La violenza contro le donne incinte rappresenta una problematica complessa e multifaccettata, con ripercussioni gravi sulla salute fisica e psicologica della madre e del nascituro. In Sicilia, come nel resto d'Italia, questo fenomeno si manifesta attraverso diverse forme, dalla violenza ostetrica, spesso sommersa e sottovalutata, ai maltrattamenti domestici e persino al femminicidio. Un'analisi approfondita di questi episodi rivela la necessità di maggiore consapevolezza, supporto e intervento per tutelare i diritti e l'integrità delle donne durante uno dei momenti più vulnerabili della loro vita.
La Violenza Ostetrica: Una Realtà Sommersa e Sconosciuta
La violenza ostetrica, definita come l'appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico, è un fenomeno che in Italia ha coinvolto circa un milione di madri - il 21% del totale - alla loro prima esperienza di maternità. Questa forma di violenza, che può essere fisica o psicologica, è stata indagata per la prima volta a livello nazionale dall'indagine "Le donne e il parto". I risultati evidenziano che per 4 donne su 10 (41%) l'assistenza al parto è stata, per certi aspetti, lesiva della propria dignità e integrità psicofisica.

Una delle pratiche più controverse e frequentemente associate alla violenza ostetrica è l'episiotomia, un intervento chirurgico che consiste nel taglio della vagina e del perineo per allargare il canale del parto. È allarmante notare che in Italia, 3 partorienti su 10 negli ultimi 14 anni, ovvero 1,6 milioni di donne (il 61% di quelle che hanno subito un'episiotomia), dichiarano di non aver dato il consenso informato per autorizzare l'intervento. Le conseguenze di questa pratica non consensuale sono profonde: per il 15% delle donne, pari a circa 400mila madri, si è trattato di una menomazione degli organi genitali, mentre il 13% delle mamme, circa 350mila, ha visto tradita la propria fiducia nel personale ospedaliero. Inizialmente, molte donne ritenevano l'episiotomia una procedura necessaria e innocua, scoprendo solo in seguito le sue negative conseguenze.
Il caso di Teresa, una donna di 27 anni di Palermo, è emblematico. Ricucita "a crudo", cioè senza anestesia, dopo un'episiotomia non comunicata, ha dichiarato: "Non dimenticherò mai quel dolore assurdo e, anche se sono passati 6 mesi da allora, ancora faccio fatica a riprendermi". Questa testimonianza sottolinea il trauma duraturo che tali esperienze possono causare.
Le Diverse Manifestazioni della Violenza Ostetrica
La definizione di violenza ostetrica comprende una vasta gamma di comportamenti: costringere la donna a subire un cesareo non necessario, un'episiotomia non necessaria, a partorire sdraiata con le gambe sulle staffe, esporre la donna nuda di fronte a una molteplicità di soggetti, separare la madre dal bambino senza una ragione medica, non coinvolgere la donna nei processi decisionali che riguardano il proprio corpo e il proprio parto, e umiliare verbalmente la donna prima, durante e dopo il parto. Sulla base di questa definizione, il 21% delle donne intervistate ritiene di aver subito una qualche forma di violenza ostetrica fisica o verbale alla loro prima esperienza di maternità. Sebbene il 56% risponda "assolutamente no" e il 23% "credo di no", la percentuale di chi ha subito violenza rimane significativa.
Un aspetto critico riguarda la qualità complessiva dell'assistenza: a fronte di un 67% del campione che dichiara di aver ricevuto un'assistenza adeguata, 1.350.000 donne (il 27% delle intervistate) si sono sentite seguite solo in parte dall'equipe medica, desiderando maggiore partecipazione nelle decisioni durante il parto. Questo dato è ulteriormente rafforzato dal 6% di neomamme che afferma di aver vissuto l'intero parto in solitudine e senza la dovuta assistenza.
L'impatto di tali esperienze è profondo: un'esperienza così traumatica ha spinto il 6% delle donne, negli ultimi 14 anni, a scegliere di non affrontare una seconda gravidanza, provocando di fatto la mancata nascita di circa 20mila bambini ogni anno nel nostro Paese. Il trauma può essere così forte da portare a questa decisione, come confermato dal 6% del totale delle madri intervistate. L'Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) auspica una collaborazione con medici e istituzioni per includere le donne nei processi decisionali, promuovendo un cambiamento reale nell'assistenza verso il rispetto e la dignità della persona umana. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l'Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHCHR) sottolineano come l'abuso, la negligenza o la mancanza di rispetto durante il parto possano violare i fondamentali diritti umani della donna e del bambino, mettendo a rischio la loro vita e la loro sicurezza.
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Il ruolo dell'allattamento e della riservatezza
Oltre alla gestione del parto, emergono altre inappropriatezze. Il 27% delle madri lamenta una carenza di sostegno e di informazioni sull'avvio dell'allattamento. Il 19% denuncia la mancanza di riservatezza in varie fasi e momenti della loro permanenza in ospedale, aspetto che contribuisce a minare la dignità e il benessere psicologico delle neo-mamme.
