Il momento del taglio del cordone ombelicale rappresenta uno degli istanti più simbolici e delicati della nascita. Al di là del suo profondo valore emotivo, si tratta anche di una scelta clinica che può influenzare in modo significativo il benessere del neonato e, in parte, anche quello della madre. Questo gesto, che segna la grande entrata del bambino nel mondo e la sua separazione fisica dalla mamma, è da sempre avvolto da credenze popolari e, negli ultimi anni, è diventato oggetto di un intenso dibattito scientifico sulle tempistiche e sulle modalità più appropriate. La comunità medica e scientifica di tutto il mondo, infatti, discute ancora oggi sulla tempistica ottimale del taglio e del clampaggio del cordone ombelicale, cercando di bilanciare benefici immediati e potenziali implicazioni a lungo termine.
Il Cordone Ombelicale: Un Ponte Vitale tra Madre e Figlio
Il cordone ombelicale, o funicolo ombelicale, è un organo straordinario e vitale, ben più di un semplice "tubo" che collega mamma e bambino. È la struttura che permette il passaggio di sostanze nutrienti e ossigeno al bambino nell’utero materno durante i nove mesi di gravidanza, fungendo da organo di collegamento essenziale tra il feto e la mamma. Al suo interno, il cordone presenta tre vasi ombelicali: una vena e due arterie. Nello specifico, è costituito da due arterie e una vena che mettono in collegamento la placenta - dove vengono recuperate dal sangue materno le sostanze vitali necessarie allo sviluppo e alla crescita del bambino - e l’embrione.
Nella vena ombelicale passa il sangue ricco di nutrienti e ossigeno verso il bambino, mentre le due arterie si occupano di riportare verso la placenta il sangue fetale con le sostanze di scarto che saranno poi smaltite dall’organismo materno. Questi vasi delicati sono protetti e distanziati da una sostanza gelatinosa unica, chiamata “gelatina di Wharton”. Questa gelatina attutisce i traumi che fisiologicamente si possono verificare durante la gravidanza, il travaglio e il parto, garantendo l'integrità del flusso sanguigno e la protezione dei vasi.
Fin dall’antichità, il cordone ombelicale dei neonati è stato avvolto da credenze popolari, riflettendo il suo profondo significato simbolico di legame e separazione. Per esempio, le tribù pellerossa lo utilizzavano a fini propiziatori, una pratica che alcune tribù dell’Africa tuttora mantengono. Nell’Antica Roma, la dea Intercidona, colei che separava alla nascita il piccolo dalla madre, proteggeva entrambi durante il taglio, sottolineando l'importanza ritualistica e protettiva attribuita a questo momento. In psicologia, il taglio del funicolo ombelicale è spesso usato come metafora del distacco, rappresentando il primo vero atto di autonomia del nuovo essere umano.

Il Processo del Clampaggio: Come Avviene la Separazione
Il taglio del cordone ombelicale è una fase necessaria del parto. La prima cosa da fare, dopo la nascita, è otturare il "tubo" attraverso cui fluisce il sangue dalla madre al bambino; questa operazione si chiama “clampaggio”. Il clampaggio, ovvero l’otturazione temporanea con l’ausilio della pinza chirurgica, è un passaggio cruciale. Per clampare il cordone ombelicale si usano due pinze chirurgiche, posizionate a pochi centimetri di distanza l'una dall'altra, per intrappolare il sangue dentro i vasi sanguigni e ridurne al minimo la fuoriuscita. Dopo qualche minuto dalla nascita, o secondo le tempistiche stabilite, il cordone viene bloccato con una pinza sterile di plastica per evitare la fuoriuscita di sangue e subito dopo viene tagliato tra le due pinze dagli operatori sanitari.
