L'Economia come un Gioco delle Tre Carte: Una Lettura Anarchica e Proudhoniana

Sento spesso, parlando con molti compagni, un desiderio diffuso di accostarsi ai problemi dell’economia. E mi rendo conto che questo desiderio è, per molti aspetti, destinato a rimanere tale. Non perché si tratti di problemi difficili, che richiedono necessariamente una preparazione di fondo per essere compresi. Ma per altri motivi che fanno da ostacolo. Tutti parliamo di cose che conosciamo solo in parte, a volte in minima parte, e questo è normale, direi che oggi, allo stato di elevatissima parcellizzazione della ricerca scientifica, è quasi inevitabile. Nessuno può dire veramente di sapere fino in fondo quello su cui insiste nel farci conoscere le sue opinioni. Che poi di queste opinioni non abbiamo effettivamente bisogno, andando a ingrossare il gran mare delle idiozie che ci circonda, questo è tanto vero quanto inutile sottolinearlo. Ci sarebbe bisogno di idee, ma chi può dirsi veramente in grado di avere delle idee? Pochi. Quando qualche idea bussa al nostro cuore e lo mette in subbuglio, gettandoci nelle braccia dell’azione, subito mille preoccupazioni dettate dal senso comune, incrollabile roccaforte del quieto vivere, intervengono per circondarla di distinguo, di prese di distanza, di bambagia protettiva.

Per carità, che c’entrano le idee con l’economia? Quando mai gli economisti hanno avuto delle idee? A volte i compagni mi sollecitano a una tenue spiegazione di qualche problema tecnico - oggi quasi sempre avvolto in neologismi inglesi per darsi un tono e non sembrare troppo volgare - e, non sempre, ma qualche volta, mi azzardo a dire un tocco di scienza in più. Di scienza!, si fa per dire, di quell’arte bastarda che mette in mano ai massacratori strumenti più o meno rozzi per continuare nel loro orribile progetto. Ovvio, mi sembra, che per capire dove sta per arrivare il colpo bisogna conoscere e le intenzioni dell’energumeno che ci aggredisce e le forme e strutture dell’arma che impiega, ma questa ovvietà indiscutibile, è spesso messa da parte. Diomio! Mettersi a studiare economia, un anarchico!

Dicevo dell’azzardo al quale qualche volta mi abbandono. Nessuna risposta. Non dico chiara, nel senso che un singolo, piccolissimo accenno ad un problema tecnico - economico, ché di questo stiamo parlando - sia stato recepito e quindi si voglia provvedere a un semplice approfondimento, no, non dico questo, dico: nessun segno di ricezione, come se stessi parlando una straordinaria lingua incognita. Che diavolo succede se aumenta la quantità di denaro in circolazione? Se si decide l’utilizzo di una moneta diversa da quella oggi adottata? Se diminuisce la produzione di beni di consumo durevoli (che cosa sono mai questi beni che vengono consumati e durano più a lungo di un cono gelato? Forse sono più duri da masticare?). E se l’occupazione lavorativa diminuisce? E come si stabilisce effettivamente il valore di un bene? (Che cosa sia il valore, ovviamente, nessun economista lo sa con certezza, ma tutti ne parlano - e ne parliamo - come di qualcosa di veramente esistente, abbastanza simile a quando si discute della Trinità o dell’anima dei defunti). E i debiti dello Stato? E le tasse? E le imposte? (Ma non sono la stessa cosa? No, non sono la stessa cosa). Silenzio. Eppure i giornali - sì, proprio i giornalacci che strillano come aquile tutti i giorni - parlano continuamente di questi problemi. E perfino i fogli anarchici, da me religiosamente archiviati nei miei due archivi, quello grande e quello piccolo, insistono a parlare di questi problemi (economici?). E allora. Semplice, tutti parliamo di cose che non sappiamo.

Non sto suggerendo di impadronirsi di un "Que sais je?", come ce n’erano a profusione in Francia una volta, scegliendo quello specializzato in economia. Da noi esistevano anticamente i bignamini. Non hanno mai risolto nessun problema di conoscenza. Dico che si potrebbero affrontare alcuni problemi, magari scegliendo letture non difficili, eliminando le inutili superfetazioni matematiche che hanno alimentato le illusioni del capitale quarant’anni fa, e discuterne con altri compagni, seriamente. Seguendo questa strada si vedrebbe che mettendo da parte le vuote chiacchiere che spesso facciamo fra anarchici in nome, ognuno, delle proprie certezze, sulle quali è disposto a giurare eterna fedeltà, e legandosi alla necessità di parlare di cose concrete (che cos’è il denaro? perché il denaro non è il capitale? che cos’è una banca? che cos’è la Borsa? che cos’è un’azione di una società per azioni? perché un’azione di questo genere è diversa da un’obbligazione? che cos’è la sottoscrizione di un prestito statale?). Non è una lettura facile. E detto questo potrei chiuderla qui.

