La Lunga Marcia Verso il Voto: Storia e Battaglie delle Suffragette Britanniche

Il cammino che ha portato le donne a conquistare il diritto di voto, un pilastro fondamentale della cittadinanza moderna, è stato un percorso tortuoso, segnato da coraggio, determinazione e, in molti casi, da profonde sofferenze. In questo scenario, il movimento delle suffragette britanniche emerge come un capitolo cruciale, un esempio potente di come l'attivismo organizzato e le azioni incisive possano scuotere le fondamenta di una società patriarcale e portare a cambiamenti epocali. Le suffragette, un termine che evoca immagini di donne determinate e audaci, non furono semplici sostenitrici di un'idea, ma vere e proprie protagoniste di una rivoluzione sociale e politica che ha ridefinito il ruolo della donna nella sfera pubblica.

Le Radici del Movimento: Dalla Disillusione all'Azione

Il movimento per il suffragio femminile, inteso come movimento nazionale volto a chiedere il suffragio femminile, vide la luce nel Regno Unito solo nel 1869. È da questa data quindi che fu possibile parlare, a tutti gli effetti, di suffragette, perché solo allora ebbe vita un movimento nazionale per rivendicare il diritto di voto, ancora non riconosciuto. In questo contesto, il lavoro di personalità fautrici dei diritti delle donne, come John Stuart Mill e sua moglie Harriet Taylor, fu fondamentale nel porre le basi intellettuali per la causa. Contemporaneamente a quanto avveniva in Francia, anche nel Regno Unito si pubblicarono libri a sostegno della tesi dei diritti per le donne. Nel 1792 Mary Wollstonecraft pubblicò "A Vindication of the Right of Women", mentre iniziavano a formarsi i primi circoli femminili.

Tuttavia, la svolta decisiva, quella che segnò l'inizio di un'era di azioni più radicali, si ebbe il 10 ottobre 1903 a Manchester. Fu in quella data che Emmeline Pankhurst, insieme alle figlie Christabel, Sylvia, Adela e altre tre donne, fondò la “Women’s Social and Political Union” (WSPU). L'obiettivo era chiaro: ottenere il diritto di voto politico per le donne, un diritto concesso solo agli uomini sul piano nazionale. Inizialmente, le speranze erano riposte in strategie più moderate e nel convincere i partiti politici esistenti. La fondatrice, Millicent Fawcett, della Società Nazionale per il suffragio femminile (formata nel 1897), cercò di convincere anche gli uomini ad aderire al movimento, dato che erano i soli, in quel momento storico, a poter legalmente concedere il diritto di voto. Tuttavia, l'incontro con l'ostilità e la diffidenza maschili portò a una situazione di stallo, protrattasi fino al 1903. I mancati risultati e la lentezza del processo spinsero le donne della WSPU ad azioni più incisive: erano decise ad agitare le acque, a spezzare le catene dell’indifferenza e a navigare verso l’uguaglianza.

Donne che protestano con cartelli per il suffragio

Dalle Parole ai Fatti: Le Tattiche delle Suffragette

La WSPU adottò rapidamente uno slogan semplice ma potente: "Voto per le donne" (Votes for women). Le riunioni iniziali si tenevano nella casa di Emmeline Pankhurst e il numero delle associate cresceva costantemente. La stampa, spesso con intento derisorio, iniziò a chiamarle in modo dispregiativo "suffragette", giocando sull'assonanza con il termine sofferenza. Le donne, tuttavia, accettarono questo appellativo, facendolo proprio e dando persino il nome al loro giornale, "The Suffragettes". Il motto del loro movimento divenne "Deeds, not words" (fatti, non parole), a indicare un netto distacco dalle strategie puramente oratorie.

Le suffragette iniziarono ad organizzare incontri ed eventi per programmare azioni forti di disobbedienza civile. Queste includevano la rottura di vetrine, il danneggiamento di proprietà private, l'incatenarsi a ringhiere, l'incendio di cassette postali e la stampa della scritta "votes for woman" sui penny. L'obiettivo era chiaro: rendere la loro causa insopprimibile, attirando l'attenzione dei media e del governo attraverso azioni che non potessero essere ignorate. La prima marcia organizzata a Trafalgar Square, sebbene inizialmente vietata, vide la partecipazione di numerose donne, molte delle quali ladies camuffate in abiti comuni. Queste manifestazioni, spesso immortalate dai giornali, suscitarono scandalo tra i giudici, che si videro sfilare inappuntabili madri di famiglia e leggiadre signorine. Le suffragette rispondevano con fermezza: "Non possiamo protestare ordinatamente come tutti i bravi cittadini perché, senza voto, non possiamo definirci tali".

