La Sardegna, terra intrisa di storia millenaria e mistero, custodisce tra le sue pieghe archeologiche un patrimonio di sculture femminili che trascende la mera rappresentazione artistica per abbracciare un universo di significati simbolici profondamente radicati nei culti della fertilità e nella sacralità della vita. Queste figure, spesso di piccole dimensioni, sono testimoni silenziose di credenze e visioni del mondo che hanno plasmato le comunità prenuragiche e nuragiche, offrendo uno sguardo privilegiato sull'archetipo della "Dea Madre" e sulla sua persistente eco nella cultura isolana.
L'Archetipo della "Dea Madre": Origini Universali e Radicamento Sardo
Il simbolo della dea madre rappresenta un archetipo femminile antico e universale, profondamente radicato nelle profondità della storia umana. Questa figura incarna l’essenza stessa dell’eterno femminino, simbolo di fertilità, protezione e vita. Le sue rappresentazioni variano attraverso le culture, ma il comune denominatore rimane il suo ruolo di nutrice e creatrice. Il nostro viaggio ci porterà a scoprire come questo simbolo antico continui a influenzare la società moderna, in particolare attraverso i gioielli che celebrano la sua bellezza e potenza. La comprensione del simbolo della dea madre non solo arricchisce la nostra cultura, ma ci offre anche uno spunto per riflettere sulla continua rilevanza dell’archetipo femminile nella nostra vita quotidiana.
Le origini del culto della grande madre si perdono nella notte dei tempi, con tracce risalenti al Paleolitico. Già allora, gli archeologi hanno scoperto statuine e incisioni che rappresentano figure femminili prosperose, simboli di fertilità e abbondanza. Queste figure, spesso con seni pronunciati e fianchi larghi, incarnavano la vita e la rigenerazione. La grande madre era venerata come la portatrice di vita, il fulcro attorno al quale ruotava l’esistenza umana. Le popolazioni antiche vedevano nella natura un riflesso della dea, osservando il ciclo delle stagioni come un continuo morire e rinascere. La grande madre, in questo contesto, era la forza motrice della natura stessa, venerata per la sua capacità di dare e togliere la vita. Queste prime rappresentazioni erano più che semplici immagini; erano il cuore pulsante delle credenze e dei riti comunitari che univano le tribù primitive. Gli studiosi ipotizzano che queste raffigurazioni fossero utilizzate nei rituali di fertilità e come amuleti protettivi per garantire la prosperità del gruppo. Il simbolo della dea madre rispecchiava la connessione profonda tra l’uomo e la natura, un legame che ha attraversato i millenni e continua a influenzare la nostra percezione del mondo.
La venerazione della dea madre era diffusa tra molteplici culture, dai Sumeri agli Egizi, passando per i Celti e i Greci. Ognuno di questi popoli aveva una propria interpretazione della grande madre, ma tutte condividevano una visione comune: quella di una figura divina madre di tutti gli dei e protettrice dell’umanità. I Sumeri la chiamavano Ninhursag, gli Egizi la identificavano con Iside, mentre i Greci la conoscevano come Gaia o Demetra. Questa straordinaria diffusione testimonia l’importanza del simbolo della dea madre nella storia umana. Le cerimonie in suo onore erano spesso associate al ciclo agricolo, e le festività legate alla fertilità della terra erano momenti chiave nella vita delle comunità agricole. La dea madre era vista come una divinità benevola, ma anche capace di punire coloro che non rispettavano l’equilibrio naturale. La sua venerazione rappresentava un modo per esprimere la gratitudine per il raccolto e per chiedere protezione e abbondanza per il futuro.
In Sardegna, il culto della dea madre ha lasciato tracce evidenti. La Dea Madre sarda è una divinità femminile primordiale, adorata dai popoli prenuragici e nuragici che abitavano l'isola nell'antichità. Questo culto locale riflette l’interazione tra le credenze autoctone e le influenze esterne, creando un sincretismo culturale che è al tempo stesso antico e moderno. La Dea Madre era ritenuta depositaria del segreto della nascita e della morte, nonché entità sovrannaturale in grado di propiziare, oltre alla vita, anche ricchezze, abbondanza e fertilità.