Illustrazione di Proudhon che discute con altri pensatori

Con quale ardire mi permetto di ripubblicare questo libro che fece venire tanti dolori di pancia al povero Marx? Non sarebbe stato meglio mettere a dormire Proudhon come qualcun altro ha messo a dormire Marx? No, non sono d’accordo. L’anarchico propone una lettura straordinariamente efficace dell’economia, dei suoi meccanismi più intimi, delle sue trasformazioni, e scopre la sua intrinseca contraddittorietà. Il grande risultato di Proudhon, che quarant’anni di studio mi hanno reso sempre più chiaro, è che queste contraddizioni non sono risolvibili, non c’è nella realtà nessun superamento hegeliano, ma solo oltrepassamenti, che di volta in volta possono sfociare in una nuova sistemazione del processo produttivo (di sfruttamento, questo è ovvio), con la nascita di una società diversa da quella che oggi ci opprime e che il sogno di tutti noi ci fa sperare migliore. Solo sperare, nessuna certezza. Battersi per una certezza, come insegnava Marx, ha prodotto quel socialismo reale che ci ha allietati tutti nel secolo scorso. Proudhon fa vedere bene che non ci sono meccanismi automatici nello stesso processo economico, non ci sono scontri di forze sotterranee, non ci sono talpe, tutto è in lotta con tutto, costantemente, perché l’uomo è questa cosa miserevole. Osservando alcune serie statistiche fornite da Proudhon ci si accorge che sono vecchie di più di un secolo e mezzo, eppure i processi sono sempre identici, nulla è cambiato, e nulla cambierà fin quando le lacrime e il sangue saranno versati dalla parte dei lavoratori e i guadagni affluiranno nelle casseforti degli sfruttatori. Vedersi accompagnati per mano nello svolgimento di questi processi, senza l’apparato ostico e pretenzioso dei moderni lodatori del capitale, è impressionante. E, alla fine, ci si accorge che l’economia è un triste imbroglio, un gioco delle tre carte, una truffa maldestra e continuamente bisognosa di essere supportata da altri imbrogli e altre truffe. E, alla fine, quando non dovesse più funzionare il meccanismo dell’accumulo truffaldino (negli ultimi tre anni il debito degli Stati europei è raddoppiato), c’è sempre il ricorso alla guerra, dapprima convenzionale, guerra contro altri popoli, piccole guerre qua e là per il mondo, e se anche questi sbocchi non dovessero funzionare, la guerra radicale, quella dell’ultima trincea, la guerra civile. Nessun ostacolo ferma i padroni se non la loro completa distruzione.

La Critica Proudhoniana del Potere e del Capitalismo

Alfredo M. Ad accrescere le dimensioni delle difficoltà teoriche contribuisce lo stesso Proudhon. «Io sono - egli scrive - un rivoluzionario, non sono un voltagabbana». (Lettera del 4 marzo 1842). Scrittore focoso, esuberante, ricchissimo, produttivo come pochi, spesso indulgente nella polemica, a volte noioso per le continue ripetizioni, a volte dilettevole per lampi di ottima prosa e arguta verve nella migliore tradizione dei moralisti francesi, autore di qualcosa come 38 grosse opere, 14 volumi di lettere, 3 raccolte di articoli, 6 volumi di appunti. Lui stesso si rese conto della necessità di fare chiarezza in questo grande mare tumultuoso dove non pochi vecchi filibustieri pescarono e pescano pesci di ogni sorta. In una lettera a Bergmann (14 maggio 1862), pochi anni prima di morire scriveva: «Penso che sarebbe opportuno che riassumessi in poche pagine, con chiarezza e semplicità, ciò che voglio, ciò in cui credo, ciò che sono». In un’altra lettera: «Si predicano in questo momento non so quanti Vangeli nuovi. E non ho voglia di aumentare il numero di questi pazzi».

