La complessità del trauma neonatale: analisi dei casi di abbandono e infanticidio

L'infanticidio e l'abbandono neonatale rappresentano fenomeni di una drammaticità estrema, capaci di scuotere le coscienze e sollevare interrogativi profondi sulla psicologia umana, sulle condizioni di vulnerabilità sociale e sui meccanismi di negazione della realtà. Analizzare tali eventi significa addentrarsi in un territorio oscuro, dove spesso si intrecciano disturbi psichici, isolamento, fragilità socio-economica e una gestione distorta della maternità.

rappresentazione simbolica di un enigma psicologico o di una metafora sul contrasto tra vita e isolamento

La negazione della gravidanza: una condizione clinica rara

Il caso della studentessa diciottenne americana, protagonista di un tragico evento in un hotel parigino, riporta all'attenzione degli studiosi la "negazione della gravidanza". Si tratta di una condizione rara che colpisce circa 1 su 475 donne incinte alla 20a settimana di gestazione e 1 su 2.500 fino al momento del parto. In tali situazioni, la donna non prende coscienza del proprio stato; la gravidanza rimane "invisibile" non solo agli occhi degli altri, ma spesso anche alla percezione psicologica della gestante stessa.

Quando il parto avviene inaspettatamente, lo shock cognitivo può essere devastante. La ragazza, originaria di Bend, in Oregon, si trovava a Parigi in viaggio con un gruppo di connazionali alla scoperta dell'Europa. Dopo il parto in hotel, il corpo del neonato è stato trovato esanime sulla strada sottostante, rue des Réglises, avvolto in un lenzuolo e con il cordone ombelicale ancora attaccato. Il decesso è stato dichiarato in ospedale a causa della gravità delle ferite. La giovane è stata trasferita in un reparto psichiatrico; gli investigatori stanno valutando l'ipotesi della negazione come causa scatenante di un comportamento altrimenti inspiegabile, aprendo un'inchiesta per "omicidio di minore".

Dinamiche di occultamento e isolamento sociale

Un altro profilo psicologico e sociale emerge dai casi in cui l'occultamento è premeditato o dettato dal panico post-partum. Il caso di una 25enne italiana, avvenuto a Roma, illustra una sequenza di eventi agghiacciante: la giovane ha partorito in casa, ha nascosto il piccolo in una borsa per venti ore, arrivando persino a recarsi a un aperitivo con un'amica, prima di abbandonare il corpicino in un cassonetto vicino all'ospedale San Camillo dopo aver accusato un'emorragia.

La ragazza viveva con la sorella e avrebbe nascosto la sua gravidanza ad amici e parenti, dichiarando agli inquirenti di aver avuto un rapporto occasionale. La complessità del comportamento - che alterna momenti di vita sociale normale all'orrore dell'abbandono - suggerisce un tentativo estremo di rimuovere l'evento traumatico dalla propria realtà quotidiana. La Procura di Roma ha ordinato l'autopsia per chiarire se il piccolo fosse nato vivo, fattore determinante per l'imputazione penale, che varia tra infanticidio e omicidio.

mappa concettuale dei fattori di rischio psicosociale nell'infanticidio

Vulnerabilità e fragilità: l'impatto del contesto sociale

Non sempre il fattore scatenante è un singolo episodio di negazione; talvolta l'abbandono nasce da contesti di grave fragilità sociale. A Calisese, una 31enne affetta da disturbi cognitivi e seguita dai servizi sociali insieme al marito (disabile al 100%), ha abbandonato il neonato vicino ai cassonetti dopo un parto domestico. La vicenda si distingue per un esito fortunatamente diverso: il bambino è stato salvato grazie all'intervento del 118, nonostante le condizioni di ipotermia.

In questo caso, la rete di supporto dei servizi sociali era già attiva, segno che la fragilità della coppia era nota, ma l'evento ha superato la capacità di protezione del sistema. La situazione di grave disagio familiare e la mancanza di una piena consapevolezza cognitiva pongono in luce quanto il supporto psicologico e assistenziale debba essere capillare per evitare che la solitudine si trasformi in tragedia.

L'orrore dell'annegamento: il caso di Montecompatri

Tra i casi più crudi documentati, quello della ventinovenne di origini nigeriane a Montecompatri rivela una violenza inaudita. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe indotto il parto (ipotizzato tra la 25a e la 26a settimana) e spinto il neonato nelle tubature del wc, causandone la morte per annegamento. Il corpicino è stato ritrovato in un tombino.

La difesa della donna - che sosteneva di non sapere di essere incinta e di aver scambiato il parto per un banale mal di pancia dovuto all'alcol - non ha convinto la Procura di Velletri. L'analisi del DNA e la presenza di lesioni sul corpicino del bimbo, compatibili con una spinta forzata, hanno indirizzato le indagini verso l'accusa di omicidio. La storia richiama un precedente del 2012, avvenuto in un fast food dell'Eur a Roma, dove una donna aveva abbandonato un neonato vivo nel wc, per poi essere condannata per tentato infanticidio.

Alessandra Bramante - prima parte - Convegno "Maternità e Salute Psicologica Perinatale"

Considerazioni sulla giustizia e la prevenzione

La gestione legale di questi casi è estremamente complessa. La distinzione tra infanticidio (che spesso presuppone condizioni di abbandono materiale e morale legate al parto) e omicidio volontario dipende in gran parte dallo stato psicologico della madre al momento del fatto e dalla vitalità del neonato.

La narrazione di questi eventi non deve limitarsi alla cronaca nera, ma deve interrogare la società sul perché, nonostante le strutture di accoglienza e la possibilità di partorire in anonimato garantite dalle leggi in vigore, molte donne percepiscano ancora l'abbandono o l'eliminazione come l'unica via d'uscita. La presenza di disturbi cognitivi, come emerso in alcuni dei casi citati, e la condizione di isolamento estremo sono segnali di allerta che la società civile dovrebbe essere in grado di intercettare. La prevenzione, dunque, non passa solo attraverso la repressione penale, ma attraverso l'ascolto delle fragilità invisibili, evitando che il dolore della solitudine si trasformi in un atto irreparabile contro l'esistenza stessa.

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