L’osservazione ravvicinata di un’opera d’arte in aula può trasformarsi in un viaggio inaspettato attraverso i secoli, la tecnologia e la sociologia del costume. Partendo dalla celebre domanda di una studentessa di fronte al dipinto dei “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck, si apre una finestra su un mondo dove ogni dettaglio - dall’arredo all’abbigliamento - racconta la storia dell’economia, delle relazioni umane e della spiritualità.

Il Mercante e lo Specchio: L’Economia nell’Arte
Il ricco mercante di stoffe e cavaliere di Filippo il Buono, Giovanni di Arrigo Arnolfini, era originario di Lucca e risiedeva a Bruges dal 1420. Non è un caso che la Borsa nacque proprio in Belgio nel secolo seguente (esattamente nel 1531). I commercianti-banchieri fiamminghi si riunivano periodicamente nel palazzo delle famiglia di banchieri Van der Bourse per scambiarsi titoli di credito e stipulare compravendite. E non è neanche un caso che nella pittura fiamminga si ritrovino così tanti dipinti che rappresentano banchieri, cambiavalute, orafi e usurai al lavoro.
Realizzato nel 1434, il capolavoro mostra il mercante con la sua seconda moglie in una stanza da letto. Qui entra in scena il virtuosismo di Van Eyck: lo specchio convesso sulla parete di fondo ci restituisce l’altra metà della stanza, facendoci vedere gli sposi di spalle e due persone al di qua della tela, i testimoni, di cui uno è il pittore stesso. Come ulteriore conferma, Van Eyck scrive sul muro, sopra lo specchio, “Johannes de Eyck fuit hic 1434” (Johannes Van Eyck fu qui), quasi a suggellare la legittimità del matrimonio.
Lo specchio degli Arnolfini permette una digressione tecnologica: gli specchi convessi in vetro erano già in uso presso i Romani ed erano più diffusi degli specchi piani in quanto si utilizzava il vetro soffiato spalmato sul retro con una lega di piombo, antimonio e stagno.
L’Arredo e la Moda del Quattrocento
Sul lato opposto alla finestra del dipinto si trova un letto matrimoniale a baldacchino di un intenso colore rosso. Il baldacchino aveva origini antiche: l’etimologia del termine deriva da “baldekinus” e fa riferimento alla parola “Baldacco”, nome tedesco della città di Baghdad da cui nell’XI secolo venivano importati tessuti pregiati. In Occidente tali stoffe furono introdotte nelle repubbliche marinare, dove andarono ad arricchire i tesori delle cattedrali con i nomi di “Baldekino” o di “Baudaquen“.
L’illuminazione domestica si realizzava con strutture sospese dotate di uno o più ordini di candele, forgiate in ferro in forma radiale. La società dell’epoca rifletteva il proprio status attraverso l'abito: il mantello di Giovanni è foderato interamente di pelliccia, mentre la sposa indossa un abito molto in voga, stretto sotto il seno e guarnito di pelliccia e arricciature. Un dettaglio curioso è che i due coniugi sono scalzi. L’uomo indossa un ampio cappello di spesso feltro nero, mentre la donna porta due cornetti di seta per trattenere i capelli, sui quali è poggiato morbidamente un velo guarnito di più strati di volant.
Il misterioso racconto della famiglia Van Eyck (Documentario di storia dell'arte)
L’Iconografia della Maternità: La Vergine del Parto
Mentre Van Eyck immortala un matrimonio, la storia dell’arte ha rappresentato migliaia di volte la nascita di Gesù, ma pochissime opere plasmano la tappa precedente: la gravidanza di Maria. Durante il Medioevo e il Rinascimento, solo una manciata di opere d’arte ha immortalato l’immagine di una Maria incinta, principalmente in Toscana, tra il XIV e il XV secolo. Queste sono le cosiddette Madonne o Vergini del Parto.
Quasi tutte seguono un modello iconografico simile: le Vergini appaiono in piedi, a volte sole, altre volte insieme a santi, angeli o patroni; con una mano si accarezzano dolcemente il ventre, mentre con l'altra tengono un libro, simbolo del Verbo Incarnato. Il libro, in genere chiuso e spesso poggiato sul grembo di Maria, simboleggia il passaggio dall'Antico Testamento al futuro Nuovo Testamento.
