Stefano Maschietti Vivona: Tra cronaca, istituzioni e percorsi intellettuali

Il caso del liceo Virgilio di Roma provoca molte telefonate e diverse reazioni, ma quello a cui assistiamo non riguarda solo la scuola romana ma è forse spia di un fenomeno più ampio che riguarda la relazione tra insegnanti, studenti, genitori. A cosa serve la scuola? Quali sono i criteri per giudicare una buona scuola? E qual è lo stato di salute del patto educativo? Queste domande, che interrogano il cuore del sistema formativo, trovano spesso risposte frammentarie in una cronaca sempre più serrata. Tra gli ospiti chiamati a discutere di tali dinamiche troviamo Stefano Maschietti, docente di Storia e filosofia al Liceo Ginnasio Vivona di Roma, insieme a figure come Pia Blandano, preside del liceo psicopedagogico Regina Margherita a Palermo, Angela Nava, presidente nazionale del Coordinamento Genitori Democratici, e Daniele Checchi, economista e docente all’Università Statale di Milano.

Edificio storico del Liceo Ginnasio Statale Francesco Vivona a Roma

Il mistero del Liceo Vivona: i fatti di cronaca

Giallo in uno dei più noti licei romani. Un professore di storia e filosofia è precipitato da una finestra al terzo piano poco prima dell’inizio della sua lezione al Vivona, istituto che si trova in via della Fisica, all’Eur. Il quarantottenne è stato trasportato in ambulanza all’ospedale Sant’Eugenio e ricoverato in prognosi riservata con numerose fratture, anche se non sarebbe in pericolo di vita. Sul caso indagano i carabinieri della compagnia Eur che stanno svolgendo una serie di accertamenti per ricostruire l’accaduto. Fra le ipotesi più probabile quella di un tentativo di suicidio dell’insegnante che, secondo alcuni, soffrirebbe di depressione da qualche tempo. Accertamenti sono in corso da parte dei militari dell’Arma anche nell’abitazione del professore per verificare se abbia lasciato messaggi d’addio in cui ha spiegato i motivi del suo gesto.

Giallo al liceo classico Vivona dell’Eur, un professore è precipitato da una finestra dell’istituto. È un mistero quello che è accaduto questa mattina, 26 aprile, nella sede centrale del Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” dell’Eur. Un professore di storia e filosofia dell’istituto è stato soccorso, intorno alle 9:15, in gravi condizioni nel cortile della scuola dopo essere precipitato da una finestra. La tragedia è avvenuta mentre erano in corso le lezioni poiché il liceo non ha effettuato il ponte. A dare l’allarme è stato un collaboratore scolastico che ha visto il corpo steso in cortile. Per il liceo non è successo nulla di grave. La vicepreside Claudia Maccari assicura: “È stato solo un incidente”. La vicepreside ha poi voluto precisare quanto il professore fosse amato dai propri studenti. “Tutti i suoi studenti lo adoravano - dice la professoressa Maccari”.

Percorsi accademici e contributi intellettuali

È necessario distinguere la cronaca contingente dal profilo accademico e professionale di figure che operano nel mondo dell’istruzione, spesso con traiettorie ricche di pubblicazioni e riconoscimenti. Analizzando la figura di un docente di letteratura e filologia con un percorso pluridecennale, emerge la complessità del lavoro intellettuale. Alunno del collegio "Ghislieri", si è laureato in Lettere a Pavia (1968), discutendo la tesi con Dante Isella, correlatori Maria Corti e Cesare Segre. Già ricercatore nell'ateneo pavese (dal 1974) e chargé de cours a Ginevra (1982), ha coperto come ordinario la cattedra di Letteratura italiana all'Aquila (1987-1990), poi a Trieste (1990-1996), donde è passato a "Ca' Foscari" (1996-2015). È stato docente a contratto all'Università Cattolica di Brescia (1989-1993). Oltre alla sua disciplina principale, ha insegnato anche Filologia italiana e Letteratura moderna e contemporanea.

