Per secoli, il Sahara ha rappresentato l’emblema dell’aridità: distese infinite di sabbia, dune che mutano forma con il vento e un sole impietoso che raramente lascia spazio alle nuvole. Questo deserto, con i suoi oltre nove milioni di chilometri quadrati, è molto più di una semplice distesa arida; è un termometro del clima terrestre e un simbolo potente di natura, tempo e resilienza. Tuttavia, l'idea di un Sahara rigoglioso, un tempo verde e pieno di vita, affascina, e la scienza moderna suggerisce che non sia un'ipotesi così remota, sebbene gli scienziati invitino alla cautela.

Il Sahara: Un Passato Verde e un Futuro Incerto
Sebbene oggi sia sinonimo di aridità, il Sahara non è sempre stato così. Studi recenti hanno rivelato che in passato questo immenso deserto ha accolto un ecosistema brulicante di vita e, cosa più importante, potrebbe tornare ad esserlo. L’alternanza tra fasi umide e aride è legata a complesse dinamiche climatiche, tra cui le oscillazioni dell’asse terrestre e i cicli monsonici africani, che nei millenni hanno modificato la distribuzione delle piogge.
La ricerca (pubblicata su Science Advances) suggerisce che le condizioni del deserto mutano profondamente a cicli di 20.000 anni, almeno da 240.000 anni a questa parte. Questi cicli, chiamati periodi umidi africani, trasformano il deserto per antonomasia in un paradiso verde. L'ultimo periodo umido africano è avvenuto fra circa 14 mila e 6 mila anni fa. Il Sahara contiene ancora le prove di fiumi e laghi, flora e fauna, in un ricco ecosistema oggi (quasi) del tutto scomparso.

Il Ruolo dell'Asse Terrestre e i Periodi Umidi Africani
Tutto è connesso. La causa di questo "pendolo", secondo David McGee (del MIT), uno degli autori della ricerca, è la variazione dell'inclinazione dell'asse terrestre, che oscilla tra i 22,5° e i 24,5° (l'attuale inclinazione sul piano dell'orbita è di 23,27°) in periodi di 40.000 anni circa. L'asse di rotazione della Terra può oscillare tra i 22,5° e i 24,5°, in cicli di 40.000 anni circa: oggi inclinato di 23,27° rispetto alla perpendicolare al piano dell'orbita. Quando la Terra è più inclinata, il Sahara riceve più luce solare estiva e si ha un'intensificazione dell'attività monsonica della regione, che a sua volta rende il Sahara più umido e di conseguenza anche più verde.
Grazie a una serie di simulazioni mediante un modello climatico avanzato, i ricercatori hanno scoperto che il deserto per antonomasia si trasforma in un paradiso verde durante i cosiddetti periodi umidi africani, ossia ogni 21 mila anni. Grazie alle simulazioni del modello HadCM3B, utilizzato per ottenere questi risultati, i ricercatori hanno scoperto quindi un ciclo di rinascita del Sahara, ma non solo. Ogni 21 mila anni, il deserto per antonomasia torna ad ospitare un ecosistema ricco di vita in sincronia con l’oscillazione dell’asse terrestre.
L’ultimo elemento in correlazione con i periodi umidi africani riguarda invece le calotte di ghiaccio. In pratica, quando l’emisfero settentrionale della Terra ha una grande calotta glaciale, è impossibile che si verifichi un periodo umido. Queste infatti raffreddano l’atmosfera, riducendo la piovosità in zone quali il Sahara e causando quindi la sua desertificazione. Secondo Edward Armstrong, principale autore della ricerca, il ciclo di trasformazione del deserto in savana e bosco rappresenta uno dei cambiamenti ambientali più significativi in atto nel pianeta. L’importanza del modello di calcolo utilizzato risiede proprio nella capacità di riprodurre con successo i periodi umidi africani e fornire, pertanto, una visione più chiara della loro ciclicità.
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Tracce del Passato: Polvere e Sedimenti
Lo studio sulla ciclicità del Sahara ha preso avvio dal mare prospicente le coste occidentali dell'Africa settentrionale, dove, nel corso del tempo, i sedimenti, hanno raccolto e conservato la polvere che periodicamente (anche ai nostri giorni) i venti trasportano dal Sahara verso l'Oceano Atlantico - raggiungendo a volte anche gli Stati Uniti. Nei sedimenti, oltre a polvere e fossili, si trova una certa quantità di torio, sostanza che si forma dal decadimento dell'uranio radioattivo presente in modo naturale negli oceani.