Nel 1905, durante una manifestazione del Partito Liberale a Manchester, Christabel Pankhurst e Annie Kenny posero ripetutamente la domanda agli oratori: "Il governo liberale darà voti alle donne?". Questo gesto scatenò un putiferio, portando all'arresto delle due donne. Questo fu solo l'inizio di una lunga serie di arresti, che non risparmiarono né coloro che danneggiavano le proprietà, né quelle che protestavano pacificamente.

Ritratto di Emmeline Pankhurst

La Risposta del Governo: Dalla Repressione alla Legge del "Gatto e del Topo"

Con il passare del tempo, il fenomeno delle proteste dilagò, diventando sempre più grande. Il mare agitato divenne una vera e propria burrasca difficile da arginare, che obbligò il governo inglese a intervenire con misure sempre più severe. La repressione governativa si manifestò in forme brutali, destinate a spezzare la resistenza delle attiviste.

Nel 1909, un nuovo e drammatico metodo di protesta prese piede: lo sciopero della fame nelle prigioni. Marion Wallace Dunlop fu tra le prime ad attuare questa forma di protesta, venendo arrestata per aver danneggiato una proprietà. Una volta imprigionata, Marion iniziò un digiuno volontario per non essere stata definita "prigioniera politica". Dopo 91 ore senza viveri, venne rilasciata dalla polizia per paura che morisse. Questo evento diede origine a un nuovo metodo di protesta, non violento in apparenza, ma estremamente efficace nel mettere in crisi le autorità carcerarie.

Tuttavia, i digiuni delle donne conobbero la risposta più cruenta del governo inglese: l'alimentazione forzata. Le donne venivano obbligate a mangiare attraverso una pratica non lontana dalla tortura. Le manifestanti venivano immobilizzate e costrette a ingerire cibo da un tubo collegato a un imbuto contenente una brodaglia di latte, uova e altri alimenti liquidi. Questa forzatura era estremamente dannosa, causando spesso denti rotti, vomito, sanguinamento e soffocamento con liquidi che, in alcuni casi, finivano nei polmoni, provocando gravi danni o persino la morte. Nonostante le sofferenze, la resistenza delle suffragette venne premiata in un certo senso: una volta uscite dalle prigioni, venivano accolte dalle compagne che conferivano loro una medaglia d'argento, con inciso il periodo di digiuno, a simboleggiare il loro coraggio e la loro resistenza.

Temendo di creare martiri e di alimentare ulteriormente il movimento, nel 1913 il Governo introdusse la legge "del gatto e del topo" (Prisoners Temporary Discharge for Health Act). Questa legge permetteva il rilascio in libertà vigilata delle donne che scioperavano la fame, fino a che non riprendevano le forze o non venivano nuovamente coinvolte in eventi riconducibili alla WSPU. Una volta indebolite o malate, venivano rilasciate, per poi essere nuovamente arrestate non appena le loro condizioni di salute miglioravano, in un ciclo estenuante e crudele.

Suffragette - Clip - La testimonianza di Maud

L'Impatto Sociale e il Sacrificio Estremo

La lotta per il suffragio non si limitava alle azioni dimostrative o alle proteste in piazza; essa ebbe un profondo impatto sulla vita personale delle donne coinvolte. Il movimento stava ottenendo sempre più seguito, ma questo non diminuì la violenza psicologica e sociale imposta dalla società del tempo. Le donne che venivano riconosciute come suffragette venivano spesso cacciate dal lavoro, licenziate senza preavviso o, in alcune situazioni, buttate fuori di casa, perdendo la possibilità di vedere i propri figli e la propria famiglia.

La pressione sociale era immensa. Donne di buona famiglia, di buona cultura e con una situazione economica agiata, come la signora Banks, si schierarono con il movimento inglese delle suffragette. Spesso erano sostenute da mariti illuminati che mettevano a rischio la propria onorabilità per appoggiare la causa delle donne. Tuttavia, questo valeva soprattutto per i primi tempi. Negli anni successivi, al movimento "elitario" si aggiunsero donne di ogni estrazione sociale che pagarono spesso un prezzo molto più alto delle colleghe più abbienti, banalmente per l'impossibilità di pagarsi le cauzioni o perché perdevano lavoro, famiglia e affetti per essersi unite al movimento.

Tratti distintivi di queste donne erano tailleur di colori scuri, con gonne lunghe e giacche che mettevano in risalto le forme, oltre alla fascia, indossata dalle più attiviste, con frasi di incitamento al voto come "Votes for women".

