Storia dell'Ostetricia in Italia: Un Viaggio Millenario tra Scienza, Tradizione e Professionalizzazione

La storia dell'assistenza ostetrica, in Italia come nel resto del mondo, si snoda attraverso millenni, testimoniando un'evoluzione complessa e spesso altalenante. L'interesse della storiografia italiana per questo tema ha avuto, infatti, un andamento talvolta discontinuo. Meno attenti dei modernisti, gli studiosi dell’età contemporanea hanno dedicato al tema pochi studi e sporadicamente specifici, rendendo prezioso ogni approfondimento. Il volume di Rosanna Basso, pubblicato nel 2015, si presenta come una sistematizzazione utile e ricca di interesse, concentrandosi in particolare sulla fase liberale, periodo in cui si colloca il «processo di costruzione della moderna fisionomia della professione ostetrica» (p. 10). In questa fase storica, imponendo igiene e un’inedita attenzione all’asepsi, si assiste a una diretta azione dello Stato che incide sull’assetto del servizio ostetrico nazionale, a partire dalla precoce istituzione nel 1865 di una norma che prevede un (malfunzionante) servizio ostetrico per i poveri in ogni comune del Regno. Tuttavia, la pretesa modernità e l’affermazione di una professionalità, che si vorrebbero collegate al nuovo profilo del mestiere e del ruolo, non oscura la più dirimente delle questioni, ovvero l’assoluta e peculiare eterogeneità delle levatrici italiane. Rosanna Basso ritiene, in maniera del tutto condivisibile, che dietro al termine omologante di levatrice si celi «un inganno» che mette «a repentaglio la leggibilità stessa della realtà da mettere a fuoco» (p. 15). È un assunto sempre valido per un mestiere ricchissimo di implicazioni, ma particolarmente pertinente in una fase contrassegnata da una così dinamica evoluzione. Le levatrici in età liberale erano un gruppo sociale stratificato in quanto a formazione, situazioni lavorative, condizioni di reddito e di vita, riflettendo una complessità che affonda le sue radici nei secoli precedenti e continua a modellare la professione fino ai giorni nostri.

Le Radici Antiche dell'Assistenza al Parto: Dalla Mesopotamia a Roma

La pratica ostetrica getta le sue radici in un passato molto remoto, dimostrando sin dall'antichità la risaputa necessità di persone qualificate in grado di assistere le partorienti durante il travaglio. I primi a lasciare testimonianze sull’assistenza ostetrica sono i Sumeri, su alcune tavolette di argilla risalenti al 2000 a.C. Per i Sumeri, la maternità era considerata di supporto al processo vitale che dipendeva essenzialmente dalla figura maschile. Il parto era affidato interamente alle levatrici, le quali dovevano avere dei precisi requisiti: aver superato l’età della menopausa, aver avuto figli, saper provocare l’aborto in casi di necessità ed essere in grado di ordinare medicamenti. Spettava a loro stabilire la vitalità del feto e fare diagnosi delle principali anomalie del parto.

Tavoletta sumera con riferimento all'assistenza al parto

Presso i Greci, poco si conosce della ginecologia in epoca arcaica, ma l’arte ostetrica veniva praticata sia dalle levatrici sia dai medici. Questi traevano insegnamenti sia dall’Asia Minore sia dall’Egitto ed esercitavano le loro funzioni nei templi, specialmente quelli dedicati a Ilizia, Venere e Esculapio. Di particolare importanza erano tali divinità, difatti in scene tratte dall'antica mitologia le dee erano presenti durante il parto. Ben presto, però, Ippocrate (460 a.C.-377 a.C. ca.) gettò le basi della medicina scientifica, per il quale vi era la negazione dell’intervento divino nella malattia e non questa ma l’uomo era al centro della medicina, e anche l’ostetricia acquistò lo statuto di arte medica. Molti studi ginecologici vengono infatti discussi negli stessi scritti ippocratici, e vi si fa riferimento nel suo Giuramento, che recita “Non darò mai alla donna dei pessari per produrre un aborto”. Le nozioni ostetriche furono tramandate nel Corpus Hippocraticum. Un ulteriore contributo alla pratica ginecologica fu dato dalla scuola anatomica di Alessandria d’Egitto (III secolo a.C.), in cui Erofilo ed Erasistrato erano impegnati nell’istruzione medico-scientifica delle ostetriche.

