Il terrorismo è oggi un fenomeno che solleva questioni cruciali per la comprensione del mondo contemporaneo. Ci si interroga su perché sia così diffuso e potente, e su come sia riuscito a organizzarsi in forme così capillari ed efficaci da essere considerato una minaccia globale. Tuttavia, non c'è alcuna possibilità di dare risposte definitive e condivise a questi interrogativi, anzitutto perché manca un consenso sulla nozione stessa di terrorismo. Quello che viene chiamato «terrorismo globale» o «global terrorism» non è in realtà un fenomeno omogeneo, né l'espressione di un complotto planetario del male contro il bene, come talvolta il manicheismo occidentale tende a presentarlo, ad esempio attraverso le opere di autori come Alan Dershowitz e Michael Walzer, o, in Italia, da personaggi come Oriana Fallaci e Marcello Pera.
Se è vero che il mondo arabo-islamico è oggi la sede principale del terrorismo, è altrettanto facile provare che non esiste un'unica organizzazione terroristica mondiale, e che il terrorismo non è una emanazione esclusiva del cosiddetto fondamentalismo islamico. In realtà, non c'è un solo terrorismo, ma ce ne sono molti, che si esprimono in forme diverse ed entro contesti differenziati. Ad esempio, le «Tigri del Tamil» che nello Sri Lanka si battono, ricorrendo sistematicamente al terrorismo, per la liberazione del Tamil Eelam, non hanno alcuna relazione con il mondo islamico: sono una minoranza indù che si oppone alla maggioranza dei singalesi, di fede buddista. L'incertezza cognitiva e normativa è dunque diffusa, nonostante che siano almeno dodici le convenzioni internazionali che hanno tentato di dettare norme sull'argomento.
Il Contesto Geopolitico e le Radici Percette: Il Caso Palestinese e l'Accusa di "Culla del Terrorismo"
In questo quadro di incertezza definitoria e di grande complessità, il popolo palestinese è spesso universalmente accusato di essere la culla del terrorismo islamico, in particolare di quello suicida. Con ciò si dimentica, fra l'altro, che i primi atti terroristici in Palestina sono stati compiuti, soprattutto contro la popolazione palestinese, da organizzazioni ebraiche, come la banda Stern e la banda Irgun. Gli attentati contro la popolazione israeliana da parte dei militanti di Hamas e di altre organizzazioni radicali sono qualificati e universalmente stigmatizzati come terroristici. Nello stesso tempo, le devastanti operazioni dell'esercito israeliano, che in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza continuano a occupare i territori palestinesi, sono al più qualificate come violazioni del diritto bellico (o diritto umanitario). Questo accade anche quando colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile, come nel caso dei cosiddetti «omicidi mirati», che oltre ad essere illegali in se stessi, molto spesso provocano la morte o la mutilazione di numerose persone innocenti. Per di più, questo tipo di violazioni del diritto internazionale restano del tutto impunite: la Corte penale internazionale è priva di competenza nei casi in cui lo Stato interessato non abbia aderito al trattato di Roma del 1998, come accade per gli Stati Uniti e Israele. Ma più in generale, la Corte è priva delle risorse materiali necessarie e sembra mancare del coraggio per avviare indagini contro le grandi potenze.

