Il desiderio primario di ogni genitore in attesa è che il proprio bambino sia sano. Questa aspirazione, universale e profonda, ha spinto la ricerca medica a sviluppare strumenti sempre più sofisticati per monitorare la salute fetale già durante la gravidanza. Fino a qualche decennio fa, un figlio custodito nel ventre materno era un vero e proprio mistero, con le speranze e le ansie dei futuri genitori che si scontravano con la mancanza di informazioni concrete sullo sviluppo intrauterino. Oggi possiamo affermare di avere in parte svelato il mistero perché decodifichiamo le informazioni contenute nel materiale genetico e attraverso l’ecografia spiamo il piccolo in tempo reale. La decisione di avere un figlio, come qualsiasi cosa nella vita, non è comunque del tutto scevra da rischi. Indipendentemente dalla causa, ogni futuro genitore presenta un rischio di base del 3% di avere un bambino con un difetto congenito alla nascita più o meno grave. Difetti congeniti si riscontrano solo nel 5% delle gravidanze e possono essere più o meno gravi. È importante sapere che non tutti i difetti congeniti sono diagnosticabili, né con metodi ecografici né con indagini su sangue o liquido amniotico, e che non esiste un unico esame in grado di dirci se il bambino sarà sano o meno. Tuttavia, la moderna medicina prenatale offre vie importanti per ottenere rassicurazioni o per prepararsi ad eventuali sfide.
Su 100 neonati, 97 stanno bene, mentre 3 sono sani ma presentano anomalie o condizioni patologiche genetiche. Alcune di queste anomalie possono essere sospettate o identificate durante la gravidanza mediante dei test specifici. Tutte le donne in gravidanza hanno un rischio di avere un feto affetto da tali condizioni patologiche. Per la maggior parte delle donne il rischio è molto basso, per alcune il rischio è invece più elevato, a causa di fattori come l'età materna avanzata, la storia familiare o risultati di screening precedenti. Oggi alcuni di questi rischi e alcuni dei difetti congeniti del feto possono essere individuati e diagnosticati durante la gravidanza, grazie ai progressi nella diagnosi prenatale.
Screening e Diagnosi: Due Approcci Complementari per Conoscere la Salute Fetale
Per ottenere informazioni sulle condizioni del feto durante la gravidanza, la medicina moderna si avvale di due categorie principali di test: i test di screening e i test diagnostici. Questi approcci, pur essendo distinti nei loro obiettivi e nelle metodologie, sono complementari e mirano entrambi a fornire ai futuri genitori una conoscenza più approfondita dello stato di salute del loro bambino non ancora nato.

Con i test di screening si valuta il rischio che quel feto ha di essere malato di una specifica patologia, per esempio la sindrome di Down (trisomia 21, la presenza cioè di un cromosoma 21 in più in tutte le cellule del feto). Questi test sono progettati per identificare le gravidanze che presentano un rischio aumentato di una particolare condizione, e non forniscono una diagnosi definitiva. La valutazione di un rischio elevato tramite un test di screening può essere seguita da un test diagnostico, il quale, invece, ha lo scopo di fornire una risposta certa sulla presenza o assenza di una specifica malattia. I test di screening sono proposti a tutte le donne in gravidanza, in quanto non comportano alcun rischio per la mamma né per la gravidanza stessa.
Con i test diagnostici si può conoscere se quel feto è affetto oppure no da una specifica malattia, analizzando cellule fetali prelevate mediante l’amniocentesi o il prelievo di villi coriali. Questi test, a differenza dello screening, offrono una diagnosi di normalità o di anormalità, fornendo una certezza quasi assoluta. Tuttavia, proprio per la loro natura invasiva, i test diagnostici comportano un piccolo rischio aggiuntivo, che deve essere attentamente bilanciato con la necessità di una diagnosi precisa.