A Roma, la medicina faceva inizialmente riferimento alla cultura medica etrusca, sebbene il contributo più grande fu dato dai medici provenienti dalla Grecia e da Alessandria d’Egitto. L’ostetricia e anche parte della ginecologia erano di solito affidate alle ostetriche, le quali acquistarono, come testimonia Plinio, tanta considerazione da essere poi chiamate medicae, e divenire quasi una classe a parte. Tra le qualità caratterizzanti, dovevano aver avuto figli ed essere adulte. Durante il VII secolo a.C., ai tempi di Numa Pompilio, venne istituita una nuova legge che sanciva l’obbligo di effettuare il taglio cesareo post-mortem, nell’estremo tentativo di salvare il feto. Col nome di "Cesoni" o "Cesari" si chiamavano coloro che erano nati dal taglio cesareo post-mortem, mentre "Agrippi" erano quelli che nascevano in posizione podalica. Va sfatato qui un comune fraintendimento: il termine "cesareo" non deriva, come molti ritengono, da Giulio Cesare, bensì dal verbo latino caedere, che significa letteralmente "tagliare". Le origini di questa pratica risalgono a tempi antichissimi, come testimoniato anche dalla mitologia greca, dove Apollo, per salvare il figlio dal ventre della ninfa Coronide, le tagliò il fianco. Inizialmente le ostetriche si formavano da autodidatte sui testi di Celso e Galeno e solo in epoca imperiale cominciarono a frequentare "Scuole per Ostetriche", in cui insegnavano non solo matrone ma anche e soprattutto medici. Ciò è documentato nell’opera Gynaikeia di Sorano di Efeso (fine I secolo d.C.), considerato il fondatore della ginecologia e dell’ostetricia. Sorano descriveva anche l’azione dei rudimentali ma importanti mezzi abortivi e contraccettivi da usare nel caso in cui la gravidanza mettesse in pericolo la vita della madre. Il testo ebbe uno straordinario impatto sulla letteratura medica del periodo tardo antico, tanto che venne tradotto e rielaborato da diversi autori, tra cui Muscione, la cui opera prende il nome di Ginaecya e differisce dall’originale perché indirizzata ad un pubblico meno colto e dunque priva di digressioni teoriche e termini medico-scientifici.

Il Medioevo: Tra Spiritualità e Repressione, la Resistenza della Levatrice

Con la caduta dell’Impero Romano, si assiste ad un periodo di regressione per tutta la scienza medica. Nonostante ciò, le levatrici riuscirono a mantenere il loro ruolo. Una testimonianza di questo aspetto viene fornita proprio dal testo Gynaecia di Muscione, scritto in epoca bizantina. Secondo quanto riportato, le levatrici dovevano conoscere le medicine, ed essere calme, prudenti, coraggiose, modeste e intelligenti poiché, oltre a prestare assistenza al parto, dovevano intervenire anche in tutti i casi di patologia femminile. Inoltre, dovevano incoraggiare le partorienti trasmettendo fiducia, rassicurandole che non vi era alcun pericolo e, per di più, insegnando a quelle che non avevano mai partorito e non avevano mai provato le doglie che, quando queste fossero giunte, avrebbero dovuto spingere verso il basso, trattenendo il respiro.

Nel Medioevo, tuttavia, si assiste ad una trasformazione del concetto di assistenza: le cure mediche venivano spesso sostituite da pratiche spirituali necessarie alla salvezza dell’anima. L’assistenza era infatti principalmente garantita da figure della chiesa. Oltre a queste figure religiose, esistevano poi donne guaritrici, depositarie della tradizione delle cure e della virtù delle erbe. Tali figure costituivano l’unico riferimento del popolo povero e, a partire dal 1200, subirono una repressione da parte della Chiesa e dei suoi tribunali. Gli inquisitori credevano che dietro ogni levatrice si celasse una strega, e la loro rilevanza è testimoniata anche dal fatto che furono onorate da principi e potenti, ma allo stesso tempo condannate da questi quando fallivano, e persino accusate di stregoneria e pratiche abortive. Gli studiosi del Medioevo che si sono occupati del parto hanno indicato l’ostetrica come il principale riferimento per la partoriente, colei che si differenziava dalle altre figure femminili presenti durante il travaglio. Le levatrici, infatti, vennero inserite anche nella rivisitazione della natività e del parto della Vergine Maria, tramandata dal testo dello Pseudo-Matteo, dove Maria entra nella grotta accompagnata da due levatrici, Zahel e Salomè, attestando sin dall'antichità l'importanza e la necessità della presenza delle ostetriche durante il parto.

