Quando una gravidanza non è come "sembrava": comprendere l'aborto spontaneo e le sue sfumature

L'attesa di un bambino è un periodo intriso di speranza e progetti per i futuri genitori. Tuttavia, questa gioia può essere bruscamente interrotta da un evento che, purtroppo, non è così raro come spesso si pensa: l'aborto spontaneo. Molte persone credono che l’aborto spontaneo sia un evento raro e che possano bastare singoli comportamenti a provocarlo, maturando convinzioni e idee sbagliate sulle sue possibili cause. In realtà, l'aborto spontaneo è l'interruzione della gravidanza che si verifica per cause indipendenti dalla volontà della donna entro la 20esima settimana di gestazione. L’espressione “aborto spontaneo” indica un’interruzione spontanea della gravidanza entro la ventesima settimana di gestazione. Quando si incorre in un aborto spontaneo, ovvero nell’espulsione involontaria di un embrione o del feto prima della 20ª settimana di gestazione, parliamo di un fenomeno, purtroppo, piuttosto frequente. Secondo i ricercatori statunitensi, la maggior parte di questi eventi si verifica nelle primissime settimane di gestazione, mentre l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha rilevato come la terminologia "aborto spontaneo" indichi un'interruzione di gravidanza che avviene spontaneamente entro i primi 180 giorni di gravidanza. Colpisce circa il 20% delle gravidanze effettive. Gli aborti spontanei, che avvengono nelle prime settimane di gestazione sono i più frequenti, sfiorano addirittura l’80%. Non è un fatto molto raro.

Illustrazione di un embrione nelle prime settimane di gravidanza

Il periodo con il più alto rischio di aborto è il primo trimestre. Dal secondo trimestre in poi generalmente ci si può rilassare un po’ di più. Non è un caso che molte future mamme annuncino di aspettare un bimbo solo alla fine del primo trimestre, e uno dei motivi per cui le coppie preferiscono aspettare prima di annunciare una gravidanza è dato proprio dal rischio di aborto interno, ovvero quando il feto smette di svilupparsi e muore.

Il momento successivo ad un aborto spontaneo può essere devastante, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Purtroppo, ancora troppo spesso l’aborto spontaneo non è vissuto come un vero e proprio lutto ma è considerato alla stregua di un tabù. La nostra cultura ritiene spesso ancora inappropriato essere in “lutto” per un aborto, perché rimane difficile pensare ad un embrione o a un feto come a “una persona cara”. Oggi siamo abituati a ritenere l’aborto spontaneo un “non evento”, dimenticando il significato soggettivo che ogni gravidanza assume per la coppia in attesa.

L'aborto spontaneo - Dottore mi spieghi

L'Aborto Spontaneo "Silente": il Caso dell'Aborto Interno

Una delle forme più insidiose di interruzione spontanea della gravidanza è l'aborto interno, talvolta definito come aborto spontaneo senza sintomi. A differenza dell’aborto comune, di solito procede senza sintomi che lo “segnalino”: la donna può avere un po’ di spotting, avere perdite o lievi dolori all’addome inferiore, quindi spesso passa inosservato. Molto spesso, questo accade durante il primo trimestre, motivo per cui è consigliabile attendere fino allo screening del primo trimestre prima di annunciare la gravidanza. L’aborto interno si verifica quando la gravidanza si è interrotta, l’embrione o il feto è presente ma non ha attività cardiaca. Molto spesso, infatti, la gravidanza si è interrotta ma possono passare anche settimane prima che compaiano i classici sintomi di aborto.

Perché il feto smetta improvvisamente di svilupparsi non è del tutto chiaro ai medici, ma le ricerche mediche finora concordano principalmente che la causa più comune sia data da anomalie cromosomiche, dove l’embrione ha un numero sbagliato di cromosomi. Queste anomalie non permettono all'embrione o al feto di svilupparsi adeguatamente e crescere. Altre cause (eccezionali) includono gravi infezioni virali o batteriche, cattiva coagulazione del sangue, disturbi del sistema immunitario, disturbi ormonali o problemi alla tiroide. Qualunque condizione che complichi tali processi potrebbe determinare effetti anche molto seri.

