La Scultura Contesa: Il Valore Universale della Maternità e il Dibattito sull'Arte Pubblica a Milano

La quiete di Milano è stata recentemente scossa da un acceso dibattito che ha come protagonista un'opera d'arte, una statua in bronzo raffigurante la maternità, intitolata "Dal latte materno veniamo". Questa scultura, realizzata dall'artista Vera Omodeo e donata alla città dai suoi figli, ha suscitato polemiche non per il suo valore artistico intrinseco, quanto piuttosto per la sua destinazione e per i valori che essa esprimerebbe, secondo una commissione comunale. La vicenda ha rapidamente acceso un confronto ampio sulla rappresentazione femminile nell'arte pubblica, sulla libertà d'espressione artistica e sulla percepita "universalità" di alcuni temi fondamentali dell'esistenza umana.

Statua

L'Opera "Dal Latte Materno Veniamo" e la Figura di Vera Omodeo

L'opera al centro della controversia è una statua in bronzo che rappresenta una donna nell'atto di allattare al seno un neonato. La scultura è intitolata "Dal latte materno veniamo", un titolo evocativo che sottolinea il legame primordiale e universale tra madre e figlio, elemento fondante dell'esperienza umana. Quest'opera è stata realizzata da Vera Omodeo, scultrice e ceramista di Milano, la cui carriera artistica si è distinta per la creazione di opere, per lo più di piccole dimensioni, focalizzate su soggetti femminili, spesso in terracotta o bronzo. Molte delle sue creazioni sono state donate a enti benefici per essere poi vendute all'asta, testimonianza del suo impegno non solo artistico ma anche sociale.

Il lavoro più celebre di Vera Omodeo è il portale in bronzo della chiesa rumena ortodossa di Santa Maria della Vittoria, situata non lontano dalle Colonne di San Lorenzo a Milano. Nel 1980, l'artista fu incaricata di realizzare questo nuovo portale, decorato a bassorilievo con sette scene sacre, che spaziano dall'Annunciazione alla Pentecoste, un'opera che la rende la prima artista donna a realizzare il portale di una chiesa negli anni Ottanta. Negli ultimi anni della sua vita, l'artista si è dedicata anche al disegno, arricchendo ulteriormente il suo corpus di opere. La donazione della statua "Dal latte materno veniamo" da parte dei figli di Vera Omodeo alla città di Milano rappresenta un gesto di omaggio alla memoria dell'artista e alla sua profonda sensibilità nel trattare temi legati alla vita e alla figura femminile, un desiderio di rendere l'opera visibile e accessibile alla cittadinanza, perpetuando il messaggio che essa veicola.

Il Diniego Iniziale e le Sue Motivazioni Ufficiali

La vicenda ha avuto inizio quando la famiglia di Vera Omodeo ha avanzato la proposta di esporre la statua in una piazza pubblica, in particolare in Piazza Eleonora Duse, situata in zona Porta Venezia, un luogo simbolo dedicato a un'altra donna di spicco. Tuttavia, la commissione del Comune di Milano, preposta a valutare la posa di opere d'arte in spazi pubblici, ha espresso un parere negativo alla collocazione. La commissione, istituita nel 2015 sotto l'amministrazione dell'ex sindaco Giuliano Pisapia e composta da tecnici comunali e rappresentanti della Soprintendenza di Belle Arti, ha bocciato la proposta all'unanimità.

Le motivazioni addotte dalla commissione sono state oggetto di un'ampia discussione. Nel verbale si legge che "La scultura rappresenta valori certamente rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, tali da scoraggiarne l'inserimento nello spazio pubblico". A corredo di questa valutazione, il suggerimento è stato quello di esporre l'opera in un luogo privato, "ad esempio un ospedale o un istituto religioso, all'interno del quale sia maggiormente valorizzato il tema della maternità, qui espresso con delle sfumature squisitamente religiose". Questo riferimento a "sfumature squisitamente religiose" in un'opera priva di espliciti simboli confessionali ha generato immediato sconcerto e ha alimentato le prime fiammate della polemica, sembrando una forzatura ingiustificata. L'architetto Giuseppe Marinoni, presidente della Commissione Paesaggio del Comune e membro della commissione stessa, ha spiegato il rifiuto di piazza Duse dicendo che la statua può essere collocata in un luogo pubblico, ma dovrebbe trattarsi di uno spazio "raccolto, di dimensioni contenute", non per ragioni ideologiche, ma per far sì che possa essere esaltata nel contesto che la ospiterà. Nonostante questa precisazione, le motivazioni del "non universalmente condivisibile" e delle "sfumature religiose" sono rimaste il fulcro della discussione.