Miniatura medievale raffigurante una levatrice durante il parto

Nell’Occidente, ricordiamo un’opera attribuita ad Alberto Magno, ovvero il De secretis mulierum, che contiene riflessioni sulla fecondazione e considerazioni su gravidanza e parto di chiara matrice greca. In Italia, un personaggio di spicco in questo campo è Michele Savonarola (XV secolo), autore di due trattati di ostetricia, di cui uno per i medici e l’altro rivolto alle stesse donne. Diverso fu l’apporto della medicina islamica. I medici arabi, specialmente tra l’800 e il 1200, svilupparono un'arte ostetrica molto più avanzata rispetto a quella della restante Europa. Tuttavia, mancando nella medicina araba studi anatomici, proibiti per motivi religiosi, si faceva riferimento agli scritti densi di errori di Paolo D’Egina, chirurgo e ostetrico bizantino. Intanto, la Chiesa nominò patrona delle partorienti Margherita di Antiochia, vissuta nel III secolo d.C. Secondo la tradizione, dopo essere stata condannata a morte, alla donna apparve il demonio sotto forma di drago, che la inghiottì viva. Soltanto nel tardo Medioevo il taglio cesareo cominciò ad esser visto come un atto operatorio sul corpo femminile. San Tommaso, nella sua Summa Theologiae, scrive che l'incisione del ventre post-mortem è un dovere religioso del buon cristiano.

Il Rinascimento e la Nascita dell'Ostetricia Scientifica

Il fiorire di arti e di scienze alla fine del Medioevo ebbe ripercussioni anche sulla medicina, tanto da stravolgere tutto quanto si era accumulato nei secoli precedenti. Nel 1500, finalmente risorgono in Europa la medicina e gli studi anatomici, e in questo senso si profila la rinascita anche dell’ostetricia su base scientifica. Un momento cruciale fu l'opera di Leonardo da Vinci. Nel foglio 18 dei suoi Quaderni di anatomia, per la prima volta nella storia della medicina, Leonardo rappresenta correttamente la posizione del feto nell’utero, con una precisione che rimarrà ineguagliata per più di due secoli. Ma l’apporto innovativo di Leonardo non finisce qui: per la prima volta, l’utero appare con una sola cavità, contrariamente alla teoria, risalente ad Ippocrate e fino ad allora rimasta immutata, secondo cui l’organo aveva due cavità. E sempre per la prima volta sono disegnate con esattezza l’arteria uterina e il sistema vascolare della cervice e della vagina.

Disegno di Leonardo da Vinci sulla posizione fetale nell'utero

Un altro punto di svolta si ebbe nel 1513, quando compare il primo libro di argomento esclusivamente ostetrico: De Swangern Frawen und Hebammen Rosengarten ("Il giardino delle rose delle donne") di Eucharius Roesslin (?-1526). L’opera sintetizzava in modo semplice i punti essenziali dell’ostetricia, basandosi sugli scritti di Ippocrate, Sorano, Galeno, Avicenna, Alberto Magno e Savonarola. Il manualetto ebbe grande successo e fu pubblicato in diverse edizioni, tra cui la più nota è quella inglese di Richard Jones, pubblicata nel 1540 con il titolo The birth of Mankynde or the woman’s booke, che fu il vero manuale delle ostetriche europee per tutto il Rinascimento. Nell'opera sono presenti consigli igienici e di comportamento, si descrive il famoso “sgabello delle ostetriche” e si accenna al cesareo post-mortem. L’utero, tuttavia, veniva ancora descritto come diviso in sette camere: le tre di destra davano vita al maschio, quelle di sinistra alla femmina, mentre da quella centrale si generavano mostri ermafroditi, evidenziando la coesistenza di scienza e credenze popolari.

Nel 1595 viene stampato in Italia il primo trattato italiano di ostetricia: “La Commare o Ricoglitrice”, opera di Scipione Mercurio articolata in tre libri (il parto normale, i vari parti distocici, le complicanze del post-partum), in cui non mancano indicazioni sulle caratteristiche della levatrice. Essa doveva essere “esercitatissima et prudentissima nell’officio,(…) ma soprattutto sia timorata di Dio, non strega et ministra del diavolo, et (…) sia di buoni et honesti costumi et non ruffiana”. Nel 1500-1600 il ruolo della levatrice non era molto diverso da quello delle obstetrices dell’antichità: infatti non si occupavano solo di parti, ma anche delle malattie delle donne e dei bambini, di bellezza e cosmesi, della sessualità e dei rimedi per numerosi disturbi della salute. Andrea Vesalio (1514-1564) infranse il dogma galenico e affermò l’anatomia come scienza dovuta all’osservazione diretta, e per attuare tale progetto si realizzarono i primi teatri anatomici per la dissezione di cadaveri, anche femminili. Una portata ancor più innovativa caratterizza le opere del chirurgo francese Ambroise Paré e del suo allievo Guillelmeau (XVI secolo), che ebbe il merito di aver diffuso e perfezionato il rivolgimento e l’estrazione podalica con la tecnica usata fino ai giorni nostri. Egli descrisse inoltre la placenta previa e consigliò di perforarla con le mani, fare il rivolgimento ed estrarre il feto per i piedi. In questo secolo, la Francia avrà il primato nell’assistenza ostetrica, e si ricordi Louyse Bourgeois (1563-1666), allieva del Parè e levatrice di Maria de’ Medici, formata non solo nella pratica ma anche nella scienza dell’assistenza ai parti.