Presiede il comitato scientifico per l'Edizione Nazionale dell'opera di D'Annunzio e quello degli scritti di Giovita Scalvini. Ha fondato e dirige tre riviste di eccellenza (Anvur A): «Ermeneutica letteraria» (dal 2005), «Letteratura e dialetti» (dal 2008), «Archivio d’Annunzio» (dal 2014). Ha diretto i «Quaderni dannunziani» (1987-89) ed è consigliere del Vittoriale degli Italiani. È nel comitato scientifico di varie riviste. Ha ideato e diretto grandi opere collettive: Letteratura delle regioni d’Italia (20 voll., 1986-1994), Mille anni di letteratura bresciana (2 voll., 2004), Il mito nella letteratura italiana (6 voll., 2003-2009), La Bibbia nella letteratura italiana (6 voll., 2011-2016). Fa parte di varie accademie: Arcadia, Ateneo di Brescia, Ateneo Veneto, Istituto veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

Biblioteca accademica e manoscritti letterari

Ha ricevuto vari Premi: Marino Moretti per la Filologia (1997), Cultori di Roma (2010), Ca’ Foscari alla ricerca (2012), Natalino Sapegno alla carriera (2020). La bibliografia ragionata della sua copiosa produzione (con abstracts) è consultabile sul sito Academia.edu. Tra le sue monografie o raccolte saggistiche si segnalano: Il coltello e la corona. La poesia del Belli tra filologia e critica (Bulzoni 1979), L’Adda ha buona voce. Studi di letteratura lombarda dal Sette al Novecento (Bulzoni 1984), Logos e Mythos. Studî su Gabriele d’Annunzio (Olschki 1985), I panni in Tevere. Belli romano e altri romaneschi (Bulzoni 1989), La parabola di Renzo e Lucia. Un’idea dei «Promessi sposi» (Morcelliana 1994), D’Annunzio dal gesto al testo (Mursia 1995), Il calamaio di Dioniso. Il vino nella letteratura italiana moderna (Garzanti 2001), Parini. L’officina del «Giorno» (Morcelliana 2010), Verga, Pirandello e altri siciliani (Milella 2011); Belli senza maschere. Saggi e studi sui sonetti romaneschi (Aragno 2012), Un’idea di D’Annunzio. Trent’anni di studi (Carabba 2023). Ha curato l’edizione critica e commentata dell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Marsilio 2018) e dei Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli (4 voll., Einaudi 2018). Ha introdotto e/o annotato di numerosi classici italiani per vari editori: Adelphi, Bompiani, Einaudi, Garzanti, Giunti, Mondadori, Rizzoli, Scheiwiller e altri. Da segnalare le edizioni integrali annotate delle novelle di Pirandello e delle poesie di Carducci.

L'evoluzione delle forme espressive e la discografia

Parallelamente alle vicende accademiche, il panorama culturale italiano degli anni Novanta ha visto il fiorire di produzioni discografiche che riflettono l'esigenza di anonimato e sperimentazione. Negli anni Novanta la musica destinata alle discoteche, composta da DJ e team di musicisti ed arrangiatori, è in prevalenza marchiata con pseudonimi. Ciò avviene per moda, per questioni legate ad esclusive discografiche ma anche per differenziare le inclinazioni stilistiche del proprio repertorio. «L’effetto fondamentale è il distanziamento, una rottura col tradizionale impulso pop di associare la musica ad un essere umano in carne ed ossa» scrive Simon Reynolds in “Futuromania”. «L’anonimato ha l’effetto di scardinare i meccanismi della fedeltà al gruppo o al marchio, l’abitudine di seguire la carriera degli artisti tipica del pubblico rock».

Le notti magiche di Italia ‘90 con Roberto Donadoni | Larmandillo | RSI

In egual modo le etichette indipendenti diffondono i propri prodotti attraverso un fiume di sublabel, marchi creati ad hoc per diversificare l’offerta e nel contempo evitare l’inflazione vista l’alta prolificità. La bresciana Media Records di Gianfranco Bortolotti, attiva sin dalla fine del 1987, è tra quelle che nel corso del tempo collezionano più sottoetichette. Ad inizio decennio già vanta la Baia Degli Angeli, la GFB, l’Inside, la Pirate Records, la Signal (contraddistinta da una singolare numerazione del catalogo), l’Underground, la Heartbeat e la Whole Records. A queste, nel 1992, se ne aggiunge un’altra, la BXR, il cui nome deriverebbe dall’antica denominazione della città di Brescia, Brixia, opportunamente modificata in una sorta di sigla a fare il paio con la citata GFB, acronimo di GianFranco Bortolotti. A sottolineare la connessione con le fasi storiche del comune lombardo è pure il logo, la testa di una leonessa, citando Giosuè Carducci che ne “Le Odi Barbare” parla di Brescia come “leonessa d’Italia”.