Quando il Sahara è più secco e arido la quantità di polvere che arriva in mare è maggiore e il torio presente nei sedimenti è più concentrato. Il contrario avviene quando il Sahara diventa più umido: meno polvere, e quindi minore concentrazione di torio. La polvere alzata dai venti sopra il deserto può attraversare l'intero Oceano Atlantico. Immagini uniche, che mostrano per la prima volta e in tre dimensioni, come la sabbia del Sahara si sposta e come viene trasportata attraverso l’Oceano Atlantico e depositata poi sull’Amazzonia.
"Sappiamo che la polvere è molto importante in molti modi. Si tratta di una componente essenziale del sistema Terra", spiega Hongbin Yu, scienziato dell’atmosfera presso l’università del Maryland e uno dei principali autori dello studio della NASA. "La polvere influenzerà il clima e, allo stesso tempo, il cambiamento climatico influenzerà polvere. Per capire quali saranno gli effetti, dobbiamo prima cercare di rispondere a due domande fondamentali. Quanta polvere viene trasportata?". Le stime parlano di una quantità di sabbia in grado di trasportare 22 mila tonnellate di fosforo l’anno, che corrisponde all’incirca alla stessa quantità di sostanza persa a causa della pioggia e del dilavamento del terreno. Una sorta di concimazione naturale, importantissima per la sopravvivenza del polmone terrestre.

L'Uomo nel Sahara Verde: Antichi Pastori e Migrazioni
Un studio internazionale svela la storia genetica degli abitanti del Sahara centrale durante il periodo umido africano, 7000 anni fa, quando il più grande deserto del mondo era una terra fertile e ricca di vegetazione. Gli abitanti del Sahara verde erano pastori che discendevano da un gruppo genetico nordafricano rimasto a lungo isolato e poi estinto. Incisioni rupestri neolitiche testimoniano la presenza di queste civiltà.
Analizzando il DNA di due individui naturalmente mummificati di circa 7000 anni fa, scoperti nel riparo sotto roccia di Takarkori, nel sud-ovest della Libia dagli archeologi della Sapienza e del Department of Antiquities di Tripoli, è emerso che essi appartenevano a un lignaggio genetico nordafricano a lungo isolato e ora estinto. Questo gruppo, composto principalmente da pastori di bovini, mostra una profonda continuità genetica nel Nord Africa a partire dalla fine dell’ultima era glaciale. La presenza di una minima componente genetica di origine non africana suggerisce che l’allevamento del bestiame si sia diffuso nel Sahara Verde prevalentemente attraverso lo scambio culturale, piuttosto che tramite grandi migrazioni.
Lo studio inoltre getta nuova luce sull’ascendenza neandertaliana. «I nostri risultati suggeriscono che, sebbene le popolazioni nordafricane antiche fossero in gran parte isolate, ricevettero tracce di DNA neandertaliano attraverso il flusso genetico da fuori dell’Africa» afferma Johannes Krause, direttore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e autore senior dello studio. «È straordinario come il sito di Takarkori in Libia, scavato dalla missione della Sapienza tra il 2003 e il 2006, continui a regalare incredibili scoperte archeologiche: qui abbiamo le più antiche tracce di lavorazione del latte in Africa e le più antiche testimonianze di allevamento del continente africano» dichiara Savino di Lernia, autore senior dello studio e direttore della Missione Archeologica nel Sahara della Sapienza.
Come ha fatto l'uomo a lasciare l'Africa centrale per le regioni più a nord del continente per poi a migrare verso l'Eurasia? Certamente non avrebbe potuto se si fosse trovato davanti all'immensa distesa del deserto del Sahara così come la conosciamo oggi. Quel mondo, però, non è sempre stato così: una ricerca (pubblicata su Science Advances) suggerisce che le condizioni del deserto mutano profondamente a cicli di 20.000 anni, almeno da 240.000 anni a questa parte. E poiché i nostri lontani consimili hanno iniziato a lasciare l'Africa circa 170.000 anni fa…

Il Riscaldamento Globale e il Futuro del Sahara
Secondo i ricercatori, entro il 2100 il Sahara potrebbe registrare un aumento delle precipitazioni fino al 75% rispetto alla media storica. L’aumento delle precipitazioni sarebbe dovuto al riscaldamento globale. Il team di ricerca dell’Università dell’Illinois ha analizzato 40 modelli climatici, proiettando le condizioni meteorologiche dell’Africa tra il 2050 e il 2099.