Un'Onda di Dissenso: Le Reazioni Istituzionali e Politiche

La decisione della commissione ha scatenato una reazione a catena, coinvolgendo esponenti politici e figure di spicco del mondo dell'arte e della cultura. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, è intervenuto con decisione, esprimendo il suo disaccordo. In un primo momento, Sala ha dichiarato che, sebbene la commissione non risponda direttamente a lui, avrebbe chiesto alla commissione stessa di riesaminare la questione. Ha sostenuto che "non penso che urti alcuna sensibilità" e che gli "sembra un po' una forzatura sostenere che non risponde a una sensibilità universale". Pur lasciando all'assessore alla Cultura Tommaso Sacchi il compito di fare proposte sulla collocazione, il sindaco ha chiaramente preso le distanze dal giudizio iniziale, mettendo in discussione la logica alla base del rifiuto.

Simile la posizione dell'assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, che ha affermato: "Non mi sembra che sia un'opera che possa dare in qualche modo adito a qualcosa di offensivo nei confronti di nessuno. È una figura femminile che allatta, valuteremo come dare una collocazione a quest'opera." Sacchi ha voluto sottolineare che da parte sua e dell'amministrazione "non c'è la volontà di offendere o sminuire quella che è una proposta generosa, in memoria di un'artista che conosciamo", e ha assicurato che la questione sarebbe stata valutata "con grande attenzione". L'assessore ha ribadito: "Non mi sostituisco al ruolo della commissione", chiarendo che il parere degli esperti è consultivo, e ha espresso l'intenzione di "aprire un tavolo" per dare seguito alla "donazione generosa" alla città.

Le mani verso il cielo: una scultura per Margherita Hack a Milano

Il fronte del dissenso si è allargato, coinvolgendo diverse sensibilità politiche. Dai consiglieri Pd, Alice Arienta e Luca Costamagna, è arrivata una nota congiunta in cui si afferma che "La maternità come scelta di amore e libertà è un bene da tutelare e valorizzare. Non è cancellando la figura della maternità che si aiutano le donne." Hanno evidenziato come "la scultura della donna che allatta oltre ad essere stata eseguita da una donna rappresenta una tematica universale di amore e cura. Se davvero le motivazioni fossero sull'oggetto rappresentato, noi lo riteniamo inaccettabile." Hanno poi aggiunto: "Ogni donna può decidere di essere mamma o meno, ogni donna può decidere di allattare o di non allattare ma la decisione di non installare questa statua non limita questa libertà, anzi. È come se si volesse cancellare la maternità."

Anche Vittorio Sgarbi ha commentato la posizione dei tecnici del Comune definendola "inaccettabile", sostenendo che "il tema della maternità è universale e comunque l’iconografia della madre che allatta è trasversale a tutta la storia dell’arte, basti pensare alla Madonna con bambino rappresentata da duemila anni". Sgarbi ha bollato la presa di posizione della Commissione come "pretestuosa" e ha ipotizzato che "segue tematiche Lgbtq+ che niente hanno a che fare con l’arte". Tutti, ha aggiunto, "veniamo da una madre e l’idea che questo valore sia da respingere riguarda solo la mancanza di sensibilità da parte di chi si trova a decidere a Milano su questo tema".