Analisi di produzioni musicali significative

Per comprendere meglio questo fenomeno, analizziamo alcune tracce emblematiche di quel periodo:

  1. Space Christ - Space: Figlio della “progressivizzazione” sonora che investe il nostro Paese tra 1995 e 1996, “Space” si tinge di colori ombrosi e si sviluppa su un tracciato di ispirazione Attack, con innesti percussivi e svuoti da cui svetta il nervoso bassline, punto irradiante di ogni elemento. Spiccano anche degli fx che affettano, come se fossero sciabolate, la sezione ritmica ma senza mai tranciarla del tutto. A produrre il disco edito dalla Mammut è il compianto Alberto Bertapelle.
  2. Random Logic - Profano EP: Affiatato duo sloveno formato da Gregor Zemljič e Miha Klemenčič, i Random Logic fanno tesoro della lezione impartita dai decani d’oltreoceano come Jeff Mills o Robert Hood, intagliando robusti groove con la drum machine così come uno scultore estrae una figura umana da un pezzo di marmo. Tre le tracce incluse nell’EP pubblicato dalla Matrix Musik: l’agitata “Sango”, affogata in vortici percussivi, la più rilassata “Angoro”, ancora votata all’ipnosi più radicale, ed “Inkubo”, un’immersione nell’Ade dantesca in compagnia di Caronte.
  3. Adam Beyer Vs. RND Technologies - Sprit EP: L’Extended Play su Planet Rhythm nato a quattro mani tra Adam Beyer e Fredrick ‘RND’ Almquist mette insieme spirito detroitiano ed impeti europei. “Dcoy” è issata su un modulo ritmico dalle venature lineari che accoglie svirgolate acide ma senza troppa enfasi. Più ispirati i contenuti del lato b che accoglie due untitled: B1 è una fioritura groovica con una serie di corrosioni sulle pareti, B2 si cala nell’electro con una scheletrica TR-808 immersa in soluzioni alcaline blippeggianti.
  4. Luke Cage - Generator: Parecchio produttivo negli anni Novanta, l’italiano (ma allora di stanza in Germania) Massimo Vivona si vede costretto, come tanti altri colleghi, a ricorrere a vari alias per dare più senso alle sfumature stilistiche affrontate e nel contempo evitare l’inflazione del nome anagrafico. Luke Cage è una delle sue impersonificazioni, nata nel ’96 con “Low Fury” e proseguita con “Generator”, un pezzo tipicamente vivoniano nella stesura, con accentuato minimalismo ritmico, tanto evidente da mettere all’angolo le schegge sintetiche lanciate all’interno. Quelle stesse schegge si ritrovano sul lato b attraverso “Peak”, a punteggiare l’omogeneità e la stabilità ritmica.
  5. Snakecharmer - Sidewinder EP: Primo dei due EP firmati Snakecharmer, “Sidewinder” è tagliente come una lama circolare ed arroventato come pietra lavica. Radunate all’interno sono quattro tracce-tool siglate dalla lettera V e dal numero progressivo dall’1 al 4, a testimonianza di quell’ostentato minimalismo che si palesa nella seconda metà degli anni Novanta protraendosi sino al nuovo millennio. “V1” è una giungla di percussioni, “V2” è un turbinio magnetico, “V3” sbuffa su pattern mandati nervosamente in reverse, “V4” è una bolla magmatica che cola dal cratere. A produrre il tutto è un certo Miklós Kóvári di cui si sa ben poco, mentre l’etichetta è la Trope di Thomas P. Heckmann.