Inoltre è possibile, per alcune malattie genetiche, sapere se uno o entrambi i partner, futuri genitori, sono portatori sani. Ciò si può conoscere mediante test genetici specifici che possono essere effettuati prima della gravidanza, noti come test genetici per la ricerca di portatore. Questi esami consentono alle coppie di essere informate sui potenziali rischi ereditari e di prendere decisioni consapevoli riguardo alla pianificazione familiare e alle opzioni riproduttive.
Un'introduzione alla genetica e al test genetico prenatale
I Test di Screening Tradizionali: Valutazione del Rischio Senza Interventi Invasivi
I test di screening tradizionali rappresentano il primo livello di indagine nella valutazione della salute fetale, offrendo un approccio non invasivo per stimare il rischio di alcune anomalie cromosomiche. Questi esami sono ampiamente offerti a tutte le donne in gravidanza proprio perché non comportano alcun rischio per la mamma né per la gravidanza. Si effettuano mediante un’ecografia ostetrica ed uno/due prelievi di sangue. L'integrazione di dati ecografici con marcatori biochimici nel sangue materno permette di calcolare un rischio personalizzato per ogni gravidanza.
Tra i test di screening più comuni e consolidati troviamo il test combinato, il test integrato e il triplo test. Tutti questi test servono per conoscere per ogni feto il suo rischio di essere affetto da sindrome di Down. La valutazione del rischio è un processo articolato che parte da un rischio di base, il quale è in relazione con l’età della donna in quel momento (rischio più elevato con l’aumentare dell’età). Questo rischio di base viene poi inserito in un algoritmo, un calcolo complesso che considera diversi dati. Questi dati includono misurazioni ecografiche, come la misura della translucenza nucale per il test combinato ed integrato, o la misura del diametro biparietale per il tri-test. A questi si aggiungono i dati ottenuti dai prelievi di sangue, che possono prevedere un solo prelievo per il test combinato ed il tri-test, o due prelievi per il test integrato. La combinazione di questi parametri biofisici e biochimici permette di raffinare la stima del rischio individuale.
Per la trisomia 21, la sensibilità di questi test varia. Vi è una sensibilità del 60% circa con il tri-test, mentre si registra un miglioramento significativo con una sensibilità dell'89%-90% con i test combinato ed integrato. Questo significa che i test combinato e integrato sono in grado di individuare una percentuale maggiore di feti affetti da trisomia 21 rispetto al triplo test, riducendo la probabilità di falsi negativi. Con una sensibilità inferiore, questi test sono anche in grado di individuare feti affetti da altre gravi, e più rare, sindromi, quali la trisomia 13 e la trisomia 18. Inoltre, con il test integrato ed il tri-test si calcola anche il rischio di spina bifida aperta, un difetto del tubo neurale. È fondamentale comprendere che, nonostante l'accuratezza, questi sono test di screening: un risultato di "alto rischio" non è una diagnosi, ma un'indicazione per considerare ulteriori indagini diagnostiche.
Il DNA Fetale Libero Circolante: Una Scoperta Rivoluzionaria
La scienza ha compiuto passi da gigante nella comprensione della gravidanza a livello molecolare, e una delle scoperte più significative in questo campo è stata quella del DNA fetale libero circolante nel sangue materno. Per DNA fetale libero circolante (in inglese Cell-free fetal DNA o cffDNA) si intende il DNA del feto che si trova a circolare liberamente nel flusso sanguigno materno. Esso può essere raccolto tramite un prelievo venoso sulla madre, rendendo l'analisi di questo materiale genetico un metodo non invasivo e sicuro per la valutazione fetale.
La presenza di componenti fetali nel sangue materno non è un concetto nuovo. Già nel 1983 era stata dimostrata la presenza con cariotipo maschile nel sangue di donne in gravidanza con feto maschio. In questo studio venne utilizzata la tecnica di Polymerase chain reaction (PCR) per avere la conferma della presenza di queste cellule fetali nel circolo materno. L’analisi fu condotta su un campione di 43 donne con gestazione compresa tra le 12 e le 40 settimane. Trenta di queste gravide avevano un feto maschio, mentre 13 erano le gravide con feto femmina. Il risultato dello studio fu che le cellule con cromosoma Y vennero riscontrate solo nelle donne con feto maschio, dimostrando un trasferimento di materiale genetico tra feto e madre.
