La gestione della vitella da rimonta rappresenta uno degli investimenti strategici più critici per un’azienda lattiero-casearia. Il successo di questa fase non determina solo la salute immediata dell’animale, ma condiziona la longevità produttiva, la fertilità futura e, in ultima analisi, la redditività dell’intero allevamento. Ma perché è così importante prendersi cura della rimonta? La risposta risiede nell'ottimizzazione del ciclo di vita della bovina: un accrescimento stentato in questa fase non viene quasi mai recuperato in seguito, compromettendo lo sviluppo dell'epitelio secretorio mammario e la capacità di ingestione della futura bovina adulta.

Il paradigma della gestione colostrale: le fondamenta della sopravvivenza
La fase colostrale è di vitale importanza proprio per la sopravvivenza stessa della vitella, in quanto il tipo di placenta presente nei bovini impedisce il passaggio di anticorpi dalla madre al feto durante la gravidanza. Il paradigma condiviso è che è ottimale per la vitella avere il più rapidamente possibile una concentrazione ematica di non meno di 10 gr/L di immunoglobuline IgG. Ciò si ottiene attraverso il consumo di almeno 2.5 kg di colostro, contenente almeno 50 gr/L di IgG, entro le 6 ore dalla nascita, per arrivare a 4 kg entro le 12 ore. È anche noto che l’assorbimento d’immunoglobuline si riduce progressivamente con il passare delle ore dopo il parto, fino ad essere pressoché nullo dopo 24 ore.
Il tasso generico di mortalità perinatale ha un decorso inverso alla precoce somministrazione di colostro di qualità: può essere inferiore al 5% se la vitella ingerisce colostro nella giusta quantità e qualità entro le 6-12 ore, per aumentare a oltre il 10% se ciò avviene dopo 7-12 ore. Dai dati del report Dairy 2014 si evidenzia che nel campione di allevamenti statunitensi ciò avviene mediamente a 3.6 ore. Nel 52.7% dei casi la somministrazione avviene solo manualmente, mentre nel 42.7% è in forma mista, ossia con la somministrazione manuale e direttamente dalla madre. Solo il 4.6% degli allevamenti affida la somministrazione del colostro al solo allattamento materno, una percentuale che sale al 16.8% nei piccoli allevamenti.
Metodologie di somministrazione e controllo sanitario
Negli allevamenti che utilizzano la somministrazione manuale, l’88.6% lo fa con colostro di singole bovine non pastorizzato, e ciò avviene nel 55.1% delle vitelle. Il 16.4% utilizza pool di colostro non pastorizzato e solo il 3.2% pastorizzato. È interessante notare che ben il 19.1% utilizza sostituti del colostro, e che questa percentuale sale al 24.4% nei grandi allevamenti. La pastorizzazione (63°C per 30 minuti) è un metodo da tempo consigliato in quanto, anche se la concentrazione di IgG si riduce del 26%, permette di controllare la diffusione di alcuni patogeni come Salmonella e E. coli. Purtroppo, questa tecnica non è di alcun aiuto nel controllare la diffusione del Mycobacterium paratuberculosis.
Per quanto riguarda le attrezzature, l’87.4% degli allevamenti utilizza bottiglie per la somministrazione del colostro e l’8.1% lo fa con la sonda esofagea, tecnica che sale al 27.1% nei grandi allevamenti. La quantità di colostro somministrato al primo pasto, nei grandi allevamenti, è di più di 4 kg nel 48.4% dei casi. Pertanto, il 49% delle vitelle negli USA riceve più di 6 kg di colostro nelle prime 24 ore dopo la nascita.
Come fare la spremitura manuale del seno?
La fase monogastrica: alimentazione e nutrizione liquida
Il secondo periodo di vita produttiva della vitella è definito “fase monogastrica” in quanto solo l’abomaso è pienamente funzionante, mentre i prestomaci non sono ancora sviluppati. Questa fase dura fino alla terza settimana dopo il parto; pertanto, l’apporto dei nutrienti è affidato al solo latte, sia esso materno che succedaneo. Se la vitella assumesse direttamente latte dalla madre, farebbe dai 6 ai 10 pasti giornalieri, con una media di assunzione fino al 35° giorno di 8.8 kg di latte, pari al 16-25% del suo peso alla terza-quarta settimana di vita.
Il report Dairy 2014 evidenzia che il 51.5% dei grandi allevamenti che utilizza latte artificiale sceglie quelli al 20% di proteine. Le molte ricerche fatte sull’argomento consigliano l’uso di polveri di latte con concentrazioni proteiche più elevate del 20%. La ragione di questo è legata alla constatazione che più il latte artificiale si avvicina alla concentrazione proteica del latte materno, maggiore sarà l’accrescimento medio giornaliero e lo sviluppo in termini di epitelio secretorio mammario. Relativamente alla concentrazione di grasso, funzionale all’approvvigionamento energetico della vitella, gli allevatori statunitensi continuano a preferire i latti in polvere al 20% di grassi, una scelta condivisa dall’81.7% degli allevamenti, che scende al 65.2% in quelli di grandi dimensioni.