Tutta l’operazione richiede generalmente meno di un minuto ed è completamente indolore sia per la madre che per il bambino, poiché il cordone non contiene nervi. In seguito alla recisione del cordone, al bambino rimane un moncone (moncone ombelicale) lungo 3-5 centimetri. Questo moncone non va assolutamente tirato o rimosso; verrà medicato dagli operatori e rimarrà chiuso da una piccola pinza fino alla sua caduta spontanea.

Quando Tagliare il Cordone Ombelicale: Un Dibattito Aperto e le Linee Guida Attuali
La domanda su quale sia il momento giusto per recidere questo legame fisico tra la mamma e il suo bambino è complessa e continua ad essere oggetto di ricerca. Non esiste un attimo ideale in cui tagliare il cordone ombelicale; per stabilirne le tempistiche è sempre necessario contestualizzare, prendendo in considerazione le condizioni sia materne che fetali. La tempistica ottimale del taglio e del clampaggio del cordone ombelicale è ancora oggi discussa da medici e scienziati di tutto il mondo, con linee guida che variano leggermente.
Clampaggio Precoce: Casi Specifici e Rischi
Il clampaggio “precoce” del cordone ombelicale viene eseguito generalmente entro 30 secondi dopo la nascita. Questa pratica, un tempo la norma, è ora indicata solo per situazioni di emergenza o complicazioni durante il parto. Ad esempio, se il neonato rischia di rimanere asfissiato e necessita di essere portato in rianimazione nel minor tempo possibile, si procede con il taglio immediato del cordone. Analogamente, nel caso di parto pretermine, in genere il cordone ombelicale viene reciso entro 30 secondi dalla nascita se il bambino richiede un intervento urgente. Su queste eventualità, la comunità scientifica concorda pressoché unanimemente.
Tuttavia, il clampaggio immediato del cordone può avere alcune conseguenze fisiologiche sul neonato. L’interruzione improvvisa del flusso ombelicale determina nel neonato ampie variazioni della pressione arteriosa sistemica e del flusso cerebrale, legate al fatto che prima della nascita il flusso ematico al polmone è ridotto. Il clampaggio immediato del cordone, infatti, riduce di circa il trenta per cento il ritorno venoso e, di conseguenza, il precarico del cuore sinistro e la gittata cardiaca, privando il neonato di una quota significativa di sangue placentare ricco di nutrienti.
Clampaggio Tardivo: Benefici per il Neonato e Raccomandazioni
Negli ultimi anni, l'attenzione si è spostata verso il "clampaggio tardivo" (DCC), che prevede di prolungare il tempo di separazione del neonato dalla madre dopo il parto. Questa pratica viene eseguita a 1 minuto o oltre dopo la nascita, o addirittura quando la pulsazione del cordone è cessata, ed è una buona pratica per migliorare gli esiti neonatali a breve e lungo termine. L'obiettivo è favorire il passaggio di sangue dalla placenta al bambino, garantendo così una fase di transizione feto-neonatale più fisiologica.
Durante questi pochi e preziosi secondi, gran parte del sangue cordonale - si stima che l’80% del sangue presente nella placenta passi attraverso il cordone nei primi 15 secondi, e affinché raggiunga le arterie ombelicali del neonato servono altri 10 secondi, per un totale di 25 secondi - rifluisce dentro il bambino e aumenta la sua scorta di cellule utili. Il grosso del sangue cordonale fluisce nel bambino entro 30 secondi. La placenta continua a pompare sangue dentro il cordone per circa 3 minuti.
Il clampaggio tardivo è sempre raccomandato, anche, ove possibile, quando il bambino necessiti di rianimazione neonatale. Molteplici organizzazioni sanitarie hanno emesso raccomandazioni in tal senso:
- L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di tagliare il cordone ombelicale tra 1 e 3 minuti dopo la nascita, “per migliorare la salute e la nutrizione della madre e del bambino”.
- L’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) consiglia di attendere circa 30-60 secondi prima del taglio del cordone.
