i prezzi scendono vertiginosamente attirando molti clienti in cerca di soluzioni più economiche. Solo in India, dove esistono 1200 centri specializzati, questo mercato produce ogni anno più di 1500 bambini, un traffico “che vale quasi 3 miliardi di dollari l’anno”. Qui il governo ha recentemente cercato di prendere dei provvedimenti per arginare un commercio che sfuggiva oramai ad ogni controllo. Diverse denunce sono arrivate da parte di organismi internazionali, così come dalle Chiese locali e dal Vaticano. I rapporti del Center for Social Research (2012 e 2014) “parlano esplicitamente di compravendita di esseri umani con devastanti ricadute psicologiche sia sulle madri sia sui bambini”. “La libertà della madre surrogata - afferma il CSR - è un’illusione”.

La schiavitu degli africani in Brasile

Di recente sono venuti alla luce alcuni episodi che hanno contribuito a squarciare “quel velo di omertà e ipocrisia” che avvolge questo fenomeno degli uteri in affitto, “ultima frontiera del traffico di esseri umani, della riduzione in schiavitù di moltissime donne in varie parti del mondo”. Alcuni scandali hanno richiamato l’attenzione su un fenomeno che spesso viene dipinto come uno scambio altruistico di favori ma che non è altro che commercio, scambio di merce, tra chi acquista e chi vende (spesso a caro prezzo, economico ed umano), come testimonia la storia di una bambina rapita ad otto anni e costretta, negli anni, a partorire 10 bambini per altre persone. Tra i casi più eclatanti citati nel libro c’è quello del giovane magnate giapponese Mitsutoki Shigeta (24 anni) che riuscì a commissionare 16 figli recandosi in Thailandia per 65 volte in due anni. Sempre in Thailandia ha fatto scalpore “la storia di una coppia australiana che aveva rifiutato uno dei due gemelli nati dalla madre surrogata perché affetto da sindrome di Down”. Un altro caso scandaloso citato dall’autrice è quello venuto alla ribalta in seguito al terribile terremoto avvenuto in Nepal nell’aprile del 2015. Subito dopo il disastroso sisma, 26 neonati e diverse donne indiane incinte furono evacuate con priorità e portati a Tel-Aviv: si trattava di gravidanze commissionate da coppie omosessuali israeliane. In questo modo venne alla luce l’asse che lega Israele e Nepal e che dà vita a quasi la metà dei bambini israeliani nati tramite questo traffico. Recentemente, il 2 febbraio 2016, durante una conferenza stampa presso il Senato della Repubblica Italiana organizzata da Pro Vita Onlus, l’americana Elisa Anna Gomez, ha raccontato la sua esperienza: caduta nell’inganno della maternità surrogata, ha dato alla luce un bambino per una coppia omosessuale in cambio di 8mila euro.

La storia georgiana con donne schiavizzate e sfruttate come animali per le loro capacità riproduttive può sembrare estrema ma non dimentichiamo che le tecniche di riproduzione assistita sono nate proprio per gli allevamenti intensivi. “Imprigionate come vacche da allevamento intensivo per produrre ovuli.” Così erano tenute un centinaio di donne in una “fabbrica di ovuli” della Georgia controllata da gangster cinesi. In una conferenza stampa, col volto coperto, le fuggitive hanno raccontato di essere state liberate a fine gennaio dopo una prigionia di circa sei mesi. Il salario offerto era tra gli 11mila e i 17mila euro e l’organizzazione avrebbe anche pagato l’alloggio, il vitto, le spese di viaggio e il visto per il passaporto. Scortate da una donna sono arrivate in agosto in Georgia attraverso Dubai e l’Armenia in dieci. Quando si sono rese conto dell’imbroglio era troppo tardi. I loro passaporti sono stati confiscati e sono state fatte prigioniere in quattro case dove vivevano già un centinaio di donne. Hanno quindi appreso che tutte venivano stimolate con ormoni per produrre ovuli. A chi chiedeva di essere liberata i carcerieri chiedevano un riscatto di circa 2000 euro. Una di loro ce l’ha fatta e ha allertato Pavena Hongsakula, fondatrice di Pavena Foundation, una ong che si occupa di donne e bambini. La donna ha raccontato che molte di loro non avevano i soldi per andarsene e sono rimaste lì. Così l’ong, collaborando con l’Interpol, è riuscita a salvarne tre di loro. “Quando le persone viaggiano in tutto il mondo per la surrogata e/o acquistare ovuli “donati” a basso costo non c’è modo di sapere se le donne sono state vittime di tratta, a meno che non si abbia una relazione consolidata”, ha commentato l’organizzazione Surrogacy Concern su X. Malgrado venga presentata come un dono per coppie sterili, l’industria della “donazione” di ovuli è un Far West anche in Occidente. Ma le agenzie tacciono sui rischi reali per la salute delle donne e la loro futura fertilità.

IV. La Posizione del Magistero e la Sensibilizzazione sulla Dignità Umana

BAMBINI E MADRI IN PERICOLO. I cardinali Scola e Schönborn ricordano che difendere i bambini e le madri significa obbedire a papa Francesco, quando “ci chiede di uscire da noi stessi e andare alle periferie”, tra cui ci sono “quelle dei più anziani e dei più piccoli. La nostra attenzione a queste periferie è al cuore della nostra civiltà”. Per i due cardinali, come nel periodo della Prima guerra mondiale, “oggi nuove minacce pesano sul nostro continente e pongono in termini differenti la stessa questione sul valore della vita umana”, definendo queste situazioni come una “SCHIAVITÙ MODERNA”. La Manif pour tous “dovrebbe ispirare l’insieme dei nostri popoli occidentali”.

Nel dicembre del 2013, parlando ai nuovi ambasciatori, il Santo Padre ha mostrato la sua preoccupazione per questa nuova forma di schiavitù sempre più diffusa, chiedendo “una presa di responsabilità comune” e una “più decisa volontà politica” per sconfiggere questa emergenza umanitaria. “La tratta delle persone - ha affermato il Pontefice - è un crimine contro l’umanità”. Durante l’Angelus del 7 febbraio, in occasione della Giornata di Preghiera contro la tratta di persone, Francesco è tornato a parlare dei “nuovi schiavi di oggi” esortando a contribuire a “rompere le pesanti catene dello sfruttamento” per ridonare libertà e dignità alle persone. “Penso in particolare - ha detto il Pontefice - a tante donne e uomini, e a tanti bambini!”.

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