Giovanni Verga: Vita, Opere e la Nascita del Verismo Siciliano

Giovanni Verga è tra i narratori italiani più noti della seconda metà dell’Ottocento, riconosciuto come uno dei più importanti scrittori italiani del XIX secolo e ritenuto tra i fondatori del verismo, un movimento letterario che si caratterizzava per l'attenzione alle realtà sociali e per la rappresentazione cruda della vita quotidiana. Il suo stile scarno e realistico ha rappresentato un'importante svolta nella tradizione letteraria italiana, introducendo nuovi temi e nuove tecniche narrative. La sua opera ha offerto uno spaccato profondo e spesso amaro della società, esplorando la condizione umana con una prospettiva unica e inconfondibile.

Le Controverse Origini: Dove e Quando Nacque Verga

La nascita di Giovanni Verga, avvenuta a Catania il 2 settembre 1840, è un punto di partenza fondamentale nella sua biografia, sebbene intorno a questa data e al luogo preciso permangano alcune incertezze e contraddizioni. Si pensa infatti che quella del 2 settembre sia la data in cui è avvenuta la registrazione dell’atto di nascita. È probabile che lo scrittore sia nato circa una settimana prima, a fine agosto 1840. L'atto di nascita riporta la data del 2 settembre 1840, dichiarando che Giovanni Carmelo era nato alle ore 5 dello stesso giorno, nella casa posta in Catania, via Sant'Anna numero 8. Questa registrazione fu effettuata dal padre, Giovanbattista Verga, alla presenza di due testimoni, al senatore del Regno e ufficiale di Stato Civile, don Francesco Bicocca. Una lettera destinata a un "Illustre amico" menziona il 31 agosto 1840 come data di nascita a Catania, aggiungendo: "Io invece credevo fosse il 2, oppure l'8 settembre dello stesso anno." L'8 settembre è in realtà la data di battesimo, celebrato a Catania, presso la Chiesa dedicata a San Filippo, come risulta dal notamento restituito dal Parroco della stessa Chiesa a pochi passi dalla casa natale di via Sant'Anna, mentre quella di nascita è secondo alcuni antecedente e potrebbe risalire alla fine di agosto, se non addirittura al 29, giorno in cui a Vizzini si festeggia San Giovanni.

Mappa della Sicilia con evidenziate Catania e Vizzini

Vi è, tuttavia, una seconda tesi secondo cui Verga sarebbe nato in un podere di campagna di proprietà dello zio don Salvatore in contrada Tiepidi, una zona di campagna a pochi chilometri dal centro abitato di Vizzini. Questa tesi sarebbe supportata da diverse ipotesi. La prima riguarda l'epidemia di colera che nell'estate del 1840 si era abbattuta su Catania e che avrebbe potuto spingere la famiglia Verga ad abbandonare l'afosa Catania d'estate, per la frescura collinare di Vizzini e a scegliere il piccolo centro del Calatino per proteggere sia la madre sia il nascituro da ogni potenziale rischio. La seconda ipotesi è che, nato prematuro, a sette mesi, il piccolo sarebbe poi stato riportato nel capoluogo, dove il padre, Giovanni Battista Catalano Verga, originario di Vizzini ma residente nel capoluogo, registrò il figlio come nato a Catania, nell'abitazione di via Sant'Anna. È probabile che Giovanni Battista Verga avesse scelto Catania come città ufficiale di appartenenza anche per compiacere la moglie Caterina Di Mauro, catanese, e anche per comodità, visto che la futura eventuale richiesta di certificazioni non avrebbe così necessitato un viaggio nella distante Vizzini. Tuttavia, questa teoria è priva di prove scritte, e non tiene conto che la madre e il bimbo, forse prematuro, sarebbero stati portati d'urgenza nel capoluogo, dove il Verga padre avrebbe commesso un reato, con la complicità dell'ufficiale di Stato Civile e due testimoni, quando, per avere un certificato dal comune di Catania, sarebbe stata sufficiente una legalissima e semplice trascrizione. La terza ipotesi emerge da un'annotazione apposta sull'occhiello di una copia della prima edizione delle Novelle rusticane, che Verga regalò all'amico scrittore Luigi Capuana, dove si legge: «A Luigi Capuana "villano" di Mineo - Giovanni Verga "villano" di Vizzini». L'uso del termine "villano" dimostrerebbe, quindi, come Verga fosse a conoscenza di essere nato in un piccolo paese di provincia come Capuana, a Vizzini o comunque in una contrada di campagna. Ad ogni modo, l'unico dato certo è la registrazione della nascita a Catania il 2 settembre 1840.