Il Settecento e l'Alba della Medicalizzazione: Strumenti, Scuole e Modelli

Nel XVII secolo, in Francia, con l’affermarsi dell’ostetricia per merito di François Mauriceau (1637-1709), primo chirurgo ad esercitare esclusivamente l’ostetricia, all’Hotel Dieu e per tutto il ‘700, questa disciplina passò sempre più nelle mani dei chirurghi ostetrici. Luigi XIV, nel 1663, fece assistere clandestinamente ad un chirurgo il parto normale di Madame de La Vallière, e nacque e si diffuse così la "Mode de l’Accoucheur" nell’aristocrazia e nell’alta borghesia parigina. I chirurghi ottennero dalla corte la possibilità di assistere i parti, e ben presto il simbolo del nuovo ruolo dei chirurghi e il vero strumento della loro arte sarà l’uso di strumenti chirurgici nell’assistenza al parto. Perciò con l’uso degli strumenti e della scrittura, gli accoucheurs si proposero come protettori della salute della donna e del neonato. L’uomo entrava così nella pratica professionale provvedendo a inventare e collaudare strumenti chirurgici, come il forcipe, per aiutare le donne nei parti difficili, superando con il tecnicismo l’abilità pratica della levatrice.

Forcipe ostetrico antico

Nei primi anni del 1700, in Italia, non erano ancora giunte le novità francesi in fatto di assistenza al parto. Si distinguevano ancora levatrici urbane e tradizionali. Le prime erano specializzate e supervisionate dalle colleghe esperte, mentre le tradizionali, che operavano nei piccoli paesi, non avevano alcuna preparazione specifica. Le levatrici potevano godere ancora di ampia autonomia ed erano governate da una superiora su cui né il medico né il consiglio cittadino avevano potere legale. La conoscenza e la competenza delle levatrici si basavano su secoli di esperienza che veniva tramandata perlopiù per via orale e con un’osservazione partecipante.

A partire dal 1750 circa, l’elevata mortalità infantile e materna diventò la motivazione e il pretesto per approfondire e diffondere le conoscenze relative all’ostetricia, in modo da programmare e controllare la pratica e la preparazione delle levatrici. In questi anni le cose cominciarono a cambiare, anche se solo nelle città: dalle prime scuole di ostetricia uscivano levatrici specializzate, competenti in parti normali e in emergenza, caso in cui quest’ultimo veniva richiesta la presenza medica. I contenuti e le modalità di istruzione delle levatrici cominciavano a modificare l’ideologia del parto: da evento naturale e inserito nella quotidianità, diventava un fenomeno la cui unica terapia era decisa dagli uomini di scienza. Nasceva quindi un nuovo mestiere: l’antica arte della levatrice, fino ad ora indipendente dal mondo e dalla scienza, diventava dipendente dalla conoscenza della classe medica, creando quindi una professione specializzata in senso medico, anche se ancora unicamente indirizzata alle donne. In Europa, con il ‘700, il parto, che fino ad allora era stato problema di donne, divenne, per le mutate esigenze politiche che richiedevano una migliore tutela della salute, oggetto di interessamento dei governanti.

