La questione della fedeltà e della promiscuità in amore rappresenta un enigma che ha affascinato biologi, etologi e psicologi per decenni. Un esperimento pubblicato su Nature da un’équipe di ricercatori statunitensi della Emory University di Atlanta, Georgia, porta un contributo interessante su un quesito che interessa anche noi umani: perché certe specie hanno scelto la monogamia invece della poligamia, o addirittura della promiscuità sessuale?
L’esperimento in questione è facilmente comprensibile: una specie di topo campagnolo che abita il sud degli Stati Uniti (Microtus ochrogaster) è monogama; un’altra specie, che vive un po’ più a nord (M. pennsylvanicus), è invece poligama o, per meglio dire, poliginica. Ebbene, modificando l’espressione di un certo gene, così da renderlo simile a quello della specie monogama, s’è ottenuta la conversione alla monogamia anche dei maschi poliginici dell’altra. Il gene è quello influenzante i recettori della vasopressina e della dopamina, ormoni che sono risultati avere un ruolo nel comportamento sociale e sessuale. Ecco dunque compreso come una specie può evolversi da uno stile sessuale all’altro, con il coinvolgimento d’un solo gene.

Ma non è questo il punto di maggiore interesse se si vuol fare un discorso generale. L’esperimento ci illustra infatti come un poligamo può evolversi in un monogamo (e ovviamente viceversa), ma non ci dice perché. Il "perché" non riguarda la genetica e la biologia molecolare; occorre un approccio diverso: quello dell’etologia comportamentale.
Il conflitto d’interessi tra i sessi
È noto che tra maschi e femmine esiste un conflitto d’interessi originato da una loro fondamentale differenza. I maschi producono in quantità industriali piccolissimi gameti, gli spermatozoi, energeticamente poco costosi; le femmine invece producono, in numero ben più limitato, uova, gameti di dimensioni assai maggiori ed energeticamente molto dispendiosi. Risulta che, mentre per un maschio, che investe poco per ogni accoppiamento, la strategia riproduttiva più conveniente è quella di fecondare un gran numero di femmine, per la femmina, che investe molto, è più conveniente essere selettiva prima di accoppiarsi e, fatta una scelta oculata, restare aggrappata a quella.
Questo non è che l’inizio del conflitto, perché non sono rari i casi in cui la femmina spende ancor di più. Cito come esempio il frequente caso in cui è costretta, dopo l’accoppiamento, a una prolungata gravidanza, cui segue un periodo d’allattamento. Sbagliare scelta costerebbe moltissimo. Detto ciò, sembrerebbe che una soluzione soddisfacente del conflitto potrebbe essere la poliginia, che se da un lato consente ai maschi una buona dose d’accoppiamenti con femmine diverse, dall’altro permette a queste ultime di esercitare una scelta oculata per poi concentrarsi intorno ai maschi migliori. La realtà, però, non è così semplice.
Fattori ambientali e strategie riproduttive
D’altro canto conosciamo, oltre a specie monogame e poliginiche, anche quelle poliandriche (una femmina con più maschi) e quelle veramente promiscue. Il fatto è che c’è un altro fattore da considerare: il contesto ambientale. Così se torniamo alle nostre arvicole, scopriamo che, nella specie monogama, perché l’allevamento della prole vada a buon fine, è indispensabile la presenza a tempo pieno del padre, mentre ciò non è vero per quella poliginica.
Volendo generalizzare, la conclusione è che ogni specie s’è evolutivamente calibrata uno stile di vita sessuale confacente con le condizioni ambientali in cui deve vivere. In quest’ottica la nostra specie è eccezionale perché culturalmente ha evoluto differenti e contrapposti stili sessuali. Monogamia, poliginia e poliandria, perfino promiscuità, sono varianti tutte rappresentate nella nostra specie. Sarebbe interessante indagare se, a livello individuale, gli uomini più portati alla monogamia portano una variante genetica simile a quella dell’arvicola monogama, mentre i cosiddetti Casanova "indossano" la variante opposta.
WYOMING — Un Mondo Antico Dove la Vita Selvatica Non Sopravvive… Domina | Documentario Completo
Revisione dei modelli classici: il caso Bateman
Un nuovo studio mette in discussione un luogo comune inveterato: quello secondo cui gli uomini sono più propensi alla promiscuità, mentre le donne tendono a cercare rapporti esclusivi e duraturi. Stando ai risultati della ricerca pubblicata sulla rivista Trends in Ecology and Evolution, le strategie di accoppiamento negli esseri umani difficilmente possono essere viste come espressione di uno schema universale, valido in tutte le regioni e le culture del mondo.