Le Radici Familiari e l'Educazione Giovanile

In ogni caso, Verga ebbe nobili origini, essendo figlio di proprietari terrieri. Di famiglia borghese, con antiche origini nobili, visse in un ambiente di tradizioni liberali. La famiglia Verga, di lontane ascendenze aragonesi, era giunta in Sicilia con il nome di Vergas o Vargas, all’epoca dei Vespri. Il padre dello scrittore, Giovanni Battista Verga Catalano, era nativo di Vizzini, dove la famiglia Verga possedeva alcune proprietà; la madre si chiamava Caterina Di Mauro Barbagallo e apparteneva a una famiglia borghese di Belpasso. Il nonno di Giovanni, Giovanni Carmelo Verga Distefano, era stato carbonaro e, nel 1812, eletto deputato per Vizzini al primo Parlamento siciliano. Quest'ultimo aveva ereditato dalla famiglia della madre, nel 1771, il feudo di Fontanabianca, al quale apparteneva il titolo di barone, riconfermato da Ferdinando III nel 1781 a don Gaetano Verga, che dava quindi il diritto a Giovanni Verga di fregiarsi del predicato "di Fontanabianca", nonché del titolo di "nobile dei baroni di Fontanabianca", anche se non ne fece mai uso. La famiglia Verga era comunque già iscritta nella mastra nobile di Vizzini sino al 1813, quando in Sicilia furono aboliti il feudalesimo e le mastre nobili; sino al 1813, quindi, i Verga potevano qualificarsi "nobili di Vizzini".

Dopo gli studi primari, compiuti presso la scuola di Francesco Carrara, Verga venne inviato, per gli studi secondari, alla scuola di don Antonino Abate, scrittore, fervente patriota e repubblicano. Da lui, il giovane Giovanni assorbì il gusto letterario romantico e il patriottismo, ricevendo anche l'ispirazione per ideali patriottici e lo studio dei grandi scrittori italiani, da Dante fino a Manzoni. Quando Verga era ancora giovane, nel 1854, la famiglia fu costretta a rifugiarsi nelle campagne di Tebidi a causa dell’epidemia di colera in atto, e vi ritornò nel 1855 per lo stesso motivo. I ricordi di questo periodo, legati alle sue prime esperienze adolescenziali e alla campagna, ispirarono molte delle sue novelle, come Cavalleria rusticana e Jeli il pastore, oltre al romanzo Mastro-don Gesualdo.

Giovanni Verga da giovane

Le Prime Opere e l'Impegno Patriottico

Lo scrittore iniziò ufficialmente la propria carriera come autore a soli sedici anni. Tra il 1856 e il 1857, Verga scrisse il suo primo romanzo di ispirazione risorgimentale, Amore e patria, rimasto inedito. Il romanzo ottenne giudizio positivo da parte di Abate, ma venne considerato immaturo dall'insegnante di latino, don Mario Torrisi, che lo convinse a non pubblicarlo. Iscrittosi nel 1858 alla facoltà di legge all'Università di Catania per assecondare i desideri del padre, non dimostrò però grande interesse per le materie giuridiche e nel 1861 abbandonò di fatto i corsi, preferendo dedicarsi all'attività letteraria e al giornalismo politico. Con il denaro datogli dal padre per concludere gli studi, il giovane pubblicò a sue spese il romanzo I carbonari della montagna (1861-1862), un romanzo storico che si ispira alle imprese della Carboneria calabrese contro il dispotismo napoleonico di Murat, raccontando, sempre nel filone del romanzo storico, le vicende dei moti catanesi del 1810-1812.