In Italia, la prima città ad avere una scuola per levatrici è Torino (1728, presso l'ospedale S. Giovanni Battista), a seguire Bologna (dove già nel 1750 Antonio Galli aveva fatto costruire i modelli anatomici in cera della “Suppellex Obstetricia” per il suo insegnamento privato), Firenze, Verona, Milano, Venezia e così via. Già nel 1580 Lucrezia d’Este aveva fatto erigere a Ferrara la Casa di S. Maria del Soccorso per le donne in stato di gravidanza illegittimo da riportare sulla retta via. A Padova, nel 1768, si dispose di istituire una privata scuola d’Arte Ostetricia con Luigi Calza a dirigerla, ma alterne vicende ritarderanno l’apertura della Scola d’ostetricia, presso l’Ospedale di S. Francesco Grande, che poi sarà effettivamente istituita con la cattedra di ostetricia affidata ad Aloysius Calza Bononiensis nel 1767-1768. Altre scuole seguirono per tutto il XVIII secolo. L’insegnamento dell’ostetricia era dato specialmente alle levatrici ed era pratico nelle province Lombardo-Venete e nella Toscana, per le relazioni con l’Austria, e a Torino per le relazioni con la Francia e l’Inghilterra. Negli stati soggetti al Pontefice l’insegnamento era dimostrativo e fatto per mezzo di macchine. La confusione che regnava sulla data della sua istituzione era arrivata fino al punto di far dichiarare ad alcuni storici dell’ostetricia che la scuola fiorentina era stata fondata prima di quella bolognese, ma dopo le notizie e i documenti raccolti sembra definitivamente stabilito che nessuna scuola ostetrica italiana, compresa quella fiorentina, possa permettersi di accampare diritti di primogenitura sulla scuola ostetrica bolognese.

L'Illuminismo fu artefice di un rilevante progresso scientifico e tecnologico, e portò allo sviluppo di una trattatistica medica basata su osservazioni empiriche e riflessioni cliniche. In Francia, Angélique du Coudray, famosissima sage-femme, fu incaricata, dal re Luigi XV, di formare tutta una nuova categoria di levatrici per ridurre la mortalità femminile e infantile durante i parti. Du Coudray creò un corso di formazione incentrato sulla pratica che durava circa due mesi. Famoso era il suo manichino che permetteva alle future sage-femme di fare pratica.

Manichino ostetrico di Angélique du Coudray

L'invenzione più rilevante di questo secolo, nel campo dell'ostetricia, è stata sicuramente quella del forcipe, strumento introdotto per la prima volta dalla famiglia inglese Chamberlen intorno al 1650. Per molti anni lo strumento fu tenuto segreto dalla stessa famiglia, finché Hugh Chamberlen, nel 1670, decise di svelarlo ufficialmente al governo francese. I forcipi dei Chamberlen erano provvisti di una curva cefalica per avvolgere la testa del bambino ma mancavano della curva pelvica di cui sono forniti i forcipi moderni. Dopo la sua rivelazione, l'utilizzo del forcipe rimase a lungo controverso e destinato soltanto agli ostetrici di sesso maschile, tra cui ricordiamo lo scozzese William Smellie, il quale contribuì a migliorare lo strumento, aggiungendo la curva pelvica e adottando la "chiusura all'inglese", che permetteva di inserire separatamente i bracci nella vagina. Tuttavia, Smellie ricevette le critiche di molte ostetriche inglesi, una delle quali, Elizabeth Nihell, lo accusò di dare un cattivo esempio alle giovani levatrici. Nel ‘700 erano in voga vari tipi di forcipe che prendevano il nome dal chirurgo che li aveva perfezionati o ideati. Il gabinetto dell'Università di Padova, per cura del distinto professore Lamprecht, si arricchì di strumenti ostetrici, fra i quali si contavano circa 50 specie di forcipi, e tra questi il primo forcipe inventato dagli Arabi, rinvenuto a caso dal sullodato prof. presso un antiquario di questa città, che lo riteneva strumento di tortura degli antichi tiranni di Padova. Questa raccolta venne arricchita con nuovi strumenti dal defunto Prof. Pastorello e dall’attuale prof.