La diagnosi di un aborto interno può essere particolarmente complessa. Non sempre è possibile capirne le cause e non sono necessari ulteriori accertamenti, soprattutto se si è verificato un singolo episodio. In caso di aborto precoce è possibile che non si abbiano sintomi (aborto silente) e in questo caso è fondamentale una diagnosi clinica con un controllo mediante ecografia, capace di accertare l’assenza del battito cardiaco nel feto.

La diagnosi può essere semplice nei casi evidenti, ma a volte è complicata e richiede l’esecuzione di più controlli ravvicinati per chiarire se la gravidanza si sia realmente interrotta. La ginecologa farà fare il test delle Beta HCG sul sangue, una visita ginecologica accurata e l’ecografia endovaginale. L’ecografia fa vedere cosa sta succedendo nell’utero, consentendo di verificare la presenza del sacco gestazionale, le sue dimensioni, la presenza dell'embrione e, se presente, l'attività cardiaca. È inoltre importante controllare l'eventuale presenza di raccolte di sangue nell’utero.

Ecografia che mostra un aborto interno (embrione senza battito)

Minaccia d’Aborto: Una Speranza Concreta

Non ogni segnale di allarme si traduce necessariamente in un aborto spontaneo. Partiamo immediatamente con una buona notizia: non sempre una minaccia di aborto spontaneo si trasforma in un’interruzione della gravidanza. Non possiamo certo negare che può succedere, ma in moltissimi casi tutto si risolve positivamente, lasciando solo il ricordo di un grande spavento.

La minaccia d’aborto è l’insieme di una serie di condizioni che rischiano di far perdere il bambino prima della 20esima settimana di gestazione. I sintomi più frequenti sono le perdite vaginali di sangue e i dolori addominali (simili a quelli mestruali), che spesso si irradiano anche alla zona renale e causano indurimenti della pancia. Le perdite possono essere di vario colore (dal rosa al marrone, fino al rosso intenso) e la quantità è variabile, da piccole macchioline sul salvaslip a vere e proprie emorragie.

Qualora uno di questi segnali si verifichi è sempre opportuno rivolgersi al proprio ginecologo oppure, se non dovesse essere reperibile, al pronto soccorso ostetrico per un controllo. L’ecografia è un esame importantissimo per verificare la causa della minaccia di aborto. Consente, per esempio, di vedere se è in atto un distacco amniocoriale, cioè lo scollamento dei due tessuti che formano la placenta, il sacco amniotico e il sacco coriale. Non va però confuso con il distacco della placenta, che è un problema molto più serio che si può verificare dal secondo trimestre. In caso di minaccia d’aborto, i sintomi (dolore pelvico e lombare, perdita di sangue dall’utero) si manifestano pur essendo il collo uterino chiuso e il feto vitale.

Per trattare una minaccia d’aborto nel primo trimestre, molto spesso viene prescritto il progesterone (per via orale, vaginale o con iniezioni), l’ormone che ha il compito di proteggere la gravidanza. In genere si consiglia il riposo, anche se non sempre assoluto: bisogna prendersi molta cura di sé, evitare sforzi o lavori particolarmente pesanti. In caso di minaccia d’aborto, potrebbero essere vietati i rapporti sessuali. Nel secondo trimestre, invece, si usano farmaci tocolitici per bloccare le contrazioni. A volte può essere necessario il cerchiaggio cervicale, utilizzato per “contenere” la gravidanza ed evitare il parto pretermine, specialmente nei casi di incompetenza cervicale. Una terapia preventiva a base di progesterone può essere efficace nei casi in cui si sospetti una insufficienza del corpo luteo.

La Gravidanza Biochimica: Un Inizio Senza Sviluppo

Il ritardo, un test di gravidanza positivo, la gioia che sprizza da tutti i pori. E poi, dopo pochissimo tempo, l’amara sorpresa: arrivano le mestruazioni. Questa è la gravidanza biochimica, una cosa comunissima e purtroppo molto frequente tra le donne. Si tratta di un aborto spontaneo molto precoce che spesso si verifica entro la quinta settimana di gestazione, praticamente subito. Qualche volta la donna non fa neanche in tempo a fare un test di gravidanza e semplicemente pensa che le mestruazioni siano arrivate qualche giorno dopo rispetto alla data prevista.