La svolta decisiva, tuttavia, è avvenuta nel 1997, quando Dennis Lo, professore all’Università di Hong Kong, ha scoperto il DNA di origine fetale libero circolante nel sangue materno e da allora le ricerche sono molto evolute. Questa scoperta ha aperto nuove frontiere per la diagnosi prenatale non invasiva, fornendo un accesso diretto al materiale genetico fetale senza la necessità di procedure rischiose. Il DNA fetale libero circola nel plasma materno, prevalentemente sotto forma di piccoli frammenti. La sua origine è attribuita principalmente all'apoptosi (morte cellulare programmata) delle cellule del trofoblasto, che costituiscono la placenta e sono in costante contatto con il sangue materno. È stato dimostrato che l'origine del DNA fetale libero circolante è il trofoblasto. La presenza di DNA e RNA fetale è stata rilevata anche in microparticelle di sinciziotrofoblasto derivate dalla placenta e generate in vitro, confermando ulteriormente la sua origine placentare.
Un aspetto cruciale di questo DNA è la sua dinamica nel circolo materno. Il DNA fetale libero scompare dopo poco tempo dal termine della gravidanza, un fenomeno che facilita l'interpretazione dei test e previene la confusione con DNA di gravidanze precedenti. Le cellule fetali integre, al contrario, possono sopravvivere per più tempo, un dettaglio importante che distingue il cffDNA dalle cellule fetali intatte che possono occasionalmente passare nel circolo materno.
La quantità di cffDNA nel sangue materno è misurata come una percentuale definita frazione fetale (FF). Il valore della FF varia con il progredire della gravidanza, aumentando man mano che la gestazione procede, in quanto aumentano le dimensioni della placenta e di conseguenza il numero di cellule che vanno incontro ad apoptosi del trofoblasto. Questo valore può essere influenzato da molteplici fattori. Ad esempio, la frazione fetale diminuisce con l’aumentare dell’indice di massa corporea materno (BMI), per un fenomeno sovrapponibile alla diluizione. Anche le alterazioni cromosomiche sono in grado di alterare la FF; questa risulta essere più alta nei feti con trisomia 21. Per l’analisi del cffDNA nell’ambito della diagnosi prenatale, la FF deve avere un valore superiore al 4% per garantire l'affidabilità del test. In caso il criterio di sufficienza della FF sia soddisfatto si passa all’ analisi delle aneuploidie tramite NIPT.

Il Test del DNA Fetale (NIPT): Un Approccio Avanzato allo Screening Prenatale
Il test del DNA fetale, noto anche come cfDNA o NIPT (Non-Invasive Prenatal Testing), rappresenta una delle più significative innovazioni nella medicina prenatale recente. È un test che si esegue sul sangue materno da cui viene estratto ed analizzato il DNA libero fetale. Questo esame prenatale non invasivo valuta la presenza di aneuploidie fetali relative ai cromosomi 21, 18, 13 ed ai cromosomi sessuali (X e Y), analizzando il DNA fetale libero circolante isolato da un campione di sangue materno dalla decima settimana in avanti.
Ora è dimostrato che il NIPT può essere utilizzato anche nelle gravidanze a basso rischio, per tutte le donne in gravidanza, e che, per la trisomia 21, è un test di calcolo del rischio più accurato (più sensibile e più specifico, quindi con meno falsi negativi e meno falsi positivi) rispetto ai test “tradizionali” cioè i test combinato/integrato/tri-test. Questo significa che vi è indicazione ai test diagnostici (vedi più avanti) in un numero molto più basso di future mamme, riducendo significativamente la necessità di procedure invasive con i loro intrinseci rischi.