L'analista statunitense Robert Pape, nel suo libro Dying to Win, ha sostenuto che la variabile determinante nella genesi del fenomeno terroristico, in particolare di quello suicida, non è il fondamentalismo religioso, e nemmeno la povertà o il sottosviluppo. Si tratta in realtà, nella grande maggioranza dei casi, di una risposta organizzata a ciò che viene percepito come uno stato di occupazione militare del proprio paese. Per «occupazione militare» si deve intendere non solo e non tanto la conquista del territorio, quanto la presenza invasiva e la pressione ideologica di una potenza straniera che si propone di trasformare in radice le strutture sociali, economiche e politiche del paese occupato. L'obiettivo delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica è essenzialmente quello di liberare il mondo islamico dall'oppressione straniera. La presenza prolungata e massiccia degli eserciti occidentali nei paesi musulmani, sostiene Pape, aumenta giorno dopo giorno la probabilità di un secondo, altrettanto micidiale «11 settembre». A partire dal 1980, dei 315 attacchi complessivi, ben 301 sono stati il risultato di campagne organizzate collettivamente e più della metà è stata condotta da organizzazioni non religiose, come le 76 attribuibili alle Tigri del Tamil. Questo prova la natura politica, strategica e prevalentemente secolare della lotta terroristica, che è l'«ultima risorsa» a disposizione di attori estremamente deboli che operano in condizioni di totale asimmetria delle forze in campo.
La Critica alla Definizione Occidentale di Terrorismo: Stato e Attori Non Statali
In assenza di una definizione condivisa e cogente, la dottrina internazionalistica prevalente nei paesi occidentali ritiene che un atto terroristico - e un'organizzazione terroristica - sia caratterizzato dall'uso indiscriminato della violenza contro una popolazione civile con l'intento di diffondere il panico e di coartare un governo o un'autorità politica internazionale. All'origine del terrorismo, si aggiunge, ci sono sempre motivazioni ideologiche o politiche. Ma questa interpretazione, riformulata autorevolmente da Antonio Cassese, resta altamente problematica e non è accolta da molti autori, non soltanto islamici, perché, anzitutto, non tiene conto della condizione in cui si trovano i popoli oppressi dalla violenza di forze occupanti. Questi autori sostengono che i «combattenti per la libertà» o i partigiani in lotta per la liberazione del proprio paese - i sudafricani che lottavano contro l'apartheid o i palestinesi che da decenni «resistono» all'occupazione del loro territorio da parte dello Stato di Israele - non possono essere considerati dei terroristi, qualunque sia l'operazione militare che essi pongano in atto. In questi casi, lo spargimento del sangue di civili innocenti, per quanto vietato dal diritto internazionale come un crimine di guerra - anzitutto dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 - non dovrebbe essere qualificato come terrorismo.
Non si tratta di una questione puramente formale, poiché la definizione di un'organizzazione come terroristica - si pensi alle liste arbitrariamente predisposte dal Dipartimento di Stato dagli Stati Uniti e dall'Unione europea - ha conseguenze rilevantissime dal punto di vista degli ordinamenti giuridici interni e del diritto internazionale.
DEFINIRE IL TERRORISMO PER SUPPORTARE LA PREVENZIONE E IL CONTRASTO ALLA RADICALIZZAZIONE 20230906 0
Un'altra grave riserva che si può sollevare nei confronti della nozione di "global terrorism" è l'idea, in parte fondata su una vistosa lacuna dell'ordinamento internazionale, secondo la quale nessun comportamento che abbia i crismi della sovranità statale può essere considerato terroristico. Terroristi sono sempre e soltanto i membri di organizzazioni che operano privatamente e clandestinamente, non i militari inquadrati negli eserciti nazionali. Gli Stati e i loro apparati militari non possono essere equiparati a delle organizzazioni criminali terroristiche. Qualsiasi azione da essi intrapresa - anche la più violenta, distruttiva e lesiva delle vite e dei beni di civili innocenti - non è considerata terroristica. Anche una guerra di aggressione che produca, come la recente guerra scatenata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna contro l'Iraq, migliaia di vittime fra la popolazione civile (si pensi all'infamia delle stragi di Fallujah), non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Sono comportamenti militari di fatto legittimi, poiché lo scempio di vite umane non è che un «effetto collaterale» di una guerra che si autolegittima grazie al soverchiante potere politico e militare di chi la conduce. Le istituzioni internazionali universalistiche, come le Nazioni Unite, non hanno il minimo potere di delegittimare le guerre di aggressione vittoriosamente condotte dalle grandi potenze.
