Prima di procedere ad una ricognizione, seppur sommaria, di tale periodo, è, però, necessario effettuare una disamina relativa ai termini definitori che devono muovere il nostro approccio, a partire da una domanda fondamentale: che cosa si intende quando si identifica una divinità femminile come dea madre? Significa che le si attribuisce il compito di nutrire e proteggere i giovani? Che la si vede come dea del parto? Che è una dea creatrice o la dea della terra (in genere conosciuto come Terra Madre)? O vuol dire che è la dea della natura e della fertilità? Un aiuto considerevole per la comprensione del pantheon arcaico ci può essere fornito dall’arte tramite i reperti archeologici e, seppur per alcune figure femminili risulti difficile stabilire se raffigurino una dea, una sacerdotessa o una governante femminile, l’enorme presenza di statuette e immagini votive femminili pre-doriche può addirittura far supporre che a Creta la civiltà minoica adorasse prevalentemente o solo dee o, secondo una recente interpretazione, addirittura una sola divinità femminile dal potere illimitato.

Il ruolo della Potnia nel mondo minoico-miceneo
Il lineare B, nel palazzo di Cnosso ha mostrato i nomi di alcune divinità maschili, come Zeus, Poseidone e Ares, ma è emerso che la datazione di questi scritti è certamente posteriore all’invasione micenea, intorno al 1450 a.C. Nelle tavolette di Cnosso e Pilo il termine “potnia” è spesso associato ad epiteti diversi, tanto che si è a lungo discusso se tali epiteti indicassero divinità diverse o fossero tutti attributi della stessa dea. Abbiamo la certezza che due di queste divinità, la Potnia Sphagianeia e la Potnia Newopeo fossero, in realtà, semplicemente rappresentazioni locali della Potnia, essendo “Sphagianeia” e “Newopeo” non aggettivi ma locativi.
Nel 1903 l’archeologo Sir Arthur Evans, scoprì, all’interno di quello che doveva essere probabilmente un tempio nel palazzo di Cnosso, due statuette di donna molto simili tra loro ed entrambi databili attorno al 1700 a.C. Una figurina mostra una donna in abito insolito con balze sovrapposte e con i seni scoperti, che indossa un cappello con un gatto seduto sulla parte superiore e che in ogni mano tiene un piccolo serpente. Quest’ultimo particolare rimanda immediatamente alla Potnia Theron, ma l’elemento dei seni scoperti è un evidente attributo della Atana Potnia, con il suo chiaro riferimento all’ambito sessuale-generativo e all’allattamento degli esseri viventi. Ovviamente, ciò che risulta più interessante è l’unione in una sola raffigurazione delle caratteristiche di due divinità che dai testi delle tavolette potrebbero apparire distinte.
Creta, la fine di un mondo
Processi di depotenziamento e la transizione patriarcale
Cosa è accaduto tra le due rappresentazioni? Evidentemente un processo di depotenziamento che si esprime nell’annullamento di qualsiasi connotazione sessuale femminile: la nudità procreatrice viene coperta, Artemide diventa “vergine” e il suo potere sulla natura diventa predatorio, ovvero la caccia, e non rigenerativo, ovvero il dominio sulla natura della Potnia. Possiamo ritenere che la Potnia Theron e l’Atana Potnia fossero la stessa divinità declinata in due forme differenti? Ancora una volta è necessario ricordare che non esistono, per mancanza di fonti, prove risolutive in questo senso.
Il nome Britomartis significa “dolce signora” e la dea era, appunto nella mitologia tardo-cretese, figlia di Zeus e di Carme, a sua volta figlia di Eubulo. Nata a Caeno sull’isola di Creta, Britomartis era una delle ninfe cacciatrici compagne di Artemide e, come la sua divinità principale, voleva rimanere vergine. Un giorno, però, narra la leggenda mitologica, Minosse, re di Creta, la vide e si innamorò di lei. Anche in questo caso è evidente il tentativo di depotenziamento simbolico della divinità. In primo luogo, essa viene desessualizzata radicalmente, eliminando il pericolo insito nella potenza generativa dell'”antenata” Atana e, anzi, rendendola una paladina della castità sterile in contrapposizione alla figura maschile di Minosse, che diventa egli stesso simbolo generativo, assumendo su di sé il potere che da ciò deriva.
