La figura di Sebastiano Satta, poeta nuorese scomparso nel 1914, rappresenta uno dei pilastri fondamentali della letteratura sarda del primo Novecento. La recente riscoperta di volumi e manoscritti inediti, tra cui i preziosi Canti della Culla, apre squarci di luce su un’esistenza segnata da un profondo legame con la propria terra e da una sofferenza privata che si è fatta universale. Questi componimenti, recuperati prodigiosamente dalla bara della piccola Raimonda dopo diciassette anni di oblio, non costituiscono solo una testimonianza letteraria, ma rappresentano un vero e proprio dono alla città di Nuoro e alla Sardegna intera.

La genesi dei Canti della Culla: il dolore come silenzio
Il recupero dei Canti della Culla è indissociabile dal dramma personale di Satta. Dopo la morte della piccola Biblina, avvenuta quando la bambina aveva pochi mesi di vita, il poeta, sconvolto dal lutto, condannò la sua opera all’oblio. Il 18 luglio 1907, nel “giorno del gran pianto”, Satta rinnegò la sua creazione artistica, evento che coincise con la sventura della paralisi, la quale lo avrebbe costretto a un isolamento forzato nella sua Nuoro, trasformandolo in un uomo vivo per miracolo ma ormai privato della voce poetica.
Il manoscritto giunto fino a noi, curato con dedizione dal prof. Salvatore Cucca e dagli studiosi Annico Pau e Alessandro Esposito Pinna, appare come una stratificazione di memorie. Si tratta di 103 diapositive datate tra il 1900 e il 1911, un quaderno incompleto fatto di manoscritti, ritagli, firme autografe e appunti sparsi. Questa matassa documentale, che riflette il mondo di un tribunale di Nuoro ormai perduto, è arricchita da bozzetti che forse raffigurano i volti di militari o testimoni, restituendo l'atmosfera di un’epoca dove la letteratura si fondeva con la vita quotidiana, fatta di miseria, lotte sociali e una irrequieta "aristocratica bohème".
L’identità stratificata del manoscritto
Il tema dell’autenticità di queste piccole opere è centrale per i curatori. Il manoscritto conserva la traccia di diverse mani: quella sinistra di un Sebastiano Satta già malato, con le lettere deformate, quella dei suoi amici o della moglie Clorinda Pattusi, e quella inconfondibile del poeta Francesco Cucca. Quest'ultimo, nato a Nuoro nel 1882 e vissuto tra esperienze di minatore e imprenditore in Nord Africa, rimane una figura chiave per comprendere il contesto di Satta.
Cucca, pur osservando mondi lontani come quello berbero, portava nel cuore la Nuoro di Satta, cercando di preservarne l'eredità. La “relazione tecnica motivata” di Dino Manca ha confermato come la collaborazione tra questi intellettuali non fosse solo un atto di amicizia, ma un processo filologico di salvaguardia della parola. Come osserva acutamente Brigaglia, Cucca rappresentava una paesanità profonda, ben diversa da quella di molti intellettuali nuoresi del tempo, un ponte vivente tra l'esperienza del dolore e la necessità di tramandare il verbo poetico.
La formazione bohémien e l’impegno politico
Per comprendere la profondità dei versi di Satta, è necessario guardare alla sua formazione sassarese. Il fascicolo conservato nell’archivio storico dell’Università di Sassari rivela un curriculum irregolare ma vibrante di vita culturale. Satta, nato nel quartiere di Sa Purissima, si legò precocemente agli ambienti progressisti e socialisti, ricalcando, quasi per una singolare coincidenza, la carriera di Antonio Catta, il fondatore del socialismo in Sardegna.
Il giovane Satta preferiva le bettole popolari - i cosiddetti "milesi" - ai caffè eleganti della borghesia. Il suo stile di vita, caratterizzato dal cappello a larghe falde e dalla cravatta a fiocco, lo rendeva un bohémien impegnato, capace di scrivere versi beffardi sul giornale studentesco Il Burchiello e di difendere con veemenza l'Università di Sassari dalle minacce di chiusura. La sua opera letteraria, intrisa di richiami classici che spaziano dall'Odissea omerica alla leggenda della sorgente Ippocrene sul Monte Elicona, dimostra una cultura che, pur nascendo in Barbagia, si apriva a orizzonti nazionali e internazionali, in linea con l'ideale mazziniano e marxista condiviso con figure come Felice Cavallotti.
La ninna nanna: tra rito ancestrale e speranza
La ninna nanna, forma poetica a cui Satta si avvicinò con sensibilità particolare nei suoi Canti, è storicamente un componimento breve, spesso privo di nessi logici stringenti, ma dotato di un ritmo ripetitivo che accompagna il movimento fisico della culla. Se in origine, presso le popolazioni primitive, la ninna nanna si confondeva con carmi destinati ad allontanare gli spiriti maligni o ad alleviare il dolore fisico, nelle famiglie povere essa assumeva una funzione sociale ben precisa.
Il contenuto era quasi sempre un augurio insistente della madre per un destino migliore del proprio figlio, una speranza contro la miseria materiale. Il ritmo dolce e prolungato serviva a calmare il bimbo finché gli occhi si chiudevano. Nelle case più umili, questo momento avveniva spesso nella "naca", una culla sospesa al soffitto tramite corde fissate alle pareti. La "naca a volu" o "naca a vientu" permetteva alla madre, intenta nelle fatiche domestiche, di cullare il piccolo semplicemente tirando una cordicella, un gesto meccanico che nascondeva un legame affettivo indissolubile tra la madre e il figlio, tema caro alla sensibilità di Satta.

Il senso della ribellione nella Barbagia di Satta
Satta non è stato solo un poeta del dolore privato; è stato un interprete della tragedia sarda, capace di leggere la ribellione dei banditi come una risposta barbara, ma umana, a un ordine sociale ingiusto. Egli vedeva negli uomini che si davano alla macchia dei soggetti simili ad animali randagi, spinti non da indole malvagia, ma da una profonda indignazione contro condizioni inaccettabili.
Questo sguardo solidale verso gli ultimi, i pastori, i minatori e le vittime delle ingiustizie sociali, si intreccia con il suo disprezzo per la retorica del potere e la superstizione religiosa. Il rifiuto del "grottesco monumento" che la Chiesa locale aveva innalzato sul Monte Ortobene riflette la sua visione laica e profondamente umana. Il poeta nuorese sosteneva che i sardi non dovessero più prestare il fianco come piedistallo per "redentori e martiri", rivendicando invece la dignità di un popolo che sa trarre melodia, come l'Ippocrene dalle rocce, anche dalle ferite più profonde della propria storia.
L'eredità di Sebastiano Satta, oggi ancor più nitida grazie a questo ritrovamento, ci lascia con l'immagine di un uomo che, pur condannato al silenzio dalla sofferenza, ha saputo trasformare il proprio grido in un lascito eterno, un mosaico di memorie, di bozzetti e di versi che ancora oggi continuano a interrogare la coscienza della Sardegna.