Le Statuine di "Dea Madre": Testimonianze Silenziose della Sardegna Prenuragica
Una delle produzioni più esplicitamente "artistiche" della Sardegna prenuragica è rappresentata dalle statuine di "dea madre". Si tratta di sculture di piccole dimensioni, che oscillano intorno ai 10-15 cm di altezza, ma ve ne sono anche di più piccole e di più grandi, raffiguranti figure femminili. Nell’Isola sono state ritrovate diversi manufatti antichi che rappresentano la Dea Madre. Tra le più celebri e iconiche rappresentazioni di Dea Madre custodite al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari si annoverano la Dea Madre di Turriga, ritrovata vicino a Senorbì, la Venere di Macomer, risalente al Neolitico antico, e la Dea Madre di Cuccuru S’Arriu, rinvenuta in una necropoli in territorio di Cabras.

La denominazione "dea madre" attribuita a tali sculture deriva dal contesto di rinvenimento, sempre di ambito funerario, che ha spinto gli studiosi ad ipotizzare che tali immagini possano essere una rappresentazione sacra dello spazio fisico e simbolico in cui il defunto viene deposto: la "Terra", concepita come "generatrice" della vita e quindi come "madre", nel cui "grembo" (la tomba ipogeica) il defunto torna ad essere accolto. Si tratta, comunque, come è opportuno precisare, di ipotesi interpretative. È interessante notare come la maggior parte degli idoletti raccolti da generici siti insediativi siano reperti privi di contesto stratigrafico e quindi di preciso significato culturale, e per questo motivo non è da escludere una loro destinazione funeraria nel senso che potrebbero appartenere a tombe poste ai margini dell’abitato. Da questi dati emerge che queste figurine della Sardegna preistorica sono in netta prevalenza femminili (94,7%) e che sono in gran parte di sicura destinazione funeraria o comunque legata alla sfera del sacro.
Il nostro approfondimento inizia con i dati presentati nel libro del noto archeologo, “Arte e religione nella Sardegna Prenuragica“, dove vengono analizzate 133 statuine, di varia tipologia, materia (pietra, osso, argilla) e cronologia: di queste, ben 126 (pari al 94,7%) sono femminili, mentre soltanto 5 (il 5,3%) sembrano essere maschili. Questa schiacciante prevalenza femminile sottolinea ulteriormente l'importanza attribuita alla figura della donna nel panorama simbolico antico.
Lo stile della rappresentazione varia a seconda della fase cronologica e culturale. La più antica di tali figure è la cosiddetta "Venere di Macomer", la cui datazione, non certa, sembra inquadrabile nel Neolitico antico, caratterizzata da uno stile "naturalistico". Questo stile si ritrova anche, e ancor più, nelle statuine "steatopigie" rinvenute in necropoli pertinenti alla Cultura di Bonu Ighinu. Il percorso stilistico prosegue poi con le statuine in stile "cruciforme", pertinenti alla Cultura di Ozieri, e si giunge infine alle figure "traforate" dell'Eneolitico. Queste diverse espressioni artistiche riflettono una continuità tematica ma anche un'evoluzione nelle modalità rappresentative della figura femminile attraverso i millenni.
Il Profondo Legame con la Fertilità e la Vita: La Dea Madre come Generatrice
La Grande Madre rappresenta una divinità primordiale, genitrice e nutrice, la sola a detenere il segreto della vita e l’unica con il potere di trasmetterla, a sua discrezione, agli altri esseri umani, agli animali, alla terra, alle piante. In un'epoca in cui i misteri della procreazione erano meno compresi, si osservava che solo la donna partoriva e generava apparentemente dal nulla, per partenogenesi, mentre il maschio, che non poteva provare in modo palese il proprio ruolo nel concepimento, pareva sterile ed era escluso da questo universo divino. Solo la donna poteva nutrire questa nuova vita con il latte del suo seno, assumendo poi nuovamente forme di fanciulla in una continua trasformazione di sé. Questa percezione contribuiva a elevare il ruolo femminile a simbolo supremo di creazione e sostentamento.
Il simbolo della dea madre è spesso rappresentato da figure femminili stilizzate, che esaltano le forme generose legate alla fertilità e alla maternità. Tra le rappresentazioni più comuni troviamo la figura della donna incinta, con seni prosperosi e fianchi pronunciati, simbolo di abbondanza e protezione. Questo simbolo è stato rinvenuto in molte culture, dalla Mesopotamia all’Europa, e ha assunto diverse forme a seconda delle tradizioni locali.
