L’Evoluzione del Cappello da Marinaio: Tra Storia dell’Infanzia e Iconografia Sociale

Il significato profondo dell’abbigliamento infantile, e in particolare del cappello, affonda le sue radici in un intreccio complesso tra necessità pratica, status sociale e simbolismo culturale. Per comprendere appieno perché un accessorio all'apparenza semplice come il cappello da marinaio sia divenuto un pilastro dell'estetica per l'infanzia, è necessario guardare indietro a un passato in cui il destino del bambino era spesso segnato da condizioni di estrema precarietà e marginalità sociale.

illustrazione storica di un bambino in abiti ottocenteschi

La condizione dell’infanzia tra abbandono e carità

Per tutto il corso dell’Età Moderna, con una massima incidenza fra XVIII e XIX secolo, la problematica di carattere sociale più urgente che gli stati italiani furono chiamati a risolvere era quella dell’infanzia abbandonata. «Pater meus et mater mea dereliquerunt me, Dominus autem assumpsit me». Queste poche parole di un cartello affisso nell’atrio del brefotrofio - istituto dove si allevano i neonati illegittimi o abbandonati - di Milano, tratte dal Libro dei Salmi (27, 10), illustrano una condizione miserevole e un luogo di speranza.

I due diversi codici penali in vigore nell’Italia post-unitaria - quello sardo, esteso a tutte le regioni del Paese, e quello toscano - prevedevano e punivano il reato di esposizione e abbandono d’infante, in maniera più decisa in caso di morte della creatura. In ogni caso la priorità fu sempre quella di salvare da una morte assai probabile il maggior numero di creature venute al mondo in contesti disagiati, dove di “bocche da sfamare” ce n’erano fin troppe. Bisognava altresì garantire un futuro alla moltitudine di “figli della colpa”, cioè a tutti quei bambini e bambine nati da unioni che non essendo consacrate dal matrimonio erano considerate illegittime. A seconda dei diversi contesti ci si riferiva a loro in diversi modi: “trovatelli”, “gettatelli”, “bastardini” o, ancora, “esposti” o “proietti”, a sottolineare l’atto dell’abbandono, del loro ritrovamento o del loro ricovero in appositi spazi d’accoglienza.

Il dramma dell'esposizione e le strutture di accoglienza

Se il XIX è per eccellenza “il secolo dei trovatelli”, anche nei secoli precedenti ogni creatura accolta in un brefotrofio rappresentava un potenziale infanticidio sventato. Le cronache cittadine di tutta Italia recano notizie di corpicini esanimi ritrovati a galleggiare nei canali di scolo, nelle pubbliche latrine, abilmente celati tra i massi dei muretti a secco o nei fossi delle campagne, oppure gettati nottetempo ai bordi delle strade. Lo strangolamento e l’accoltellamento erano le modalità d’infanticidio più praticate.

Ma un’alternativa all’infanticidio esisteva. Come scrive lo storico Adriano Prosperi «istituzioni nate spesso in secoli lontani dall’iniziativa di privati riuniti in confraternite e in associazioni devote […] si erano assunte il compito di accogliere e allevare i bambini abbandonati». Qui le madri avrebbero potuto ricoverare gratuitamente e anonimamente i propri figli indesiderati adagiandoli in appositi sistemi collocati sui muri esterni di ospizi e ospedali di tutta Italia. Si trattava della “ruota”: un congegno rotante che mediante uno sportellino consentiva di trasferire l’infante dall’esterno all’interno della struttura.

Nella Santa Casa dell’Annunziata di Napoli l’esposizione dei bimbi sarebbe dovuta avvenire esclusivamente tramite la ruota. Infatti sul regolamento del 1862 dello stesso istituto si precisa che «gli esposti non potranno altrimenti esser ricevuti nello Stabilimento, se non passando per una buca quadrata di tre quarti di palmo, che dalla strada dell’Annunziata risponde ad una ruota».

diagramma storico del funzionamento della ruota degli esposti

Simboli di riconoscimento e l’identità del bambino

La maggior parte dei bambini lasciati alla ruota di Napoli e poi ricoverati nell’ospizio portava con sé una sorta di segno di riconoscimento. Su una “cartula” venivano solitamente annotati il nome del bambino, la data di nascita, l’eventuale indicazione del sacramento del battesimo. Secondo Da Molin si trattava «di un elemento di riconoscimento che avrebbe consentito al piccolo di conservare la propria identità e ai genitori di riconoscerlo nel caso di una prevista, o almeno sperata, richiesta di restituzione». Altre volte le madri ricamavano o cucivano su pezzi di stoffa il simbolo dell’Agnus Dei, l’Agnello di Dio, che legavano al collo delle creature o li inserivano fra le vesti.