Il culmine di questa lotta drammatica si ebbe nel 1913, quando le suffragette decisero che non rimaneva che cercare di convincere direttamente Re Giorgio V. Il giorno prescelto fu quello del Derby di Epsom. Durante la corsa dei cavalli, ci fu un evento tragico. La suffragetta Emily Davidson morì. Emily si era lanciata sul tracciato percorso da cavalli e fantini nel tentativo di appendere su uno degli animali una pezza con il messaggio della WSPU. Colpiti dal drammatico evento, il Re e la Regina si interessarono dell'accaduto, dimostrando però disappunto. La Regina arrivò a descrivere Emily come una donna lunatica e terribile. Ma nemmeno questo giudizio negativo fermò il movimento; al funerale di Emily parteciparono cinquanta mila persone, dimostrando la crescente forza e il sostegno popolare che la causa aveva raggiunto.

Emily Davison sul tracciato del Derby di Epsom

Nel marzo 1914 una donna, in un atto di protesta estremo, entrò in una galleria d'arte e prese a coltellate la Venere Rokeby, esponendo il suo gesto in nome del Suffragio Universale. Qualche mese dopo scoppiò la guerra, ma il movimento non si fermò.

La Conquista del Voto e le Conseguenze

La Prima Guerra Mondiale segnò una svolta significativa. Con quasi tutti gli uomini validi mandati al fronte, le donne assunsero molti dei tradizionali ruoli maschili, dimostrando le proprie capacità in settori precedentemente preclusi. Questo comportò una nuova considerazione delle capacità della donna nella società. Nonostante le difficoltà e le divisioni interne (come la scelta interventista di Emmeline Pankhurst durante la guerra, contrapposta alla posizione pacifista di altre, tra cui Millicent Garrett Fawcett), le donne, con le loro organizzazioni, riuscirono ad ottenere ciò per cui lottavano e vinsero così la loro battaglia.

Finalmente, nel 1918, il Parlamento del Regno Unito approvò la proposta del diritto di voto. Inizialmente, questo diritto era limitato: era concesso alle mogli dei capi famiglia con età superiore ai trent'anni. Fu una prima, fondamentale vittoria, ma non ancora il suffragio universale completo. La piena parità elettorale, garantita a tutte le donne con almeno 21 anni di età, arrivò nel 1928.

La lotta per il suffragio femminile non fu un fenomeno circoscritto al solo Regno Unito. Il movimento si sviluppò in forme simili in vari paesi, con tempi e modalità differenti. Il primo paese ad introdurre il suffragio universale fu la Nuova Zelanda nel 1893. Seguirono, in Europa, la Finlandia (1907) e la Norvegia (1906). In Germania le donne ottennero tale diritto nel 1919, mentre la Francia dovette attendere il 1945. Negli Stati Uniti, il primo stato a riconoscere parzialmente il suffragio femminile fu il Wyoming nel 1869; il suffragio universale fu ottenuto solo nel 1920.

In Italia, il percorso fu in parte rallentato dall'unificazione avvenuta solo nel 1861. Le prime attiviste per il suffragio femminile in Italia furono esponenti della borghesia, cattoliche e socialiste, tra cui si ricordano Giuditta Brambilla, Carlotta Clerici e Anna Kuliscioff. Nel 1919 le donne ottennero l'emancipazione giuridica, e anche papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente a favore del diritto di voto alle donne. Tuttavia, l'avvento del fascismo congelò la questione. Fu solo il 31 gennaio 1945, quando l'Italia era ancora in guerra, che il diritto di voto venne esteso a tutte le italiane che avessero compiuto 21 anni, permettendo loro di partecipare alle elezioni amministrative e, successivamente, al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 per la scelta tra monarchia e repubblica.

Oltre alla conquista del voto, le suffragette lottarono per una parità più ampia rispetto agli uomini, non solo dal punto di vista politico ma anche giuridico ed economico. Le rivendicazioni delle donne di avere accesso alla sfera pubblica, che fin dai tempi di Aristotele prevedeva la completa espulsione delle donne, provocarono una tenacissima resistenza. L'esclusione delle donne dalla vita pubblica significava il loro completo assoggettamento nella sfera privata, e la battaglia per il diritto al voto mirava ad andare al di là di questo, diventando una battaglia per l'uguaglianza tra uomini e donne. Nel 1925, in Gran Bretagna, le donne ottennero anche il diritto di custodia sui figli.

La storia delle suffragette è una testimonianza della lunga e dura battaglia per la conquista dei diritti politici delle donne, una battaglia che non fu affatto una progressiva concessione, ma il risultato di azioni determinate, di sacrifici enormi e di un'incrollabile volontà di cambiamento, che ha plasmato la società in cui viviamo oggi.

Illustrazione storica delle suffragette in marcia

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