- L’Associazione dei Ginecologi Italiani, invece, raccomanda “il clampaggio del cordone dopo almeno 30 secondi dalla nascita”.
- Le linee guida internazionali rilevano che il clampaggio dovrebbe essere eseguito per lo meno un minuto dopo la nascita.
- La Società Italiana di Neonatologia (Sin) suggerisce di ritardare la procedura per un periodo compreso tra uno e tre minuti, indicazione considerata valida anche per i prematuri che non necessitano di rianimazione, con la differenza che in questo caso si ritengono sufficienti trenta secondi.
Questo vantaggio è particolarmente rilevante per i neonati che vivono in contesti a basso contenuto di risorse, con accessi inferiori agli alimenti ricchi di ferro e a maggiore rischio di anemia. Ritardare il clampaggio riduce, infatti, il rischio di anemia e di altre complicazioni nel neonato. Studi clinici in Italia hanno osservato diversi benefici:
- Livelli di emoglobina ed ematocrito più alti nella prima ora e dopo 24 ore di vita.
- Una pressione diastolica più alta durante le prime 24 ore di vita.
- Livelli di ematocrito più alti durante i primi 28 giorni di vita.
- Livelli di emoglobina ed ematocrito più alti a 10 settimane di vita.
In definitiva, il clampaggio tardivo pare dare benefici immediati, utili per affrontare i primissimi giorni di vita in modo sano e senza complicazioni, favorendo un miglior adattamento del neonato e aumentando le riserve di ferro all'interno del suo corpo. Questo grazie al volume supplementare di sangue che viene trasferito al neonato nei minuti che intercorrono tra la nascita e il clampaggio, con la seguente recisione del funicolo. La trasfusione placentare è conseguenza del gradiente pressorio che fa sì che una certa quota di sangue passi dalla circolazione placentare al neonato, stimando un trasferimento di 80-100 millilitri in più di sangue e 20-30 milligrammi di ferro. Per i bambini prematuri, questa pratica può anche contribuire a ridurre il rischio di emorragie cerebrali e altre complicanze neonatali.
Il professor Viora sottolinea che non ci sono rischi in un clampaggio tardivo, ma il vantaggio è quello di lasciare il neonato in comunicazione con la propria madre ancora per un po’: fin quando la placenta continua a funzionare è in grado di fornire ossigeno al nascituro. Nel tempo che intercorre tra la nascita e il taglio del cordone, il bambino può adattarsi alla vita extrauterina. Questo è particolarmente vantaggioso nel parto spontaneo, dove il travaglio permette un adattamento graduale, mentre nel taglio cesareo questo passaggio avviene più improvvisamente. In un parto fisiologico e in condizioni ottimali, il clampaggio ritardato può essere eseguito con assoluta sicurezza. Nonostante le chiare indicazioni, come riportato dall'ematologa pediatra Paola Saracco, le barriere alla sua implementazione negli ospedali italiani sono molteplici: difficoltà pratiche e organizzative, scarsa conoscenza della procedura e dei benefici, e il timore per la sicurezza della madre e del neonato.
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Equilibrio: Clampaggio Tardivo e i suoi Limiti
Sebbene i benefici del clampaggio tardivo siano riconosciuti, esiste un punto oltre il quale il prolungamento dell'attesa potrebbe non essere vantaggioso, o addirittura comportare rischi. Uno studio australiano ha analizzato i benefici correlati ai diversi tempi di attesa per il clampaggio (30-45 secondi, 45-60 secondi, 60-120 secondi). Secondo lo studio, basta posticipare la chiusura del cordone ombelicale di 30-45 secondi affinché il neonato riceva un benefico surplus di sangue. Le attese superiori ai 30-45 secondi, invece, non hanno mostrato nessun beneficio significativo, suggerendo che aspettare addirittura 3 minuti non servirebbe a niente.
