Il concetto di "pubblicità" si estende ben oltre la mera promozione commerciale, abbracciando la diffusione di messaggi culturali, la valorizzazione di opere d'arte e la sensibilizzazione su temi di rilevanza sociale. In questo panorama variegato, due figure che condividono il nome "Lorenzo" emergono in contesti distinti ma ugualmente meritevoli di attenzione pubblica: Lorenzo Lotto, maestro del Rinascimento la cui opera "Natività" - più correttamente intitolata "Il bagno di Gesù Bambino" - è stata recentemente oggetto di una significativa "pubblicità" espositiva, e Giovanni Di Lorenzo, campione sportivo testimonial di un'importante campagna di prevenzione per il Ministero della Salute. Entrambi, a loro modo, sono protagonisti di una narrazione che mira a raggiungere e coinvolgere il pubblico, sebbene con obiettivi e linguaggi profondamente differenti.
Il "Bagnetto" di Gesù Bambino nell'Opera di Lorenzo Lotto: Un Capolavoro in Mostra
La Natività di Lorenzo Lotto: Un'Interpretazione Inedita e Profonda
Tra le opere più singolari e commoventi della pittura rinascimentale italiana, la "Natività" di Lorenzo Lotto (1480-1556), ospitata al Museo diocesano di Milano fino al 1° febbraio 2026 e proveniente dalla Pinacoteca nazionale di Siena, si distingue per la sua rappresentazione intima e profondamente umana di un evento sacro. Questa tavola, dipinta da Lotto nel 1525, alla fine del suo periodo bergamasco, il più felice della sua vita personale e artistica, offre uno spaccato unico sulla nascita di Gesù, che più correttamente dovrebbe intitolarsi "Il bagno di Gesù Bambino", scena mai rappresentata prima con tale enfasi e intensità. L'opera esercita un magnetismo impressionante: pur essendo di piccole dimensioni, essa attrae a sé e interroga, proprio perché la scena è molto diversa dalle tradizionali rappresentazioni della Natività.
Nel cuore della composizione, il volto di Maria è commovente, giovane, ingenuo quasi, assorto nel gesto delicato dell’accudimento. Una posa che richiama la tenera apprensione che capita alle nuove mamme, le quali hanno spesso paura di far male al bambino, che se sbagliano qualcosa, fragile com’è, si possa rompere. La sua figura è semplicemente incantevole. La giovanissima madre è già vestita, senza traccia dei dolori del parto, che forse le sono stati risparmiati, come afferma il Vangelo dello pseudo-Matteo. Indossa abiti semplici, di cui deve essersi coperta in tutta fretta, senza darsi cura delle apparenze, come sembrano suggerire i capelli ravviati alla bell’e meglio con due ciocche appena accennate, meravigliose, che scendono una sulla fronte e l’altra sulla tempia destra. Questo dettaglio rafforza il senso di quotidianità e immediatezza della scena, sottolineando la sua essenza terrena e domestica. La tradizione ci ricorda che "Vergine ha concepito, vergine ha partorito e vergine è rimasta", e l'immagine di Lotto cattura questa purezza in un contesto di cura materna tangibile. Ora guarda con sublime dolcezza il Figlio, che la ricambia, creando un fulcro emotivo intenso e reciproco.