La più nota è quella realizzata da Piero della Francesca nel 1460 circa. In questo affresco, situato nel Museo della Madonna del Parto di Monterchi, la Vergine non sostiene un libro. Con una mano si accarezza il ventre, l'altra è sulla spalla. Ai lati di Maria, due angeli aprono una tenda da cui appare lei.
La Tenda e il Significato Teologico
La tenda nell'opera di Piero della Francesca enfatizza volumetricamente i personaggi e la spazialità del dipinto. Da un punto di vista teologico, offre riparo e protezione come il ventre di Maria per Gesù. Maurizio Calvesi lesse nella tenda una precisa illustrazione del tabernacolo dell'Arca dell'Alleanza, così come è descritto nell'Esodo: Maria sarebbe la nuova Arca, il cui pegno è Gesù.
Thomas Martone, richiamando la manna dell'Esodo, suggerisce che Piero, collocando la Vergine all'interno di una tenda formata con i materiali di quella dell'Antico Testamento, alludesse alla natura eucaristica del corpo di Cristo contenuto nella Madonna-Ecclesia. In una interpretazione di Paolo Tofanelli, la tenda rappresenta il cielo e i due angeli, simmetrici, rappresentano gli equinozi e quindi le due opposte stagioni, primavera e autunno, a cui si rifanno i loro colori, il verde per la primavera e il bruno vinaccia per l'autunno. Il motivo della damascatura esterna a melograni rimanda simbolicamente alla fertilità, alla nobiltà della Vergine e alla Passione di Cristo.

La Continuità del Simbolo: Dall'Antico al Contemporaneo
Il culto della Madonna del parto, come patrona delle donne incinte, ha radici devozionali profonde. Eppure, è difficile trovare una “Madonna del parto” in primo piano tra le “quadrerie” delle nostre chiese. A Bergamo, ad esempio, si può ammirare una delle più antiche tra gli affreschi trecenteschi dell’ex chiesa di S. Agostino, dove la Vergine, in avanzato stato di gravidanza, è raffigurata in piedi mentre legge un libro di preghiere.
Il concetto della gestazione come momento sacro e terreno ha attraversato i secoli, arrivando fino all'arte contemporanea. Pino Pascali, nella sua “Maternità” del 1964, offre l'icona di una gravidanza permanente, eternamente sul punto di partorire il futuro dell’umanità. Allo stesso modo, Louise Bourgeois con la sua “Maman” (1999) crea una gigantesca madre ragno che racchiude nel ventre tondeggiante le uova dei suoi piccoli, offrendosi come rifugio a tutti.
La mostra “Portraying Pregnancy” al Foundling Museum di Londra ha per la prima volta indagato come gli artisti, nel corso di cinque secoli, abbiano rappresentato il corpo femminile durante la gravidanza. Dalle immagini religiose del XV secolo agli autoritratti contemporanei come quello di Ghislaine Howard, che mostra la stanchezza fisica delle ultime settimane, il ritratto della donna incinta si è evoluto da simbolo mistico a espressione di una realtà umana assertiva e complessa.
Memoria e Celebrazione: Il Calco Contemporaneo
Oggi, il desiderio di rendere tangibile il ricordo della gravidanza si esprime anche attraverso forme d'arte artigianali moderne. Il Belly Casting è il calco in gesso in 3D della pancia all’ottavo mese di gravidanza, decorato secondo il proprio stile personale per renderlo un’opera d’arte unica. Parallelamente, il Belly Painting permette di celebrare la gestazione dipingendo il pancione, trasformando la pelle in una tela temporanea.
Questi gesti contemporanei, pur nella loro modernità, riprendono un filo rosso che lega l'umanità attraverso le epoche: la necessità di fermare il tempo, di custodire la memoria di un passaggio trasformativo. Come il "pancione a colori" o il calco in gesso che accompagna la vita di una famiglia, così le antiche icone della Madonna del Parto fungevano da custodi della speranza in epoche in cui il parto poteva essere un evento fatale. Il passaggio dal sacro al quotidiano, dalla chiesa alla casa, documenta come la maternità rimanga, ieri come oggi, un centro gravitazionale della vita umana e, di conseguenza, dell'espressione artistica.
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