Inoltre, un taglio effettuato oltre 1 minuto aumenta il rischio di ittero, una condizione in cui la pelle e gli occhi del bambino assumono una colorazione giallastra. Questo perché il fegato del bimbo è ancora immaturo e le sue cellule epatiche potrebbero non riuscire a far fronte a un aumento troppo elevato e troppo repentino dei globuli rossi che riceve con il sangue aggiuntivo, provocando un accumulo di bilirubina. Ecco perché è meglio tagliare il cordone ombelicale prima, a prescindere da come lo si vuole usare. Gli studi riguardanti gli effetti del clampaggio tardivo dopo i 4 mesi di vita sono estremamente pochi, e a 4 mesi non paiono esserci differenze significative tra i bambini sottoposti a clampaggio tardivo e quelli sottoposti a clampaggio precoce, suggerendo che i benefici sono prevalentemente immediati e a breve termine.
In conclusione, il taglio del cordone ombelicale non è una scelta standardizzata per tutti, ma un atto che può essere personalizzato in base alle caratteristiche della gravidanza, del parto e alle esigenze cliniche di mamma e neonato. Il confronto sereno e informato con il proprio ginecologo permette di fare la scelta più adatta, integrando sicurezza e benefici potenziali per il bambino.
La Cura del Moncone Ombelicale: Indicazioni e Prevenzione delle Infezioni
Dopo la recisione del cordone, al neonato rimane un moncone ombelicale. Questo moncone, lungo 3-5 centimetri, va incontro a un processo fisiologico di mummificazione che dura circa 7-10 giorni, talvolta anche di più, prima della sua caduta spontanea. La caduta del cordone ombelicale è un processo che avviene senza la necessità di intervento esterno. La maggior parte delle volte, quando ciò accade, i genitori ritrovano il moncone nel pannolino del bambino e la cicatrice ombelicale in buone condizioni. È fondamentale ricordare che il moncone non va assolutamente tirato e tolto, ma deve cadere naturalmente.
La cura del moncone ombelicale è cruciale per prevenire infezioni. In ambienti dove vengono rispettati i criteri protettivi per le infezioni neonatali - come il rooming in, la vicinanza costante tra mamma e bambino e l'allattamento al seno esclusivo - il trattamento che permette al moncone ombelicale di distaccarsi nel minor tempo e con minor incidenza di infezioni consiste semplicemente nel tenere la parte in questione asciutta e pulita. In queste condizioni, non è necessario applicare alcun tipo di sostanza come disinfettanti, l'alcool che veniva suggerito in passato, o altre soluzioni. La ricerca ha dimostrato che nelle situazioni in cui l'igiene è normalmente garantita, è sufficiente la pulizia dell'area intorno al moncone con la semplice acqua.
La regola generale è pulire, se necessario, l’ombelico alla base con una garza asciutta e coprirlo con una nuova garza asciutta e pulita a ogni cambio di pannolino. Nel caso in cui il moncone ombelicale si sporchi con le urine o le feci del neonato, occorre semplicemente pulire la zona con acqua e sapone, asciugare bene e apporre una garza nuova. Inoltre, lasciare il più possibile (e se la temperatura lo permette) il moncone ombelicale scoperto può favorirne la mummificazione e il distacco.
È importante saper riconoscere i segni di una probabile infezione locale del moncone ombelicale, che sono caratterizzati da arrossamento alla base dell’ombelico e la presenza di cattivo odore e secrezioni maleodoranti. In questi casi, è necessario consultare il pediatra. Non deve invece destare preoccupazione la presenza di crosticine che possono essere delicatamente rimosse durante l’igiene dell’ombelico al cambio del pannolino. Le condizioni che possono aumentare il rischio di infezioni sono principalmente la scarsa igiene e la separazione della diade mamma-bambino.