Accanto a Maria e al Bambino, è osservata, quasi scrutata, con uno sguardo invece pieno di apprensione, la levatrice a cui porge il bambino perché lo lavi, senza nessuna parola o raccomandazione, in piena fiducia, sicura che lei se ne prenderà cura con la necessaria cautela. Anche lei dovrebbe essere sicura nei suoi movimenti, ma è come bloccata, sorpresa e sgomenta, anche se cerca di non darlo a vedere, da ciò che le è appena capitato. Le sue mani si sono anchilosate, paralizzate miracolosamente a causa della sua incredulità a proposito della verginità di Maria. L’oggetto della sua attenzione, ora, è più la Madre che il Figlio che le viene affidato, e infatti la fissa ansiosa, come in attesa interrogativa di cosa accadrà. Eppure, nonostante la menomazione, è protesa anche, con il gesto automatico di chi per professione è avvezzo a gestire i primi momenti della vita dei neonati, a cercare di dare un supporto alla madre-ragazzina. E forse è in questo suo accostarsi che ne percepisce la singolarità e comincia a dubitare del proprio dubbio, a rinunciare alla propria incredulità e così a recuperare la propria salute e salvezza. In ombra, nonostante la vicinanza al bambino, è parzialmente anche la levatrice, soprattutto la fronte e gli occhi, non ancora raggiunti dall’illuminazione, che però non tarderà ad arrivare. In piena luce sono le mani, con le dita monche, che la connoterebbero come l’Anastasia di alcune versioni delle leggende sull’infanzia di Gesù, secondo quanto decifrato da Daniel Arasse in un testo citato da Daniele Dal Pozzolo nel suo saggio molto bello presente nel catalogo della mostra. Oppure le mani sono contratte, come per la Salomè dei Vangeli apocrifi che dubitava della verginità di Maria (ma forse il pittore ha sovrapposto le due figure), rattrappite per l’improvvisa paralisi che le ha colpite in punizione per la sua incredulità, ma che stanno per esser sanate a breve, quando il velo d’ombra che copre i suoi occhi sarà rimosso. Questo personaggio misterioso con le mani rattrappite, forse in attesa di un miracolo che sta per arrivare, come raccontato dai Vangeli apocrifi, vede la sua identificazione concentrarsi tra Salomè e Anastasia.

Il vecchio san Giuseppe assiste alla scena allargando le braccia per lo stupore, abbagliato dalla luce che emana dal Bambino e gli illumina la veste e una parte del viso. È catturato dall’evidenza di un miracolo a cui astrattamente era già preparato, ma che ora si manifesta nel suo fulgore davanti a lui. Si china verso il Bambino, tutto compreso di ciò che sta accadendo, pensoso, meditativo, ma restando in ombra, un po’ arretrato, timoroso di intralciare, e insieme pronto a proteggere, a soccorrere e a rendersi utile, assicurando la completezza del quadro famigliare. Sulla destra San Giuseppe è raffigurato con le braccia spalancate e le mani aperte, nella pienezza dello stupore per ciò che si è compiuto e continua a compiersi, un’espressione che sottolinea la sua profonda meraviglia e accettazione.
Il Figlio, come farebbe ogni altro bambino, sembra ritrarsi e raggrinzirsi, rabbrividendo al contatto con l’acqua, anche se probabilmente è calda. Le spalle si contraggono, le braccine, piegate, si stringono al corpicino, invece di protendersi, come sempre nelle natività tradizionali, verso la madre, o per impartire una precocissima benedizione. Le labbra si arricciano, gli occhi sono spalancati come per timore di ciò che gli stanno per fare, che ancora ignora, o per il destino che gli è prefissato e che già avverte. Appena nato già sperimenta, come tutti, la paura. Anche il ventre sembra quasi che si inarchi per allontanarsi dal pelo dell’acqua, esibendo in tal modo con maggiore evidenza il cordone ombelicale che pende verso il minuscolo sesso appena accennato, raddoppiandone il senso di testimone della piena umanità del Bambino. Postura ed espressione stupende, di grande tenerezza ed empatia (un’empatia con il Salvatore!), mai viste prima in pittura, e che mai più si vedranno. Il Bambino è dipinto in modo molto umano, naturale, con il cordone ombelicale ancora sul pancino, un dettaglio che ne accentua la vulnerabilità e la tangibilità.