Simbologia universale della fecondità
Una divinità della fertilità è un Dio o prevalentemente una Dea della mitologia che vengono associati con tutto quel che concerne l'ambito della fertilità, dalla gravidanza alla nascita degli esseri umani, ma anche in ambito animale e vegetale. In moltissime culture praticanti il politeismo esistono divinità della fertilità, solitamente note come Dee. Nei miti che circondano queste figure divine vi sono anche i germi dell'interpretazione temporale della vita, la nascita e la morte e la spiegazione del ciclo delle stagioni. Le immagini dei simboli femminili sono spesso caratterizzate da fianchi larghi e grandi seni. Simboli di fertilità maschile sono invece talvolta itifallici.
Tra le figure di rilievo, Coatlicue è una delle dee della vita, morte e rinascita; colei che ha dato alla luce la luna e le stelle. Astart, o Astoreth, è dea della fertilità, dell'amore e del piacere, patrona delle prostitute e degli edonisti. Daggay è la dea della nascita, mentre Tanit appare come una Grande dea della luna, della maternità e della magia, raffigurata spesso come una donna velata e avvolta da piume di colomba. Le colombe le erano gradite e sacre.

Il legame con la terra e l'uovo cosmico
L'aspetto principale del culto della Grande Madre è il suo carattere fortemente tellurico. L'energia tellurica permette alla vita di perpetuarsi. In questo, dunque, essa si oppone al Cielo, a cui è sempre stata attribuita una valenza maschile. Le celebrazioni alla Grande Madre si svolgevano spesso in cavità sotterranee, chiamate ipogei. Il termine greco chthonios significa, appunto, "sotterraneo". Esiste inoltre un altro aspetto, meno noto, ai culti della Grande Madre: il legame con le energie telluriche. Si ritiene che queste energie sottili scorrano sotto terra e formino dei reticoli invisibili su cui sono stati edificati un tempio dopo l'altro, dalle culture che vi si sono avvicendate.
I Misteri di Dioniso hanno il loro centro nell'immagine dell'uovo, che simboleggiava il grembo materno fecondo. L'uovo rappresenta il principio materno della natura, da cui tutto ha origine ed in cui tutto ritorna. La definizione di parthenos come “vergine” si rivela problematica anche perché questo termine rimanda spesso a una donna che aveva avuto dei figli, come indicato dal derivato parthenios (o partheneias) che significa “figlio/a di una parthenios”. Quando il rapporto tra il coito e la gravidanza fu ufficialmente stabilito, la posizione dell’uomo migliorò sensibilmente e il merito di fecondare le donne non fu più attribuito ai fiumi e ai venti.
Eredità culturale: Sardegna e oltre
In Sardegna, il culto della dea madre ha lasciato tracce evidenti, con rappresentazioni che si ritrovano nei gioielli tradizionali, simboli di una tradizione che continua a vivere attraverso l’arte orafa. Il simbolo della dea madre è spesso rappresentato da figure femminili stilizzate, che esaltano le forme generose legate alla fertilità e alla maternità. Tra le rappresentazioni più comuni troviamo la figura della donna incinta, con seni prosperosi e fianchi pronunciati, simbolo di abbondanza e protezione. Questo simbolo è stato rinvenuto in molte culture, dalla Mesopotamia all’Europa, e ha assunto diverse forme a seconda delle tradizioni locali.
Indossare un ciondolo della dea madre significa portare con sé un simbolo di forza e di protezione, una dichiarazione di appartenenza a una tradizione antica che celebra la vita e la fertilità. Nei gioielli sardi, il ciondolo della dea madre è spesso decorato con motivi che richiamano la natura, come fiori e foglie, esaltando il legame tra l’uomo e il mondo naturale. Attraverso il ciondolo della dea madre, i gioiellieri sardi riescono a catturare l’essenza di questo archetipo, creando opere che sono al tempo stesso moderne e tradizionali, capaci di affascinare e di ispirare. La religione della dea madre ha attraversato i secoli, trasformandosi e adattandosi alle diverse civiltà, dalle antiche culture matriarcali alle società patriarcali, mantenendo però il suo nucleo essenziale: la celebrazione della forza e della sacralità femminile.