Le Cellule Staminali del Cordone Ombelicale: Un Tesoro per la Medicina Rigenerativa
Perché le cellule del cordone ombelicale sono ritenute così importanti? Il sangue del cordone ombelicale costituisce una ricca fonte di cellule staminali ematopoietiche. Cominciamo col dire che le cellule staminali sono progenitori cellulari ad alto potenziale proliferativo in grado di auto rinnovarsi - sono cioè capaci di riprodurre cellule figlie uguali a sé stesse - e di dare origine a tutte le cellule specializzate che costituiscono vari tessuti e organi. Queste cellule staminali, presenti nel cordone ombelicale, sono facilmente recuperabili una volta tagliato l’organo dopo la nascita del bambino e sono riconosciute come cellule staminali adulte o somatiche (ASCs). Studi e sperimentazioni hanno confermato la possibilità di utilizzare il sangue prelevato dal cordone ombelicale come fonte alternativa di staminali emopoietiche a scopo trapiantologico, in sostituzione delle cellule staminali del midollo osseo e del sangue periferico. Negli ultimi anni, diverse persone scelgono di conservare anche la gelatina di Wharton, dato che contiene staminali utili nel campo della medicina rigenerativa.
Raccolta e Tempistiche Ottimali
L'eventuale raccolta del sangue cordonale avviene subito dopo il taglio del cordone. Mentre il sangue è ancora fresco, un operatore lo preleva con un ago e lo ripone in un apposito contenitore refrigerato, per evitare che si deteriori. Per raccogliere una quantità idonea di cellule staminali dal cordone ombelicale è necessario evitare il taglio precoce del cordone ed è sufficiente non aspettare più di 120 secondi, come raccomandato anche dalla Società Italiana di Neonatologia.
I genitori che sono interessati alla conservazione delle cellule staminali del sangue cordonale ma anche al clampaggio tardivo del cordone ombelicale, non devono preoccuparsi perché le due pratiche possono essere eseguite insieme, escludendo la pratica che prevede la fine naturale della pulsazione. Tuttavia, emerge una domanda legittima: se il sangue rifluisce dentro il bambino, non si rischia che il cordone rimanga vuoto o quasi? La risposta dipende dal singolo cordone: in alcuni casi, il cordone ombelicale è abbastanza lungo e spesso da soddisfare senza problemi tutte le esigenze, garantendo un trasferimento benefico al neonato e una quantità sufficiente per la raccolta. Altre volte, invece, il cordone è un po’ più piccolo e povero di sangue, e aspettare un intero minuto potrebbe significare non avere abbastanza sangue da conservare. La soluzione migliore, quindi, è aspettare 30 secondi circa, prima di procedere con il clampaggio. In questo modo, il bambino riceve il surplus di sangue che gli serve e rimangono abbastanza staminali da raccogliere. Se in futuro il piccolo dovesse avere bisogno di un trapianto autologo, avrebbe a disposizione la sua piccola scorta da usare. Non si deve scegliere tra clampaggio tardivo e conservazione del cordone: è possibile scegliere entrambi per il bene del bambino.
Modalità di Donazione e Conservazione
Esistono diverse opzioni per la conservazione delle cellule staminali cordonali, ognuna con specifiche regolamentazioni e finalità:
Donazione Allogenica (non familiare): L’unità di sangue cordonale viene donata a una banca pubblica volontariamente, gratuitamente e anonimamente per essere impiegata in un paziente che risulti compatibile, per eseguire un trapianto emopoietico. Si parla in questo caso di donazione vera e propria, destinata a chiunque ne abbia bisogno e sia compatibile.