Le cause di una gravidanza biochimica non sono diverse da quelle di un aborto spontaneo generale, spesso legate ad anomalie cromosomiche. Quando si interrompe, la sintomatologia è simile a quella della fase mestruale: malessere, mal di pancia e di testa, crampi. Il flusso potrebbe essere un po’ più abbondante, a volte con coaguli. In realtà però è tutto molto soggettivo e ogni donna è a sé.

Se si era già effettuato un test, l’unica cosa che si può fare è il controllo dell’andamento delle beta HCG. Quando una gravidanza si ferma, il loro valore scende progressivamente, sino ad azzerarsi. È importante verificare che ciò accada per escludere che si tratti di una gravidanza extrauterina.

Gravidanza Extrauterina (o Ectopica): Un Impianto Fuori Posto

Un inizio del tutto fisiologico, con test e beta HCG positivi, i primi sintomi di gravidanza che si fanno sentire, come la stanchezza e la nausea. Poi, tutto cambia, c’è qualche perdita di sangue o l’ecografia mostra qualcosa che non va. Il piccolino non si sta sviluppando là dove dovrebbe: si sta verificando una gravidanza extrauterina (o ectopica).

Nella gravidanza extrauterina l’ovulo fecondato si impianta in una sede diversa da quella naturale, cioè la cavità uterina, compromettendo il normale andamento della gravidanza. La gravidanza ectopica si sviluppa nelle tube, nelle ovaie, nell’addome o nel collo dell’utero.

Le cause non sono del tutto note. Tra i fattori di rischio conosciuti troviamo precedenti gravidanze extrauterine, fumo, età materna superiore a 35-40 anni, trattamenti per la fertilità. Non sempre ci sono sintomi e il problema si scopre per caso quando l’ecografia mostra che l’impianto non è avvenuto nell’utero. Nella maggior parte dei casi però ci sono delle perdite di sangue, accompagnate talvolta da dolori addominali. A volte la crescita dell’embrione all’interno della tuba provoca la sua rottura. In questo caso i sintomi sono molto evidenti: sanguinamento importante, dolore addominale particolarmente forte, localizzato da un lato, grave stato di shock, svenimento.

La maggioranza delle gravidanze ectopiche termina con un aborto spontaneo, soprattutto quando ci sono perdite ematiche. In altri casi si somministra un farmaco (metotrexato) che blocca la crescita cellulare e, di conseguenza, anche quella dell’embrione. Viene utilizzato nelle fasi iniziali della gravidanza ectopica, quando non ci sono perdite o dolori. Se l’approccio farmacologico non funziona, se non può essere adottato o se c’è una situazione di emergenza (ad esempio per la rottura della tuba), occorre intervenire chirurgicamente. È importante sottolineare che la gravidanza extrauterina non ha ripercussioni sulla fertilità futura.

L'Uovo Ceco (o Anembrionica): Quando il Sacco è Vuoto

Questa condizione prende vari nomi: uovo cieco, chiaro, vuoto oppure gravidanza anembrionica. È un evento piuttosto frequente, che provoca quasi la metà degli aborti spontanei del primo trimestre.

Quando si verifica un uovo cieco, il concepimento avviene normalmente, la cellula uovo si annida nell’endometrio, ma l’embrione non si sviluppa. Generalmente, le cause sono anomalie genetiche e cromosomiche. Il test di gravidanza risulta positivo perché circa 7-10 giorni dopo il concepimento l’organismo comincia a produrre l’ormone beta HCG che è quello che rende positivo l’esame. Ma non ci sono solo le due linee sul test: anche se non si è sviluppato l’embrione, si possono avere alcuni dei sintomi della gravidanza.

L’ecografia è l’esame che consente di chiarire senza alcun dubbio la situazione. Se intorno alla settima settimana di gestazione si vede solo la camera gestazionale, quindi senza embrione e ovviamente senza alcuna attività cardiaca, il ginecologo programmerà una visita di controllo 7-10 giorni dopo. Potrebbe anche suggerire di verificare l’andamento delle beta HCG. All’inizio della gravidanza, se tutto procede bene, raddoppiano ogni due giorni, mentre se c’è qualcosa che non va la crescita è molto lenta o addirittura si arresta. Se anche all’ecografia successiva non si vede nulla, la diagnosi di uovo cieco sarà confermata.