Sviluppo del rumine e transizione verso l’alimentazione solida
Per entrare nel terzo ciclo di vita della vitella, anche detta fase “di transizione”, è necessario iniziare a somministrare già durante la fase “monogastrica” alimenti solidi, come foraggi e concentrati, e acqua, per far sviluppare il rumine. Ciò avviene perché, già nei primi giorni di vita della vitella, inizia la colonizzazione del rumine da parte di batteri essenzialmente fibrolitici, come il Ruminococcus flavefaciens e la Prevotella ruminicola.
La progressiva produzione ruminale di acidi grassi volatili (AGV) crea due condizioni favorevoli. Innanzitutto, gli AGV, ed in particolare l’acido butirrico, l’acido propionico e l’acido acetico, stimolano la crescita delle papille ruminali. Inoltre, l’assorbimento degli AGV attraverso le pareti ruminali e il loro giungere al fegato creerà una via alternativa di approvvigionamento energetico complementare al latte.
L’importanza della fibra alimentare e degli starter
Per quanto riguarda lo sviluppo anatomico, e quindi l’aumento del volume dei prestomaci e l’attivazione della normale motilità, consigliamo l’impiego di fibra alimentare. La scelta è ricaduta su paglia di orzo e frumento depolverata, particolarmente indicata già dalle prime fasi, in quanto caratterizzata dalla forte appetibilità e buon effetto tampone sul rumine. La lunghezza di taglio scelta è piuttosto ridotta (circa 3,5-4,5 cm), ideale per le dimensioni della bocca del vitello, il quale piuttosto frequentemente limita l’ingestione di foraggi a fibra lunga poiché l’assunzione gli risulta “complicata”.
La prima fase di svezzamento prevede, quindi, l’utilizzo del mangime Mix Calf Sprint 20 e della paglia nelle proporzioni 95% e 5% rispettivamente, integrata da latte Emilatte Premium o latte intero sano. La presenza di acqua da bere in questa fase è di fondamentale importanza non tanto per idratare la vitella, quanto per garantire la sua presenza nel rumine come fattore di crescita del microbiota. A completare la gamma dei nutrienti indispensabili sono gli zuccheri, in quanto precursori dell’acido butirrico, oggi considerato tra gli AGV quello che maggiormente stimola lo sviluppo e la crescita delle papille ruminali.

Definire lo svezzamento: tempi e parametri di controllo
Lo svezzamento è quella fase del ciclo produttivo della bovina in cui si passa da un’alimentazione anche lattea ad una esclusivamente solida. I dati riportati nel Dairy 2014 ci dicono che negli USA le vitelle si svezzano mediamente a 9 settimane (63 gg), con la differenza che negli allevamenti più piccoli, ossia fino a 99 capi, tale periodo si allunga di 1.3 - 2.6 settimane. Decidere questo tempo non è facile perché la vitella è “svezzabile” solo se il rumine è pienamente funzionante, ossia in grado di supportare completamente, insieme all’intestino, i fabbisogni nutritivi della manzetta.
Se arrivasse al grosso intestino un’eccessiva quantità di alimenti indigeriti, ciò potrebbe causare gravi enteriti ed un rallentamento dell’accrescimento medio giornaliero. Il controllo a posteriori da effettuare in allevamento è proprio quello della qualità delle feci nei primi 15 giorni dopo lo svezzamento e l’aspetto generale delle manzette. Feci liquide e verdastre con molto materiale indigerito testimoniano che la combinazione tra il tipo di alimenti solidi utilizzati, la quantità effettivamente ingerita e il tempo dello svezzamento non ha funzionato.
Nei piccoli allevamenti (da 30 a 99 capi) e in quelli grandi (di oltre 500 capi), gli allevatori che utilizzano il criterio dell’età per definire la fine dello svezzamento sono rispettivamente il 51.4% e il 54.8%. Indagini di questa portata, come quella dell'USDA-National Animal Health Monitoring System, hanno un valore immenso perché “fotografano” in maniera obiettiva ciò che succede in una nazione da molti considerata di riferimento. I dati che vengono utilizzati per ottimizzare le tecniche nutrizionali, gestionali e sanitarie delle vitelle da rimonta derivano spesso da studi effettuati su numeri limitati di animali, rendendo indispensabile un confronto continuo con la realtà di campo per sfatare miti e pregiudizi, nella consapevolezza che buona parte degli allevatori decide per esperienza empirica basata su successi e fallimenti.
tags: #svezzamento #vitella #da #rimonta