È il caso di ricordare, inoltre, che la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti causata nell'agosto 1945 dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, decisi dal presidente Harry Truman per affermare l'egemonia degli Stati Uniti nell'Asia del Pacifico, non è mai stata qualificata come un atto di terrorismo. Altrettanto vale per i bombardamenti decisi negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale dal governo britannico contro la popolazione civile tedesca, che costarono oltre trecentomila morti e ottocentomila feriti e rasero al suolo intere città, fra le quali Dresda, Amburgo e Berlino. Queste stragi, che possono essere annoverate tra le più crudeli e sanguinarie nella storia dell'umanità, non sono mai state qualificate come «terroristiche». Non solo sono rimaste impunite, ma sono state addirittura giustificate moralmente, in particolare da un teorico statunitense della guerra giusta come Michael Walzer, in nome della sua teoria della supreme emergency.
Dalla Retorica Manichea alla Realità Strategica: Motivazioni e Fattori Scatenanti
Nella cultura politica occidentale si è affermata l'idea che il «terrorismo globale» esprima la volontà dei paesi non occidentali - in modo tutto particolare del mondo islamico - di annientare la civiltà occidentale assieme ai suoi valori fondamentali: la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto, l'economia di mercato. Si sostiene che il terrorismo esprima la volontà profondamente irrazionale di ottenere questo risultato nel modo più spietato, distruttivo e violento, senza il minimo rispetto per la vita. La figura del terrorista suicida, affermatasi in particolare in Palestina, sarebbe l'espressione emblematica dell'irrazionalità, del fanatismo e del nichilismo terrorista. Al fondo del terrorismo palestinese ed islamico - nucleo generatore di ogni altro terrorismo - ci sarebbe l'odio teologico contro l'Occidente diffuso dalle scuole coraniche fondamentaliste. Si tratta ovviamente di tesi infondate e cariche di rischi.
Il terrorismo è un fenomeno assai meno irrazionale di quanto si pensi o si voglia far credere. Occorrerebbe anzitutto tenere presente che il terrorismo, nelle forme che si sono imposte negli anni novanta del secolo scorso, ha trovato un impulso determinante nel «trauma globale» che la guerra del Golfo del 1991 ha provocato nel mondo non occidentale, anzitutto nel mondo islamico, colpito nel cuore dei suoi luoghi sacri, della sua civiltà e della sua religione. La guerra voluta da George Bush padre è stata la più grande spedizione militare di tutti i tempi ed ha provocato non meno di 300.000 vittime, non solo irachene ma anche palestinesi, giordane, sudanesi ed egiziane. Si è trattato di una guerra, come ha sostenuto con forza Fatema Mernissi, che ha mostrato la soverchiante, invincibile potenza degli Stati Uniti e l'estrema fragilità del mondo arabo-islamico e della sua millenaria tradizione.
Il luogo comune occidentale secondo il quale l'Occidente è stato aggredito dal terrorismo islamico - in particolare con l'attentato dell'11 settembre - alimenta l'idea che l'uso della forza militare da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna sia soltanto una replica difensiva, necessaria per la sopravvivenza dell'Occidente e dei suoi valori di fronte all'emergere di una nuova barbarie. Ma si tratta di pura retorica neo-coloniale. In realtà il terrorismo che si è sviluppato all'interno del mondo arabo-islamico - incluso il terrorismo suicida - è una risposta strategica all'egemonia del mondo occidentale, è una rivolta contro la soverchiante potenza dei suoi strumenti di distruzione di massa e all'esteso controllo militare che esercita sui territori dei paesi che sono stati storicamente la culla dell'islam.