Un aspetto significativo delle raffigurazioni femminili antiche risiede anche nella continuità dei linguaggi figurativi adottati. L’analisi dei canoni simbolici di un linguaggio figurativo così antico rivela elementi segnici di forte richiamo simbolico che perdurano nel tempo. Un esempio è la posizione delle raffigurazioni, con le braccia sul grembo o le braccia sui fianchi, come le statue a traforo del Neolitico finale e del Calcolitico, che ricalcano una gestualità forte e familiare a tutte le donne, un gesto quasi biologico. Questa postura si ritrova schematicamente anche nei grandi vasi con le doppie anse. Il vaso, infatti, secondo uno studio etno-antropologico, riconduce al corpo di donne: un contenitore, come un ventre gravido, che rafforza il legame simbolico tra la donna, la fertilità e la capacità di contenere e generare vita.

Sessualità Sacra nella Sardegna Antica: Oltre la Figura Femminile
Hai mai pensato che nella Sardegna antica la sessualità fosse un elemento sacro e centrale nella vita quotidiana e spirituale? La civiltà nuragica, fiorita tra il 1800 e il 900 a.C., ha lasciato un’eredità archeologica straordinaria, fatta di imponenti nuraghi, tombe dei giganti, pozzi sacri e bronzetti votivi. In questo contesto, elementi itifallici e simbolismi legati alla vulva indicano che la sessualità non era un tabù per i Nuragici, ma un elemento sacro e vitale. Il fallo rappresentava la forza vitale, la potenza e la protezione, mentre la vulva e la Dea Madre erano simboli della nascita, della rigenerazione e della continuità della vita. Le cerimonie legate all’acqua, alla pietra e al cielo riflettevano un profondo rispetto per i cicli naturali.
Il termine "itifallico" deriva dal greco ithýs (dritto) e phallos (pene) e indica la rappresentazione di figure maschili con il membro eretto, simbolo comune in molte civiltà arcaiche associato a fertilità, forza e potenza divina. Uno degli esempi più noti è il Suonatore di Flauto Itifallico di Ittiri, una figura affascinante che suscita grande curiosità. Rappresenta un uomo con un fallo prominente mentre suona uno strumento simile alle Launeddas. Un altro simbolo importante è rappresentato dai Menhir o "pietre fitte", monoliti eretti in diversi punti della Sardegna. Alcuni di questi, come quelli nelle Tombe dei Giganti, hanno forme antropomorfe con rilievi che richiamano il fallo.

Se il fallo rappresentava la forza generatrice maschile, la vulva era il simbolo per eccellenza della femminilità sacra. Nella civiltà nuragica, il Culto della Dea Madre era molto diffuso e profondamente radicato. L’acqua era considerata sacra e rigenerante, strettamente legata alla fertilità. I Pozzi Sacri e le Fonti Sacre nuragiche probabilmente venivano usate in riti di purificazione e fecondità. Il Complesso Nuragico Di Santa Cristina A Paulilatino, perfettamente ingegnerizzato e orientato astronomicamente, rappresenta l’acqua come l’utero della terra, un potente richiamo alla capacità generativa e rigenerativa della natura e del femminile. La civiltà nuragica ci ha lasciato una straordinaria eredità di simboli legati alla fertilità e alla sessualità sacra che vive ancora. Come sostiene un anonimo, "Nel ventre della terra e nella pietra eretta, i Nuragici vedevano il sacro. Il sesso non era peccato, ma il linguaggio stesso della vita."
Accanto a queste statuine e ai simboli fallici, segni di una energia primordiale che regola l’alterna vicenda della vita e della morte, certamente legati ad elementi di pura irrazionalità magica e di superstizione, nel senso di una risposta immediata all’insorgere di un evento negativo, sono da considerare gli amuleti fallici per allontanare il malocchio - proprio come nel nostro tempo! - così come quegli oggetti che avevano in sé, nella forma, nel colore o nella materia, virtù di magia difensiva. Questi reperti sottolineano una complessa rete di credenze e pratiche volte a garantire la prosperità e la protezione della comunità attraverso il ricorso a simboli potentemente legati alle forze della natura e della riproduzione.