La strana storia di Lorenzo Lotto
La Luce del Salvatore e i Dettagli di un Ambiente Domestico
Il bagliore che si irradia al centro del quadro è fortissimo e si riverbera in vario grado sui personaggi rappresentati, mentre tutto attorno resta sprofondato nel buio. È la luce del Salvatore che è venuta a illuminare il mondo, la luce che nelle sue mille declinazioni è anche il fulcro di tutta l’opera di Lorenzo Lotto. Lo sguardo dell’osservatore si dirige immediatamente verso il Bambino che ne è la fonte, motivo che è già presente in alcuni quadri fiamminghi (come l’ambientazione notturna derivata dal Vangelo di Luca e probabilmente anche dalle Rivelazioni di santa Brigida di Svezia, come suggerisce Nadia Righi nel catalogo) e che verrà ripreso anche negli stessi anni da Correggio, per diventare molto comune in seguito. È la luce principale, spirituale, della scena da cui tutto prende senso e volume; mentre quella fioca, naturale, del camino sullo sfondo, che illumina solo la seconda levatrice e il panno che sta scaldando al fuoco, si annida nelle tenebre più che dissolverle. I colori sono sgargianti e sembrano emergere dal fondale scuro: blu e rosso, rosa e verde, ma a colpire di più è il bianco che arriva dal Bambino, che è la fonte di questa illuminazione spirituale.
Il resto della scena è immerso nell’ombra di questa capanna dall’apparenza spartana, ma che brulica di una stupenda teoria di umili oggetti disposti a terra. Si possono osservare uno sgabello e, dietro, la culla dove il bambino verrà presto deposto. Un paiolo, una tazza fumante con cucchiaio su un ripiano di braci per rifocillare Maria. Ancora, gli attrezzi (un falcetto e, forse, un coltello) sono appesi al pilastro alle spalle delle due donne, e infine, in basso a destra, una grossa anfora dove il pittore ha apposto la sua firma, un dettaglio che ne autentica l'autore e la datazione, più probabilmente 1525 che 1521. Lo scorcio di un lettino e la piccola pentola accesa, forse per nutrire la Vergine, contribuiscono a definire un ambiente di profonda quotidianità e cura.
Sullo sgabello, in parte tagliato ma che ancora si intravede in basso a sinistra, c’è un libro aperto, quasi certamente alla pagina di Isaia 9:5, o a quella di Michea 5:2, con la profezia della divina nascita. L'osservatore è invitato a immaginare che Maria lo stesse ancora leggendo fino a quando sono cominciate le doglie e che lo abbia lasciato lì, aperto, per riprendere la lettura esattamente dal punto in cui era stata interrotta. Presto, appena possibile, perché in quelle righe è indicato, ribattuto, anche il suo destino, essendo indubbiamente la verità, quella enunciata dalle Sacre Scritture, anche se il libro potrebbe essere benissimo uno qualsiasi, perché tutte le scritture, secondo alcune interpretazioni, in qualche modo sono sacre.
Alle spalle di Maria ci sono gli animali che assistono all’evento, il bue tranquillo e assorto, e l’asino che tende il lungo collo e spalanca la bocca (bellissime le labbra che lasciano scoperte le gengive e la dentatura, con l’intensità che ritroveremo solo, ma con significato opposto, nel cavallo di Guernica) in un raglio che sembra voler annunciare la nascita al mondo intero, quasi a inneggiare all’evento incomprensibile eppure così straordinario da aver scosso nel profondo lui pure. Sono anche i dettagli a colpire, rivelati in pienezza dal breve video preparatorio alla visione dell’opera, della durata di due minuti e mezzo, che indugiano sul bue e sull’asino, colto nel momento del raglio, come a sottolineare la partecipazione della natura al prodigio.
Tutta la scena è concentrata, di impatto fortissimo proprio perché niente distrae dalla sua fulgida claustrofobia. Tuttavia, noi sappiamo, da una copia presente nei depositi degli Uffizi, che l’effetto attuale è il risultato di un taglio della tavola, che ha tolto profondità in particolare allo spazio che sulla sinistra si prolungava in altri ambienti bui in fondo ai quali un uomo illuminava una scala con una torcia o candela, mentre sotto c’erano la figura intera del bue, la culla e lo sgabello, trasformando il formato da orizzontale in verticale. Il taglio, verosimilmente avvenuto nel Settecento, ha spostato il centro dell’opera sul Figlio, mentre prima era la Madre. Cosa che però si afferma immediatamente anche ora. È lei il fulcro emotivo. È a lei che guardano il Bambino e la levatrice formando un triangolo ravvicinato di sguardi. Non appena ci si accosta sono la sua figura, la postura e soprattutto il volto che calamitano lo sguardo e subito commuovono. La tavola è incompleta a causa del taglio del legno, ma si può ammirare nella sua interezza in alcune copie anteriori.