Il Concetto di Jihad e le Correnti Integraliste: Wahhabismo, Salafismo e la Nascita di Organizzazioni Radicali
Con il termine jihadismo si fa tradizionalmente riferimento al macrofenomeno del fondamentalismo islamico che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, promuove il ‘jihad’ contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli. Pur non rientrando tra i cinque precetti fondamentali, il concetto di jihad rappresenta un elemento centrale dell’Islam, attorno al quale sono fioriti importanti studi ed è stata sviluppata una teoria giuridica e politica. Dal punto di vista letterale, jihad può essere tradotto come ‘sforzo’, da intendersi ‘sulla via di Dio’, e chi vi è impegnato è identificato come ‘mujahid’: in tale accezione, il concetto appare semanticamente diverso dalla traduzione di ‘guerra santa’ frequentemente proposta. Secondo taluni studiosi inoltre, pur sostanziandosi nell’idea del combattimento, il jihad deve comunque intendersi in funzione difensiva, perché nel Corano è prescritto di combattere ‘coloro che vi combattono’ e di farlo ‘senza eccessi’. Tale percezione non risulta tuttavia unanimemente condivisa, e occorre precisare che alcune sure del Testo sacro oltre che diversi hadith - brevi narrazioni che riportano il pensiero e l’insegnamento del Profeta Maometto - aprono a letture più aggressive del jihad, inteso come vera e propria lotta fisica.
Nonostante la sua rilevanza, al di fuori del mondo islamico il tema del jihad è rimasto a lungo appannaggio esclusivo degli studiosi. La familiarità dell’opinione pubblica occidentale con il jihad e con il fenomeno del jihadismo è infatti da considerarsi recente, e in gran parte riconducibile agli sviluppi storici e geopolitici successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando l’Occidente colpito nei suoi massimi simboli economici e militari ha scoperto una inattesa quanto preoccupante vulnerabilità.
Il terrorismo islamico ha quasi un secolo di vita - il primo movimento che ha teorizzato l’uso della violenza per ripristinare lo stile di vita fondamentalista e ortodosso dei primi credenti islamici, infatti, è stato quello dei Fratelli Musulmani fondato nel 1928 in Egitto. Una radicale trasformazione del terrorismo islamico si è avuta con l'emergere di nuovi Stati con grandi disponibilità finanziarie come l'Arabia Saudita e gli emirati del Golfo Persico, caratterizzati anche da forme di governo che si influenzano reciprocamente con gli ambienti "clericali" islamici e con le dottrine legate a correnti di pensiero integraliste come il wahhabismo. Questi Stati hanno indirettamente finanziato, talvolta inconsapevolmente, attraverso donazioni da parte di istituzioni caritatevoli, gruppi più o meno legati al terrorismo, e lo stesso si può dire di facoltosi esponenti del mondo privato di questa stessa area.
Definito nelle maniere più diverse - "ortodosso", "ultraconservatore", "austero" - il wahhabismo costituisce una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che insiste su un'interpretazione letterale del Corano. I wahhabiti credono che tutti coloro che non praticano l'Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell'Islam. Il salafismo è una corrente di pensiero che risale al medioevo con caratteri di apertura e riformismo, la cui trasformazione in Egitto ha dato vita alla cosiddetta “Neo-Salafiyya”.Eccezione fatta per alcune sporadiche manifestazioni di antica militanza oltranzista religiosa condotta con metodi sanguinari e ostili dalla setta degli assassini, specialmente in Persia e negli ex-dominî fatimidi quali Egitto e Siria, il fenomeno ha assunto dimensione globalmente rilevante solo nel secondo dopoguerra, in seguito alla decolonizzazione e alla globalizzazione. Già fin da dopo il 750, con la fine del califfato omayyade, si attendeva l'epifania di un non meglio precisato Sufyāni, appartenente al deposto casato omayyade del ramo sufyanide, che avrebbe riportato per volere divino la Umma alla sua purezza originaria.
Le Strutture del Terrorismo Islamico: Dai Gruppi Nazionali ai Network Transnazionali
La galassia terrorista si articola in molte organizzazioni, in alcuni casi direttamente sponsorizzate da servizi segreti nazionali, come il caso della deviata Inter-Services Intelligence pakistana che ha sostenuto i Talebani in Afghanistan e sostiene tuttora Lashkar-e Taiba nella sua campagna di destabilizzazione del Kashmir indiano e negli attacchi all'India.