L'Evoluzione del Ruolo Femminile: Dal Paleolitico all'Età dei Metalli
Le figure femminili, sia pure non sempre esplicitamente divine, offrono una profonda lettura della condizione della donna nelle società antiche. Sulla base dei dati scientifico-archeologici, le strutture sociali in epoche così lontane da noi, come nelle fasi pre-neolitiche, in cui esistevano società antropiche semplici basate su un'economia di consumi immediati, come la raccolta e la caccia, mostrano che la figura femminile aveva un ruolo di grande rilevanza. A lei tutto era dovuto, lei era la sola ad avere capacità riproduttive e a garantire la discendenza, non solo tra gli uomini, ma anche per il mondo animale e per quello vegetale. Era un ciclo di nascita, vita e morte al femminile. In queste comunità antropiche è probabile si pensasse che gli elementi femminili gestissero appieno gli eventi naturali. Per tale motivo si riconosceva la sacralità del femminile. Questo non escludeva azioni di violenza o di aggressività tra i membri di una comunità, ma non per motivi di genere, almeno così si pensa.
Tuttavia, i processi di disparità e di subalternità forse iniziano nelle fasi di mutamento sociale che i dati storico-archeologici indicano nella fase di passaggio dal Paleolitico all'inizio del Neolitico con l'avvento dell'agricoltura, per poi esplodere nell’età dei metalli. In questi periodi, le strutture sociali si modificano in società più strutturate, dove iniziano i controlli del territorio per proteggere le risorse del sottosuolo. È l'uomo che si occupa del lavoro della terra, togliendo autonomia gestionale ed economica alla donna. Forse iniziano in questo momento a costituirsi gruppi di guerrieri, lotte tra clan e per natura, si sa, il maschio è più forte della donna, lo vediamo tra tutti gli animali. La forza porta a proteggere, ma a volte la forza porta ad uccidere senza pietà, per un senso di possesso, per un desiderio di vendetta, per trarre un beneficio individuale. Sebbene la religione della Grande Madre sia strettamente legata alle comunità agricole, essa sarà sostituita nel tempo da figure maschili che meglio rappresentavano la funzione maschile in mutate strutture socio-economiche. Forse non è corretto dire che la rappresentazione femminile connessa alla fertilità, alla generatività e all'abbondanza iniziò a perdere valore: il valore rimase immutato e lo è ancora oggi, almeno presso i popoli occidentali. È probabile che sia emerso il potere maschile, rappresentato simbolicamente, affiancando o sovrastando quello femminile.
"Donna o Dea": Un Enigma Archeologico in Mostra
Un'esposizione di notevole rilievo, "Donna o Dea. Le raffigurazioni femminili nella Preistoria e Protostoria sarda", allestita a Cagliari presso il Museo Archeologico Nazionale, riunisce per la prima volta la più ricca collezione di manufatti della preistoria isolana a confronto con alcuni tra i più antichi e famosi reperti peninsulari. L'antropologa culturale Silvia Fanni, ideatrice e curatrice della mostra insieme alle archeologhe Laura Soro e Marcella Sirigu e a Consuelo Congia, con il supporto e la validazione scientifica di Carlo Lugliè, docente di Preistoria all'Università di Cagliari, ha spiegato la genesi di questo progetto. L'idea è nata con l'obiettivo di mettere in risalto alcune raffigurazioni femminili presenti dalle fasi preistoriche fino alla protostoria sarda, cercando di interpretare le idee di uomini e donne vissuti tanto tempo fa, al fine di avere una visione antropologica di cosa e chi rappresentavano queste numerose immagini che accomunano non solo le varie facies culturali del bacino del Mediterraneo, ma di tutta l’Europa. È un progetto ideato interamente da uno staff femminile con il valido supporto del prof. Carlo Lugliè.
Il titolo stesso della mostra, "Donna o Dea", è enigmatico e, come affermano le curatrici, un enigma rimarrà. Questa scelta riflette una cautela scientifica nel definire con certezza la natura divina di queste statuette. Non si è voluto mettere in evidenza il concetto di Dea Madre o di Grande Dea, perché le statue sono per loro raffigurazioni, rappresentazioni di persone o di idee. Chi fossero queste persone e cosa rappresentassero non è possibile dirlo con certezza. La divinizzazione di un essere vivente avviene attraverso una serie di processi culturali, spirituali, intimi che noi non possiamo oggi definire; non possiamo penetrare nell’intimo di persone che non abbiamo mai conosciuto. Non ci si sente di dare una connotazione precisa di un culto ignoto, tuttavia l’idea che si può esprimere è quella di immedesimarsi in quelle donne e in quegli uomini, persone che si ritiene avessero una grande attenzione e un rispetto per il naturale, per gli eventi ciclici della vita, per cui la vita era sacra e pertanto rispettata e sacralizzata. È verosimile che esistesse un culto dedicato alla donna in qualità di madre genitrice e alla terra, ai suoi frutti, sia del regno animale che vegetale.