La sua formazione fu dunque irregolare e, come scrive Guido Baldi, «[…] segna inconfondibilmente la sua fisionomia di scrittore, che si discosta dalla tradizione di scrittori letteratissimi e di profonda cultura umanistica che caratterizza la nostra letteratura, anche quella moderna: i testi su cui si forma il suo gusto in questi anni, più che i classici italiani e latini sono gli scrittori francesi moderni di vasta popolarità, ai limiti con la letteratura di consumo, come Dumas padre (I tre moschettieri) e Dumas figlio (La signora delle camelie), Sue (I misteri di Parigi), Feuillet (Il romanzo di un giovane povero)». Oltre a questo genere di romanzi egli prediligeva i romanzi storici italiani, soprattutto quelli a carattere fortemente romantico, come quelli di Guerrazzi, la cui influenza si coglie anche nel suo terzo romanzo intitolato Sulle lagune, pubblicato tra il 1862 e il 1863, dapprima a puntate in appendice della rivista fiorentina "La nuova Europa", nel periodo in cui Venezia è ancora sotto la malvista potenza austriaca. Il romanzo narra la vicenda sentimentale di un ufficiale ungherese e di una giovane veneta di Oderzo, in uno stile severo e privo di retorica. Entrambi innamorati della vita finiranno per morire insieme.

Verga appoggiò attivamente l’Unità italiana, arrivando ad arruolarsi nella Guardia Nazionale. In Sicilia si verificò un periodo di violente sommosse popolari per l'abolizione del dazio sul macinato e, soprattutto nella provincia catanese, si assistette alla reazione dei contadini che, esasperati, arrivarono a uccidere e a saccheggiare le terre, con scene come quelle descritte con forza visiva: «Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: "Viva la libertà!". Come il mare in tempesta». Con l'arrivo di Garibaldi a Catania venne istituita la Guardia Nazionale e Verga, nel 1860, si arruolò in essa prestando servizio per circa quattro anni ma, non avendo inclinazioni per la disciplina militare, se ne liberò con un versamento di 3.100 lire alla Tesoreria Provinciale. Il suo patriottismo emerge anche attraverso i suoi primi romanzi, che si inseriscono nella corrente molto diffusa all’epoca della letteratura patriottica. Nel frattempo, arruolatosi nella Guardia Nazionale, iniziò a collaborare a settimanali politici e riviste locali. Insieme a Nicolò Niceforo, conosciuto con lo pseudonimo di Emilio Del Cerro, fondò il settimanale Roma degli Italiani, che si basava su un programma anti-regionale, e lo diresse per tre mesi, oltre a collaborare alla rivista L'Italia contemporanea. Nel 1862 Verga e Niceforo ritentarono l'esperienza con la rivista letteraria L'Italia contemporanea sulla quale Verga pubblicò la sua novella Casa da thè, un'opera che può essere considerata una delle sue prime sperimentazioni in chiave realistica. Anche il giornale L'Indipendente, fondato e diretto da Verga nel 1864, fu lasciato alla direzione di Abate dopo dieci numeri.

Il Periodo Fiorentino e Milanese: L'Apertura alla Mondanità

La prima svolta della carriera verghiana arriva verso la fine di aprile o agli inizi di maggio del 1865, quando si recò per la prima volta a Firenze dopo aver abbandonato gli studi di legge presso l'Università di Catania. Fu proprio a Firenze che venne a contatto con alcuni grandi autori dell’epoca, tra cui Luigi Capuana. E nella città tornò varie volte, per poi stabilirvisi dal 1869 al 1871. Firenze era a quei tempi la capitale del Regno e rappresentava il punto di incontro degli intellettuali italiani. Introdotto da Dall'Ongaro presso i salotti culturali di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, madre e figlia entrambe pittrici, conobbe Vittorio Imbriani e altri letterati. Risale a questo periodo la stesura del romanzo epistolare Storia di una capinera, che apparve nel 1870 sul giornale di moda Il Corriere delle Dame e che l'anno seguente fu pubblicato, per interessamento del Dall'Ongaro, dalla tipografia Lampugnani di Milano. Questo romanzo epistolare, incentrato sulla tragica vicenda di una giovane costretta a farsi monaca, riscosse un discreto successo e segnò un primo successo di pubblico. In questo periodo, nel 1866, era già uscito Una peccatrice e nel 1871 Storia di una capinera, che divenne il suo primo vero successo di pubblico. Fuori dai riflettori, Verga aveva anche scritto una commedia, pubblicata solo nel 1980, dal titolo I nuovi tartufi, che venne inviata, sotto forma anonima, al Concorso Drammatico bandito dalla Società di incoraggiamento all'arte teatrale, ma senza successo.