Le implicazioni di un possibile cambiamento climatico di questa portata sono enormi. Zone oggi deserte potrebbero tornare fertili, aprendo nuove opportunità di coltivazione e insediamento umano. Tuttavia, anche se l’idea di un Sahara rigoglioso affascina, gli scienziati invitano alla cautela. Inoltre, la variabilità dei modelli climatici lascia spazio a incertezze. Comunque la si veda, il nostro pianeta cambia in modo dinamico e raramente resta uguale a se stesso: lo dimostra il periodo umido che potrebbe nuovamente trasformare il Sahara in una distesa lussureggiante e piena di vita. Fra qualche migliaio di anni. Allo stesso tempo, si tratta di cambiamenti naturali che non sono collegati in linea teorica con fenomeni più recenti come l'aumento delle temperature globali. Anche se non è escluso che l’uno possa influenzare l’altro.
Innovazione e Coltivazione nel Deserto Oggi
Il deserto è tale perché manca l’acqua, non perché il suolo ha una composizione inadatta a sostenere le coltivazioni. Se piovesse, quindi, la vegetazione potrebbe attecchire nei deserti sabbiosi. In quelli rocciosi, oltre a ciò, è necessario che le rocce si sgretolino fino a permettere la penetrazione delle radici delle piante. Nel Sahara, nell’ultimo milione di anni, a causa delle forti fluttuazioni climatiche, si sono alternati periodi aridi a periodi più piovosi, durante i quali si sono formati, insieme alle oasi, alcuni laghi. A riprova di ciò sono stati trovati disegni raffiguranti ippopotami, animali in grado di vivere solo in presenza di pozze d’acqua.
Un modo per rendere fertile il deserto è irrigarlo con pozzi artificiali. In Israele, per esempio, con il metodo della coltivazione goccia a goccia, che permette di usare poca acqua senza sprecarla, si sono ottenute zone fertili in pieno deserto.

Progetti Faraonici: L'Egitto e la Trasformazione del Deserto
Lungo l’itinerario desertico che collega Aswan ad Abu Simbel - una strada turistica ma a ben guardare una “camionabile” che unisce Egitto e Sudan per lo scambio strategico delle merci - dal finestrino dell’autobus si possono ammirare campi verdi perfettamente coltivati. Questo è il Sahara e per km e km c’è il nulla. Questo è uno dei miracoli della tecnologia e dell’ingegno del Paese dei faraoni. Ieri gli antichi Egizi, oggi i moderni Egiziani.
È il miracolo del Nilo: limo fertile estratto dal fiume e dal lago Nasser, in prossimità della Grande Diga per coltivare il deserto del Sahara orientale, un tempo completamente arido e oggi caratterizzato da zone verdi emergenti, utilizzando canali artificiali per derivare l’acqua in modo da contenere l’evaporazione eccessiva dovuta alle alte temperature. È questa la sintesi di un progetto davvero faraonico che l’Egitto è riuscito a rendere reale, andando anche oltre: una caserma destinata alla difesa nella zona meridionale del Paese, delimitata da un muraglione lungo ben 23 km, si è trasformata da luogo armato in presidio agricolo accogliendo i giovani militari che durante il lungo servizio di leva si trasformano in contadini per il loro Paese e coltivare ortaggi, piante medicinali e aromatiche, colture frutticole.
Si chiama “Futuro dell’Egitto” il super-progetto che punta a rendere 16.800 kmq di deserto improduttivo in terreni agricoli entro il 2027, anche attraverso il programma “New Delta”, che si basa pure su bacini idrici sotterranei sfruttati mediante la perforazione di pozzi (nel rispetto degli standard di sviluppo sostenibile), la costruzione di due centrali elettriche con una capacità di 350 MWh e una rete elettrica interna di 200 km collegata alla rete del Nuovo Delta. Con un sistema di irrigazione a perno centrale (gli irrigatori ruotano cioè sopra le colture) sono stati creati e si stanno creando grandi campi circolari su cui si coltivano cereali, foraggi e talvolta ortaggi, inseriti in un piano per sviluppare nuove zone industriali e agricole.