Le organizzazioni evolvono col tempo, o spariscono a beneficio di nuovi gruppi sotto la pressione degli stati e delle forze di polizia. Un esempio è il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), nato da una scissione del GIA, che ha raccolto l'eredità e il ruolo del Gruppo Islamico Armato (GIA) in Algeria e nella zona del Sahel, espandendosi nel Mali dove sotto il nome di Al-Qa'ida nel Maghreb islamico (AQMI) ha fomentato la guerra civile e la secessione del nord del paese. Il cambio di nome evidenzia inoltre la volontà di sottolineare l'affiliazione ad Al-Qāʿida o quanto meno una contiguità di metodi ed obiettivi.
Al-Qaeda, una rete mondiale panislamica di terroristi sunniti neo-hanbaliti, capeggiata da Ayman al-Zawahiri, è diventata famosa in particolare per gli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Attualmente sembra essere presente in più di 60 Paesi. Formata nel periodo successivo l'invasione sovietica dell'Afghanistan, nei tardi anni ottanta da Bin Laden e Muhammad Atef, al-Qāʿida rivendica il legittimo uso delle armi e della violenza contro l'Occidente e il potere militare degli Stati Uniti d'America e di ogni Stato che sia alleato con essi. Dalla sua formazione, al-Qāʿida ha compiuto numerosi attacchi terroristici in Africa, Vicino Oriente, Europa e Asia. Il nucleo originario di al-Qaida ha subito perdite di una certa rilevanza, su tutte quella di Osama bin Laden ucciso nel corso del blitz di Abbottabad nel maggio del 2011; cionondimeno le diverse ramificazioni di quello che viene identificato come il network qaidista hanno comunque dimostrato di essere operative. È il caso di Al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP), gruppo costituitosi ufficialmente nel gennaio del 2009 e responsabile di numerosi attacchi nello Yemen, o ancora di Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), le cui origini sarebbero rinvenibili nella guerra civile algerina degli anni ’90.
Una nuova sigla che si è affacciata sulla scena mondiale è lo Stato Islamico (IS), proclamatosi indipendente il 29 giugno 2014 ma in precedenza conosciuto anche come Stato Islamico dell'Iraq e al-Sham (ISIS) o Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL). Il gruppo gihadista, attivo in Siria e in Iraq, ha come leader Abu Bakr al-Baghdadi, che ha unilateralmente proclamato la rinascita del califfato nei territori caduti sotto il suo controllo. L'ISIS si è distinto per l’efficacia delle sue azioni e ha esteso la sua influenza su territori sempre più vasti, sconfiggendo più volte il debole esercito di un Iraq profondamente diviso. Ai proclami del jihad accompagna un progetto politico ben più definito che in passato, mirante ad incidere nel tessuto dello status quo geopolitico della regione. I nuovi scenari hanno messo in guardia l’Occidente e i vicini medio orientali, preoccupati dall’avanzata di un gruppo che ha costretto i cristiani alla fuga e in cui centinaia di yazidi sono stati massacrati.

Altre organizzazioni di rilievo includono:
- Hamas ("Movimento di Resistenza Islamica"), che cominciò a propugnare attacchi contro obiettivi militari e civili israeliani all'inizio della Prima Intifada nel 1987, giustificandoli come necessari nel combattere l'occupazione militare israeliana.
- Hezbollah in Libano, inizialmente finanziato dall'Iran, successivamente classificato come terroristico in vari Paesi.
- Al-Gama'at al-Islamiyya, un'organizzazione egiziana responsabile del massacro di Luxor e di un'intensa campagna terroristica, le cui origini affondano nei Fratelli Musulmani.
- Abu Sayyaf, un gruppo molto importante e attivo nel sud-est asiatico, il cui nome è ispirato al predicatore wahhabita afghano Sayyaf, che godeva di finanziamenti e supporti religiosi sauditi.