Il 20 novembre 1872 Verga si trasferì a Milano, dove resterà per vent'anni, pur con diversi e lunghi ritorni a Catania. Qui ebbe contatti con gli scrittori della Scapigliatura e conobbe la narrativa europea. Si trasferì successivamente a Milano, città presso la quale rimase per circa vent’anni (dal 1872 fino al 1893) e dove entrò in contatto con Arrigo Boito e altri esponenti della scapigliatura. Frequentando i ristoranti, come il Cova e il Savini, ritrovo di scrittori e artisti, conobbe Gerolamo Rovetta, Giuseppe Giacosa, Emilio Treves e Felice Cameroni, con il quale intrecciò una fitta corrispondenza epistolare, molto interessante sia per le opinioni espresse sul verismo e sul naturalismo, sia per i giudizi sulla narrativa contemporanea, da Zola a Flaubert, a D'Annunzio. Gli anni milanesi furono ricchi di esperienze e favorirono la nuova poetica dello scrittore.

La Scapigliatura

Il trasferimento a Firenze e poi a Milano determinò un cambiamento nei temi trattati nei romanzi. Verga iniziò a descrivere l’ambiente mondano che egli stesso frequentava. Queste storie erano fondate su un elemento autobiografico: si parlava sempre di un giovane artista che subiva l’influsso distruttivo della mondanità per opera di qualche donna. In questo vediamo il giovane Verga e i suoi turbolenti rapporti con le donne che incontra nei salotti fiorentini e milanesi. Risalgono a questi anni Eva (1873), Nedda (1874), Eros e Tigre reale (1875). Tra il 1871 e il 1874, con i primi romanzi come Eva e Tigre reale e le prime novelle come Nedda, si afferma come autore di successo, esprimendo la preferenza per temi legati ai diversi ambienti sociali del nostro paese e il gusto per una scrittura asciutta e comunicativa.

La Conversione al Verismo e la Poetica dell'Impersonalità

Il contatto con le città del nuovo stato unitario (Firenze, Milano) e la crescente sfiducia verso la vita moderna e gli ambienti mondani determinarono in Verga un ritorno alle sue radici, a quel mondo siciliano rimasto fuori dalla storia e dominato da leggi immutabili. La conversione al mondo siciliano e al Verismo nacque in Verga da una serie di motivi. Inizialmente vicino al romanticismo, Verga si “converte” al Verismo intorno al 1874, dopo aver approfondito la lettura dei romanzi naturalisti francesi, come quelli di Zola (che Verga stesso incontrò durante un viaggio a Parigi). Inoltre, la vicinanza con Luigi Capuana, che era un sostenitore del Naturalismo e si stava adoperando nella diffusione dei romanzi francesi naturalisti in Italia, ebbe di certo un ruolo fondamentale nel passaggio al Verismo.

Alla base del Verismo verghiano c’è il Naturalismo francese, a cui Verga si avvicinò grazie all’amico e scrittore Capuana. I romanzi naturalisti pongono al centro della narrazione la rappresentazione della realtà popolare. Il principale esponente del Naturalismo fu Emile Zola, autore molto letto da Verga. Tuttavia, occorre precisare che il Naturalismo non si identifica con il Verismo. Il narratore dei romanzi di Zola riproduce il punto di vista dell’autore, del borghese colto, ed esprime giudizi sui fatti narrati. Solo nel romanzo Assommoir (1877) Zola assume un punto di vista più impersonale, ma non si tratta di un’operazione sistematica bensì di episodi isolati. Zola risulta insomma abbastanza estraneo alla tecnica verghiana della regressione; per lui l’impersonalità è piuttosto il distacco dello scienziato, che guarda l’oggetto da fuori e dall’alto. Zola assume il punto di vista esterno e dall’alto, mentre Verga adotta la regressione dell’autore.

In alcune lettere agli amici, Verga dichiara di ammirare i romanzieri francesi contemporanei che nelle loro opere raffigurano la realtà in maniera impersonale, quasi come se la fotografassero. Questo, però, è solo un punto di partenza. Per descrivere un mondo come quello siciliano, fisso nei propri valori, Verga scelse di adottare un tipo di scrittura oggettiva, priva dei sentimenti e delle opinioni dell’autore. Questo tipo di scrittura rientra all’interno della poetica dell’impersonalità, che vuole guardare il mondo dei contadini e dei pescatori da una certa distanza, al fine di restituirne la verità, usando le parole della narrazione popolare e mettendo al centro il fatto nudo e crudo. In questo senso si parla di regressione dell’autore. Lo scrittore mette da parte sé stesso, le sue conoscenze, il suo mondo, e regredisce fino a calarsi all’interno del contadino o del pescatore, parla con le sue parole e vede il mondo dai suoi occhi.