Donazione Dedicata: In casi particolari, l’unità di sangue cordonale è raccolta alla nascita per essere conservata gratuitamente presso una banca pubblica e successivamente utilizzata per un consanguineo o per il bambino stesso. In Italia, l’ordinanza ministeriale del 26 febbraio 2009 e il decreto ministeriale (DM) del 18 novembre 2009 stabiliscono la conservazione gratuita del sangue cordonale per uso autologo dedicato, sulla base di una richiesta degli interessati e di una relazione del medico specialista, da presentare alla Direzione Sanitaria dell’ospedale dove avverrà il parto. Questa opzione è prevista quando nell’ambito familiare sono presenti fratelli affetti da patologie maligne, genetiche, da disordini immunologici o qualora il neonato sia affetto da una patologia congenita, o evidenziata in epoca prenatale, per la quale risulti scientificamente fondato e clinicamente appropriato il trapianto di cellule staminali emopoietiche da cordone ombelicale, previa presentazione di motivata documentazione clinico-sanitaria. In entrambi i casi è necessaria la certificazione rilasciata da un medico specialista e/o da un genetista. Esiste un elenco dettagliato delle patologie in cui è indicato il trapianto di cellule staminali emopoietiche, allegato al DM 18 novembre 2009, che viene periodicamente aggiornato in relazione allo sviluppo di nuove conoscenze.
Uso Autologo (personale): Questa pratica, che prevede la conservazione delle cellule staminali per un eventuale uso futuro da parte dello stesso individuo, non è supportata da alcuna evidenza scientifica universale che ne giustifichi la generalizzazione. È possibile solo all’estero dopo adeguato counselling e autorizzazione all’esportazione rilasciata dall’ente regionale preposto, facendo eccezione per le specifiche patologie per le quali la più recente normativa nazionale prevede la possibilità di effettuare la procedura come donazione dedicata, come descritto sopra.
La donazione del sangue cordonale è un atto di grande valore etico e scientifico, ma è fondamentale che avvenga nel rispetto di principi rigorosi. La volontarietà è essenziale: il sangue cordonale non può essere donato senza il consenso informato della madre, poiché il tessuto placentare va considerato di appartenenza materna e neonatale; la raccolta è effettuata prevalentemente quando la placenta è ancorata in utero; il rischio infettivo e genetico della donazione di sangue placentare può essere valutato solo grazie alla partecipazione attiva e responsabile della madre. Se si è interessati alla donazione del sangue cordonale, è sempre bene informarsi presso il punto nascita prescelto per conoscere i protocolli di accesso al percorso, che possono variare da ospedale a ospedale. Solitamente si preferisce prendere in carico la richiesta prima del parto, per poter avere un colloquio dedicato dove poter acquisire il consenso informato dopo adeguato counselling e una anamnesi accurata.
L’anonimato è garantito. Tuttavia, in caso di insorgenza di una patologia onco-ematologica con indicazione al trapianto, con rigorose chiavi di accesso è consentito al personale sanitario di risalire al donatore, per mettere a disposizione della famiglia il sangue placentare precedentemente donato. Viceversa, nel caso in cui si venga a conoscenza di una malattia a possibile trasmissione genetica insorta nel neonato dopo l’avvenuta validazione del sangue placentare, deve essere possibile accedere all’identificazione dell’unità per la necessaria eliminazione dal registro. La sicurezza infettiva e genetica viene confermata dopo un periodo di osservazione (quarantena della donazione) variabile da 6 a 12 mesi dopo la raccolta. È garantita la tutela della donna gravida e del personale: la raccolta deve essere eseguita in sala parto in un clima di sicurezza assoluta sia per la donna sia per i professionisti. Infine, l'assenza di interessi economici o commerciali è un principio irrinunciabile: nessun interesse economico deve interferire con l’attività di raccolta, né per la donatrice né per chi la esegue.

La Pratica della Lotus Birth: Miti, Reali Rischi e Controversie
Tra le diverse modalità di gestione del cordone ombelicale, la "Lotus Birth" rappresenta una pratica che ha suscitato notevole interesse, ma anche ampie controversie e forti critiche da parte della comunità scientifica. Si tratta di una modalità di parto che prevede la mancata recisione del cordone ombelicale e la placenta e gli annessi fetali rimangono attaccati al neonato anche dopo l'ultima fase del parto, quando la placenta stessa viene espulsa. A questo punto, quindi, devono passare tra i 3 e 10 giorni prima che la placenta si stacchi spontaneamente, come anche il cordone ombelicale ormai seccatosi. Durante questo periodo, la placenta, trasportata sempre con il neonato, viene conservata in un sacchetto o in una bacinella e a volte cosparsa con sale grosso per favorirne l'essiccamento e con qualche goccia di olio profumato per mascherarne il cattivo odore.