Durante la gravidanza, alcuni frammenti di DNA del feto e della placenta circolano nel sangue materno. Il DNA fetale è rilevabile sin dalla quinta settimana di gestazione, la sua concentrazione aumenta nelle settimane successive e scompare dopo il parto. La quantità di DNA fetale idonea per eseguire il test è riscontrabile dalla decima settimana di gravidanza in avanti, momento in cui la frazione fetale (FF) ha generalmente raggiunto un livello sufficiente per un'analisi affidabile. Il test si esegue mediante il prelievo di un campione ematico (10 cc di sangue periferico) della gravida, da cui viene isolato il DNA fetale presente nel circolo materno, che viene poi sequenziato al fine di determinare la presenza di eventuali anomalie dei cromosomi.

Sul DNA libero fetale è possibile andare a valutare, con diversa sensibilità e specificità, non solo il rischio di trisomia del cromosoma 21, ma anche di trisomia dei cromosomi 18 e 13, individuare i cromosomi sessuali, studiare tutti i cromosomi, e alcune sindromi da microdelezione o microduplicazione (un pezzettino molto piccolo di DNA in meno o in più). Il test prevede anche l’opzione di un approfondimento diagnostico di secondo livello, che consente di individuare la presenza nel feto di alterazioni cromosomiche strutturali ed alcune comuni sindromi da microdelezione/microduplicazione (come la Sindrome di Di George o la Sindrome cri-du-chat). La risposta viene fornita in 8-10 giorni lavorativi ed è estremamente affidabile, in quanto ha un’attendibilità superiore al 99% nel rilevare le Trisomie 21, 18 e 13, e del 95% per rilevare la monosomia X con percentuali di falsi positivi inferiori allo 0,1%. Il test prevede, inoltre, la determinazione del sesso fetale, informazione aggiuntiva gradita alla paziente ed utile alla gestione di eventuali malattie genetiche legate al sesso.
NIPT: Screening, non Diagnosi
È fondamentale chiarire la natura del NIPT. Non si può parlare di NIPD che comporta implicito il concetto di diagnosi, in quanto il test su DNA fetale nel sangue materno è un esame di screening, non potendo escludere la presenza di anomalie cromosomiche, ma calcolandone solo il rischio. È corretto quindi utilizzare la sigla NIPT, cioè test di screening sul DNA circolante fetale. Il NIPT è un test di screening e non un test diagnostico proprio per il fatto che le tecniche di analisi non valutano solo il cffDNA ma il cfDNA (cell freeDNA) totale, includendo sia il DNA libero circolante materno che fetale.In nessun caso un tale test può sostituire il processo diagnostico basato su villocentesi o amniocentesi, che porta all'analisi del cariotipo fetale e alla diagnosi certa di anomalie cromosomiche o alla loro certa esclusione. Ciò significa che un risultato positivo al NIPT, indicante un alto rischio, deve essere sempre confermato da una procedura diagnostica invasiva per ottenere una certezza.
Un'introduzione alla genetica e al test genetico prenatale
Indicazioni e Limiti del NIPT
Questa tecnica è, al momento, indicata in diverse situazioni. Le indicazioni includono gravidanze singole nelle quali è sconsigliabile la diagnosi prenatale invasiva (ad esempio, per un elevato rischio di aborto spontaneo o in gravidanze derivanti da fecondazione assistita). È inoltre raccomandato per le pazienti con positività ai test di screening del primo o secondo trimestre, per le pazienti considerate comunque ad alto rischio, e per le pazienti che richiedono una attendibilità maggiore rispetto al test di screening del primo trimestre (99% per la S. di Down contro il 90%). Il NIPT è semplicemente un’opportunità per le coppie che desiderino effettuare l’indagine prenatale, fornendo un'opzione altamente accurata prima di considerare procedure più invasive. Fino a poco tempo fa, i rischi connessi con l’esecuzione di esami invasivi (amniocentesi e villocentesi) orientavano i sanitari a indirizzare alla diagnosi prenatale solo la popolazione femminile selezionata come “a rischio”. Il NIPT ha ampliato la possibilità di screening anche a donne a basso rischio.
