Santuari per la Fertilità in Sicilia: Dalle Dee Arcaiche ai Luoghi di Culto in Quota

La Sicilia, isola di straordinaria bellezza e storia millenaria, custodisce un patrimonio inestimabile di luoghi sacri e culti dedicati alla fertilità, che affondano le proprie radici nella preistoria e si sono evoluti attraverso le epoche, plasmando la spiritualità locale. Già nella preistoria, i simboli legati alla fecondità della terra tracciano i punti di una mappa siciliana riccamente popolata da luoghi sacri e figure, soprattutto femminili, alle quali si dedicavano preghiere e riti propiziatori. Questo legame profondo con il ciclo della vita, della nascita e del rinnovamento è un filo conduttore che attraversa tutta la storia dell'isola, manifestandosi in diverse forme e credenze, dai pantheon delle divinità pagane ai santuari cristiani d'altura.

Mappa dei principali luoghi di culto della fertilità in Sicilia

Le Radici Antiche della Devozione: Culti di Fertilità nella Sicilia Preistorica e Classica

La presenza di divinità femminili legate alla fertilità è una costante nel paesaggio religioso siciliano fin dalle epoche più remote. Le dee legate alla Sicilia e ripetutamente ricorrenti sono tre: Atena, che come luogo d’elezione aveva scelto Himera, Artemide che amava Siracusa e Kore ad Enna. Quest'ultima, in particolare, detiene sempre il primato e la continuità della presenza, antecedente anche rispetto alle altre due dee, con i riti di fertilità per la terra e per gli uomini. Questa preminenza di Kore sottolinea un legame indissolubile tra la terra siciliana e il ciclo della vita che essa alimenta.

Demetra ed Hera, invece, erano di stanza a Gela, colonia rodio-cretese in cui, fin dall’età arcaica, è attestata la venerazione per queste due dee. Il culto di Demetra era praticato anche sull’acropoli, principale area sacra delle città, e non solo nei numerosi santuari extraurbani. Un esempio significativo di questa continuità religiosa si riscontra nel santuario di Bitalemi, dove il culto pagano è stato sostituito da quello cristiano, nella chiesetta dedicata alla Madonna di Betlemme, dimostrando una stratificazione di significati spirituali sullo stesso sito.

Anche la Matrice di Gela rappresenta un altro caso di continuità religiosa «al femminile». Qui, svelando parte del basamento di un tempio dedicato ad Hera realizzato tra il VI e il IV secolo avanti Cristo, si può osservare come, in età medievale, a tale struttura si sovrappose la chiesa di Santa Maria della Plateia, a sua volta inglobata tra il Settecento e l’Ottocento, nella chiesa di Maria Santissima Assunta in Cielo, odierna chiesa Madre. Questi esempi evidenziano come la sacralità dei luoghi fosse spesso perpetuata, pur mutando la divinità o il rito oggetto di venerazione.

Rappresentazione di Demetra o Kore

Nonostante le numerose testimonianze mitiche e storiche di culti femminili, è interessante notare un dibattito sulla natura predominante della società siciliana arcaica. Sugli studi e le opinioni fornite da illustri sociologi e antropologi, circa la visione del mondo che ha interessato alcune civiltà arcaiche, denominata con l’alto sonante appellativo di matriarcato, si fa riferimento all'autorevole affermazione dello studioso svizzero J. J. Bachofen (Das Mutterrecht, Stoccarda 1861). Tuttavia, riteniamo che possa considerarsi patriarcale il culto largamente diffuso nell’isola di Sicilia e minoritario il culto tributato alle divinità femminili, se teniamo in conto il fatto che l’isola derivava il proprio nome dall’Avo Adrano, tanto da essere appellata in suo onore come afferma lo storico greco Tucidide, Sicania, ovvero la terra dell’Avo. Ma nello stesso tempo non si può negare che, come sopra affermato, in Sicilia si celebrassero riti di natura agricola propiziatori della fertilità e della riproduzione, testimoniando una complessa interazione tra principi maschili e femminili nella cosmogonia locale.