Un capitolo significativo del Settecento riguarda l'utilizzo dei modelli anatomici. Già durante il ‘500 si cominciarono ad usare modelli anatomici in cera o avorio per l’osservazione diretta dei fenomeni con impostazione scientifica. Lo stretto rapporto fra ceroplastica e anatomia è duplice, didattico e scientifico e deriva dalla necessità di sopperire al deterioramento dei pezzi anatomici, alla difficoltà di reperire cadaveri per studio, visto il divieto assoluto della Chiesa, tra la fine del ‘600 e tutto il ‘700, di studiare e sezionare i corpi umani. Ma non solo: le cere anatomiche erano un mezzo visuale per insegnare e diffondere l’anatomia, che era ancora patrimonio dei medici dotti, fra coloro che medici non erano, i chirurghi e le levatrici, persone prive di studi classici e conoscenza del latino per avvicinarsi ai trattati scientifici. Tra i grandi nomi della ceroplastica anatomica italiana, Ercole Lelli (1702-1766) a Bologna diede un ulteriore impulso a quest'arte nella prima metà del ‘700. In Italia e all’estero vi fu un fiorire di collezioni in cera e spesso il nome del ceroplasta era lo stesso in diverse sedi, vista la fama raggiunta da alcuni di loro per la bravura e la perfezione dei loro lavori. A Firenze, presso La Specola, si trova una collezione ceroplastica con G. Zumbo (XVII sec.) e C. Susini; a Bologna, nel Museo delle cere anatomiche, troviamo opere di E. Lelli e dei coniugi Manzolini; a Padova, la Collezione ostetrica del Dip. di Scienze Ginecologiche dell’Università, con G.B. Manfredini. Al Manfredini furono commissionate le circa 60 cere ostetriche per l’insegnamento dell’ostetrico Luigi Calza allo studio patavino. Nel 1783, per il Gabinetto bolognese, egli eseguì alcuni preparati a grandezza naturale che dimostravano il sistema dei visceri, vasi e nervi. Queste cere erano parte di un programma pluriennale che prevedeva la realizzazione di varie preparazioni di tronchi umani, ognuno dei quali corredato da quattro tavole esplicative. Il Manfredini aveva collaborato con l’anatomico Carlo Mondini. Le cere, oggi in parte danneggiate, mostrano una grande perizia tecnica. Il colore è ora mescolato alla cera ora applicato all’esterno. L’attribuzione spetta al Manfredini per omogeneità tecnico-stilistica: stesso tipo di vassoio in legno, rappresentazioni entro pesanti drappi di cera colorata, sostanze coloranti presenti all’interno dell’impasto o applicate all’esterno, mancanza di intelaiatura o matrici in ferro, tela o ossee, come rinvenute all’interno di altre cere. Per dare volume al modello e renderlo meno fragile il Manfredini ha qui usato della stoppa, come si è potuto vedere all’interno di alcune cere danneggiate che si presentavano cave e riempite di questo materiale. Ogni ceroplasta aveva tecniche proprie che, come tutti gli artigiani-artisti, preferiva non divulgare ed era seguito in tutti i passaggi dell’opera da un anatomico-dissettore, che preparava i pezzi da riprodurre prelevati dal cadavere. Del pezzo veniva fatta una copia esatta in creta e su questa un calco in gesso che costituiva la matrice da poter riutilizzare per riprodurre più volte lo stesso modello. Oltre alle cere, venivano utilizzate le crete, che assolvevano una funzione più pratica delle cere: minor costo e materia più facilmente manipolabile senza troppi riguardi, più resistente. Nel ‘700 i feti venivano descritti come mobili all’interno dell’utero che li contiene per favorire lo studio del meccanismo del parto eutocico e distocico, mentre oggi appaiono ben fissati alla matrice e non più mobili.

Alcune informazioni sulla storia del parto durante il Settecento ci sono date dagli scavi archeologici di Roccapelago, comune di Pievepelago (MO), grazie ai quali sono stati rinvenuti registri di natalità e mortalità risalenti a questo periodo. Da tali registri è emersa un’alta percentuale di morti infantili, spesso legate a parti gemellari o podalici. Spesso le complicazioni insorte durante la gravidanza o il parto causavano la morte della madre stessa. In questo secolo, infatti, l’introduzione di nuovi strumenti e di tecniche innovative non produsse gli effetti desiderati. Ciò è anche testimoniato da figure come Mauriceau, che nel suo "Trattato delle malattie delle donne gravide e delle infantate" del 1727, esprimeva il suo profondo rammarico riguardo alla "crudeltà, e barbarie dell’Incision Cesariana", ritenendo "assolutamente impossibile […] che la Donna possa scapparla" e preferendo la vita della madre a quella del figlio, anche a costo di una "crudeltà necessaria" verso il feto.

L'Ottocento: Igiene, Anestesia e la Riforma della Professione

Il XIX secolo raccolse i fermenti dell’Illuminismo e del Razionalismo e concretizzò le precedenti intuizioni, che avevano fatto della medicina una scienza sperimentale, basata sull’esperienza empirica. Anche la ginecologia assunse una più profonda e riconosciuta base culturale e l’ostetricia divenne una sua inscindibile branca. In questo secolo, il medico ungherese Ignaz Philippe Semmelweis scoprì la causa principale e la profilassi della febbre puerperale, che uccideva le gestanti subito dopo la nascita del bambino. Semmelweis notò che, nel reparto di Vienna, il tasso di infezioni puerperali fra le donne curate dalle sole ostetriche era più basso rispetto a quello delle donne frequentate da studenti di medicina. Sulla base di queste affermazioni, egli ritenne che la febbre fosse dovuta a materiali in putrefazione o a lacerazioni e infezioni dell’utero o della cervice trasmesse per mezzo degli studenti. Prescrisse quindi la pulizia delle mani, lavandole con clorina e cloruro di calcio, oltre che dei letti e dei pavimenti. Nonostante l’esattezza della sua intuizione, il medico ungherese fu osteggiato dalla maggior parte dei suoi colleghi, tra cui anche il patologo Virchow.