Solitamente la gravidanza anembrionica si conclude con perdite di sangue e crampi addominali, fino alla completa “pulizia” dell’utero. Quando questo non avviene oppure se ci sono un’emorragia consistente o un’infezione, è necessario ricorrere alle cure del medico. A volte occorre il raschiamento.

La Gravidanza Molare: Un Errore Genetico Speciale

Una gravidanza molare non è un aborto spontaneo in senso stretto, ma si tratta comunque di un'interruzione della gravidanza. Per fortuna è una circostanza piuttosto rara che si verifica per un errore genetico nel momento del concepimento: l’ovulo cioè non viene fecondato in modo corretto. La gravidanza inizia, ma è destinata ad interrompersi.

La mola idatiforme (o vescicolare) è una massa di cellule anomale prodotte dalle cellule trofobastiche, quelle cioè che danno vita alla placenta. In altre parole, è una crescita esagerata del tessuto che dovrebbe formare la placenta. Le cause non sono ancora chiare. Sembra però che succeda più frequentemente alle ragazze con meno di 20 anni e alle donne con più di 40.

Esistono due forme di gravidanza molare: parziale e completa. Nel primo caso, dopo la fecondazione si sviluppa un embrione caratterizzato dalla presenza di un numero eccessivo di cromosomi; non c’è quindi possibilità che cresca e quindi sopravviva. Nella gravidanza molare completa l’embrione non si sviluppa proprio, mentre il tessuto della placenta cresce in maniera abnorme, provocando anche l’aumento di volume dell’utero. L’ecografia mostrerà soltanto il tessuto placentare, mentre l’embrione sarà assente.

Se all’inizio la gravidanza sembra procedere in modo del tutto normale, ad un certo punto compaiono dei disturbi: il sanguinamento vaginale, la crescita esagerata dell’utero, forti nausee e vomito insistente, pressione alta, ingrossamento delle ovaie, livelli di beta HCG più alti rispetto all’epoca gestazionale della donna (soprattutto in caso di gravidanza molare completa). La diagnosi viene fatta con un’ecografia addominale. Il trattamento consiste nello svuotamento della cavità uterina. Può essere fatto con dei farmaci oppure chirurgicamente con un raschiamento. Per qualche tempo viene monitorato il livello delle beta HCG: devono scendere fino ad azzerarsi.

Diagramma della gravidanza molare

Le Cause Comuni dell'Aborto Spontaneo

Nella maggioranza dei casi di aborto spontaneo, si tratta di anomalie che non permettono all’embrione o al feto di svilupparsi adeguatamente e crescere. La causa più frequente di abortività spontanea è sicuramente rappresentata dalle anomalie cromosomiche, dove l’embrione ha un numero sbagliato di cromosomi.

Alcuni fattori, inoltre, possono incidere negativamente, come l’età della donna (a maggior ragione se over 40), ma anche quella dell’uomo. La prima responsabile del rischio di aborto spontaneo è l’età delle donne. Una gravidanza iniziata tra i 25 e i 29 anni di età ha il 10 per cento di possibilità di finire con un aborto spontaneo. Il rischio aumenta dopo i 30 anni, arrivando al 53 per cento dopo i 45 anni. Ma anche restare incinta troppo presto aumenta le probabilità di non portare a termine la gravidanza. In realtà, le ragioni principali sono di tipo genetico o medico. Un medico non può che consigliare di condurre una vita sana già da prima del concepimento. Sicuramente uno stile di vita sano è in grado di influire positivamente sull’andamento di una gestazione.

In caso di patologie autoimmuni (come la sindrome da antifosfolipidi) o in condizioni di eccessiva trombofilia, possono essere prescritti l’utilizzo di eparina o di acido acetil-salicilico come parte della gestione.

Gestione dell'Aborto Spontaneo: Opzioni e Considerazioni

Quando si verifica un aborto spontaneo, la gestione medica può seguire diverse strade, a seconda del tipo di aborto, dell'epoca gestazionale e delle preferenze della donna. Ogni scelta offre vantaggi e svantaggi e, a seconda di vari fattori, può rivelarsi più o meno efficace. Non è detto che un trattamento adatto a una donna vada bene per un’altra. L’ostetrica ha il compito di fornire alla donna tutte le informazioni utili a capire cosa sta succedendo al suo corpo, attraverso un counseling mirato a dare sostegno, far emergere eventuali altri fattori di stress e accogliere le sue emozioni. L’ostetrica sta accanto alla donna e riflette con lei sulle tre possibilità di intervento.

