Sottomessa non si nasce, lo si diventa: analisi di una condizione tra filosofia e realtà sociale

L’interrogativo che dà il titolo al saggio di Manon Garcia - Sottomessa non si nasce, lo si diventa - scuote le fondamenta del dibattito contemporaneo, ponendo una questione che, sebbene taciuta per decenni dal pensiero femminista, è centrale per comprendere le dinamiche di potere tra i sessi. La sottomissione femminile non è una fatalità biologica, né un mero vezzo individuale, ma un fenomeno complesso, radicato in una struttura sociale che modella costantemente le vite delle donne. Analizzare questo tema significa intraprendere un’impresa femminista che prende sul serio l’esperienza vissuta, sottraendola alla dicotomia paralizzante che vede le donne o come vittime passive, prive di qualsiasi capacità di azione, o come soggetti pienamente liberi in una società che però continua a negare loro i presupposti della parità.

rappresentazione simbolica delle gerarchie sociali e del peso della tradizione sulla figura femminile

Un tabù filosofico e femminista

La letteratura, il cinema e l'immaginario collettivo mettono spesso in scena una sottomissione femminile scelta, talvolta perfino rivendicata, che viene presentata come fonte di soddisfazione o di piacere. Si pensi a figure archetipiche o moderne: da Penelope che tesse la sua tela nell'attesa, ad Anastasia che si diletta degli ordini di Christian Grey, fino alla Vita sessuale di Catherine M. di Catherine Millet. Eppure, la filosofia e il pensiero femminista hanno evitato di analizzare questa dimensione della sottomissione. Dal punto di vista femminista, il timore è sempre stato quello di offrire argomenti ai conservatori, che potrebbero interpretare il piacere nella sottomissione come la prova di una "natura femminile" destinata alla servitù. Per i filosofi politici classici, invece, la sottomissione è concepita come una colpa morale: rinunciare alla libertà significa rinunciare alla propria qualità di esseri umani, come teorizzato nel Contratto sociale di Rousseau.

Il risultato è un vuoto teorico che Manon Garcia colma utilizzando il pensiero di Simone de Beauvoir come strumento di indagine. La tesi della Beauvoir, che "donna non si nasce ma si diventa", viene riletta non come una negazione dell'identità, ma come l'apertura a una consapevolezza: la donna è un essere storico. La sottomissione, dunque, non è un dato ontologico, ma un’attitudine storica, un costrutto sociale al quale, in quanto tale, si può sfuggire. Il problema filosofico nasce dal fatto che, storicamente, la sottomissione maschile è stata studiata (da La Boétie a Freud) come un enigma, una patologia o un errore morale, mentre quella femminile è stata prescritta come comportamento "normale" e naturale, giustificato dall'inferiorità essenziale della donna.

La struttura della dominazione maschile

Studiare la sottomissione significa guardare a come le gerarchie di genere nella società modellano le esperienze delle donne. La componente più importante della situazione femminile è che essa viene ideata e imposta dall’esterno, da parte di uomini che concepiscono le donne come Altre e le destinano perciò a essere inferiori. Questo processo non è un singolo atto di violenza, ma un sistema che si autoalimenta. Manon Garcia chiarisce che la sottomissione è un’«attività nella passività»: il soggetto decide di non essere più colui che decide, non in quanto privo di ragione, ma in quanto inserito in una rete di norme e aspettative sociali che rendono questa scelta la via meno conflittuale.

infografica che illustra il ciclo della socializzazione ai ruoli di genere e l'interiorizzazione della sottomissione

Questa dinamica spiega perché, anche tra le donne più indipendenti e femministe, esistano resistenze interiori. Amare lo sguardo di conquista di un uomo, o preferire i lavori domestici ad attività professionali, non è necessariamente un tradimento dei propri ideali, ma il riflesso di norme implicite, predeterminate dalla società, alle quali è quasi impossibile sottrarsi. È la stessa riflessione che anima opere contemporanee come Storia dei miei peli di Lavinia Mannelli o le analisi di studiosi come Katherine Angel. Non si tratta di decidere se le donne siano colpevoli, ma di studiare come il potere si insinui nel desiderio stesso.