A motivo degli interessi più circoscritti che questo excursus si pone, ricordiamo ai nostri lettori che il mito greco afferma come la Sicilia sia stata donata da Zeus a Proserpina quale dono per il suo matrimonio con il dio del sottosuolo Ade. Demetra, a sua volta, fu grandemente onorata per il dono dei cereali che i Siciliani da lei ricevettero per primi, inaugurando l'agricoltura sull'isola. Gli isolani, per ricompensare la dea del dono ricevuto, le tributarono un culto nel territorio di Enna che raggiunse fama in tutto il mondo e fu mutuato successivamente in Grecia, conosciuto con il nome di misteri eleusini, celebri per i loro riti legati alla rinascita e alla fertilità della terra.

Un altro santuario di grande fama era quello di Erice, dove era famoso il tempio dedicato alla madre dell’eroe Troiano Enea, Afrodite. Nelle recondite sale del tempio della dea dell’amore si praticava la prostituzione sacra, un istituto importato in Sicilia dall’Oriente, che rappresentava un'ulteriore espressione rituale della fertilità e del sacro femminile. Infine, ma non ultimo, va ricordata la presenza di Cretesi, giunti al seguito di Minosse intorno al XIII sec. a.C. e rimasti nell’isola dopo la morte del loro re. Essi introdussero nelle contrade che abitarono, come afferma Diodoro Siculo, il culto delle madri, erigendo in loro onore splendidi templi, a ulteriore riprova della centralità della figura materna e della fertilità nella spiritualità siciliana antica.

Riti di Fertilità Arcaici a Roccella Valdemone: Un Santuario Primordiale

Addentrandosi ulteriormente nelle testimonianze più arcaiche, noi siamo fermamente convinti che la collina nei pressi di Roccella Valdemone rappresenti, facendo nostra l’intuizione avuta dalla dott.ssa Tatiana Melaragni, uno dei luoghi più arcaici in cui venivano svolti riti della fertilità legati al culto della dea madre. Un giudizio sommario sui reperti è stato fornito da archeologi di provata esperienza, sulla base delle foto che sono state sottoposte; essi attribuiscono i reperti al periodo eneolitico e le incisioni praticate nelle numerosissime rocce di arenaria, fanno riferimento senza ombra di dubbio all’organo femminile della riproduzione. Questo evidenzia un culto ancestrale e diretto della forza generatrice femminile, scolpito nella pietra stessa dell'isola.

Incisione rupestre dell'organo femminile a Roccella Valdemone

La scelta della roccia da parte degli artisti nostri progenitori, quale materiale su cui rappresentare l’organo femminile della riproduzione, riconduce al mito greco di Deucalione, presente anche nella mitologia nordica, secondo cui gli uomini sarebbero stati creati dalla trasformazione di pietre, cioè creati direttamente dalla madre terra. Questo legame tra la roccia e la creazione umana rafforza l'idea di una profonda connessione con la Terra come entità generatrice e femminile. Tale periodo, a nostro avviso, coincide con un momento in cui l’elemento femminile ha preso il sopravvento nella nostra tanto discussa società, con la donna, talvolta "mascolinizzata", al centro di una malintesa emancipazione e indipendenza, irrompendo in settori un tempo esclusivo campo d’azione degli uomini, in quanto ritenuti a lei inopportuni se non sconvenienti perché abbrutenti per loro natura, come quello della politica e degli affari. Questa visione, pur moderna, cerca un parallelo con la centralità ancestrale del femminile.

Come affermato, il culto dedicato all’Avo divinizzato, in età antichissima si esprimeva anche attraverso il simbolo solare del menhir. Questo simbolo di pietra poteva essere naturale, nel caso in cui nel luogo che irradiava forze solari percepite dagli Avi, vi fosse stata la presenza di una roccia con caratteristiche adeguate, o poteva venire modellato parzialmente o totalmente dalla mano umana. Quanto da noi constatato per via autonoma, è stato precedentemente intuito e poi messo per iscritto nel suo libro, dallo studioso astronomo dott. Pantano. Riteniamo, in base alle tracce ritrovate, che l’ampia area archeologica da noi indagata, insistente nell’attuale comune di Roccella Valdemone, sia stata interessata dallo svolgimento di una devozione cultuale e rituale del popolo indigeno dei Sicani.

