Radici etimologiche e semantiche della fecondità: tra terra e parola

La ricerca delle origini profonde del concetto di "fecondità" non si limita a una mera disamina biologica, ma si dipana attraverso un intreccio complesso di filologia, toponomastica e antropologia culturale. Analizzare il termine fecondità significa spingersi oltre la superficie del significato moderno per riscoprire una radice indoeuropea che lega indissolubilmente la prosperità della terra, l'atto del nutrimento e l'essenza stessa della divinità.

La radice indoeuropea della terra prospera: il caso Sicilia

Più che di un’origine puramente italica, nel tentativo di definire concetti legati alla crescita e alla ricchezza del suolo, si deve parlare di una radice indoeuropea. L’ipotesi filologica formulata da Carlo Pascal è la più accreditata tra quelle date da altri storici. Nel 1905, Pascal affermò con buone ragioni che i nomi di Sicilia e di Sicania debbano essere riferiti alla radice indogermanica sik, che denota crescita, ingrossamento, e quindi indica agevolmente il concetto di feracità e di fertilità.

Mappa antica della Sicilia con richiami alla sua forma triangolare e simboli di fertilità

Questa radice si riscontra non soltanto nei toponimi di Sicilia, ma anche in Sicino, isola dell’Egeo; in Sicione, città greca presso Corinto, patria dello scultore Policleo; e in Sice, località presso Siracusa. È inoltre significativo notare che la radice sik emerge chiaramente nella denominazione dei vegetali: ad esempio, la pianta di fico in greco si chiama siké, mentre il cocomero e la zucca si chiamano sikùs. La spiegazione proposta dal filologo Carlo Pascal è quindi accettabilissima, anche perché il termine "Sicilia" e gli aggettivi da esso derivati non furono adoperati soltanto nell’isola per indicare la fertilità del terreno: presso Tivoli c’era una località chiamata Sicilianum, a Roma sullo stesso Palatino esisteva un luogo denominato Sicilia e presso Atene una collina di forma triangolare si chiamava Sicilia. Sicilia significa quindi "isola della fecondità, terra della prosperità".

La terra come dispensa: il legame tra fertilità e Roma

L’attendibilità di tale definizione diventa senza dubbio maggiore se la poniamo in relazione con le definizioni che della fertilità della Sicilia hanno dato due illustri greci: lo storico Polibio di Megalopoli e il geografo Strabone di Amasia, che chiamarono la Sicilia ταμεῖον τῆϛ’ Pώμηϛ, cioè "la dispensa di Roma". Se la raffrontiamo con la celebre espressione di Catone il Censore, riportata e fatta sua da Cicerone nelle Verrine, scopriamo che la Sicilia era la dispensa e il granaio dello stato romano, e la nutrice del popolo di Roma: cellam penariam reipubblicae nostrae, nutricem plebis Romanae.

Pertanto, riesce gradita anche la graziosa leggenda, accolta dal geografo contemporaneo Ferdinando Milone, secondo la quale i Greci, distrutta Troia, occuparono la Sicilia - che allora si chiamava Trinacria - e le cambiarono il nome per la sua fecondità, chiamandola Σικελία (Sikelía), facendo derivare il nuovo nome da σνκῆ éκαίλaia, quod latine est dicere ficum et olivam.

Trinacria: la geometria della prosperità

Prima ancora che Sicilia, l'isola si chiamò Trinacria. Giustamente ha osservato lo storico siciliano Gaetano Columba che i greci videro la Sicilia nella Thrinakie di Omero, cioè "la terra dei tre capi", e ne conclusero che tale era stato il primo nome dell’isola. Luigi Pareti ha dichiarato che, sebbene nella primitiva Odissea il termine Thrinakie indicasse il Chersoneso Taurico, nel successivo rimaneggiamento operato dagli aédi non c’è dubbio che il termine Trinakria indichi un’isola triangolare "dai tre promontori".

Il concetto della triangolarità dell’isola fu espresso nelle opere degli antichi autori greci come Thrinakìe, ma anche col termine τριγλώxιϛ, tricuspide, adoperato dal celebre poeta Pindaro. La denominazione "Trinakria" si consolidò nel periodo greco-romano, creando una serie di termini equivalenti, che vanno dalla triquetra di Lucrezio del I secolo a.C., al τριxάρενος di Nonno di Panapoli del IV secolo d.C., fino al trisulca di Claudiano del V secolo d.C.