A confermare la natura laica dell'opera è intervenuta Nadia Righi, direttrice del museo Diocesano e storica dell'Arte, intervistata dal Corriere della Sera. Righi ha precisato che "Se ci sono ragioni di tipo urbanistico che ne condizionano la collocazione non entro nel merito, ma dal punto di vista dell’iconografia l’opera è laica, non religiosa, e quindi quel “squisitamente religioso” della Commissione tecnica non la riscontro nella realtà dell’opera". Ha aggiunto che "Il prendersi cura e l’amore filiale di qualsiasi maternità trasposta in arte rientra in pieno nella nostra tradizione per cui non vedo motivazioni valide per cui sia respinta dal Comune". Silvia Sardone, eurodeputata della Lega, ha ribadito come "una mamma che stringe al petto un bambino non può offendere nessuno che sia dotato di un briciolo di cervello". Anche l'assessora regionale alla Cultura Francesca Caruso ha espresso il suo dissenso: "L’immagine della donna che allatta il figlio fa parte della nostra cultura identitaria e non può in alcun modo offendere la sensibilità delle persone. Auspico che il Comune possa fare una giusta valutazione".

Le polemiche sono state particolarmente acute anche alla luce delle più recenti e sacrosante campagne di decine di Comuni in Italia che promuovono l'accoglienza delle neomamme e l'allattamento nei locali pubblici. Addirittura, a livello nazionale, è significativo il fatto che persino alla Camera dei Deputati, grazie a una modifica del regolamento entrata in vigore nel novembre 2022, è ora consentito alle deputate di allattare durante le sedute, un segnale chiaro di come il tema dell'allattamento sia sempre più riconosciuto e tutelato anche negli spazi istituzionali. Ciò rende ancora più difficile comprendere come una scultura che celebra questo atto primordiale possa essere giudicata "non universalmente condivisibile" o portatrice di "sfumature religiose" in uno spazio pubblico.

Mamme allattano in pubblico come forma di protesta

La Voce dell'Artista e la Rappresentazione Femminile negli Spazi Pubblici

La figlia dell'artista, Serena Omodeo-Salè, ha espresso profondo sconcerto e delusione per la decisione della commissione, definendo le motivazioni del Comune come "surreali". Si è chiesta "quali siano i messaggi e i valori non condivisibili dal momento che la statua è del tutto priva di riferimenti religiosi". Ha sottolineato con forza: "una figura parzialmente nuda non mi sembra affatto un soggetto religioso". La sua posizione è stata chiara: "Non ci interessa rinchiudere la statua", ribadendo che, se l'opera non sarà visibile alla cittadinanza in uno spazio pubblico, la donazione non sarà perfezionata.

Serena Omodeo-Salè ha inoltre evidenziato un'annosa questione legata alla rappresentazione femminile negli spazi pubblici di Milano. Ha affermato che "in città ci sono solo due statue dedicate a donne e questa è anche stata realizzata da un’artista", un dato che in altre fonti viene leggermente corretto a "su oltre 120 sculture in città, sono solo tre le statue di donne realmente esistite e due soltanto sono state eseguite da artiste donne". Questa scarsità di opere dedicate a figure femminili o realizzate da donne aggiunge un ulteriore strato di significato alla polemica. La consigliera Pd Angelica Vasile ha proposto che, proprio per valorizzare donne che hanno contribuito all’avanzamento della società e che non hanno ricevuto il giusto riconoscimento nella storia, una statua per municipio sia realizzata da artiste.

Il "no" della commissione, con le sue motivazioni sul "seno nudo" e le "sfumature religiose", ha sollevato interrogativi più ampi sulla percezione della maternità e del corpo femminile nell'arte pubblica contemporanea. Non è nemmeno pensabile, sottolineano in molti, che il "no" sia stato motivato dal seno nudo, dato che "in Italia le statue femminili siano pochissime e quasi tutte svestite". La domanda che si è fatta strada è: "Non sarà proprio la maternità in sé a dare fastidio?" Insomma, quel "no" suona per alcuni come un "fuori la maternità" dagli spazi pubblici della città, un messaggio che va contro il riconoscimento di una funzione fisiologica preziosissima e di un valore universale. Il dibattito, quindi, non si limita alla singola opera, ma si estende alla questione di quale tipo di arte e quali valori vogliamo promuovere e rendere visibili nella sfera pubblica, specialmente quando si tratta di temi così intrinsecamente legati all'identità e alla continuità umana.