Il problema del diverso comportamento di accoppiamento tra sesso maschile e femminile ha una base biologica, e precisamente negli studi sui moscerini della frutta svolti a partire dal 1948 da Angus J. Bateman. Egli mostrò infatti come i maschi di tali insetti avessero, rispetto alle femmine, diverse strategie per raggiungere il successo sia nell'accoppiamento (il numero di partner sessuali) sia in quello riproduttivo (numerosità della prole). Inoltre, Bateman dimostrò l'esistenza di una forte correlazione tra il successo di accoppiamento e quello riproduttivo.
"Questa visione convenzionale dei maschi promiscui e poco selettivi e delle femmine ritrose e selettive è stata applicata anche alla nostra specie", ha spiegato Gillian R. Brown, ricercatore della School of Psychology dell'Università di St. Andrews. "Il nostro obiettivo era quello di effettuare una revisione approfondita della teoria della selezione sessuale e di esaminare i dati sui comportamenti di accoppiamento e sul successo riproduttivo delle attuali popolazioni umane.”
Variabilità nelle popolazioni umane
Brown e colleghi hanno verificato i postulati di Bateman su una raccolta di dati relativi alla varianza nel successo riproduttivo nei maschi e nelle femmine in 18 popolazioni umane. Sebbene il successo riproduttivo maschile variasse complessivamente molto di più di quello femminile, sono state riscontrate notevoli differenze tra le popolazioni: per esempio, nelle società monogame la varianza del successo riproduttivo era simile tra maschi e femmine.
Esaminando i fattori esplicativi di un simile quadro, i ricercatori hanno sottolineato l'esistenza di un gran numero di fattori diversi che devono essere tenuti in conto nel formulare previsioni dei ruoli sessuali universali. "Recenti acquisizioni della teoria evolutiva suggeriscono che fattori quali la mortalità correlata al genere, il rapporto tra popolazione maschile e femminile, la densità di popolazione e la qualità dell'accoppiamento hanno probabilmente un impatto importante nella selezione sessuale umana", ha concluso Brown.

Differenze culturali e stili di vita sessuale
Solo un single su quattro non ha fatto sesso nell’ultimo anno, nei paesi più ricchi. Gli occidentali sono più promiscui. In quelli in via di sviluppo, invece, i single e i giovani sono meno attivi sessualmente, ma le malattie a trasmissione sessuale sono più diffuse. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Scuola di Medicina Tropicale di Londra su 59 nazioni.
Anche se la monogamia regna sovrana e la maggior parte degli intervistati dichiara di avere avuto un solo partner nello scorso anno, nei paesi occidentali c’è una maggior tendenza ad avere diversi amanti. Ad alzare la media sono i single di tutte le età e gli under 25. I single che vivono in Occidente hanno una vita sessuale molto attiva: tre su quattro hanno avuto diversi partner nello scorso anno, mentre solo i due terzi dei single che vivono nei paesi africani hanno fatto sesso nello stesso periodo.
Eppure proprio in Africa si registra la maggior diffusione di malattie a trasmissione sessuale e soprattutto dell’Aids. Questo dimostrerebbe che la povertà, la mancanza di parità tra i sessi e la mobilità, più che la promiscuità, sono i veri fattori di rischio per le infezioni sessuali. «Uomini e donne fanno sesso per ragioni diverse», afferma Kaye Wellings, una delle autrici della ricerca, «e in modi differenti nei diversi luoghi del mondo», e queste differenze devono essere rispettate quando si progettano campagne per la prevenzione di malattie sessuali.
La prospettiva storica: dalla preistoria all'era della proprietà
Si è molto parlato della promiscuità sessuale primitiva. Si pensa che l'uomo preistorico, o perlomeno l'uomo paleolitico, abbia voluto, come gli animali, una vita sessuale regolata. Le immagini ritrovate nelle Lande o vicino a Mentone, risalenti a 20.000 anni fa, mostrano una "Venere steatopigia"; quella di Willendorf è una bambola rossa con il sesso ben disegnato. Si può pensare che gli uomini primitivi, a causa del freddo, fossero molto coperti, donde il valore attribuito alla nudità del sesso, spettacolo raro e ricercato.
Alla fine dell'epoca glaciale (da 12.000 a 6000 anni avanti Cristo), le culture e l'allevamento hanno sostituito la caccia, e l'uomo ha preso coscienza del fenomeno della riproduzione e della fecondità. È possibile che in questo periodo la moltiplicazione degli esseri umani abbia favorito unioni senza regole tribali precise, e che questa relativa promiscuità abbia imposto il matriarcato per permettere di riconoscere e di dare un nome alla discendenza. La posizione sociale della donna sarebbe allora diventata più importante di quella degli uomini.