Schema grafico che mostra l'evoluzione del simbolo della Triscele

Questa nozione della forma geografica triangolare dell’isola trova una sua raffigurazione simbolica nel mostro a tre gambe, grecamente detto triskéles o latinamente trìquetra. Gli studiosi sono concordi nell’affermare che si tratta di un antico simbolo religioso orientale, rappresentante il sole o il moto. In età romana il simbolo perde il suo originario valore religioso per assumere quello geografico di emblema della Sicilia, come si osserva nella monetazione di Palermo, in cui la Trinacria appare col suo aspetto definitivo: tre gambe unite ad una testa gorgonica adorna di spighe, che ribadisce il concetto della fertilità dell’isola "granaio di Roma".

L'etimologia profonda: dalla radice dhē- alla felicità

Spostando lo sguardo dalla toponomastica all'etimologia dei concetti, scopriamo che la parola felice continua il latino felix / felīce(m), corradicale di fecŭndus ‘fecondo, fertile’, che significa in origine "che produce frutti, fertile", da cui poi "felice, propizio". Non è difficile individuare l’area semantica in cui questa parola è incastonata: la radice fē-, la cui forma indoeuropea originaria viene abitualmente ricostruita come dhē-.

Si tratta di un termine connesso all'azione di "allattare" e di "assumere il latte materno" (si pensi al greco tithénē, "nutrice", títthē "mammella", thẽlys "che nutre, femminile"), da cui si ha anche la successiva lessicalizzazione di femina "donna che allatta" e di felare "succhiare". Felice si mostra come un originario nome femminile per "colei che allatta", poi esteso al genere non solo femminile di "colui/colei che assume il latte succhiando il seno". Felix è in definitiva la femmina che tramite l’allattamento dona felicità alla creatura che allatta, ed è anche, contemporaneamente, la creatura che fela, cioè che succhia il latte al seno materno.

Il concetto di fecondità nel Paleolitico e la Grande Dea

La stessa origine del nome di Dio (latino deus, imparentato con il greco theós) è collegata alla radice indoeuropea in questione e sembra pertanto riferirsi alla Grande Dea delle società pre-neolitiche. Il nome dell’essere supremo, del "dio padre", risale a un periodo in cui il concetto di paternità nemmeno esisteva. Prima del Neolitico, non eravamo in grado di stabilire alcuna correlazione tra atto sessuale e procreazione: la distanza di nove mesi tra la causa e l’effetto rendeva difficilmente collegabili i due eventi.

Rappresentazione artistica delle

Che la gravidanza fosse oggetto di straordinaria attenzione già nel Paleolitico è dimostrato dalle famose "Veneri" diffuse in tutta Europa: statuette nelle quali si accentuano soprattutto gli attributi materni, di madre prolifica o di puerpera, vale a dire, dell’allattatrice. Successivamente, la forma femminile del nome di dio fu resa maschile attraverso un accostamento con i nomi dello "zio" (theîos), in quanto, prima di comprendere il nesso tra attività sessuale e procreazione, lo zio materno era considerato il maschio che doveva proteggere il figlio, essendo la persona più vicina alla femmina che lo aveva generato. Non può dunque stupire che felix assuma, nel lessico di tipo religioso, il valore di "propizio", come testimoniano le felicia exta, le viscere che contengono augurî favorevoli, o la felix hostia, la vittima del sacrificio che propizia azioni benevole degli dèi.

Definizioni moderne di fecondità

Nell'uso contemporaneo, il termine fecondità assume una doppia valenza. Negli individui di sesso femminile, sia animali sia vegetali, indica la capacità di riprodurre sessualmente la specie. In senso più ampio, in statistica demografica, si riferisce alla capacità riproduttiva della popolazione. Sul piano figurato, la fecondità è la capacità di produrre opere, beni, servizî e, più in generale, idee o progetti. In economia, i beni economici sono detti a fecondità semplice o a fecondità ripetuta, a seconda che siano suscettibili di rendere un solo servizio o più servizî, collegando così, in una sintesi estrema, la radice arcaica del nutrimento alla gestione della materia e della produzione umana moderna.

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