Le principali opzioni sono:

  1. Condotta di attesa (gestione spontanea): In alcuni casi, l’espulsione avviene in modo spontaneo. Se l’aborto è completo, il materiale abortivo è stato completamente espulso. Spesso c’è un sanguinamento e un dolore pelvico che ricordano la mestruazione. L’ecografia documenta l’assenza di materiale nella cavità uterina e i sintomi regrediscono nel giro di pochi giorni. Lo “svantaggio” in questo caso è relativo e soggettivo, perché è legato all’imprevedibilità della durata dell’attesa e alla gestione domiciliare di un sanguinamento abbondante.
  2. Trattamento farmacologico: È anche possibile l’utilizzo di farmaci per espellere il materiale abortivo. Questo approccio è particolarmente utilizzato in caso di aborto nelle prime settimane di gravidanza. I farmaci utilizzati comprendono preparati con un’azione ormonale (mifepristone: antagonista del progesterone) e preparati con capacità uterotonica (stimolano cioè l’insorgenza delle contrazioni uterine e/o la maturazione della cervice: analoghi delle prostaglandine, ad esempio misoprostolo o gemeprost).
    • Associazione dei due farmaci: Prevede l'utilizzo iniziale di mifepristone, un farmaco antiprogestinico assunto per via orale, che determina una modifica della recettività della decidua, la superficie interna uterina in cui si impianta la gravidanza. Dopo 1-2 giorni dall’assunzione del mifepristone si procede con l’assunzione di prostaglandine.
    • Utilizzo di un solo farmaco: Le prostaglandine (misoprostolo o gemeprost) sono il farmaco più utilizzato, nonché il più citato negli studi scientifici, somministrato per via vaginale, anche se è possibile l’assunzione orale. La risposta uterina potrà ottenersi nello stesso giorno dell’assunzione del medicinale. Dopo un’attesa di qualche giorno si effettua un controllo ecografico. Se non si è ottenuta l’espulsione completa del prodotto del concepimento si procede ad una nuova somministrazione del farmaco, a cui segue nuovamente un’attesa di qualche giorno e un successivo controllo ecografico. Se dopo la terza somministrazione del farmaco non si ottiene l’aborto completo si procederà al trattamento chirurgico. Il vantaggio che il trattamento medico offre alla donna consiste nell’ottenere, nella maggioranza dei casi, la completa espulsione anticipando i tempi rispetto alla condotta di attesa ed evitando l’intervento chirurgico. Infine, in un numero limitato di casi, il trattamento potrebbe non avere effetto, rendendo quindi necessario il ricorso in un secondo tempo alla chirurgia.
  3. Trattamento chirurgico (raschiamento): Dopo un aborto interno, i medici di solito consigliano alla donna il raschiamento dell’utero. Al giorno d’oggi si tratta di una procedura chirurgica non complicata e di routine, della durata di diversi minuti, che di solito si svolge a livello ambulatoriale e in anestesia totale. Dal punto di vista fisiologico, potrebbe essere necessario affrontare la procedura ginecologica del raschiamento, operazione che procede con la rimozione di una porzione di endometrio o una massa anomala contenuta nell’utero. Nella maggior parte dei casi però l’aborto è incompleto, cioè nella cavità uterina rimangono residui di materiale abortivo. La rottura del sacchetto gestazionale e le contrazioni uterine hanno parzialmente espulso i residui ma spesso parte del materiale placentare rimane adeso alle pareti dell’utero. Anche nel caso di aborto interno è necessario, dopo aver dilatato il collo dell’utero, effettuare l’estrazione del materiale abortivo. Se l’epoca gestazionale non è molto avanzata, il materiale viene rimosso con una cannula aspiratrice e poi si esegue un controllo dell’utero con l’ecografia per vedere che non siano rimasti residui. Se la gravidanza, invece, ha superato le 9-10 settimane, si somministrano per via vaginale dei farmaci chiamati prostaglandine che dilatano il canale cervicale e stimolano le contrazioni uterine, e poi si fa la revisione chirurgica.