L'Intimità della Visione e il Genio di Lotto
È un quadro da guardare da vicino, questa Natività, accostandosi e sostando a lungo come certamente facevano il committente che pregava e meditava nella sua casa o cappella e Lorenzo Lotto mentre la dipingeva, che per lui era sovente un altro modo di pregare. Per questo la visita alla mostra è indispensabile. Tra l’altro, la mostra non richiama le masse, e si può arrivare quasi guancia a guancia con il quadro, nella stessa intimità che esso ci mostra, entrando nel suo spazio anche fisicamente, e non solo con l’adesione devota, religiosa prima ancora che estetica, che l’opera imperiosamente (con una delicatezza imperiosa) esige, cioè richiede e comanda.
Non c’è quadro di Lorenzo Lotto che non produca un’intensa commozione. Era il suo obiettivo, peraltro, ed è la sua singolarità e la sua forza. Ognuno ha un punto di commozione o di stupore diverso. Anche quando i motivi sono ripresi c’è sempre qualcosa di inedito, una serie di invenzioni narrative e figurative senza eguali, dove anche la minima variante nella forma o nel gesto ne rispecchia un’altra nell’emozione e nel senso. Ogni volta è una sorpresa, un turbamento, un incanto. È il riconoscimento di un comune sentire per sfumature prima ignorate, di una fratellanza. A rafforzare questo sentimento è il fatto che, diversamente da altre Natività, qui la scena è assolutamente terrena, domestica. Siamo in un interno, si stanno approntando le prime cure dovute al neonato. Non ci sono visitatori, né umani né angelici, nessuno assiste, solo le due levatrici e Giuseppe, che però non è un estraneo, e anzi assicura la completezza del quadro famigliare. Potrebbe benissimo trattarsi di una delle infinite nascite che stanno avvenendo nel mondo in quel momento che è tutti i momenti, come direbbe Borges, se non fosse per la luce che emana dal Neonato, che però non si discosta di molto da quella che tutti i famigliari vedono attorno a ogni neonato appena giunto nelle proprie case. Per tutti ogni nato è divino.
La scena resta puramente, poveramente domestica, e solo in questo numinosa, come ogni vita e ogni donna che la vita la dà. Ci sono sì i raggi che partono dalla testolina del Bambino, appena delineati a formare proletticamente una croce, ma anche se non ci fossero non ci sarebbero dubbi sulla parte di trascendenza che dall’evento quotidiano si sprigiona. Anche la Madre è divina solo nella sua piena, totale umanità, senza bisogno che adotti posture ieratiche, o di adorazione e preghiera, o che Qualcosa o Qualcuno lo attesti. Basta uno scambio di sguardi con il Figlio, e la divinità si effonde in pura luce su tutto e tutti. Niente è più divino della semplice e pura dolcezza umana.
"La nota principale dell'opera lottesca è un essere ogni momento cosciente di ciò che passa nel proprio cuore e nella propria mente, un filtrare l'universo tangibile attraverso il tessuto del proprio temperamento", scriveva nel 1895 Bernard Berenson, che è stato lo scopritore moderno di Lorenzo Lotto. Tra i contemporanei il suo genio venne sottovalutato, anzi si può dire che soffrì di una "sventura critica", per usare le parole di Nadia Righi, direttrice del Museo diocesano Carlo Maria Martini, che con Axél Hemery, direttore dei Musei nazionali di Siena, ha presentato la "Natività" di Lorenzo Lotto (1480-1556), ovvero il Capolavoro per Milano 2025. "Lorenzo Lotto ti tira dentro, è un pittore psicologo, che rivela irrequietezza", osserva ancora Righi. E Hemery sottolinea "l'anticlassicismo, il richiamo al gotico, a ciò che si fa al di là delle Alpi". Nadia Righi osserva che "più che Natività dovrebbe intitolarsi il primo bagnetto di Gesù", evidenziando ulteriormente l'unicità tematica dell'opera.