Oltre il "consenso": il peso della situazione

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico si è concentrato sul "consenso affermativo" (il modello sì significa sì), nato per contrastare le zone grigie dell'abuso. Tuttavia, Garcia solleva un punto critico: per esprimere un consenso libero, occorre non solo sapere cosa si vuole, ma avere la consapevolezza che il proprio desiderio sia legittimo. Se una donna viene educata a misurare il proprio piacere in funzione di quello maschile e a considerarsi subordinata, il suo "sì" è ancora profondamente influenzato dalla sua situazione di soggezione.

Il caso di figure come le trad wives sui social media, che esaltano la dedizione totale alla casa e al marito come atto di ribellione, mostra quanto sia sottile il confine tra la libertà di scegliere e una sottomissione interiorizzata. Queste donne non vivono in un vuoto, ma agiscono in contesti che offrono sicurezza economica e sociale in cambio della rinuncia all'autonomia. Qui, la nozione di "situazione" elaborata dalla De Beauvoir diventa la chiave di volta: le donne vivono entro margini che restringono il ventaglio delle possibilità di esistenza. La sottomissione si presenta quindi come un'esperienza di libertà parziale, vissuta in un contesto di disuguaglianza strutturale.

Frangetta, sottomissione e Manon Garcia

L'identità femminile tra natura e costruzione sociale

Il dibattito contemporaneo si confronta anche con sfide nuove. In alcune correnti filosofiche e politiche, c’è chi sostiene, come Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, che non bisogna perdere di vista la differenza sessuale "ontologica" tra uomo e donna, in contrapposizione a una fluidità di genere che rischia di cancellare la specifica identità femminile (come accade con espressioni quali "persona con utero"). Questa prospettiva invita a rivalutare la differenza non come una diminutio, ma come una forza, a patto di sottrarla alla lettura patriarcale che la vuole inferiore.

La sfida di Manon Garcia, in questo solco, è di mostrare che la differenza sessuale è sì significante, ma deve essere intesa come il punto di partenza per una nuova forma di libertà. Essere liberi significa conoscere la propria posizione nel mondo, comprendere il "tutto significante" delle norme sociali in cui siamo immersi, secondo la lezione di Heidegger sul Dasein. Se l’uomo non è una specie naturale, ma un’idea storica, allora anche la sottomissione delle donne, essendo un’attitudine storica e non una fatalità, può essere disinnescata.

Analisi delle dinamiche di potere nel quotidiano

Per comprendere a fondo la tesi, occorre guardare agli strumenti di potere esercitati dagli uomini. Il potere degli uomini sulle donne permette loro di definire la differenza tra i sessi a seconda di ciò che li eccita. Essi si definiscono attraverso il proprio potere e definiscono le donne a partire dall’attitudine che desiderano queste adottino nei loro confronti. Questo meccanismo di controllo si manifesta nel linguaggio, nelle aspettative lavorative (spesso confuso con soft skills naturali come la cura o la mediazione) e nelle dinamiche relazionali.

diagramma concettuale sulle forme di potere: diretto, simbolico e strutturale nella società contemporanea

Studiare la sottomissione non significa, dunque, colpevolizzare chi la vive. Al contrario, significa riconoscere che le donne non hanno la sensazione di appartenere a un gruppo oppresso in ogni istante proprio perché la loro sottomissione è "semplicemente" un’attitudine storica, un costrutto sociale che si confonde con l'ovvio. Distinguere tra enunciati normativi ("le donne sono sottomesse") ed enunciati descrittivi ("alcune donne scelgono la sottomissione in date condizioni") è il primo passo per una rigorosa analisi femminista.

Il superamento della condizione di sottomissione richiede un'autocoscienza che parta dal vissuto reale, accettando le contraddizioni tra il desiderio di indipendenza e il fascino della protezione o della dedizione, per trasformarle in una consapevolezza politica. Non si tratta di tornare a modelli passati, ma di avanzare verso una realizzazione femminile che non passi più per la negazione di sé o per la soddisfazione dello sguardo maschile, ma per la costruzione di una soggettività capace di abitare la propria differenza senza più doverla giustificare o nascondere.

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