- Fath al-Islam, un gruppo islamista operante dal campo-profughi di Nahr al-Bared, nel settentrione del Libano.
- L'Emirato del Caucaso, riconosciuto come organizzazione terroristica sia da Mosca che da Washington, ha cooperato con al-Qaida e segue con interesse le evoluzioni del teatro di guerra siriano.
- Jabhat al-Nusra (Siria), anch’essa affiliata ad al-Qaida ed inserita dagli USA tra le organizzazioni terroristiche a fine 2012, con una complessa relazione con l'ISIS.
Dinamiche Operative e Sfide Contemporanee: Finanziamenti, Reclutamento e Propaganda
I soldi che finanziano l'operatività di queste organizzazioni provengono da varie fonti come donazioni di privati, ma anche e soprattutto vendita di armi o di droga, come nel caso dell'AQMI. I gruppi si autofinanziano svolgendo attività delinquenziali comuni, furti e traffico di stupefacenti, tradizionalmente condannate dalla legge islamica, ma giustificate dalla finalità perseguita (takfir). Questi fondi vengono spesso movimentati attraverso gli strumenti finanziari tradizionali e gli "alternative remittance systems", che prevedono l'impiego di persone o agenzie di servizi per il trasferimento di denaro da un Paese all'altro evitando, in parte, la trasmissione dei flussi attraverso gli intermediari bancari.
Una delle sfide più significative è il reclutamento di foreign fighters, combattenti stranieri che in diversi casi sono risultati cittadini europei o statunitensi. È molto difficile fare un ritratto univoco di queste persone, tanto è varia la loro provenienza: provengono sia dagli strati più bassi della società che da famiglie benestanti, i loro livelli di istruzione sono diversi. Si arruolano sia musulmani (di prima, seconda o terza generazione che vivono in Occidente) che i cosiddetti "convertiti dell'ultimo minuto". Trovano nell'ISIS un'ideologia forte, un motivo per cui combattere, nonché la prospettiva di una nuova vita in cui possano affermarsi anche dal punto di vista personale. Stando alle ultime stime, si pensa che i Foreign Fighters siano circa 20.000. La fine dell’utopia jihadista dell’ISIS, dopo la caduta di Raqqa, Mosul e Deir el-Zor, ha comportato tuttavia un’altra insidia, molto pericolosa per l’Europa: quella dei Foreign Fighters di ritorno.
Il Soufan Center ha individuato almeno cinque diverse categorie di returnees: quelli che sono rientrati presto o dopo una breve permanenza, prima che iniziasse a perdere terreno; quelli rientrati dopo, ma disillusi a causa dei comportamenti sempre più brutali; quelli che hanno utilizzato le tattiche ISIS per intraprendere nuove battaglie; quelli costretti a lasciare il Califfato o catturati; quelli spediti a combattere in altri scenari, come ad esempio le cellule create per compiere attacchi fuori dai confini.

Il proselitismo non avviene solo nei luoghi fisici; la propaganda si fa anche e soprattutto sul web, e in modo costante. Le moschee continuano a rappresentare lo snodo delle varie cellule fondamentaliste, non necessariamente in quanto centro di estremismo ma comunque di agevole contatto, spesso utilizzate per la diffusione di messaggi propagandistici di contenuto radicale e di tono antioccidentale rivolti alla comunità dei fedeli.