Alla base di questa grande costruzione si identifica una logica ordinatrice spietata, ma di tipo diverso della solita che regge la visione del mondo dettata dalla prospettiva statalista. «Sistema non ne possiedo, respingo formalmente la supposizione di averne uno. Il sistema dell’umanità non sarà conosciuto che alla fine dell’umanità. Quello che mi interessa, è di riconoscere la sua strada, e se posso, di contribuire a tracciarla». (“Le Pleuple”, 21 marzo 1849). Il filo conduttore della sua critica sociologica della realtà apparentemente contraddittoria, è proprio questo pluralismo di dottrine, di istituzioni, di mentalità, di strutture, che costituisce l’essenza della società. Le difficoltà teoriche sono quindi eliminabili con un’attenta lettura diretta a cogliere i momenti critici del passaggio dall’individuale al collettivo, momenti in cui vengono individuati i punti di contatto tra i diversi livelli di contraddizioni e le istituzioni “costanti” che pretendono condizionare l’uomo in nome di valori cosiddetti “superiori”: la proprietà capitalista, l’assolutismo dello Stato, lo spiritualismo idealistico. Spiegando le sue scelte di metodo, eccolo scrivere a Williaumé: «Trovai che la società, in apparenza comprensibile, regolare, sicura di se stessa, era abbandonata al disordine e all’antagonismo; che era anche sprovvista di scienza economica e di morale; lo stesso per i partiti, le scuole, le utopie e i sistemi. Cominciai allora, o meglio ricominciai, su nuove basi, un lavoro di riconoscimento generale dei fatti, delle idee e delle istituzioni, senza partito preso, e senza altra regola d’apprezzamento che la stessa logica».

Restano le difficoltà pratiche. I testi di Proudhon in lingua italiana, a parte il tanto noto Che cos’è la proprietà? sono di difficile reperimento. Qualche antologia come quella curata da Mario Bonfantini nel 1957 e le edizioni della Utet. Le critiche sono improntate a due correnti ben precise: la marxista e la liberale. Un modello della critica del primo genere sono le brevi parole che Gian Mario Bravo fa precedere alla parte dedicata a Proudhon nell’antologia Il socialismo prima di Marx (Roma, II ed. 1970). Vi si ripetono i giudizi di Marx. La condanna suona in questo modo assoluta e senza ricorso. Proudhon appare come un confusionario, mezzo economista e mezzo filosofo, in sostanza né economista né filosofo. Troppo poco sistematico per essere economista, troppo poco rispettoso dei padri della chiesa filosofica tedesca per essere filosofo. Da canto suo il morente liberalismo ha ravvisato, specie in Italia e in questi ultimi anni [1975], un filone non trascurabile nel pensiero anarchico (Proudhon e Merlino sono i due pensatori di cui ci risulta con certezza questo tipo di operazione), filone sfruttabile per alimentare una prospettiva teorica che, contraddetta dalla realtà e dall’accentuarsi delle contraddizioni produttive, trova il proprio campo d’attività nell’ambiente rarefatto delle elucubrazioni universitarie. Questa brava gente non si preoccupa per nulla di chiarire la base essenziale del pensiero di Proudhon. È logico che il povero Proudhon finisce per sopportare il supplizio di Damiens. Tirato da tutte le parti le sue membra stentano a staccarsi e deve intervenire il caritatevole carnefice per tagliare i tendini con un grosso coltello. In pratica sia l’operazione mistificatoria marxista, sia la patetica operazione dei liberali non riescono a smembrare il robusto corpo teorico proudhoniano e si accaniscono senza risultati evidenti. Il capostipite di questo modo di ragionare è proprio Engels. Nella sua Introduzione del 1884 alla Miseria della filosofia di Marx, non si prende per niente cura di dare indicazioni e chiarificazioni sull’opera di Proudhon, contro cui il lavoro di Marx era diretto, ma sposta il problema su Johann Rodbertus. Lo stesso Marx non centra il problema della ricerca di Proudhon e, nella sua intenzione essenzialmente polemica, non rende giustizia a una visione rivoluzionaria della realtà che, in ultima analisi, fatte le dovute proporzioni riguardo la concezione autoritaria della lotta, non era molto diversa dalla sua e verso cui aveva contratto non pochi debiti.

Da parte sua Proudhon aveva precisato in una lettera a A. Gauthier: «Tu mi chiedi spiegazioni sul modo di ricostruire la società. In due parole: abolire progressivamente e fino alla sua estinzione l’eredità, ecco il passaggio. L’organizzazione risulterà dal principio di divisione del lavoro e della forza collettiva, combinato con il mantenimento della personalità nell’uomo e nel cittadino». Sgombrato il terreno dalle vere o pretese difficoltà ci resta il problema di spiegare, in breve e chiaramente, il nocciolo del pensiero proudhoniano, condizione essenziale per comprendere le “contraddizioni” che si pongono quale momento di una ricerca complessiva considerata come unità indissolubile. Che cosa occorre per la rivoluzione? Proudhon ha le sue ricette, che cambierà via via nel corso della loro preparazione: «Un saggio che sappia fondare la scienza economica, una scienza con i suoi assiomi, le sue determinazioni, il suo metodo, la sua propria certezza, una scienza né matematica, né giuridica. Non occorre meno di questo per produrre la rivoluzione. Dopo la scienza economica, una filosofia della storia che cammini verso l’avvenire e poi una filosofia generale».