I vantaggi del trattamento chirurgico sono la rapidità di risoluzione dell’aborto interno e la possibilità di effettuare esami diagnostici sul materiale prelevato per identificare le possibili cause dell’aborto. Gli svantaggi riguardano i maggiori rischi di complicanze legati alla procedura. Le complicanze sono poco frequenti (si assestano intorno al 2% dei casi) e comprendono lesioni all’utero (perforazione della parete, circa nello 0,1% dei casi), lesioni della cervice (circa 1% dei casi), complicanze emorragiche, complicanze infettive e anestesiologiche.

L’ostetrica offre un quadro chiaro delle opzioni possibili di intervento a breve, medio e lungo termine e fornisce informazioni su come gestire gli eventuali sintomi residui della gravidanza, come comportarsi quando inizieranno i dolori delle contrazioni e le perdite ematiche. In alcune realtà ospedaliere può anche provvedere a concordare controlli ambulatoriali seriati. Nel sostenere le scelte della donna, l’ostetrica la informa delle caratteristiche cliniche ed organizzative del percorso scelto: l’iter pre e post operatorio, la programmazione delle visite e della data del ricovero e alcune importanti informazioni relative al “dopo”, come la gestione dell’esame istologico e/o citogenetico e le leggi vigenti in materia di sepoltura.

Il Carico Emotivo e il Supporto Psicologico

Un aborto interno è un duro colpo nella vita di una coppia: si alternano emozioni tra il non veder l’ora di avere un bambino alternate a tristezza e paura di cosa possa accadere. Oltre al carico emotivo associato a una perdita così grande, i genitori iniziano anche a preoccuparsi se sono sani e qual è la probabilità di poter perdere di nuovo un bambino. La psiche di una donna dopo un’esperienza così sfortunata è davvero molto fragile - a causa dei cambiamenti ormonali, può essere simile al classico puerperio, ma non dimentichiamo che questa madre ha perso il bambino. Molti studi sottolineano come a un anno da un aborto spontaneo il 20-30% delle donne soffra di patologie psichiatriche come depressione e ansia. Le donne sviluppano l’attaccamento al feto già in gravidanza e questi processi psicologici vanno molto spesso al di là del controllo cosciente della madre.

Il fatto che la gravidanza si interrompa precocemente non rende “tutto più facile”, anzi. L’aborto spontaneo interrompe un processo in atto in modo brusco e intempestivo. Spesso la coppia non ha neppure fatto in tempo a entrare in relazione con il bambino gestato, che è già tutto finito. Il vuoto prende il posto della vita che cresceva. Le madri arrivano a domandarsi se davvero il loro oggetto d’amore c’è stato; per i padri, che spesso non hanno che visto due linee positive sul test di gravidanza, è complesso riconoscere, accettare e motivare i loro sentimenti.

In alcuni contesti la sofferenza non trova lo spazio per essere vista, riconosciuta e narrata dalla coppia. C’è la tendenza a tenere nascosta la gravidanza nel primo trimestre, proprio perché si teme che le cose possano andare male. Per questo è necessario che venga fornito un supporto psicologico a queste donne per affrontare i sensi di colpa, il dolore della perdita e le relazioni con gli amici e la famiglia. Compito di chi assiste i genitori, sia sul piano fisico che psicologico, è riconoscere e legittimare il dolore, senza minimizzare, sminuire o etichettare come eccessivo ciò che sentono. Accogliere l’incredulità, il diniego e la rabbia che possono accompagnare i momenti successivi alla diagnosi di aborto spontaneo con un ascolto attivo, privo di giudizio e preconcetti è alla base della cura anche per queste coppie.