Dopo l’immissione nell’ospizio, i piccoli venivano di norma visitati e il loro stato di salute annotato in appositi registri. Da questo punto di vista superare il primo anno di vita in un brefotrofio italiano fra Ottocento e primo Novecento era cosa non da poco. Giovanna Da Molin scrive che solitamente «il destino degli esposti fu la morte e pochissimi ebbero la “fortuna” di sopravvivere per ad ingrossare la schiera degli emarginati».

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Dalla necessità alla moda: l’origine del cappello da marinaio

In un contesto in cui la cura del neonato era legata alla sopravvivenza, anche l'accessorio dell'abbigliamento acquisì una funzione di protezione fondamentale. I neonati sono particolarmente sensibili ai cambiamenti di temperatura e hanno bisogno di attenzioni specifiche per restare al caldo o al fresco in modo adeguato. Tra gli accessori più utili e spesso sottovalutati c’è il cappellino. Proteggere la testa con una berretta aiuta a mantenere costante la temperatura corporea, prevenendo sbalzi termici che potrebbero causare raffreddamenti o malesseri.

È in questo panorama di attenzione alla protezione del capo che si inserisce, paradossalmente, la trasformazione dell'uniforme da marinaio in un elemento iconico della moda infantile. Una uniforme da marinaio è un'uniforme tradizionalmente indossata dai marinai arruolati in una marina o in altri servizi marittimi governativi. Nel 1846, al bambino di quattro anni Albert Edward, Principe di Galles, fu data una versione ridotta dell'uniforme indossata dai marinai sul Royal Yacht.

Quel settembre indossò il suo abito da marinaio in miniatura durante una crociera al largo delle Isole del Canale, deliziando sua madre e il pubblico. Incisioni popolari, incluso il famoso ritratto fatto da Winterhalter, diffusero l'idea, e prima degli anni '70 dell'Ottocento l'abito da marinaio era diventato un abito alla moda sia per bambini che per bambine in molti paesi.

il celebre ritratto del giovane principe in abito da marinaio

Impatto culturale e diffusione del modello marinaresco

La diffusione del cappello e della divisa da marinaio non rimase confinata all'aristocrazia. L'immagine divenne universale. Alcuni personaggi dei cartoni animati e dei fumetti occidentali usano un abito da marinaio come marchio di fabbrica; gli esempi includono Braccio di ferro, Paperino e Tommy de I tre porcellini.

I costumi da marinaio sono particolarmente comuni nelle scuole femminili giapponesi, conosciute come fuku alla marinara dai giapponesi. Sono così popolari che l'immagine dell'abbigliamento si è evoluta fino a essere fortemente associata alla giovinezza e all'adolescenza femminile nella cultura popolare. Proprio come in Giappone, le uniformi da marinaio sono comuni anche nelle scuole filippine, in particolare nelle scuole superiori.

La persistenza di questa iconografia nel tempo è testimoniata anche dal fascino esercitato da personaggi come Braccio di Ferro. Lo scatto del Popeye in bianco e nero che circola sul web parla da sé, senza lasciare spazio alle interpretazioni. Se alla sua adorata è riconducibile un identikit con tanto di nome e cognome, lo stesso non può dirsi tuttavia per Braccio di Ferro. La leggenda metropolitana che circola online vuole che la sua figura sia riconducibile a un tale di nome Frank “Rocky” Fiegel, marinaio polacco emigrato negli States, noto per scorribande e combattimenti affrontati con una forza fuori dal comune. In realtà, come verificato da Snopes e confermato da NewsBreak, i riferimenti a Frank sono stati smentiti a più riprese.

Scelte moderne: materiali e funzionalità

Oggi, la scelta del cappello per neonato risponde a criteri di salute e benessere. Non serve coprire la testa del neonato in ogni istante della giornata, ma ci sono situazioni in cui farlo è raccomandato. Naturalmente, è importante anche evitare di coprire eccessivamente il bambino.

La scelta del materiale è fondamentale per garantire comfort e sicurezza. Durante l’inverno e la mezza stagione è preferibile optare per la lana merino, che offre calore senza risultare fastidiosa e mantiene una buona traspirazione. In estate e in primavera, invece, sono da privilegiare tessuti freschi e traspiranti come il cotone leggero al 100% o la mussola di cotone. Ottime alternative sono anche il bamboo e il lino, materiali che rendono i capi moderni degli alleati preziosi, distanti anni luce dalle condizioni in cui versavano gli esposti nelle "case infami" dell'Ottocento, ma accomunati dal medesimo, istintivo desiderio umano di proteggere la vita che nasce. Quando scegli un cappello per neonato, valuta bene taglia, elasticità e vestibilità. Deve aderire bene alla testa senza stringere troppo né cadere facilmente.

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