La pratica della Lotus Birth venne introdotta per la prima volta nel 1974 da Claire Lotus Day, un’infermiera che sosteneva di poter vedere l'aura delle persone. A suo dire, l'aura dei neonati si offuscava in seguito al taglio del cordone, perciò rifiutò di far tagliare il cordone al proprio bambino. La pratica si è poi diffusa, dapprima negli Stati Uniti e in Australia, attraverso maestri spirituali e guru. In alcuni casi, dopo il distacco, la madre o i genitori mangiano la placenta, sia come tale che essiccata, con motivazioni varie che vanno dalla conservazione di nutrienti, o di energia spirituale, o per rinsaldare il rapporto col neonato, o per alleviare la depressione post partum.
Le "Basi" dei Sostenitori (e la loro Confutazione Scientifica)
I sostenitori della Lotus Birth portano le teorie sul clampaggio tardivo all’estremo. A loro dire, lasciare la placenta attaccata fornirebbe ossigeno, ferro e sangue al neonato ancora per qualche giorno. Inoltre, aiuterebbe ad affrontare il trauma del parto, poiché tagliare il cordone ombelicale sarebbe un atto improvviso e difficile da metabolizzare per la piccola mente del nuovo nato, mettendolo in una condizione di instabilità fisica e psicologica che si porterebbe dietro per tutta la vita. Lasciare che il cordone ombelicale si stacchi in modo spontaneo, invece, sarebbe un modo per ritardare il distacco della madre e renderlo più graduale, rendendo il tutto meno stressante.
Tuttavia, sorvolando sulle spiegazioni psicologiche e filosofiche, quelle di stampo medico non hanno alcun senso per la comunità scientifica. Il flusso di sangue dalla placenta al bambino si interrompe in modo spontaneo dopo 3 minuti dalla nascita; superato questo lasso di tempo, l’eventuale sangue residuo rimane intrappolato dentro cordone e placenta, iniziando a deteriorarsi quasi immediatamente. Non è assolutamente vero che evitare di tagliarlo porti vantaggi al neonato in termini di continuo apporto di nutrienti.
I Rischi Concreti e il Parere della Scienza Medica
Contrariamente alle affermazioni dei suoi sostenitori, non ci sono prove documentate dei benefici della Lotus Birth, mentre ci sono invece evidenze significative riguardo ai rischi che comporta. La Società Italiana di Neonatologia (Sin) è categorica: il «lotus birth», ovvero la metodica che non prevede il taglio del cordone ombelicale al momento del parto, è da evitare e risulta vietato negli ospedali italiani.
Il pericolo principale deriva dal fatto che, pochi minuti dopo la nascita, il sangue smette definitivamente di circolare nella placenta che diventa a tutti gli effetti un tessuto morto. Come tale, la placenta morta pone un rischio significativo di trasmettere infezioni e sostanze tossiche al bambino. Il sangue stagnante al suo interno diventa un terreno fertile per agenti infettivi, aumentando notevolmente il rischio di sepsi per il neonato.
Oltre che essere rischiosa per la salute, la Lotus Birth è anche difficile da gestire per i genitori e per chi si prende cura del neonato. La placenta lasciata attaccata inizia a puzzare a causa della sua decomposizione, motivo per cui i sostenitori della pratica consigliano di coprirla con sale profumato per mascherarne il cattivo odore. Inoltre, bisogna fare attenzione a come si muove il bambino e a non tirare il cordone, per evitare lesioni o strappi accidentali.