Vinili e attrezzatura da studio di registrazione anni '90

  1. Adonis - No Way Back: Durante gli anni Novanta non è affatto frequente imbattersi in dischi datati nelle classifiche mensili compilate dai DJ: la spinta in avanti è talmente forte da azzerare quasi del tutto il desiderio di ripescaggi se non in particolari occasioni. Sostanzialmente c’è così tanto nuovo che pare davvero inutile quanto antistorico ricorrere al vecchio. Per l’occasione Bellini però riagguanta un intramontabile classico della produzione chicagoana, pubblicato dalla seminale Trax Records di Larry Sherman nel 1986 e diventato uno dei primi inni della rivoluzione house coi suoi vocalizzi metallici imprigionati, insieme ad un pungente bassline, in una gabbia ritmica scarna e primitiva.
  2. Laurent Garnier - Crispy Bacon: Diventato ormai un classico del repertorio garnieriano accompagnato dal videoclip diretto da Quentin Dupieux, a distanza di un quarto di secolo “Crispy Bacon” resta un brutale rullo compressore senza se e senza ma. Entrato in praticamente tutti i flight case dei più rispettabili DJ techno, il pezzo lascia vibrare magnetismi in un uragano ritmico che cresce inarrestabile insieme al basso applicato ad ampie pennellate. Su un secondo 12″, codificato come Part 2 e racchiuso in una copertina di colore celeste, si trovano due remix rispettivamente a firma Aux 88 e DJ Gilb’R che si sommano a quello di Jeff Mills finito su una ricercata limited edition.
  3. Marco Bellini - Tiger Ts 24: Realizzato insieme al sopraccitato Alberto Bertapelle, “Tiger Ts 24” è uno dei pezzi con cui il DJ triestino edifica la sua carriera da produttore negli anni Novanta. Il Bellini che si fa strada in locali come l’Area City di Mestre, l’Aida di Jesolo o l’Alter Ego di Verona resta essenzialmente un punk non disposto a farsi influenzare o piegare dalle tendenze del momento, e questa traccia lo testimonia: pubblicata in coda alla frenesia progressive che contagia il mercato dance del Bel Paese, marcia su itinerari distaccati dalla tradizionale formula all’italiana attraverso pregevoli assemblaggi ritmici ed un botta e risposta tra la voce di un androide e la patch di un sintetizzatore.
  4. Damon Wild - Red Dog: Solcato su un 10″ uscito nel 1995, “Red Dog” è uno dei tanti brani con cui Wild alimenta la sua Synewave fondata l’anno precedente. Questa è techno nella sua crudezza e circolarità, con ottimi spunti ritmici in grado di oltrepassare l’ovvietà degli elementi impilati in modo tradizionale. Sul lato b l’americano continua ad irrorare i circuiti di energia con “Bloodhound” ma poggiandosi su una costruzione del beat più canonica, con gli hihat in levare e i clap sul secondo quarto.
  5. Eddie Fiola - Welcome 2: “Welcome 2”, incluso in “Vanderoll” su Stimulus Recordings, è una traccia di matrice millsiana dal marcato ipnotismo, lineare nel suo incedere e senza fronzoli ed orpelli. Minimalismo accentuato, a sostegno del “less is more”, a cui però, forse, ulteriori innesti non avrebbero fatto male per uscire dal reticolo della monotonia.

Dinamiche di produzione e il caso BXR

Il 1992-1994 ha rappresentato un avvio nell’ombra per diverse realtà discografiche. Il primo brano pubblicato su etichetta BXR, nel 1992, è “Space (The Final Frontier)” di DJ Spy. Ispirato al suono nordeuropeo che scavalca la palizzata dei rave e fa ingresso nelle classifiche di vendita, il pezzo è un veloce riassunto del modello edificato su amen break e stab. Prodotto da Max Persona e Pagany, che insieme ad Antonio Puntillo e Roby Arduini formano il team veronese ai tempi al lavoro in pianta stabile presso la struttura di Bortolotti, quello del fittizio DJ Spy è un veloce, ingenuo e non troppo ragionato assemblaggio di frammenti tratti da altri brani più fortunati del catalogo Media Records di quel periodo.

