Ettore Castiglioni: L'intellettuale della montagna tra alpinismo, Resistenza e memoria

Il legame profondo tra la montagna, l’impegno civile e la libertà attraversa la biografia di Ettore Castiglioni, una figura la cui eredità è stata custodita, studiata e consegnata alla posterità anche grazie all'opera paziente del nipote, il giornalista e fondatore dell'Archivio Diaristico Nazionale, Saverio Tutino. La vita di Castiglioni, nato nell'agosto del 1908, si dipana come un'ascesa verso un assoluto che trascende il puro gesto sportivo, trasformandosi in una ricerca etica che culminerà nel sacrificio estremo durante le drammatiche giornate della Liberazione.

Ritratto fotografico di Ettore Castiglioni in ambiente alpino

Le origini e l'istinto per la roccia

Castiglioni nacque in Trentino, al Passo della Mendola, da una ricca famiglia milanese. L’ombra dei rilievi lo accompagnerà per tutta la vita. Le montagne non dovettero sforzarsi molto per sedurlo; ancora giovane, crebbe in lui il desiderio di assaporare l’epidermide fragile e rugosa delle Alpi. Aveva un formidabile intuito nel rintracciare il percorso più raffinato tra le pareti più scabrose. Un notevole fiuto lo dimostrò anche nella scelta dei compagni di cordata. Si legò ad esempio al grande Bruno Detassis, con cui salì, nel 1934, lo spigolo sud-est del Sass Maòr; oppure a Vitale Bramani, sulla nord-ovest del Pizzo Badile. In seguito a quell’ascesa Bramani depositò il brevetto di quello che sarebbe poi diventato il famoso marchio di suole “Vibram”.

Castiglioni non fu solo un atleta, ma un "intellettuale della montagna". Laureato in giurisprudenza, scelse di non esercitare la professione forense, dedicandosi invece alla redazione di guide escursionistiche per il Touring Club Italiano. Un incarico che gli permetteva di stare in montagna tutto il tempo che voleva. A metà degli anni Trenta raggiunse l’apice della carriera alpinistica: tra le Dolomiti del Brenta e la Marmolada firmò vie storiche di sesto grado, allora il limite insuperato. Tuttavia, la sua visione dell'alpinismo rifiutava la retorica dell'eroe fascista; quando ricevette una medaglia per meriti sportivi, si indignò profondamente e smise di pubblicare le relazioni delle proprie scalate per non dover stringere la mano ai gerarchi del regime.

La svolta interiore: "Il giorno delle Mésules"

Il momento di rottura definitiva con il mondo dell'apparenza avvenne il 18 marzo 1936, sull'altipiano delle Mésules. Cadendo sugli sci, Castiglioni si ruppe una gamba e restò solo, bloccato nella neve per ore, in attesa dei soccorsi. In quell'attesa solitaria ebbe un'esperienza di pace e armonia con la montagna che avrebbe ricordato per sempre. Come raccontano i suoi diari - pubblicati decenni dopo dal nipote Saverio Tutino - dopo quel giorno non gli sembrò più importante collezionare cime. Al suo sguardo, tutto proteso verso l'alto e l'assoluto, non sfuggivano i cambiamenti drammatici del presente.

Mappa schematica dei percorsi alpinistici nelle Dolomiti del Brenta

Dalla cordata alla Resistenza

L’anima aperta e libera di Castiglioni non poteva conciliarsi con l’impostazione severa del regime fascista. Nel 1943, richiamato alle armi come istruttore alla scuola militare di alpinismo di Aosta, scrisse nel suo diario: “Abituato, anzi viziato, alla più illimitata libertà e indipendenza di me stesso, come potrò ritornare in un gregge di pecore e lasciarmi guidare passivamente da uno stupido pastore?”.

Dopo l’8 settembre, nel caos generale, da ufficiale dell’esercito italiano non ebbe dubbi sul da farsi: prese con sé una decina di alpini e salì all'alpeggio del Berio, sopra al paese di Ollomont. L'ultimo luogo felice di Ettore Castiglioni è un alpeggio diroccato, tre ruderi di baite ormai sul punto di crollare. Lì, Castiglioni divenne un passeur, un contrabbandiere di fontine per finanziare la banda e una guida per ebrei e antifascisti in fuga. Tra le persone salvate spicca il nome del futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Era uno che per tutta la vita aveva cercato il proprio posto nel mondo e finì per trovarlo lì, nel tempo delle scelte, tra tre baite e un pugno di uomini.

Il mistero di Maloja e il sacrificio finale

Nel 1944, la sua vita si incrociò nuovamente con la Svizzera. Arrestato, fu rinchiuso in una stanza d’albergo a Maloja. La sua fuga è leggendaria: alle 5 del mattino del 12 marzo, si calò dall’ultimo piano dell’Hotel Longhin utilizzando lenzuola annodate, con i piedi avvolti in strisce di stoffa e ramponi ai piedi. Raggiunse il ghiacciaio del Forno, ma sfinito dal freddo e dalla fatica, una volta superato il confine italiano, si sedette e morì congelato. La neve ne coprì il corpo, trasformando la sua morte in un simbolo di resistenza silenziosa.

Le circostanze di quell'ultimo viaggio rimasero a lungo avvolte nel dubbio. Molti storici e biografi si sono chiesti se fosse una missione per conto del Comitato di Liberazione Nazionale o un tentativo disperato di soccorrere il nipote Saverio Tutino, che si trovava rifugiato in Svizzera. La verità, come spesso accade con gli spiriti inquieti, risiede in quel desiderio indomabile di libertà che lo portò a camminare finché le forze non l'abbandonarono.

Storie Verticali - Ettore Castiglioni, alpinismo e libertà

Saverio Tutino: Custode della memoria

Il nipote Saverio Tutino ha svolto un ruolo cruciale nel preservare il lascito di Ettore. Nato nel 1923, Saverio ha percorso una strada che ha intrecciato la lotta partigiana con un’intensa carriera giornalistica, da l’Unità a la Repubblica. La sua opera di trascrizione e pubblicazione dei diari di Ettore Castiglioni ha permesso di far conoscere al pubblico non solo l'alpinista, ma l'uomo che, dietro le guide tecniche di arrampicata, nascondeva un animo tormentato, sensibile all'arte e alla giustizia sociale.

La fondazione dell’Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano da parte di Tutino risponde alla stessa urgenza che spinse Castiglioni a scrivere: il bisogno di dare voce alla soggettività, di consolidare l’identità individuale contro l'anonimato della storia collettiva. Come scrisse lo stesso Tutino: “Niente mi è sembrato più vicino a quanto avevo fatto in tutta la mia vita, che andare verso la vita degli altri non più per offrire futuri paradisi collettivi, ma per consolidare l’identità individuale presente”.

Attraverso i diari e le testimonianze raccolte, la figura di Ettore Castiglioni è stata sottratta all'oblio. Dalle pareti del Pizzo Badile, conquistate con le suole Vibram appena inventate, fino al solitario sacrificio sulle nevi del passo del Forno, Castiglioni rimane il prototipo dell’intellettuale che ha saputo tradurre la purezza della montagna in un atto d'amore e di dedizione verso l'umanità, rifiutando ogni compromesso che potesse inquinare la propria dignità. Il suo nome vive oggi non solo in un bivacco o in una via alpinistica, ma nella consapevolezza che, anche nei momenti di buio più fitto, esiste sempre una direzione in cui mantenere lo sguardo: quella della libertà.

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