Questa "ginecocrazia" scompare con il miglioramento del livello di vita e con l'apparire della proprietà tribale e privata. Esiste già una divisione sociale in tre classi. Una classe superiore, appagata e preoccupata di conservare i propri privilegi, i segni esteriori del prestigio, la stirpe e la discendenza. La donna, spesso scelta per il suo apporto di beni, è altamente considerata. La classe media è caratterizzata da una divisione dove l'uomo provvede ai bisogni della famiglia, relegando la donna ai lavori domestici. La classe inferiore, infine, è caratterizzata dall'eguaglianza dei sessi di fronte alla vita dura e difficile, dove la poligamia è impossibile data la necessità di operosità di entrambi.
Definizioni e terminologia: promiscuità e intersessualità
Il termine "promiscuità" descrive, nel comportamento sessuale umano, la pratica di avere frequenti rapporti sessuali occasionali con partner diversi. Spesso viene utilizzato per portare un giudizio morale, se considerato nel contesto di un ideale sociale in cui le attività sessuali devono avvenire solo all'interno di relazioni impegnate.
Parallelamente alla discussione sui comportamenti, occorre comprendere la biologia dei corpi. L'intersessualità, o intersex, descrive una condizione medica caratterizzata alla nascita da genitali ambigui, non ben categorizzabili nella classificazione binaria maschio o femmina. Nel 2006, il Consensus Statement ha stabilito, in ambito clinico, di utilizzare la definizione "Disordine dello sviluppo sessuale" (DSD), che raggruppa una serie di anomalie genetiche degli organi del sistema riproduttivo.
La gestione di questa condizione ha subito un'evoluzione storica. Per tutta la metà del Novecento, la soluzione era l'intervento di chirurgia genitale precoce, basato sui protocolli di John Money, spesso con fini puramente estetici e senza considerare gli aspetti psicologici a lungo termine. Oggi, si riconosce che posticipare tali interventi, permettendo alla persona di sviluppare la propria identità e partecipare alle decisioni, rappresenta una via più rispettosa dell'integrità psicofisica.

La complessità dell'identità di genere
L'identità di genere è il vissuto che la persona ha di sé come maschio o come femmina. L'essere umano diventa maschio o femmina attraverso una lunga e complessa strada; il primo sostanziale apporto è dato dai geni, ma la strada per la completa differenziazione sessuale è lunga. Basta una qualunque alterazione ormonale, fisica, educativa o psicologica perché questa differenziazione non avvenga, resti incompleta o si alteri.
Sappiamo che gli ormoni sono solo dei messaggeri. Possono non essere sufficienti in partenza, non arrivare in tempo o non essere interpretati correttamente. Ciò comporta che alcuni organi possono indirizzarsi in maniera coerente con il messaggio mentre altri possono, per motivi vari, non farlo. Dopo la nascita, gli apporti ormonali continueranno ad esercitare la loro funzione durante tutta la vita dell’individuo. Per l’uomo saranno fondamentali gli ormoni provenienti dai testicoli, dalla prostata, dai surreni e dall’ipofisi; per la donna, le dinamiche cicliche degli estrogeni e del progesterone, fino alla menopausa.
La promiscuità come strategia di sopravvivenza
Il diamante mandarino forma coppie per tutta la vita, ma sia i maschi che le femmine si concedono sesso extraconiugale. Gli scienziati dell'Istituto Max Planck in Germania hanno osservato che la predisposizione all'infedeltà ha basi genetiche moderate ma fondamentali dal punto di vista evolutivo. Le varianti genetiche che fanno aumentare il comportamento promiscuo dei maschi potrebbero allo stesso modo favorire la promiscuità delle femmine. "Non è essenziale che ci sia un beneficio evolutivo per le femmine," spiega il dott. Forstmeier. "È sufficiente che gli antenati maschi abbiano avuto benefici che hanno avuto come risultato la loro promiscuità."
Inoltre, in alcune specie di mammiferi, la promiscuità rappresenta una strategia di salvaguardia della prole contro l'infanticidio. Nei sistemi sociali in cui la riproduzione è monopolizzata da un piccolo numero di maschi, uccidere la prole dei precedenti dominanti rende le femmine più attive da un punto di vista sessuale. Questa tattica maschile può venir contrastata con successo dalla promiscuità femminile: se una femmina ha molti compagni, la paternità è meno evidente e, nel dubbio, il maschio non rischia di uccidere la propria prole. Le dimensioni dei testicoli in queste specie aumentano di generazione in generazione, suggerendo che le femmine sono sempre più promiscue proprio per confondere la paternità.
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