Le statuette della Dea Madre. Video lezione per la scuola Primaria in arabo
Il percorso espositivo è studiato per coinvolgere i visitatori in un "viaggio narrativo" che eviti la sovrabbondanza di interpretazioni soggettive, lasciando che i manufatti stessi dialoghino direttamente con il pubblico. È un percorso emozionale che offre ai visitatori una suggestione intima e individuale. I temi affrontati sono cinque. Il primo esplora le origini delle raffigurazioni femminili nel Paleolitico, per poi passare alle raffigurazioni delle prime comunità agricole con le statue steatopigie e le loro evoluzioni stilistiche: dalle volumetrie classiche alle stilizzazioni geometriche. Un altro tema è quello delle raffigurazioni femminili nel mondo dei morti, statue che accompagnano i defunti nel viaggio ultraterreno. Attraverso l’analisi dei contesti funerari si apre il tema della parità di genere nei riti di seppellimento, nell’alimentazione e nella cura medico-religiosa, come ad esempio i casi studiati e attestati dalla ricerca in merito alle trapanazioni craniche.
Successivamente, si affronta il tema delle attività attestate nella sfera femminile, che dal Neolitico giungono fino a noi, intitolato "la fatica delle donne". Questo include la tessitura, che diventa anche il leitmotiv della mostra attraverso il telaio di Maria Lai, opera di alto contenuto simbolico della nota artista contemporanea, "La Terra" (1968), che rappresenta l'elemento di raccordo tra passato e presente. Viene esplorata anche la produzione ceramica, intesa come attività per soddisfare le esigenze alimentari della comunità, in modo particolare per proseguire e garantire la sopravvivenza dei piccoli dopo lo svezzamento. Si sottolinea l'accudimento della prole e della comunità per mano delle donne. Un altro tema che introduce la parità di genere nelle epoche lontane è l’ornamentazione e l’apparire. Il percorso si conclude con le raffigurazioni femminili della fase protostorica, con le statue di bronzo di donne nuragiche che evidenziano un chiaro mutamento sociale e dove forse il ruolo della donna si avviava verso un cliché vicino alla nostra contemporaneità. Si osservano ruoli regali sì, ma sempre affiancati a figure maschili egemoni, guerrieri e capi tribù. La chiusura della mostra è dedicata alla demoetnoantropologia, che vede ancora oggi attività del mondo femminile concettualmente non distanti dalle fasi preistoriche e protostoriche.
L'emozionante viaggio nel tempo è aperto da una scultura non sarda: la Venere di Savignano. Questa statua, giunta a Cagliari direttamente dal Museo delle Civiltà - Museo preistorico etnografico "Luigi Pigorini" di Roma, risale al Paleolitico e fu rinvenuta nel 1925. La sua inclusione si giustifica perché questo capolavoro, datato circa 30.000 anni fa (Paleolitico Superiore - Gravettiano), ha permesso di introdurre il viaggio espositivo. È una delle più belle statue e rappresentazioni femminili di un passato molto lontano, rinvenuta nel territorio italiano. Le forme di questa statua sono davvero confortanti e rimandano a una chiara enfasi del femminile e del materno. La cassa che custodiva la Venere di Savignano e la Veneretta di Bracciano - un’altra splendida statuina rinvenuta in un contesto subacqueo nel lago di Bracciano ed attribuibile a una fase neolitica, anche se l’iconografia della statua rimanda a fasi epipaleolitiche - è stata aperta in occasione della conferenza stampa, un fatto un po’ insolito, ma dettato dal desiderio di osservarle da vicino. Questi manufatti, così piccoli ma con un forte potere emozionale, riescono a far commuovere, perché si può cogliere in essi una tecnica esecutiva e un progetto ideologico e concettuale che è assolutamente contemporaneo e denota un’avanzata tecnologia che traduce le idee in azioni. Forse, ancora si provano emozioni nel guardare ed ammirare questi manufatti perché siamo, nonostante l’apparenza, ancora legati a quel mondo ancestrale che inevitabilmente ci appartiene, o forse noi apparteniamo a quel mondo. Questi reperti senza tempo trasmettono l'idea che siamo tutti legati da un filo, come le trame dei tessuti, un'idea di appartenenza e di discendenza, intrecci culturali che varcano i confini del tempo e dello spazio geografico.