☢️ Almanacco Salute 37/100 - Ignaz Semmelweis il lavaggio delle mani la nascita dell'igiene moderna

Inoltre, nel XIX secolo la ginecologia trovò dei progressi nel campo della chirurgia e il ginecologo divenne medico e chirurgo della genitalità femminile, mentre l’ostetrica rimase nel ruolo di “levatrice”. In questo periodo ci fu anche un grande sviluppo dell’anestesia: si diffuse l’uso di etere, protossido di azoto e cloroformio, molto più efficaci dell’oppio, usato nei secoli precedenti. Il primo che fece uso di questo tipo di anestesia (in particolare del cloroformio) in ostetricia fu un professore di ginecologia di Edimburgo, James Young Simpson; egli presentò i suoi risultati in un articolo dal titolo Discovery of a new anaesthetic agent, more efficient than solphuric ether.

La pratica del taglio cesareo, pur con i drammi che portava con sé, non tardò ad espandersi in tutta Europa tra la fine del Settecento e l’Ottocento. Fu il chirurgo François Rousset a introdurre il termine "cesareo" nella sua accezione moderna e a scrivere di questo nel suo trattato, giustamente considerato come una sorta di atto di fondazione di tale pratica. Rousset intendeva promuovere la tecnica del taglio cesareo anche sulla donna viva, nel caso in cui il parto per via naturale fosse impedito. La tecnica chirurgica da lui descritta sarà fonte di ispirazione dei chirurghi ostetrici fino alla seconda metà dell'Ottocento. La donna era incisa sull'addome a sinistra lungo la linea paramediana, poi si passava alla sezione dell'utero sostenendolo con una mano. Un uomo in particolare si ribellò all’opinione comune sull’intervento di taglio cesareo, Edoardo Porro, primario ostetrico dell’ospedale San Matteo di Pavia. Il mistero che bisognava risolvere era il paradossale contrasto tra l’elevata mortalità del taglio cesareo e i risultati positivi della ginecologia laparotomica. Porro iniziò a delineare una risposta quando capì che era l’utero lasciato in sede l’origine delle tragiche conseguenze del parto cesareo. Il caso decisivo che permise a Porro di dimostrare pienamente le sue abilità fu quello di Giulia Cavallini, una donna affetta da rachitismo e con bacino deformato, per cui la gravidanza avrebbe sicuramente avuto un esito fatale. La pratica fu resa obbligatoria nella sua diocesi da Carlo Borromeo nel 1582 e poi estesa a tutto il mondo cattolico dal papa Paolo V nel 1614.

I compiti della levatrice in questo periodo sono così riassunti dal medico veronese Alessandro Benedetti (1460-1525): “L’ostetrica deve essere robusta, giovane, prudente, provvista d’una disposizione naturale a questo esercizio e alquanto audace. Cerchi tener sollevato l’animo della primipara, non dimostri eccessiva avidità di denaro, sia faceta ed ilare e sempre pronta a rimuovere in modo adeguato e rapido ogni difficoltà ed ostacolo al normale procedere del parto. Sia intelligente ed anziché perdersi in chiacchiere, non si dimostri lenta nell’operare come nel legare il cordone al neonato. E’ necessario che sia religiosa perché spesso il feto nasce come morto ed in tal caso se prima di legare il cordone viene respinto il sangue dentro, il bambino che altrimenti sarebbe morto può sopravvivere, come se avesse avuto un nutrimento”. Un manuale di ostetricia del 1868, "Manuale di Ostetricia Minore" di T. Lovati, descriveva la levatrice come una figura che doveva essere “di età non troppo avanzata, robusta di corpo, ambidestra, ben conformata nelle mani, prudente, paziente, disinteressata, decente negli abiti, moderata e dolce nel parlare, e fornita di tutte quelle cognizioni che costituiscono la scienza ostetricia”. Nonostante queste ideali descrizioni, la categoria delle “mammane” era costituita da persone di varia e discutibile provenienza e cultura. Al tempo vi si trovavano donne esperte di parto per averne assistiti molti in compagnia di altre mammane, ma anche anziane prostitute che per guadagnarsi da vivere aiutavano le donne a partorire o praticavano aborti, avendo sperimentato queste pratiche su se stesse, come pure assistevano al parto di figli illegittimi o addirittura commettevano infanticidi per conto di coloro che volevano tenere occultati questi eventi. Un aneddoto storico dal Piemonte dei Regolamenti del 1728 dell’Opera delle donne partorienti illustra il persistente timore e la separazione dei ruoli: “Il chirurgo chiamato per salassare una donna nel tempo del parto, fatta la cavata del sangue, se ne andrà via e non potrà fermarsi per vedere il parto”.