Il culto ivi praticato, verteva sul concetto di complementarità che spesso ritorna nella visione del mondo sicana, un concetto ampiamente trattato nei nostri molti articoli. È pertanto probabile che il principio virile e solare espresso dal simbolismo del menhir, di cui riferisce il dott. Pantano nel suo studio, trovasse nella contrada Portella Zilla la sua migliore collocazione. Mentre più in là sulla collina da noi battezzata della fertilità, a meno di un chilometro dal punto in cui esisteva il menhir, trovava espressione invece il culto dedicato alla dea madre. Questa disposizione suggerisce un'organizzazione spaziale dei riti che rifletteva la dualità e la complementarità delle forze generatrici.

Se volessimo tentare un’interpretazione di carattere metafisico del rito che si svolgeva, potremmo presumere che idealmente, secondo una concezione magico evocativa a cui gli Avi nostri facevano riferimento, si svolgesse una unione sacra tra il divino maschile e quello femminile. Per analogia, la sacra unione tra il dio e la dea, tra il principio virile e quello femminile, ripetuta idealmente tra Cielo e Terra, faceva sì che venisse garantita la fertilità di ogni cosa vivente sulla terra. Questa armonia cosmica, riflessa nei riti, era vista come essenziale per la prosperità. Una traccia del culto agrario primordiale è ancora ravvisabile durante il periodo romano nel rito della primavera sacra, dove in primavera il dio sole feconda la terra, e questa, subito dopo, dona agli uomini il frutto della divina unione.

Il sito di Roccella Valdemone presenta anche strutture enigmatiche che testimoniano un'antropizzazione antica. Come si può facilmente constatare, in molte zone del nord Europa, attorno ad un luogo di culto, che, come sopra affermato poteva essere un semplice menhir, si poteva erigere un recinto sacro. A Roccella Valdemone, i muri del recinto adibito ad ovile sono stati realizzati con ciclopiche pietre. Alla sommità del muro sono poste trasversalmente lastre di calcare del peso di alcune tonnellate - una inspiegabile anomalia per il modesto uso dell’opera, considerando le risorse economiche e fisiche occorse per realizzarla. A quanto affermano gli eredi, fu realizzata intorno agli anni trenta del novecento da don Giuseppe, loro Avo. Non saremo mai in grado di contestare né di confermare quanto asserito dagli eredi, a motivo dei rimaneggiamenti continui che il sito ha subito, non ultimi gli scavi per l’installazione di un metanodotto un po’ più a monte dell’ovile, e l’inspiegabile atteggiamento ostile dei suddetti eredi nei confronti di chi avrebbe soltanto voluto studiare il sito e ripulirlo dai rovi. Certo è, ed è quello che a noi preme qui stabilire, che il terreno su cui insiste anche l’ovile, venne antropizzato fin da epoca neolitica, confermando l'importanza storica e archeologica del luogo.

Selinunte e il Santuario della Malaphoros: Tra Culto dei Morti e della Fertilità

Il parco archeologico di Selinunte rappresenta il complesso più grande d’Europa e offre una prospettiva unica sui culti antichi, inclusi quelli di fertilità. L’occhio attento cade su un’indicazione che volge lo sguardo verso il mare e scende in località Gaggera, situata a nord-ovest dell’acropoli stessa. Durante i primi passi mossi, un terrazzo naturale coglie quasi impreparati e la tonalità dei colori espressi si impadronisce delle ultime energie rimaste. Una discesa verso il Santuario della Malaphoros permette di chiudere il cerchio del sito archeologico e portare con sé un ricordo indelebile di questa lunga visita. È visibile un’immagine fantastica del Modione che sfocia nel mar Mediterraneo, una fotografia ambientale che lascia sorpresi. Dopo una breve sosta, il cammino continua verso il santuario e, superato il ponte di legno, una distesa ampia, verde e silenziosa accompagna verso l’interno di un mondo sacro.

Anticamente, il culto della divinità era praticato su altari all’aperto, che successivamente furono sostituiti da un megaron all’interno di un temenos di 60x50 metri. Per accedere al temenos, bisogna procedere (nord-est) attraverso un propileo monumentale a colonne risalente al V secolo con gradini all’esterno. Davanti vi è una struttura di forma circolare, tipica dei culti eleusini, che ricorda il pozzo Callicoro di Eleusi. Per altri potrebbe rappresentare il basamento di un altare, indicando la diversità di interpretazioni possibili per queste strutture antiche. A destra del propileo, vi sono i resti di una lunga galleria a portico, con sedili interni ed esterni, per consentire presumibilmente la sosta ai cortei funebri, suggerendo un legame anche con il culto dei morti. Varcato il propileo, si incontra una piccola ara arcaica, quindi il grande altare dei sacrifici (16,30x3,15 mt), un pozzo e una canaletta lastricata che convogliava al temenos l’acqua proveniente dalla sorgente della Gaggera, elementi tutti funzionali ai riti sacri.