Ritratto di Giovanni Verga

Per quanto riguarda l’eclissi dell’autore, secondo Verga questo doveva sparire e lasciar parlare i personaggi, senza esprimere il proprio punto di vista. La regressione verghiana prevedeva invece di annullare le radici colte di chi scrive, mettendosi al pari dei personaggi. Lo straniamento, infine, consisteva nel narrare avvenimenti adottando un punto di vista completamente diverso che fa apparire strane cose che, in realtà, dovrebbero essere normali. Giovanni Verga era poi solito utilizzare il discorso diretto libero, tipico dei romanzi naturalisti e veristi. In questo modo, vengono inseriti nel testo pensieri e punti di vista dei personaggi protagonisti delle vicende. Nel 1878 apparve sulla rivista Il Fanfulla la novella Rosso Malpelo e nel frattempo egli iniziò a scrivere Fantasticheria. Sebbene i critici letterari indichino come primo romanzo verista verghiano Nedda, è con il celebre Rosso Malpelo che assistiamo definitivamente all’utilizzo, da parte di Giovanni Verga, della tecnica della narrazione impersonale. In altre parole, la voce narrante non è onnisciente, ma ne sa quanto il lettore. Il linguaggio di Verga è rude e spoglio come un riflesso del mondo che rappresenta, fatto sia di povera gente, come ne I Malavoglia, sia di ricchi, come in Mastro-don Gesualdo. Il linguaggio, pur allontanandosi dalla lingua nazionale, è ricco di espressioni dialettali siciliane e di modi di dire e proverbi popolari.

La Visione del Progresso e il Progetto dei Vinti

Centrale nella svolta verista e nella scelta del mondo da rappresentare è la visione della modernità di Verga. Per lui il progresso e la modernità sono come un fiume in piena che scorre a grande velocità trasportando il mondo verso nuovi traguardi, ma che allo stesso tempo travolge e distrugge le vite di coloro che non riescono ad adattarsi in tempo alle novità, alla velocità che il progresso impone, tutti coloro che insomma non riescono a stare al passo. È così che il progresso e la modernità lasciano dietro di sé una scia di vittime, i vinti. Nelle sue opere veriste, Verga rappresentava la lotta di uomini comuni nel tentativo di migliorarsi. Un tentativo che, purtroppo, spesso si rivelava vano. La condizione dell’uomo è per Verga predestinata e, qualora si cerchi di modificare il proprio destino, si è destinati a soccombere.

Metafora del fiume in piena che travolge i

Si tratta dell’espressione del pessimismo tipico di Verga. Non a caso, prima della morte si dedicò al Ciclo dei Vinti, che non fu mai portato a termine. Un ciclo che narra di personaggi che, nel tentativo di migliorarsi, finiscono per essere, per l’appunto, vinti. Risale a questi anni il progetto, annunciato in una lettera del 21 aprile all'amico Salvatore Paola Verdura, di scrivere un ciclo di cinque romanzi, Padron 'Ntoni, Mastro-don Gesualdo, La Duchessa delle Gargantas, L'onorevole Scipioni, L'uomo di lusso, che in origine avrebbero dovuto essere intitolati La Marea per poi essere cambiati in I vinti. Questi, nell'intenzione di Verga, dovevano rappresentare ogni strato sociale, da quello più umile a quello più aristocratico. I romanzi veristi di Verga ruotano intorno al progetto del Ciclo dei vinti, che si sarebbe dovuto comporre di cinque romanzi, in cui Verga voleva rappresentare la lotta per la vita nelle diverse classi sociali, il cammino fatale verso il progresso, quella fiumana che trascina via con sé i vinti, coloro che non riescono a stare al passo.