Un'indagine Doxa-OVOItalia rileva che il 32% delle partorienti in Italia ricorre al parto cesareo, di cui il 15% in urgenza. L'84% del campione partorisce il primo/unico figlio all'interno di un ospedale pubblico.
La tragedia di Valentina Milluzzo e l'obiezione di coscienza
Il caso di Valentina Milluzzo, incinta di due gemelli, morta 8 anni fa a Catania per sepsi dopo 17 giorni di ricovero, getta luce su un'altra grave problematica: l'obiezione di coscienza nel contesto medico. La donna non le fu praticato l'aborto terapeutico, nonostante i feti non avessero speranza e nel suo utero fosse in corso una gravissima infezione. L'ospedale "Cannizzaro" di Catania, dove si è svolta la vicenda, era caratterizzato dalla presenza di medici obiettori di coscienza.

Giorgia Landolfo, autrice del libro "Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne da Valentina Milluzzo a tutte noi", sottolinea come la storia di Valentina sia la "terribile punta di un iceberg fatto di storie normali, e invisibili, di violenza ostetrica". Storie in cui le donne vengono umiliate, zittite e schernite, ma che spesso non vengono riconosciute come violenza dalle stesse protagoniste. Lo studio "La prenatalità difficile: il caso della violenza ostetrica" rileva che il 76,3% delle 1327 donne intervistate ha subito violenza ostetrica, e il 62,2% ha ricevuto cure non consensuali. La violenza ostetrica non è una manovra sbagliata in sé, ma una procedura messa in atto in modo violento e senza spiegazioni, o che comporta la derisione di una donna che chiede, ad esempio, l'epidurale.
Landolfo evidenzia uno "squilibrio di potere evidente tra medico e paziente" ma ribadisce che "il medico non può fare tutto quello che vuole. Ci sono cose che una donna può scegliere di non fare". La classe medica, secondo Landolfo, ha interesse a cambiare approccio e a tenere maggiormente conto della volontà e della sofferenza delle donne. Tuttavia, è fondamentale che le donne imparino a "reagire, imparando ad alzare la voce quando ci sentiamo ignorate", informandosi e facendosi supportare.
Canitano, nella postfazione del libro di Landolfo, sottolinea come l'aborto terapeutico non venga considerato una cura, a causa dell'influenza degli obiettori di coscienza negli ospedali. In Sicilia, gli obiettori di coscienza rappresentano l'81,5 per cento, e in Molise il 90,9 per cento. Questo porta a una situazione in cui "le donne non vengono ritenute più importanti dell'embrione e del feto, in modo da far sì che la gravidanza possa essere interrotta tempestivamente quando diventa pericolosa per la donna". Questo era il "grave pericolo di vita" nel caso di Valentina Milluzzo, sottovalutato.
Dopo il decesso di Valentina, è stata aperta un'indagine. Nel 2022, quattro ginecologi sono stati condannati in primo grado per omicidio colposo a sei mesi con pena sospesa. Tuttavia, in appello, sono stati assolti perché "il fatto non sussiste". Le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate, ma l'avvocato della famiglia Milluzzo procederà con il ricorso in Cassazione. Le richieste dei familiari, che imploravano di "liberarla" e di "svuotare il suo utero", furono ignorate.
La Violenza Domestica e il Femminicidio in Gravidanza
Oltre alla violenza ostetrica, le donne incinte sono purtroppo vittime anche di violenza domestica e, nei casi più estremi, di femminicidio. Questi episodi, spesso perpetrati da partner o ex partner, evidenziano una pericolosa escalation di aggressività che non risparmia neanche i momenti più delicati della vita di una donna.
Maltrattamenti in famiglia
Un episodio recente accaduto nel Palermitano ha visto l'arresto di un uomo che ha continuato a maltrattare la compagna anche in stato di gravidanza. I carabinieri della compagnia di Lercara Friddi sono intervenuti a seguito della drammatica richiesta di aiuto della donna di Roccapalumba. L'operatore, sentendo le urla della vittima, ha inviato d'urgenza una gazzella del radiomobile e personale sanitario. I militari hanno soccorso la donna, trasportandola al pronto soccorso di Termini Imerese. Fortunatamente, il bambino in grembo sta bene. Questo episodio dimostra la persistenza della violenza domestica anche quando la donna è incinta, un periodo in cui la sua vulnerabilità è massima.

Similmente, a Caltanissetta, un 23enne è stato arrestato per aver fatto irruzione nell'abitazione della sua ex compagna, incinta al settimo mese, aggredendola con schiaffi e spintoni e distruggendole il cellulare. L'aggressore era già indagato per maltrattamenti in famiglia, lesioni personali e atti persecutori, e lo scorso febbraio era stato sottoposto ad avviso orale. Dopo l'arresto, è stato posto ai domiciliari e in seguito gli è stato imposto il divieto di avvicinamento alla vittima e ai luoghi da lei frequentati, e di non comunicare con la donna. Questo caso sottolinea la reiterazione della violenza e l'inefficacia delle misure preventive se non supportate da un monitoraggio costante e da interventi tempestivi.