Resti del Santuario della Malaphoros a Selinunte

Inoltre, lo stesso santuario ha un grande rilievo dal punto di vista etnico-storico, in quanto luogo in cui si incontrarono e sovrapposero diverse etnie fin da tempi storici antichissimi. Oltre al culto dei morti, si univa quello della fertilità, con pratiche unicamente femminili, il che rende questo sito particolarmente significativo per lo studio della religiosità femminile. È caratterizzato da elementi dorici e ionici, come il tempio B, ed era circondato su due lati da colonne di stile non omogeneo, appartenenti a fasi diverse della costruzione, che, nel corso dei secoli, subì vari rifacimenti, soprattutto nel periodo ellenistico.

Durante gli scavi, all’esterno del lato ovest, furono messe in luce statuette e maschere in terracotta, riproducenti la figura femminile di una divinità, probabilmente Demetra, la dea della fertilità e delle messi. Recuperate anche una serie di stele gemine, terminanti cioè nella parte superiore con due teste, una maschile ed una femminile, raffiguranti forse la coppia divina Zeus-Pasikráteia, divinità legate al culto dei morti. Infine, sono state ritrovate anche numerose lucerne a monogramma costantiniano, testimonianza di un insediamento cristiano sovrappostosi tra il III ed il VI secolo a.C., ulteriore prova della continuità religiosa del sito. Dopo l’alluvione che ha investito le zone di Selinunte, l’Ente Parco Archeologico, nella qualità del direttore, ha deciso di rendere inaccessibile (si spera per poco tempo) la visita del santuario. Si perde così l’occasione di ritornare indietro nel tempo e calarsi nei momenti sacri della vita selinuntina, sottolineando l'urgenza di una sistemazione congrua e tempestiva che restituisca al pubblico la tipicità del luogo, che si emargina dal resto del sito.

Una perla della Sicilia bizantina - La chiesa rupestre del Crocifisso

Santuari Rupestri: Il Caso di San Marco a Sutera

In Sicilia ci sono luoghi in cui la devozione sembra salire insieme alla montagna, dove la fede non si limita a entrare in una chiesa ma attraversa sentieri, boschi, pietra, silenzi e panorami che sembrano spalancare l’anima. Uno di questi è il santuario rupestre di San Marco, a Sutera, nel Nisseno, dal 2014 uno dei Borghi più belli d’Italia. Questo luogo, che si nasconde su una collina nel centro della Sicilia, conserva ancora antichi affreschi che aspettano di essere valorizzati come meritano, e per i quali sono iniziati i lavori di recupero e restauro.

Su un pianoro di pizzo San Marco, a circa un chilometro dal centro abitato, si trova un’area che Sicani, Greci e Bizantini hanno scelto come luogo di culto, mostrando ancora una volta la stratificazione storica e religiosa. Sulle pareti di una cappella, scavata in rocce di gesso, si trovano degli affreschi dalla datazione che può spaziare dal X al XIV secolo dopo Cristo, periodo in cui sulla collina si rifugiarono gruppi arabo-normanni e monaci di rito greco-bizantino dediti alla vita eremitica o cenobitica.

Affreschi rupestri della cappella di San Marco a Sutera

Gli affreschi raffigurano i quattro evangelisti, Gesù, la Madonna e San Paolino, compatrono di Sutera. “Le raffigurazioni, pur avendo delle similitudini con altri siti del territorio siciliano - spiega Nino Pardi, dell’associazione God, da tempo impegnata per il recupero del sito - hanno delle unicità che tutt’ora gli storici stanno cercando di interpretare. Nella parete di sinistra sarebbero raffigurati, i santi Luca e Marco; nella parete di destra San Matteo e San Giovanni e al centro, a partire da sinistra, San Paolino, Gesù e la Madonna”. La figura di San Paolino vescovo è sovrapposta ad altro più antico affresco, facendo pensare che in un successivo momento era stato più opportuno sostituire il santo (di cui emerge la sagoma di un libro) con il santo protettore di Sutera. Si hanno precise notizie che, fino a poco più di due secoli addietro, vi si portavano in processione, nel primo martedì dopo Pasqua, le reliquie dei santi compatroni di Sutera: Sant’Onofrio e San Paolino, vescovo di Nola. Resta, dunque, l’enigma della figura sacrificata a favore del più recente San Paolino, un mistero che aggiunge fascino alla storia del sito. Da circa un anno l’associazione God di Sutera ha promosso iniziative per la valorizzazione della cappella. Lo scorso luglio ha siglato un protocollo d’intesa con il proprietario e il Comune di Sutera per avviare il restauro del santuario, lanciando successivamente una campagna di donazione per recuperare i preziosi affreschi, dimostrando un impegno concreto per la salvaguardia di questo luogo di fede e arte.