Il sample vocale principale è tratto dal monologo di Star Trek e ciò spiega la ragione del titolo. L’assenza di un’idea compiuta e definita rende però “Space (The Final Frontier)” solo una delle centinaia di cloni generati dal filone rave, che attrae pletore di produttori sparsi in tutto il continente ambiziosi di replicare i risultati economici delle hit ma talvolta senza particolari slanci creativi. Calamitate dagli elementi caratteristici che segnano il boom commerciale della (euro)techno tra 1991 e 1992 sarebbero state pure Marina Motta e Donatella Valgonio, le due ragazze che avrebbero operato dietro le quinte di Davida. La loro “I Know More”, secondo disco edito da BXR, rappresenta perfettamente la declinazione italiana della techno nordeuropea, ottenuta con la fusione di pochi elementi presi a modello e semplificati il più possibile per essere “digeriti” da un vasto pubblico.

In realtà la Valgonio, conduttrice e speaker radiofonica contattata per l’occasione, rivela di non aver mai partecipato al progetto Davida. «Conobbi Gianfranco Bortolotti quando iniziò a muovere i primi passi nel mondo della musica» spiega, «e in quel periodo era Mario Albanese, all’epoca mio marito, ad occuparsi dei contatti con musicisti e discografici. Io, semplicemente, cantavo, così come feci prima con “Baby, Don’t You Break (My Heart)” di Argentina, l’unico pubblicato dalla Media Records nel 1986 e poi con “Summer Time”, sempre di Argentina ma finito sulla Memory Records a mia insaputa. Non ho più avuto la possibilità e la fortuna di collaborare con la Media Records che nel frattempo divenne un colosso della discografia. Mi sono sempre chiesta come sarebbe stata la mia vita artistica se avessi collaborato con Bortolotti. Tengo a precisare comunque che Mario Albanese non ha alcuna colpa perché la prima a non crederci fino in fondo ero proprio io che continuavo a sentirmi come un pesce fuor d’acqua nonostante i suoi ripetuti incoraggiamenti».

È plausibile dunque ipotizzare che i nomi della Valgonio e della Motta siano stati usati a mo’ di pseudonimi, così come avviene per “I’m The Creator” di DJ Creator finito nel catalogo di un’altra etichetta della Media Records, la Pirate Records. I risultati di vendita non esaltanti delle prime due uscite, uniti alla progressiva attenuazione della popolarità della rave techno palesatasi nel corso del ’92, probabilmente convince Bortolotti a non insistere su quella formula. Il terzo 12″ su BXR, difatti, guarda nella direzione della garage house, quella che arriva da Londra e da New York. Enrico Serra, Gianluca Brachini e Gianluigi Gallina realizzano, presso l’H.O.G.I.C.A. Studio, “Here With Me” di Miss Mary, pezzo da cui emerge il calore del funk e dell’r&b e che riporta in vita certe atmosfere tipiche della prima house pianistica nostrana con cui qualche anno prima proprio la Media Records si impone all’attenzione internazionale.

Nonostante i buoni spunti, Miss Mary non lascia il segno e si rivela incapace di far decollare il marchio BXR temporaneamente messo in stand by. Riappare nel 1994 con “Day By Day” di Laura Becker, che Alex Pagnucco e Davide Ageno realizzano mescolando i classici elementi dell’eurodance ottenendo una sorta di ibrido tra Le Click, Intermission e Corona ma con meno appeal per l’assenza di un efficace ritornello. La prevedibilità e la scontatezza dei suoni e della stesura fanno il resto lasciando il progetto nel quasi totale anonimato, quello stesso anonimato che una manciata di decenni più avanti lo trasforma in un cimelio per i collezionisti disposti a spendere cifre consistenti per entrare in possesso delle pochissime copie in circolazione. È l’ultimo tentativo di riscatto per la BXR, un’iniziativa che, a dirla tutta, in questa prima fase non conta su particolari energie e risorse. Basti pensare all’esigua quantità delle pubblicazioni, appena quattro in un biennio circa, decisamente un’inezia per i tempi, ma anche alla quasi inesistente promozione. Se a ciò si somma la scarsa identità, dovuta ad un mancato focus stilistico, è facile comprendere le ragioni per cui il tutto appaia soltanto un progetto embrionale dal basso potenziale, un’idea non sviluppata a dovere, col fiato corto ed incapace di farsi largo in mezzo ad una giungla di realtà discografiche indipendenti. Il 1995 imprime bruschi cambiamenti al mainstream, segnando una sorta di spartiacque nelle strategie produttive delle etichette italiane.

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