La Sin, in una nota, afferma: "Mancano oggi evidenze scientifiche che ne dimostrino il reale vantaggio per la mamma e per il neonato, e il pericolo di infezioni che potrebbero mettere a rischio la salute e anche la vita del bambino non è infondato." I neonatologi rilevano che "nel nostro Paese le Linee Guida ministeriali sul parto non contemplano questa procedura, non riconosciuta a livello nazionale. In caso di conseguenze negative per madre e bambino, si creerebbe inoltre un problema di natura giuridica per la struttura e il medico che decidono di attuarla. Anche l'eventuale sottoscrizione del consenso informato da parte dei genitori, potrebbe essere ritenuto non idoneo ad annullare la responsabilità," aggiunge la Sin, che sconsiglia questa pratica anche per il parto in casa. In conclusione, è molto meglio optare per un semplice clampaggio ritardato, meglio ancora se accompagnato dalla conservazione del sangue cordonale, anziché avventurarsi in pratiche non supportate scientificamente e potenzialmente pericolose.
Lattante (0-12 Mesi): Manovre Disostruzione delle vie aeree
La Sepsi: Una Complicazione Seria da Conoscere
Nel contesto delle infezioni neonatali e, in particolare, dei rischi associati a pratiche come la Lotus Birth o a una cura inadeguata del moncone ombelicale, è fondamentale comprendere cos'è la sepsi. La sepsi è una risposta anomala e disorganizzata dell’organismo ad un’infezione. Questa risposta è frequentemente causata da batteri o virus, come nel caso di polmonite o influenza, ma può essere determinata anche da infezioni fungine o parassitarie.
Non se ne sente parlare spesso, ma la sepsi è una condizione estremamente grave. Negli Stati Uniti, al termine di un'indagine, è emerso che più della metà della popolazione non aveva mai sentito parlare di sepsi. Tuttavia, i numeri sono allarmanti: la sepsi uccide quattro volte più del tumore del colon, cinque volte più dell’ictus e dieci volte più dell’infarto cardiaco. In Europa si contano più di settecentomila casi all’anno, di cui 1 su 5 ha esito fatale (sessantamila i morti ogni anno in Italia). Sono tra venti e trenta milioni le persone colpite dalla sepsi ogni anno nel mondo.
La sepsi è la risposta generalizzata dell’organismo a un’infezione. Quando è accompagnata da bassa pressione arteriosa, è chiamata shock settico e comporta il maggior rischio di morte e di complicanze. Chiunque può sviluppare la sepsi, ma alcune persone sono a rischio maggiore di altre, come gli anziani, i bambini molto piccoli o coloro che soffrono di qualche malattia (cancro, diabete, AIDS).
È importante porre attenzione a tali sintomi, specialmente se di recente ci si è tagliati o graffiati, si è stati sottoposti ad un intervento chirurgico o a qualunque altra procedura invasiva, o si è affetti da qualche malattia. I sintomi possono essere inizialmente molto vaghi o possono mimare altre patologie, rendendo la diagnosi difficile. Per questo motivo, non bisogna esitare, nel dubbio, a recarsi in Pronto Soccorso se si sospetta una sepsi, soprattutto in presenza di arrossamento alla base dell'ombelico, cattivo odore e secrezioni maleodoranti del moncone ombelicale.
La sepsi non è contagiosa, poiché è la risposta del singolo organismo all’infezione. A essere trasmessa potrebbe però essere l'infezione che l’ha scatenata. Per ridurre il rischio di svilupparla, è fondamentale trattare correttamente l’infezione: assumere gli antibiotici (se prescritti) e terminare l’intero ciclo antibiotico, non assumere medicinali non necessari, lavarsi le mani frequentemente e in modo accurato, chiedere a qualunque operatore sanitario di fare lo stesso, vaccinarsi per l'influenza stagionale, tossire sempre in un fazzoletto e mantenere uno stile di vita sano.
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