I Santuari in Quota della Sicilia: Fede, Leggenda e Paesaggio

I santuari più alti dell’isola non sono soltanto mete religiose; sono punti in cui storia, leggenda, arte e paesaggio si incontrano in modo potentissimo. Alcuni dominano il mare, altri guardano vallate immense, altri ancora sorgono accanto alla lava, alla roccia o a montagne che per secoli hanno accompagnato il passo lento dei pellegrini. In questo viaggio ideale tra i cinque santuari più alti della Sicilia, si percepisce la solennità della Madonna dell’Alto, il fascino sospeso di Dinnammare, la memoria scavata nella lava della Madonna della Sciara di Mompilieri, la forza spirituale di Tindari e la dolcezza raccolta di Gibilmanna, ognuno a suo modo un faro di spiritualità che si eleva verso il cielo.

Santuario della Madonna dell'Alto sulle Madonie

Tra tutti, il santuario della Madonna dell’Alto è quello che più di ogni altro dà la sensazione di essere sospeso tra terra e cielo. Sorge sulla sommità del Monte Alto, nelle Madonie, a 1819 metri di altitudine, in uno scenario che da solo basta a spiegare perché questo luogo sia rimasto impresso nella memoria religiosa della Sicilia. Il santuario è formato da una chiesa, da una sacrestia e da un romitorio con stanze per i pellegrini, segno evidente di una devozione antica e continua. Le sue origini sono remote e probabilmente risalgono al XIII secolo. Attorno alla sua nascita vive una leggenda che ha il respiro dei racconti popolari più forti: una cassa contenente la statua marmorea della Vergine sarebbe stata trovata dopo un naufragio vicino alla torre di Roccella. Trasportata in vari luoghi, la statua non avrebbe voluto fermarsi né a Termini né a Collesano né a Polizzi. Caricata allora su un carro trainato da buoi e lasciata alla sorte, si sarebbe fermata proprio sul monte dove oggi sorge il santuario. Da lì deriva il titolo di Maria Santissima dell’Alto. Dentro la chiesa si custodisce una splendida statua marmorea attribuita a Domenico Gagini e datata 1471, inserita in un altare rivestito di marmi del 1749. Accanto all’arte, colpisce il patrimonio di fede popolare fatto di ex voto, corone donate dal popolo, pellegrinaggi estivi e soprattutto della festa del 14 e 15 agosto, con la fiaccolata notturna e la processione attorno al santuario, a testimonianza di una devozione sentita e radicata.

Il santuario della Madonna di Dinnammare sorge sulla cima dell’omonimo monte, alto 1127 metri, nella catena dei Peloritani. È uno di quei luoghi che impressionano già solo per il nome, perché Dinnammare richiama la possibilità di guardare due mari, lo Ionio e il Tirreno, dalla stessa vetta. Dal piazzale della chiesa lo sguardo abbraccia Messina, lo Stretto, la baia di Milazzo e persino le Eolie, in un susseguirsi di immagini che rendono il santuario uno dei punti spiritualmente e paesaggisticamente più straordinari della Sicilia nordorientale. Anche qui il culto nasce da una leggenda. Secondo una tradizione, un pastorello della famiglia Occhino trovò sul monte una tavoletta di marmo che riportò a casa, ma ogni volta la ritrovò misteriosamente nel luogo del ritrovamento. Il segno fu interpretato come la volontà della Madonna di restare lassù e gli abitanti di Larderia le eressero una chiesetta. Un’altra leggenda racconta invece che la sacra icona sia giunta dal mare, trasportata da due mostri marini e venerata prima sulla spiaggia e poi condotta sulla vetta. Quale che sia l’origine vera, ciò che conta è il legame fortissimo con la comunità. I festeggiamenti che si svolgono tra il 3 e il 5 agosto confermano questa relazione viva: l’icona viene portata al santuario sul monte, lì venerata e poi riportata al paese di Larderia, che la custodisce durante l’anno, in un ciclo di fede che unisce la montagna al mare e la comunità al sacro.