Le conseguenze di una perdita, anche precocissima, sul benessere fisico e psicologico della donna e della coppia non andrebbero mai trascurate o sottovalutate e tutte le donne dovrebbero ricevere, unitamente all’assistenza medica, anche un sostegno psicologico e relazionale. Il sostegno psicologico viene offerto tutte le volte che gli operatori riconoscono la perdita e rispettano il dolore della donna e della coppia senza minimizzarlo. Riconoscere e rispettare l’investimento emotivo fatto dalla coppia su quella gravidanza e quel bambino aiuta a avviare correttamente l’elaborazione del lutto. Ogni donna e ogni coppia hanno una storia a sé, che rende comunque unica l’esperienza della gravidanza e della perdita. Poter esplorare con la donna il significato che attribuisce alla gravidanza e alla perdita può essere molto importante per elaborare il lutto e per le future gravidanze. Gli operatori sanitari, medici e ostetriche, dovrebbero unire aspetti relazionali a quelli più tipici della loro professione di diagnosi e cura. Il supporto al lutto dovrebbe essere parte della prassi clinica, come evidenziato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che invita ogni operatore a riconoscere la perdita subita dalla donna, a rispettarla e a offrire sostegno. Nessuna perdita è “troppo piccola” e nessuna perdita dovrebbe essere sminuita, soprattutto dagli operatori sanitari.

Per molte coppie si è rivelato utile ricevere una piccola memory box, una scatola dei ricordi progettata appositamente per raccogliere i pensieri, i sogni e i desideri di questi genitori per quel loro figlio e per quell’esperienza di gravidanza interrotta troppo presto.

Il Futuro dopo un Aborto Spontaneo: Nuove Gravidanze e Diagnostica

Dopo un aborto, il rischio di subirne un secondo aumenta della metà e dopo due raddoppia. Secondo la Società Italiana della Riproduzione, si parla di aborto ripetuto quando nella storia ginecologica di una paziente si verificano due episodi simili consecutivi entro la ventesima settimana di gestazione. I ricercatori hanno osservato, dati alla mano, quel che tanti ginecologi sanno per esperienza, ossia che le complicanze delle gravidanze precedenti hanno un effetto negativo sulle future. Non accade lo stesso per la pre-eclampsia, condizione caratterizzata da pressione alta in gravidanza. Chi ne ha sofferto nel corso dei nove mesi di gestazione non deve preoccuparsi per gli esiti di una nuova gravidanza.

Tuttavia, i medici rassicurano che una o due aborti interni senza sintomi potrebbero non significare nulla: non aumenta la probabilità di un altro aborto spontaneo. Avere avuto un solo aborto non aumenta il rischio di abortività. Avere avuto un aborto non significa avere problemi di fertilità. La rassicurazione sta nel fatto che, dopo l’aborto spontaneo, il rischio che si verifichi di nuovo non è maggiore rispetto a quello che hanno le altre donne (potrebbe essere un caso isolato).

Molte donne desiderano tentare un nuovo concepimento immediatamente. Probabilmente vi starete chiedendo dopo quanto tempo è possibile provare a rimanere nuovamente incinta. Parlatene con il ginecologo. Di solito si attendono 2-3 cicli mestruali, ma è sempre opportuno chiedere un parere esperto. In particolare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato come, sia che si tratti di una nuova gravidanza dopo aborto che di una gravidanza dopo raschiamento, sia opportuno per la coppia far trascorrere un periodo di almeno sei mesi. Dal punto di vista medico, non ci sono opinioni univoche sul rimanere incinta dopo un aborto spontaneo. Perché sia più facile portare a termine una gravidanza subito dopo un aborto spontaneo non è ancora chiaro, e lo ammettono i ricercatori. Si tratta di situazioni molto soggettive per le quali occorre tenere conto anche dello stato psicologico della donna interessata.

Per chi riesce a elaborare la perdita, nasce il bisogno di sapere quando tentare di nuovo e quali indagini diagnostiche fare. Fra i test consigliati, innanzitutto, è opportuno eseguire un’analisi del sangue che possa permettere di valutare la presenza di eventuali disturbi ormonali o di deficit del sistema immunitario.

Esistono anche tecniche di riproduzione assistita che possono offrire nuove speranze. Una di queste è la diagnosi genetica preimpianto, che permette di studiare il patrimonio genetico degli embrioni prima dell’impianto e di selezionare gli embrioni più sani e privi di alterazioni cromosomiche e/o genetiche che saranno trasferiti nell’utero. Un altro modo per rimanere incinta è il ricorso all’ovodonazione, che è la tecnica di riproduzione assistita che utilizza gli ovuli provenienti da una donatrice anonima per creare embrioni di qualità ottimale.

Diagramma della diagnosi genetica preimpianto

Le informazioni pubblicate in questo articolo non si sostituiscono al parere del medico.

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