Un altro episodio di violenza domestica ha coinvolto una donna di 30 anni, incinta all'ottavo mese, nel quartiere Torrevecchia. L'ex compagno, dopo una relazione di circa due anni caratterizzata da continue scenate di gelosia e sospetti di tradimenti, si è presentato sotto casa della donna, urlando e citofonando insistentemente. La donna, temendo per la propria sicurezza e quella dei familiari, ha contattato il 112. Questo dimostra come la gravidanza non fermi la violenza, ma anzi possa esacerbarla, aumentando i rischi per la madre e il nascituro.
Femminicidio: Il caso di Giordana Di Stefano
Il caso di Giordana Di Stefano, avvenuto il 7 ottobre 2015 a Nicolosi, nella città metropolitana di Catania, rappresenta una delle manifestazioni più estreme e tragiche della violenza di genere. Giordana, una giovane madre di 20 anni, fu uccisa dall'ex fidanzato Antonio Luca Priolo.
Giordana Di Stefano nacque a Catania nel 1995. Nel 2010, iniziò una relazione con Antonio Luca Priolo e, dopo pochi mesi, scoprì di essere incinta. Nonostante il sostegno della famiglia, la relazione divenne presto segnata da episodi di violenza psicologica e verbale da parte di Priolo. Nel 2011, diede alla luce una bambina, ma la situazione di violenza non migliorò. Nel 2013, Giordana decise di interrompere la relazione e denunciò l'ex fidanzato per stalking.

In un primo periodo, Priolo si allontanò, ma nel 2015 fece ritorno, minacciando Giordana affinché ritirasse la denuncia. La notte tra il 6 e il 7 ottobre, Priolo aggredì Giordana, colpendola mortalmente con 48 coltellate. Tentò poi la fuga verso Milano con l'intenzione di rifugiarsi all'estero, ma venne arrestato.
Il caso di Giordana Di Stefano ha avuto un impatto rilevante sulle politiche italiane in materia di violenza di genere, contribuendo ad aumentare la consapevolezza sociale e influenzando l'introduzione di normative a tutela delle vittime di femminicidio. Nel 2018, è stata promulgata la Legge 4, che prevede il supporto agli orfani di femminicidio, riconoscendo il loro diritto a un contributo economico. Vera Squatrito, madre di Giordana, ha dichiarato: "C'è stata una grande lotta per riconoscere gli orfani di femminicidio insieme a 'Il giardino segreto' di Roma, l'associazione Io sono Giordana è stata parte integrante della legge quattro che riconosce un contributo agli orfani". Nel 2017, Vera Squatrito ha fondato l'associazione "Io sono Giordana" in memoria della figlia, con l'obiettivo di promuovere la cultura del rispetto e della sicurezza per tutte le donne.
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La Necessità di un Cambiamento Culturale e Strutturale
I dati allarmanti sull'incidenza della violenza ostetrica, i casi di maltrattamenti e femminicidio che coinvolgono donne incinte, e le sottostime delle morti materne (stimata al 60% dall'Istituto Superiore della Sanità) indicano l'urgenza di un cambiamento profondo. L'Istituto Superiore della Sanità stima che in Italia, ogni anno, ci siano oltre 1259 casi di 'near miss' ostetrici documentati, ovvero eventi che avrebbero potuto portare alla morte materna ma che, per fortuna, non si sono concretizzati. Questo evidenzia una criticità sistemica che va affrontata.
È cruciale promuovere una cultura del rispetto e della dignità della persona umana in ogni ambito dell'assistenza sanitaria e nelle relazioni interpersonali. Ciò implica un'informazione completa e trasparente per le donne sui loro diritti e sulle procedure mediche, un coinvolgimento attivo nei processi decisionali che riguardano il proprio corpo e il proprio parto, e un'attenzione particolare alle loro esigenze fisiche ed emotive.
La campagna promossa dall'Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia invita le donne a "rivendicare i propri diritti e a non subire alcuna forma di maltrattamento, inclusa la violenza nel parto". Questo è fondamentale per smuovere il fenomeno sommerso e dare voce a chi ha subito queste esperienze.
Un cambiamento strutturale è altrettanto necessario. Ciò include la formazione del personale medico e sanitario sul consenso informato, sul rispetto dell'autonomia della paziente e sulla gestione empatica del parto. È inoltre indispensabile rafforzare i servizi di supporto per le donne vittime di violenza domestica e di genere, garantendo protezione, assistenza psicologica e legale, e un rapido intervento delle forze dell'ordine.
La prevenzione della violenza contro le donne incinte passa anche attraverso una maggiore consapevolezza sociale sul valore della vita, sul rispetto della donna in tutte le sue fasi e sulla condanna inequivocabile di ogni forma di abuso. Solo così si potrà garantire un futuro più sicuro e dignitoso per tutte le donne e per i loro bambini, in Sicilia e in tutta Italia.