Il fine, neanche a dirlo, è prettamente economico: da un lato il governo egiziano intende “contribuire alla riduzione della disoccupazione e all’impiego della popolazione civile in diversi ambiti professionali, consentendo ai cittadini di percepire concretamente l’entità del lavoro svolto e il piano presidenziale di espansione economica volto a favorire crescita e sviluppo sostenibile - ci spiegano - e tutto questo operando in partenariato con investitori agricoli qualificati, nel rispetto delle normative e con competenze nella gestione di modelli economici orientati alla massimizzazione dei rendimenti”. Secondo la previsione governativa, l’impatto occupazionale a fine investimento da 9,7 miliardi di dollari, sarà di circa 10.000 posti di lavoro diretti generati e di oltre 360.000 nell’indotto.
Il clima sulla terra dal paleolitico ad oggi - I cicli di Milankovitch e il neandertal delle Alpi
Entro il 2050 l’Egitto si troverà ad affrontare una delle sfide più complesse della propria storia recente: garantire sicurezza alimentare ad una popolazione in crescita esponenziale. Le proiezioni indicano un aumento di circa 40 milioni di abitanti, portando il totale a sfiorare i 160 milioni. Un’espansione demografica che si scontra con limiti strutturali evidenti, a partire dalla scarsità di terre coltivabili: appena il 4% del territorio nazionale è oggi idoneo all’agricoltura. Le aree fertili lungo il Nilo, già fondamentali per la produzione agricola, risultano sempre più sotto pressione a causa dell’urbanizzazione e del progressivo degrado dei suoli. In questo scenario, il Paese continua a dipendere in modo significativo dalle importazioni alimentari: emblematico il caso del grano, per il quale circa il 96% del fabbisogno viene soddisfatto dall’estero, con un impatto economico che pesa per miliardi di dollari ogni anno.
Nell’ultimo decennio l’Egitto ha compiuto un passo decisivo nella propria strategia agricola, riuscendo a trasformare diverse migliaia di chilometri quadrati di deserto in aree irrigate e produttive. Un risultato che ha permesso al Paese di coprire internamente circa la metà del proprio fabbisogno alimentare, riducendo, almeno in parte, la dipendenza dalle importazioni. La sfida, tuttavia, resta aperta con un’accelerazione significativa degli interventi. Lo Stato ha pure previsto l’insediamento nella zona interessata di centinaia di addetti attraverso la costruzione di una intera nuova città, che al momento resta tuttavia una città fantasma, con le palazzine inesorabilmente vuote.
Sand to Green: L'Agroforestazione nel Deserto Marocchino
Questa start-up franco marocchina ha l’obiettivo di trasformare il deserto da minaccia a produttore di cibo. Possibile mai coltivare nel deserto? Certo che sì e questa start-up in Marocco ne dà conferma, “basta” lottare contro la desertificazione e trasformare i terreni degradati attraverso l’agroforestazione.
A causa della crisi climatica, la desertificazione è di fatto un problema crescente, con 250 milioni di persone direttamente colpite dal degrado di terreni un tempo fertili. Secondo le Nazioni Unite, il problema riguarda un terzo della superficie terrestre della Terra, inaridendo parti dell’Africa, del Sud America, dell’Europa meridionale, della Cina e un terzo del suolo degli Stati Uniti. Perché oltre il 90% del Paese versa in un clima da arido a semi-arido e due terzi è nel deserto. Il Marocco, inoltre, è altamente vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici.
Il sistema può essere implementato ovunque vicino a una fonte di acqua salmastra, che Sand to Green desalinizza utilizzando tecnologia ad energia solare. "Utilizziamo tecniche di gocciolamento per portare l’acqua necessaria alla crescita delle piante direttamente al loro apparato radicale. I miei tre alberi preferiti sono il carrubo, il fico e il melograno", afferma Ben Moussa.
Una revisione del 2018 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione ha rilevato che l’economia globale è destinata a perdere 23 trilioni di dollari entro il 2050 a causa del degrado del territorio, mentre intraprendere azioni urgenti costerebbe solo una frazione di quella cifra: 4,6 trilioni di dollari. Gli sforzi per coltivare raccolti in ambienti desertici si stanno diffondendo. Sand to Green sta ora lavorando per espandersi fino a diventare un sito commerciale su 20 ettari, sempre al sud del Marocco.