Il pluralismo sociologico costituisce la base della sua critica sulla proprietà capitalista, come critica di un individualismo atomistico che contrasta con l’essere collettivo, con la pluralità delle persone e dei gruppi sociali. Per Proudhon l’individualismo capitalista negando l’esistenza degli organismi collettivi autonomi intende impadronirsi in proprio del surplus produttivo. Allo stesso modo, il pluralismo sociologico consente la critica dell’assolutismo dello Stato, visto sia sotto l’aspetto fascista che sotto quello di un totalitarismo di sinistra. Per Proudhon lo Stato non risulta da un insieme di gruppi sociali, ma dal dominio esercitato da un gruppo sugli altri tramite l’appropriazione dei poteri appartenenti a tutta la collettività. Alla base stessa del pluralismo sociologico sta una critica filosofica dello spiritualismo dogmatico, che poi sarebbe una forma di idealismo integrale non dissimile dal materialismo visto attraverso la lente determinista tipicamente hegeliana. Il tema centrale del pensiero di Proudhon è quindi la critica del potere, considerato assolutista anche quando ama darsi l’atteggiamento democratico, anche quando pretende dare la libertà.

La Lingua come Strumento di Potere e di Ribellione

Paolo Borzachiello - Neuroscienze del linguaggio: come le parole modellano il cervello.

Il modo di lavorare di Proudhon, che dimentica le convenzioni e si immerge nella realtà concreta, ci ricorda l’importanza della lingua come veicolo di pensiero e, potenzialmente, di potere. Assistiamo a situazioni in cui la libertà di espressione viene limitata, come nel caso di chi viene costretto a cantare "Bella ciao" per strada dopo che un’autorità ha proibito di farlo in uno spazio istituzionale perché la canzone sarebbe “di parte”. Questo episodio evidenzia come il linguaggio, anche quello apparentemente innocuo di una canzone, possa essere politicizzato e strumentalizzato.

Negli anni Sessanta, studiosi discussero a lungo sull’ipotesi che "Bella ciao" derivasse da canti popolari preesistenti, risultato di un montaggio evolutivo di materiali del passato. Questa analisi linguistica e storica ci mostra come le espressioni culturali siano stratificate e come la loro interpretazione possa variare. Il fatto che "Bella ciao" sia emersa negli anni dei primi governi di centrosinistra, sostituendo "Fischia il vento" perché più inclusiva, dimostra come il linguaggio e i simboli culturali si adattino ai contesti sociali e politici. La sua popolarità e la sua elezione a canto esemplare della Resistenza risalgono agli anni Sessanta, non tanto per quello che la canzone dice, ma per quello che non dice: perché non nomina né il fascismo né il nazismo, perché non contiene simboli socialisti e comunisti, perché è basata su una tradizione popolare (forse…) e non su una canzone russa o un inno sovietico.

La storia di "Fischia il vento", scritta da Felice Cascione, un giovane medico partigiano, ci offre un altro esempio di come il linguaggio possa essere uno strumento di resistenza e di espressione identitaria. La canzone, nata dall’adattamento di una melodia russa, "Katiuscia", con un testo che descrive la fame, il freddo e la lotta per la libertà, divenne un inno della Resistenza. La madre di Cascione, rivendicando la paternità del testo, dimostra l’importanza del riconoscimento della paternità intellettuale e del valore attribuito alle parole.

Copertina del libro

Il pensiero di Cesare Ruffato, espresso attraverso la sua poesia in dialetto, ci invita a riflettere ulteriormente sul potere trasformativo del linguaggio. Ruffato, con la sua "reinvenzione del «volgare»", dimostra come il dialetto possa elevare un'esperienza di vita a dignità di lingua, offrendo un registro linguistico che riflette una realtà profonda e spesso inespressa nella lingua nazionale. La sua opera, che si muove tra il "sermo humilis" e la ricerca di un'espressione che catturi l'essenza dell'essere umano, ci ricorda che ogni parola, ogni espressione, porta con sé un peso di significato e di intenzioni.

L'idea che il dialetto possa avere il potere di una calamita, attrarre e dare nuovo vigore alla lingua italiana, è un concetto potente. Ruffato, come altri poeti dialettali, utilizza il linguaggio non solo per descrivere la realtà, ma per interrogarla, per darle nuova forma e nuovo senso. Il suo "fare poetico" è un atto di resistenza contro la omologazione linguistica e culturale, una dimostrazione di come la lingua sia intrinsecamente legata alla vita, alle emozioni e all'identità.

In questo senso, l'economia, come descritta da Proudhon, non è una scienza esatta e immutabile, ma un campo di forze in continua lotta, un intreccio di meccanismi sociali e di potere. E il linguaggio, con la sua capacità di definire, di nominare, di interpretare, gioca un ruolo cruciale in questa lotta. Comprendere l'economia significa anche comprendere il linguaggio che la descrive e, potenzialmente, trasformarlo.

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