In questa brama incessante che accomuna tutti, poveri e ricchi, Verga voleva rappresentare l’avidità degli uomini, la loro voglia di migliorare socialmente ed economicamente, la loro battaglia per conquistare quella che l’autore chiama la «roba». Nella crisi creativa che lo colpisce negli ultimi anni, lo scrittore lascia incompiuto il progetto. Solo I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo vengono pubblicati, mentre La duchessa di Leyra, che avrebbe dovuto rappresentare il mondo della nobiltà travolto dalla modernità, rimane allo stato di abbozzo. Il ciclo non fu mai completato: del terzo romanzo, La duchessa di Leyra, abbiamo solamente alcuni stralci. Gli ultimi due romanzi del Ciclo, ossia L’Onorevole Scipioni e L’Uomo di Lusso, non furono mai neppure iniziati. Il primo è quel sentimento della grandezza e dell’eroismo umano che porta Verga ad assumere verso i “vinti” un atteggiamento misto di pietà e ammirazione: pietà per le miserie e le sventure che li travagliano, ammirazione per la loro virile rassegnazione. Dunque «rappresentazione della realtà», senza interferenze, giudizi o riflessioni morali. Il documento parla da sé. È questa l’impersonalità dell’arte.

I Capolavori del Verismo: Romanzi e Novelle

Tra i romanzi più famosi di Giovanni Verga ricordiamo:

  • I Malavoglia (1881): Romanzo che apre quel “ciclo dei vinti”. Storia di una famiglia di pescatori siciliani, i Toscano, soprannominati Malavoglia, di Aci Trezza, piccolo borgo in provincia di Catania. Colpiti da una serie di disgrazie e dalle trasformazioni della modernità, che distrugge il loro mondo e li riduce alla rovina, la famiglia stessa si disgrega progressivamente. I Malavoglia, in poco tempo, vedono affondare la loro barca, fonte di guadagno e di sussistenza, e sono costretti, per pagare i debiti, alla vendita della «casa del nespolo». A questi episodi iniziali Verga ne fa seguire altri, tristissimi, che raffigurano lo scontro crudele tra i desideri umani e la loro mancata realizzazione. Stile e linguaggio si adattano, in conformità alla poetica verista, al mondo popolare descritto. Il romanzo, tuttavia, fu accolto molto freddamente dalla critica, come confessò Verga stesso all'amico Capuana in una lettera dell'11 aprile da Milano: "I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco pieno e completo." In questa opera Verga perfeziona la tecnica narrativa sperimentata precedentemente, caratterizzata dall’uso del discorso indiretto libero, che permette di inserire nel racconto le voci e i punti di vista dei personaggi.
  • Mastro Don Gesualdo (1889): Racconta l’ascesa sociale di un muratore, Gesualdo Motta, che riesce a diventare ricco grazie alla sua intelligenza e alla sua forza di volontà. La ricchezza non determina però la serenità dell’uomo e tantomeno garantisce il lieto fine della storia. Mastro Don Gesualdo vede infatti disgregarsi gli affetti familiari e muore solo, dopo aver accumulato un consistente patrimonio col duro lavoro, riuscendo a sposare una nobile decaduta, ma senza trovare felicità. Questo romanzo, come I Malavoglia, avrebbe dovuto far parte di un più ampio ciclo, Il ciclo dei vinti, che però non fu mai condotto a termine.

Copertina de I Malavoglia

Giovanni Verga fu anche autore di moltissime novelle in cui si esprime la poetica del Verismo. Tra le opere principali dell’autore catanese ricordiamo le raccolte di novelle:

  • Vita dei campi (1880): Raccoglie novelle in cui è descritto il mondo della campagna siciliana e la sua vitalità originaria. I personaggi di questi racconti sono estranei alle situazioni artificiali della vita cittadina e risultano dominati da passioni elementari. È un mondo fuori dalla storia, fondato sulla ripetizione di ritmi sempre uguali, fatto di lavoro, miseria, violenza, gerarchie, egoismi e codici di comportamento immutabili.
  • Novelle rusticane (1882): Ripropongono ambienti e personaggi della campagna siciliana, ma in prospettiva più amara e pessimista, portando in primo piano la miseria e la fame. Il mondo descritto in queste novelle si basa sul possesso della “roba”, sulla ricerca della ricchezza, di fronte alla quale gli uomini perdono principi e valori.
  • Per le vie (1883): Riprende i temi di Novelle rusticane, ma in un’ambientazione cittadina.
  • Vagabondaggio (1887), I ricordi del capitano d’Arce (1891), Don Candeloro e C.i (1894), sono ulteriori raccolte che affiancano i romanzi maggiori, molte delle quali erano prima uscite in rivista.