In Italia, i soggetti evidenziatisi provengono soprattutto dall'area nord africana. Sono organizzati in cellule, conservano la loro specifica identità nazionale e spesso perseguono obiettivi nazionali, ma collaborano tra loro in Italia e con altri Paesi. All'inizio degli anni Novanta si erano stabiliti in Italia soprattutto gruppi di algerini che utilizzavano il nostro Paese come base logistica e per azioni di proselitismo, come il GIA e il "El Hidjira Wal Tacer". Negli ultimi anni invece, si è rilevata una crescente presenza di integralisti tunisini. Le indagini hanno consentito di accertare anche le attività di copertura, spesso costituite da attività imprenditoriali autonome o società di servizi. L'Italia, anche per la sua collocazione, si conferma importante snodo internazionale, ove reti estremistiche islamiche installano le proprie strutture di sostegno, finalizzate alla ricerca di falsi documenti o altro materiale logistico, al reperimento di fondi, all'aiuto nei confronti di coloro che devono sottrarsi alle ricerche di altre autorità. Il procacciamento di documenti falsi di buona fattura rappresenta una delle attività fondamentali per lo svolgimento dell'attività terroristica.
L'Impatto in Occidente e le Strategie di Contrasto: Attacchi, Risposte e la Necessità di Armonizzazione
La minaccia terrorista è aumentata negli ultimi anni. Il terrorismo di matrice jihadista non è una novità nell’Unione europea, ma c’è stata una nuova ondata di attacchi da parte dei fondamentalisti islamici dal 2015. Gravissimi attentati sono avvenuti il 13 novembre 2015 a Parigi, il 22 marzo 2016 a Bruxelles, e negli anni successivi a Istanbul, Dacca, Berlino, Londra, Manchester, Barcellona, New York e Strasburgo. Questi eventi hanno reso palese l'esposizione di tutto il mondo alla minaccia.
L'Europol definisce il jihadismo come “un’ideologia violenta, che si serve dei concetti tradizionali islamici”. Secondo Europol, la religione non può essere il motore iniziale o primario del processo di radicalizzazione, dato che un numero significativo di persone denunciate per terrorismo erano criminali di basso livello. Un rapporto del 2020 mostra come la maggior parte di terroristi jihadisti si siano rivelati giovani adulti, e gli attentatori solitari hanno utilizzato principalmente furgoni e fucili, con attacchi più semplici e non strutturati.

Il modo nel quale il terrorismo viene combattuto dagli Stati Uniti d'America, sua principale controparte, non è da tutti ritenuto efficace; tra i dubbiosi un ex giudice francese, Jean-Louis Bruguiere, ritiene che venga raccolto un eccesso di informazioni, ma poi non venga analizzato, ed un altro ostacolo è la scarsità di coordinamento tra le troppe agenzie federali statunitensi. In ambito internazionale, di fronte ad una minaccia di tale entità, occorre creare moduli di cooperazione rapidi ed efficaci tra le istituzioni dedicate alla prevenzione e alla repressione finanziaria e analoghe componenti di altri Stati. L'attività di indagine finanziaria deve pertanto essere sostenuta da una costante e piena collaborazione.
È auspicabile un'armonizzazione delle rispettive normative, sia sotto il profilo procedurale che sostanziale. L'esigenza di armonizzazione delle normative riguarda anche il rapporto tra l'innovazione tecnologica e lo sviluppo di nuove metodologie di indagine per il contrasto al terrorismo, con riferimento alle potenzialità operative offerte nel campo delle telecomunicazioni. Diventa imprescindibile acquisire una collaborazione completa e tempestiva dei gestori di telecomunicazioni eliminando quegli ostacoli di natura normativa o tecnica che impediscono o rallentano l'attività d'indagine.
Europol, l'agenzia di polizia dell'UE, ha acquisito nuovi poteri e può istituire più facilmente unità specializzate come il Centro europeo di lotta al terrorismo, creato a gennaio 2016. Nel luglio del 2017 il Parlamento europeo ha creato una Commissione speciale per il terrorismo, il cui scopo è quello di migliorare la lotta contro il terrorismo a livello europeo. Nonostante la caduta del sedicente Califfato nel 2019, l'ISIS ha attraversato una fase di ristrutturazione e riposizionamento geografico, risultando attiva in Medio Oriente, Asia e Africa, con nuove gravissime stragi e la capacità di ispirare e coordinare attacchi anche fuori dalle sue tradizionali roccaforti.