L'Italia dei primi mesi del 2006 è rimasta con il fiato sospeso per le sorti del piccolo Tommy, Tommaso Onofri, un anno e mezzo, sparito nel nulla il 2 marzo. Erano le ore 21:00 circa quando due sconosciuti fecero irruzione nella casa della famiglia Onofri, nella campagna parmense, presso il tracciato del Treno ad Alta velocità e dell'Autostrada nel comune di Parma, località Casalbaroncolo. Il bimbo fu trovato senza vita un mese dopo, il 1° aprile, e lo stesso giorno furono arrestate tre persone. Il piccolo Tommaso Onofri venne rapito dalla casa di famiglia allo scopo di ottenere il pagamento di un riscatto, nell'erroneo convincimento che i genitori avessero accesso a importanti risorse economiche.

La dinamica dell'irruzione e il rapimento
Alle 19:45 circa del 2 marzo 2006 saltò la corrente elettrica in casa: dopo cinque minuti, Paolo Onofri uscì in cortile per controllare il contatore e fu assalito da due uomini col volto coperto da casco e passamontagna, che minacciandolo con coltello e pistola si fecero aprire la porta. Una volta entrati, urlarono alla rapina, puntando l'arma verso Tommaso e intimando ai coniugi di consegnare loro i soldi. Paola diede loro il suo portafoglio con 150 euro in contanti, dopodiché i malviventi fecero sdraiare a terra i genitori e il figlio maggiore Sebastiano, legandoli e imbavagliandoli grossolanamente con del nastro adesivo da pacchi. Il figlio Sebastiano, interrogato a sua volta in audizione protetta, disse che i due rapitori avevano portato in casa molta sporcizia; evidenziò anche l'atteggiamento differente dei due, l'uomo col casco era tranquillo, mentre quello con il passamontagna era agitato e brutale nei modi.
Il contesto investigativo e l'impronta digitale
Fu una impronta digitale trovata sul nastro adesivo utilizzato per imbavagliare la famiglia Onofri a tradire i rapitori. Quella impronta apparteneva, secondo quanto si accertò, proprio a Salvatore Raimondi, che a quanto pare si era tolto un guanto mentre stava cercando di tappare la bocca agli Onofri, per afferrare meglio il nastro adesivo. Gli investigatori già gli stavano col fiato sul collo visto che si indagava, dopo varie altre piste tutte abbandonate (tra cui un coinvolgimento della stessa famiglia di Tommy, subito risultato non essere reale), proprio sui muratori che avevano fatto alcuni lavori nella proprietà della famiglia poco tempo prima.
IL RAPIMENTO DEL PICCOLO TOMMASO ONOFRI - Documentario Completo
Il ruolo dei responsabili e la tragica confessione
Mario Alessi, a quanto si seppe, muratore, aveva lavorato in casa Onofri e probabilmente l'idea del rapimento era maturata in quelle occasioni. Cercò la complicità della compagna, Antonella Conserva, e di un'altra persona, Salvatore Raimondi. Furono insieme Alessi e Raimondi a confessare il delitto e a indicare il luogo dove fu poi trovato il corpicino senza vita. La sera stessa del 2 aprile, Mario Alessi condusse gli investigatori e i Vigili del Fuoco in una zona tra la frazione parmense di San Prospero e il comune di Sant'Ilario d'Enza, in provincia di Reggio Emilia, sulle rive del torrente Enza, dove era stato occultato il corpo del bambino, che fu rinvenuto intatto, sepolto sotto pochi centimetri di terra e detriti.
La verità processuale e le pene inflitte
Il processo ebbe inizio a marzo 2007: in sede dibattimentale, le difese di Mario Alessi e Salvatore Raimondi (quest'ultimo ammesso al rito abbreviato) si scaricarono a vicenda la responsabilità sull'uccisione di Tommaso. Le sentenze di primo grado videro le condanne all'ergastolo per Mario Alessi, a ventiquattro anni di reclusione per Antonella Conserva e a venti per Salvatore Raimondi. Alessi fu condannato in via definitiva all'ergastolo per il rapimento e l'uccisione, Conserva sta scontando 24 anni per il sequestro. Recentemente, Salvatore Raimondi è tornato libero: ha scontato la pena e può uscire dal carcere.
Il dolore insanabile della famiglia
«Raimondi libero? Prima o poi me l'aspettavo, visto che era già in semilibertà. Che si goda la sua vita, noi invece siamo condannati per sempre», dice Paola Pellinghelli, mamma del piccolo Tommy, alla Gazzetta di Parma. «Vado avanti giorno dopo giorno, come posso, e ogni tanto mi chiedo come ho fatto. A nessuno dei tre auguro del male: se sono credenti, faranno i conti con Dio. Ma non voglio sentire parlare di perdono», sottolinea la mamma del bambino. «Non si permettano di venirmi a cercare - dice - Se fossi in loro, non riuscirei a vivere con il peso di ciò che hanno fatto, ma non credo siano pentiti. Per me sono tutti e tre sullo stesso piano. Non perché ha aiutato la giustizia, è diverso dagli altri, meno responsabile».
Riflessioni sulla giustizia e la memoria
Il 6 settembre Tommaso Onofri avrebbe compiuto 20 anni. Il piccolo Tommy dai grandi occhi azzurri e il faccino da angioletto, che per un mese tutta l'Italia e non solo sperò venisse ritrovato vivo e restituito alla sua mamma, sarebbe stato oggi un giovane uomo. Invece, la sua vita è stata spezzata prematuramente. Il caso del piccolo Tommaso Onofri resta impresso nella memoria collettiva come uno dei crimini più efferati della storia recente. La sua storia invita a una riflessione profonda sulla necessità di proteggere i più vulnerabili e rafforzare le misure preventive contro simili atrocità. Sebbene il dolore della famiglia Onofri non possa essere alleviato, il ricordo di Tommy continua a ispirare un senso di unità nella lotta contro la violenza. La vicenda lascia un’eredità morale: non dimenticare mai l’importanza di tutelare chi è più indifeso, trasformando il dolore in un impegno collettivo per combattere la violenza. La giustizia, pur seguendo il suo corso legale, non può restituire il futuro negato a un bambino di soli 18 mesi, lasciando ferite che il tempo non può rimarginare.