Il Novecento e l'Età Contemporanea: Istituzionalizzazione e Nuove Prospettive

Nel XX secolo, la professione ostetrica in Italia subì un'accelerazione significativa nel suo processo di istituzionalizzazione e professionalizzazione. Nel 1906 viene istituita la “Condotta Ostetrica”, per garantire l’assistenza ostetrica a tutte le donne, comprese le non abbienti, segnando un passo importante verso la democratizzazione dell'assistenza sanitaria al parto. Nel 1910 vengono istituiti gli ordini delle professioni sanitarie, ma vi sono compresi soltanto medici, farmacisti e veterinari, evidenziando una parziale marginalizzazione delle levatrici in questa prima fase. Le ostetriche acquisiscono un'identità di categoria solo quando il regime fascista crea i sindacati fascisti di categoria e viene istituito un sindacato nazionale fascista delle levatrici. Il sindacato delle levatrici svolgeva i compiti di tutela e rappresentanza della categoria secondo i principi del sistema sindacale-corporativo ed inizia nel 1934 a pubblicare "LUCINA", una rivista che testimonia l'organizzazione e la voce della categoria. Nel 1937, dopo lunghe polemiche, il titolo di levatrice viene sostituito per legge con quello di ostetrica e nel 1940 si provvede a fissare un nuovo regolamento per l'esercizio professionale delle ostetriche (il mansionario), definendo in modo più preciso compiti e responsabilità.

L'assistenza ostetrica veniva attuata prevalentemente a domicilio nella prima metà del secolo e successivamente sempre in modo maggiore presso gli ospedali dove la figura dell'ostetrica è subordinata a quella del medico ginecologo. Nel Novecento ci fu un grande sviluppo della chirurgia ginecologica. La sicurezza data dagli antibiotici permise un impiego sempre più vasto del taglio cesareo, producendo una riduzione della mortalità prenatale. Alcuni metodi innovativi, come l’ecografia, diventarono lo strumento principale per esplorare lo sviluppo fetale e per evidenziare eventuali patologie a suo carico. Nell’epoca "contemporanea" nascono i reparti di patologia neonatale e per prematuri; il ginecologo non è più colui che interviene esclusivamente per risolvere un’imprevista patologia o negli ultimi momenti della gravidanza, ma colui che comincia a seguire la madre fin dai primi momenti della gestazione, adottando un approccio più olistico e preventivo.

Nel periodo post-moderno, si tende a restituire al parto la sua naturalezza e spontaneità, superando in parte la completa medicalizzazione. Negli stessi anni si è diffusa nei Paesi occidentali la teoria del cosiddetto "parto dolce", proposta dal ginecologo francese Frédérick Leboyer. Essa si basa sul rendere meno traumatica l’esperienza della nascita, specialmente per il bambino, attraverso un ambiente più accogliente e rispettoso dei ritmi naturali. Un'altra teoria novecentesca è quella del parto "attivo" proposta da Janet Balaskas, fondatrice dell'Active Birth Movement. Ella ritiene che sia particolarmente importante cercare di assecondare i desideri della donna, per quanto riguarda l’atteggiamento e il comportamento da seguire durante la nascita del bambino, permettendole di esprimere la propria agency nel processo del parto.

Sala parto moderna con enfasi sull'ambiente naturale

Infine, nel periodo della globalizzazione, si assiste a una netta separazione tra i Paesi più poveri, in cui la mortalità prenatale rappresenta un drammatico problema a causa della mancanza di risorse e strutture adeguate, e i Paesi più ricchi, in cui le donne vengono seguite con tutte le cure e attenzioni necessarie dai propri ginecologi e da un team multidisciplinare, riflettendo disuguaglianze persistenti nell'accesso all'assistenza sanitaria materno-infantile a livello globale.

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