L'Eredità della Dea Madre nella Cultura e nell'Arte Orafa Contemporanea
Nel corso dei secoli, la figura della dea madre si è evoluta, adattandosi alle diverse religioni e mitologie. Durante l’epoca romana, il culto della dea madre si fuse con quello di Cibele, una divinità orientale portata a Roma che simboleggiava la natura selvaggia e la fertilità. Questo sincretismo religioso dimostra quanto il simbolo della dea madre fosse potente e radicato nell’immaginario collettivo. Anche nel cristianesimo, sebbene in forma diversa, si possono intravedere echi di questo culto, in particolare nella venerazione di figure materne come la Vergine Maria. Il culto della dea madre ha attraversato i secoli, influenzando l’arte, la letteratura e la spiritualità. La sua rappresentazione nei gioielli è un esempio di come le tradizioni antiche possano essere reinterpretate e mantenute vive nel tempo.
In Sardegna, il culto della dea madre ha lasciato tracce evidenti, con rappresentazioni che si ritrovano nei gioielli tradizionali, simboli di una tradizione che continua a vivere attraverso l’arte orafa. Nella società contemporanea, il simbolo della dea madre ha assunto nuove interpretazioni, riflettendo le trasformazioni sociali e culturali. Oggi, rappresenta non solo la fertilità e la maternità, ma anche l’emancipazione e la forza delle donne. Artisti e designer di gioielli reinterpretano il simbolo della dea madre, creando opere che esprimono la potenza e la resilienza femminile. Il culto della dea madre è strettamente legato al concetto dell’eterno femminino, un archetipo che attraversa tutte le culture e che rappresenta l’essenza della femminilità eterna. Questo culto ha celebrato per millenni la forza creatrice e rigeneratrice della donna, facendone il simbolo della vita stessa. La dea madre è vista come la madre originaria, colei che genera e nutre il mondo, unificando in sé tutte le forze della natura.

I gioielli ispirati alla dea madre non sono solo un omaggio alla bellezza e alla forza femminile, ma rappresentano anche un legame tangibile con un passato ricco di significato e storia. In Sardegna, la dea madre è spesso raffigurata sotto forma di amuleti e gioielli, che ne esaltano il potere protettivo e benevolo. Questi ornamenti non sono solo accessori di bellezza, ma veri e propri talismani che portano con sé il significato profondo della protezione materna, esattamente come gli anelli sardi ispirati alla tradizione (si pensi alle celebri fedi sarde) o gli orecchini in filigrana d’argento. Il ciondolo della dea madre è uno dei gioielli più iconici e significativi, un simbolo di protezione e di connessione con le forze della natura. Questo gioiello, spesso realizzato in materiali preziosi come l’oro e l’argento, è un talismano che racchiude in sé il potere e la benevolenza della dea madre. Indossare un ciondolo della dea madre significa portare con sé un simbolo di forza e di protezione, una dichiarazione di appartenenza a una tradizione antica che celebra la vita e la fertilità. Nei gioielli sardi, il ciondolo della dea madre è spesso decorato con motivi che richiamano la natura, come fiori e foglie, esaltando il legame tra l’uomo e il mondo naturale. Questo gioiello non è solo un accessorio di bellezza, ma un simbolo potente che racconta storie di amore, di vita e di protezione. Attraverso il ciondolo della dea madre, i gioiellieri sardi riescono a catturare l’essenza di questo archetipo, creando opere che sono al tempo stesso moderne e tradizionali, capaci di affascinare e di ispirare.
Le statuette della Dea Madre. Video lezione per la scuola Primaria in arabo
Una curiosità storica e culturale: la Dea Madre è da molti identificata con Tanit, la divinità fenicia e cartaginese, corrispondente alla dea greca Hera e alla dea latina Diana o Venere. Tanit era una delle consorti di Baal Hammon ed era venerata come dea protettrice della città e dea della fertilità, godendo di speciali favori e venerazione da parte dei cittadini di Cartagine e del suo impero e dagli indigeni libici. Tra i suoi simboli c’erano il melograno, la colomba e la palma, elementi che richiamano la fertilità e la natura in molte culture del Mediterraneo antico. Questa potenziale identificazione rafforza l'idea di una rete culturale e simbolica ampia, in cui la Sardegna ha giocato un ruolo significativo.