Nuove Proposte di Collocazione e la Speranza di Riconoscimento

Di fronte all'ondata di polemiche e alle numerose manifestazioni di dissenso, la discussione si è orientata verso la ricerca di una soluzione che potesse conciliare le diverse istanze. Il sindaco Beppe Sala ha raccolto una suggestione lanciata dal giornalista Enrico Mentana, milanese, proponendo una nuova collocazione per l'opera. Sala ha affidato la sua proposta a un post domenicale su X, indicando che l'opera d'arte "Dal latte materno veniamo" potrebbe essere collocata "nei pressi della Clinica Mangiagalli, luogo simbolo delle nascite a Milano". Mentana aveva suggerito la Mangiagalli, dove lui stesso è nato, "come tanti altri milanesi", trovando nel sindaco un ascoltatore attento.

Il sindaco Sala ha argomentato che questa scelta rappresenterebbe "un bella idea, magari collocandola nei giardini che circondano l'ospedale". Ha aggiunto che "sarebbe un gesto oltremodo simbolico, proprio in questo momento storico in cui la denatalità è uno dei problemi principali del nostro Paese". Inoltre, questa collocazione sarebbe "un omaggio ai sacrifici, non riconosciuti a dovere, che milioni di donne affrontano ogni giorno per crescerci. E questo sì che è un valore universale". Sala ha concluso promettendo che avrebbe chiesto alla Commissione di esaminare la sua proposta. Questa nuova ipotesi è stata accolta con favore dalla famiglia Omodeo. La figlia dell'artista, Serena Omodeo Salè, ha espresso che la famiglia "ha apprezzato" le prese di posizione del sindaco e dell'assessore Sacchi, ed è "apertissima" a ragionare di collocazioni alternative, purché l'opera sia "in uno spazio pubblico, non al chiuso di un museo". La richiesta originaria degli Omodeo era, infatti, di poterla esporre in una piazza, in particolare in quella dedicata a Eleonora Duse.

Parallelamente, la sensibilità sul tema è cresciuta. Un gruppo di "Mamme peer", mamme alla pari che supportano le donne che desiderano allattare, insieme ad alcune artiste, ha organizzato un flash mob proprio in Piazza Eleonora Duse a Porta Venezia, il luogo che avrebbe dovuto ospitare la statua. "La motivazione del “no” è stata più morale che tecnica o stilistica", ha spiegato Monica Scardecchia, una delle promotrici. Durante l'evento, alcune donne hanno allattato i loro bambini in piazza, lanciando un messaggio chiaro: "Veniamo tutti da lì: dal seno, dal ventre. Una mamma che allatta è la maternità da celebrare, un gesto primordiale che non discrimina nessuno", ha affermato Tiziana Anastasio, ostetrica in pensione e consulente professionale in allattamento materno. Era presente anche l'artista Topylabris, con una maschera-gabbia sul volto, simbolo di protesta contro la "censura" dell'arte e del messaggio che essa rappresenta.

Mappatura delle statue femminili a Milano

L'assessore Sacchi, dal canto suo, ha ribadito l'impegno a "mantenere la parità nell’intitolazione degli spazi pubblici" e a "continuare ad allargare la presenza di opere di artiste nella nostra città", un obiettivo che si lega all'esperienza del monumento a Margherita Hack e alla donazione Omodeo Salè. Egli ha espresso di essere "molto più che d’accordo" con l'idea, avanzata dalla figlia dell'artista, di una "call per aumentare nell’arco di cinque, dieci anni la presenza di sculture di artiste a Milano".

Si spera che la proposta del sindaco venga ascoltata e che la statua di una donna che allatta possa finalmente trovare la sua giusta collocazione. Molti sostengono che dovrebbe essere benvenuta dovunque, non solo nei pressi di una clinica ostetrica, se non altro come incoraggiamento a non nascondersi e a considerare l'allattamento una funzione fisiologica preziosissima. La vicenda ha stimolato un dibattito più ampio sull'arte pubblica, sulla qualità degli interventi artistici e sulla reale autorevolezza degli autori, anziché "incartarsi su retoriche e capziose ideologie contemporanee". L'auspicio è che la chiave di lettura da privilegiare, in questa situazione e ogni qualvolta si discuta di destinare un’opera d’arte a uno spazio pubblico, verta innanzitutto sull’autorevolezza del percorso professionale e del contributo al dibattito creativo dell’artista in questione.

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