Panorama dal Santuario di Dinnammare con vista su due mari

Se gli altri santuari colpiscono per la loro posizione dominante, il santuario della Madonna della Sciara di Mompilieri colpisce per il modo in cui è nato: letteralmente dalla ferita della terra. Sorge a Mascalucia, nella frazione di Massannunziata, alle pendici dell’Etna, in contrada Mompilieri, in un luogo che la devastazione dell’eruzione del 1669 aveva completamente sepolto. Prima della lava esisteva un villaggio con una chiesa dedicata alla Madonna dell’Annunziata. Dopo la distruzione, tutto sembrava perduto. Ma nel 1704, quando gli scavi furono ripresi nel punto indicato da una persona del luogo, emerse il simulacro della Madonna delle Grazie, ritrovato intatto nonostante la lava. È da quel momento che nasce il culto della Madonna della Sciara, con riferimento proprio alla grotta in cui la statua era stata custodita dalla colata, un vero miracolo di conservazione. Nel XIX secolo venne costruita una cappella sopra il colle basaltico e il luogo divenne meta di pellegrinaggi da tutta la Sicilia. Nel 1923 fu elevato a santuario, nel 1950 fu designato meta di pellegrinaggio giubilare e nel corso del Novecento e del nuovo secolo si è progressivamente ampliato fino alla nuova aula liturgica consacrata nel 2023 a San Giuseppe Sposo. Per il Giubileo è stato anche nominato santuario giubilare, a sottolineare la sua continua importanza e vitalità spirituale.

Tra i santuari più alti e simbolici della Sicilia entrano con pieno merito anche Tindari e Gibilmanna, due luoghi diversissimi tra loro ma accomunati dalla capacità di dominare il paesaggio e la coscienza religiosa dei fedeli. La Basilica Santuario di Maria Santissima del Tindari sorge sulla sommità del colle omonimo e domina i laghetti di Marinello in una posizione scenografica tra le più celebri dell’isola. La sua storia intreccia mondo greco, età bizantina, incursioni, ricostruzioni e culto della Madonna Nera, una scultura lignea di origine orientale databile tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo. La tradizione racconta che la statua, giunta via mare per sfuggire all’iconoclastia, non permise alla nave di ripartire finché non venne deposta a terra, segno del desiderio della Vergine di restare lì. Da allora Tindari è divenuto uno dei cuori spirituali più forti della Sicilia, un luogo di profonda venerazione mariana.

Statua della Madonna Nera di Tindari

Il santuario di Gibilmanna, anch'esso un luogo di profonda spiritualità, ha le sue radici che si spingono fino alla tradizione benedettina legata a San Gregorio Magno, mentre la fase più decisiva della sua storia è quella cappuccina, avviata nel Cinquecento. Anche qui torna la leggenda del mare e della statua approdata a Roccella durante una tempesta, poi caricata su un carro trainato da buoi e condotta fino al promontorio sopra Cefalù, un racconto che riecheggia la forza del destino divino. Nel 1954 Pio XII dichiarò Maria Santissima di Gibilmanna patrona della diocesi e della città di Cefalù, consolidando ulteriormente il suo ruolo di riferimento spirituale.

Questi cinque santuari raccontano una Sicilia che sale verso l’alto senza staccarsi mai dalla propria terra. Non sono soltanto edifici religiosi costruiti in quota. Sono luoghi in cui il popolo siciliano ha affidato paure, speranze, ringraziamenti, guarigioni, lacrime e promesse. La montagna, il colle, la vetta, il promontorio o la sciara non fanno da semplice sfondo: diventano linguaggio della fede. Ogni salita verso questi santuari contiene qualcosa di antico e di attualissimo insieme. C’è la fatica del cammino, ma anche la gioia dell’arrivo. C’è il panorama che si apre, ma anche il silenzio che raccoglie, elementi che trasformano il pellegrinaggio in un'esperienza trascendente, un ponte tra il terreno e il divino.

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