L'Opera Teatrale: Il Successo di Cavalleria Rusticana

Parallelamente all’opera di romanziere e novellista, Verga si dedicò anche al teatro. Tra le sue opere teatrali, la più famosa è Cavalleria rusticana, che va in scena a Torino nel 1884. Il 1884 fu infatti caratterizzato dall'esordio teatrale dello scrittore che, adattando la novella omonima apparsa in Vita dei campi, mise in scena Cavalleria rusticana, rappresentata il 14 gennaio 1884 dalla compagnia di Cesare Rossi al Teatro Carignano di Torino, con Eleonora Duse nella parte di Santuzza e Flavio Andò nella parte di Turiddu.

La Scapigliatura

L’opera è tratta dall’omonima novella inclusa nella raccolta Vita dei campi e fin dalla prima rappresentazione ottiene un grande successo. La trama vede, di ritorno dal militare, Turiddu trovare l’amata Lola con Alfio. Per farla ingelosire, decide di corteggiare Santuzza, scatenando una serie di eventi tragici. Confortato da questo successo, Verga preparò un'altra commedia adattando una novella di Per le vie, Il canarino del n. Solo un mese dopo la sua rappresentazione teatrale, l'8 aprile, al Teatro Costanzi di Roma, venne messa in scena Mala Pasqua, tratta dalla novella dello scrittore, che però non ottenne un gran successo. Ma il successo travolgente arrivò con l'opera lirica: il 17 maggio 1890, nello stesso teatro, venne rappresentata l'opera Cavalleria rusticana, musicata da Pietro Mascagni, che riscosse grande successo di pubblico e di critica. L'opera continuò a essere rappresentata con sempre maggior successo e Verga chiese al musicista e all'editore Sonzogno, come da accordi pattuiti, la parte di guadagno per i diritti d'autore. Gli fu offerta una modesta cifra, 1.000 lire, che Verga non volle accettare. Si rivolse alla Società degli Autori, che si dimostrò solidale con lo scrittore, ma fu comunque costretto ad agire attraverso vie legali. Altre produzioni teatrali significative includono La lupa e In portineria… pubblicati nel 1896 e Dal tuo al mio (1903).

Gli Ultimi Anni e l'Eredità Letteraria

Alla fine dell'Ottocento, lo scrittore si trasferì definitivamente a Catania nel 1893, dove rimase, a parte qualche breve viaggio a Milano e a Roma, fino alla morte. Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da una grave crisi creativa, originata dalle enormi problematiche economiche, e da una progressiva diminuzione della produzione letteraria. Cominciò a diradarsi la composizione letteraria: escono ancora alcune raccolte di novelle e qualche opera teatrale, fra cui la più rilevante è Dal tuo al mio (1903).

Durante questi anni, lo scrittore aveva intanto iniziato una relazione con la pianista Francesca Giovanna Annunziata "Dina" Castellazzi, contessa di Sordevolo, che durò tutta la vita, anche se la riluttanza di Verga al matrimonio ridusse la relazione amorosa ad un'affettuosa amicizia. Un'altra relazione sentimentale conosciuta fu con la contessa milanese Paolina Greppi Lester, che durò dal 1878 al 1905. Verga condusse per anni una vita appartata, finendo con l'essere dimenticato da gran parte del pubblico e della critica.

Soltanto nel 1920, all'età di ottant'anni, viene pubblicamente festeggiato per il suo compleanno e nominato senatore a vita del Regno d'Italia, un riconoscimento tardivo alla sua immensa statura letteraria. Morì a Catania il 24 gennaio 1922, in presenza del suo grande amico e scrittore Federico De Roberto. Dopo la morte, nella casa di Verga, vennero ritrovate lastre fotografiche e pellicole, che rivelano nello scrittore un interesse documentario, che, in un certo modo, può spiegare meglio le origini della sua “ideologia” verista. Considerato il maggior esponente del Verismo letterario, Giovanni Verga venne rivalutato solo dopo la morte, quando, grazie alla pubblicazione di un saggio di Luigi Russo, alla sua opera vennero riconosciute grandi qualità artistiche e un'importanza capitale nella storia della letteratura italiana. La sua massima "Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso e il dito piccolo deve far da dito piccolo" riassume la sua amara visione deterministica e rassegnata della società e del destino umano, una prospettiva che ha plasmato un'intera corrente letteraria.

Vecchia fotografia di Giovanni Verga anziano

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