Non è invece, al momento, da suggerire in prima istanza in donne a basso rischio o in gravidanze gemellari a causa di un'insufficiente validazione scientifica in quest'ultimo contesto. L’utilizzo delle cellule fetali ottenute dal sangue materno per lo screening di anomalie genetiche e cromosomiche non deve essere proposto quale alternativa alla diagnosi prenatale invasiva che rimane, ad oggi, l’unico strumento per accertare il cariotipo fetale anche ai fini dell’eventuale interruzione della gravidanza. Questo esame inoltre non fornisce informazioni su altre patologie cromosomiche diverse da quelle sopracitate (ad esempio le traslocazioni), il che ne sottolinea la specificità ma anche i limiti. Si tratta comunque di un test di screening molto accurato per la ricerca delle trisomie 21, 18 e 13, ma non di una diagnosi di certezza.
L’ecografia del primo trimestre rimane, comunque, un momento insostituibile del percorso della gravidanza ed integra questa analisi fornendoci ulteriori elementi di conoscenza. Infatti le gravidanze con riscontri ecografici suggestivi di patologie fetali dovrebbero essere studiate con altre indagini, quali lo studio del cariotipo fetale con villocentesi od amniocentesi, indipendentemente dal risultato del NIPT.
I dati in letteratura indicano che uno dei limiti della metodica è rappresentato dalla presenza di mosaicismi a bassa percentuale, dove solo alcune cellule del feto o della placenta presentano l'anomalia cromosomica, e dalla possibilità che la quantità di DNA fetale circolante non sia sufficiente ad ottenere un risultato. Ciò accade dall’1 all’5% delle gravidanze e soprattutto nelle donne obese ed afro-caraibiche, dove fattori biologici possono influenzare la frazione fetale. Si tratta, quindi, di un test di screening di seconda linea estremamente attendibile che consente di ridurre drasticamente il numero di procedure invasive ed il relativo rischio di aborto e che richiede, comunque, una attenta consulenza genetica e la diagnosi prenatale invasiva tramite villocentesi o amniocentesi per la conferma nei casi risultati positivi. Altro elemento che ne limita, almeno al momento attuale, l’uso è il costo elevato dovuto alla complessità dell’isolamento e dello studio del DNA fetale presente nel sangue materno. Non è una moda, perché rappresenta al momento lo standard migliore per la ricerca di alcune patologie cromosomiche importanti, e non è una necessità perché non tutte le coppie richiedono l’accesso alla diagnosi prenatale, che in prospettiva apre la strada a una possibile interruzione della gravidanza in caso di feto portatore di malattia cromosomica.
La situazione italiana è molto variegata per quanto riguarda l'implementazione del NIPT. Solo la Regione Emilia Romagna ha recentemente avviato un programma di screening che ne prevede l’introduzione in tutta la regione, dopo una fase pilota di 9 mesi limitata all’area metropolitana di Bologna. Questo indica un riconoscimento crescente del valore di questo test, ma anche la necessità di politiche sanitarie uniformi per garantirne un accesso equo.
I Test Diagnostici Invasivi: Per una Certezza Diagnostica
Quando i test di screening indicano un rischio elevato o quando ci sono specifiche preoccupazioni cliniche, i test diagnostici invasivi diventano necessari per ottenere una diagnosi definitiva. Questi test permettono la diagnosi di alcune patologie fetali su cellule prelevate mediante procedure invasive, eseguite con un ago inserito nell’addome materno sotto diretto controllo ecografico. Tali procedure comportano un rischio aggiuntivo di aborto di circa 1%, una percentuale che viene attentamente discussa con i futuri genitori prima di procedere.
I due principali test diagnostici invasivi sono il prelievo di villi coriali e l'amniocentesi.