Lotto è un pittore difficilmente inquadrabile. Nasce a Venezia ma non è un pittore veneziano, nasce nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato. Era il momento di Bellini, Vivarini, del primo Giorgione, ma lui non entra nella corrente che diventerà poi il colorismo, perché è nitido, lucido, dettagliato. Venezia non lo accoglie, è citato per la prima volta a Treviso, poi peregrina nelle Marche, finché nel 1509 viene intercettato da Giulio II e poi mandato via insieme a molti altri artisti quando a Roma arriva Raffaello. Entra in una crisi spirituale e umana dalla quale uscirà soltanto negli anni sereni di Bergamo, dal 1513 al 1526, durante i quali realizza questo dipinto. La sua arte, ricca di invenzioni narrative e figurative senza eguali, rappresenta una continua sorpresa e un turbamento per l'osservatore, che vi ritrova un riconoscimento di un comune sentire per sfumature prima ignorate, di una fratellanza.
La Pubblicità Istituzionale per la Prevenzione con Giovanni Di Lorenzo
Giovanni Di Lorenzo e la Campagna "La Tua Salute è la Partita Più Importante"
In un contesto completamente diverso, ma ugualmente orientato alla "pubblicità" nel senso di diffusione di messaggi importanti per la collettività, si inserisce la campagna del Ministero della Salute sulla prevenzione. Intitolata "La tua salute è la partita più importante", questa iniziativa è già visibile sulle principali reti televisive e radio Rai e reti private locali della Regione Campania, raggiungendo un vasto pubblico con un messaggio cruciale per il benessere individuale e collettivo.
A fare da testimonial per questa significativa campagna è Giovanni Di Lorenzo, il celebre capitano della squadra del Napoli, campione d’Italia. La sua figura di sportivo di successo, simbolo di disciplina e dedizione, si presta perfettamente a veicolare un messaggio di responsabilità personale nei confronti della propria salute. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di rafforzare tra i cittadini la consapevolezza che il benessere individuale è strettamente connesso alle scelte che compiamo ogni giorno. L'associazione con un atleta di alto livello amplifica l'efficacia del messaggio, rendendolo più accessibile e stimolante per diverse fasce di pubblico.
Al centro della campagna vi sono i tre pilastri essenziali per una prevenzione efficace, attorno ai quali ruoteranno le azioni di sensibilizzazione e informazione. Il primo è l’attività fisica, fondamentale per mantenere il corpo attivo e prevenire numerose patologie. Il secondo pilastro è l’alimentazione sana, un elemento chiave per un corretto funzionamento dell'organismo e per ridurre i rischi legati a diete squilibrate. Infine, gli screening e i controlli periodici rappresentano strumenti fondamentali per la diagnosi precoce di molte patologie, permettendo interventi tempestivi e aumentando le probabilità di successo delle cure.

La realizzazione di questo spot ha visto la collaborazione di professionisti del settore. L’agenzia The Right Person ha firmato la campagna, occupandosi della sua ideazione e sviluppo creativo. La regia è stata affidata alla coppia creativa Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, che hanno saputo tradurre il messaggio del Ministero in immagini e suoni efficaci e coinvolgenti. Il producer & project manager dell'iniziativa è stato Federico Canino, con l’organizzazione curata da Lorenzo Dionisi. La direzione della fotografia (D.O.P) è stata affidata a Matteo Rea, mentre il sound designer Ignazio Vellucci ha contribuito a definire l'atmosfera sonora dello spot, rendendolo incisivo e memorabile. Lo spot, diffuso sulle reti Rai (tv e radio) e reti private locali della Regione Campania, garantisce una copertura capillare per un messaggio di così vitale importanza.
La strana storia di Lorenzo Lotto
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