Prelievo di Villi Coriali (Chorion Villus Sampling - CVS)
Il prelievo di villi coriali si esegue in una fase precoce della gravidanza, tipicamente tra l'11ª e la 13ª settimana di gestazione. Durante questa procedura, si preleva del tessuto coriale, ossia quel tessuto che poi formerà la placenta. L'analisi genetica delle cellule placentari permette di ottenere il cariotipo fetale e di identificare anomalie cromosomiche. Esistono, tuttavia, casi specifici in cui non è possibile eseguire questa procedura, come ad esempio in presenza di utero retroversoflesso o di miomi, che possono ostacolare l'accesso sicuro al sito di prelievo. La tempestività di questo test offre alle coppie la possibilità di prendere decisioni informate in tempi relativamente brevi, qualora la diagnosi riveli una condizione grave.

Amniocentesi
L'amniocentesi è un altro test diagnostico invasivo largamente utilizzato, che generalmente si esegue in una fase successiva della gravidanza, solitamente tra la 15ª e la 18ª settimana. Durante l'amniocentesi, viene prelevato un piccolo campione di liquido amniotico, il fluido che circonda il feto. Le cellule fetali presenti in questo liquido vengono poi coltivate in laboratorio e analizzate per determinare il cariotipo del feto, identificando anomalie cromosomiche numeriche o strutturali. Anche in questo caso, come per la CVS, la procedura viene eseguita sotto stretto controllo ecografico per garantire la massima sicurezza sia per la madre che per il feto. L'amniocentesi è considerata il gold standard per la diagnosi di molte condizioni genetiche e cromosomiche fetali, fornendo una risposta diagnostica definitiva.
Entrambe le tecniche, CVS e amniocentesi, sono fondamentali per la diagnosi prenatale invasiva che rimane l'unico strumento per accertare il cariotipo fetale e fornire una diagnosi certa di anomalie cromosomiche o la loro certa esclusione. La scelta tra CVS e amniocentesi dipende da vari fattori, inclusa l'età gestazionale e le specifiche indicazioni cliniche, e viene sempre discussa approfonditamente con i genitori da un medico specialista o un genetista.
Test Genetici per la Ricerca di Portatore: Prevenzione e Pianificazione Familiare
Oltre ai test di screening e diagnostici eseguiti durante la gravidanza, esiste un'ulteriore categoria di test genetici che possono essere effettuati anche prima del concepimento, offrendo alle coppie la possibilità di conoscere il proprio stato di portatore sano per determinate malattie genetiche. Questi esami del sangue si effettuano alla donna o alla coppia, prima della gravidanza, per valutare lo stato di portatore sano. L'obiettivo è identificare se uno o entrambi i futuri genitori sono portatori di mutazioni genetiche recessive che, se ereditate da entrambi i genitori, potrebbero causare una malattia grave nel figlio.
Per alcune malattie genetiche specifiche, è possibile determinare se uno o entrambi i partner sono portatori sani e quindi conoscere se vi è un rischio e quale è l’entità del rischio di avere un figlio malato. Tra le condizioni per le quali questi test sono comunemente offerti vi sono la beta-talassemia, la fibrosi cistica, l'atrofia muscolare spinale (SMA) e la sindrome dell'X-fragile. Questi test sono particolarmente importanti in popolazioni con un'elevata prevalenza di certe malattie genetiche o in coppie con una storia familiare di tali condizioni.
Nel caso la coppia sia a rischio di avere un figlio malato di quella malattia, il risultato del test di portatore sano consente una pianificazione familiare consapevole. I partner possono decidere, qualora inizi una gravidanza, di effettuare un test diagnostico (prelievo di villi coriali o amniocentesi) per conoscere se il feto è sano oppure malato con lo studio delle cellule del feto. Questa informazione precoce offre alle coppie tempo prezioso per esplorare tutte le opzioni disponibili, tra cui la consulenza genetica, le tecnologie riproduttive assistite con diagnosi preimpianto, o la preparazione per la nascita di un bambino con una condizione genetica. Questi test rappresentano un pilastro fondamentale della medicina preventiva, permettendo ai futuri genitori di affrontare la gravidanza con maggiore consapevolezza e preparazione.
