Gli Aspetti Psicologici del Concepito e della Genitorialità Durante la Gravidanza

La gravidanza, intesa come attesa della nascita di un figlio, rappresenta un periodo specifico e complesso nella vita di una donna, ma anche un viaggio trasformativo per la coppia e per il nascituro stesso. Questa fase cruciale non coinvolge solamente un profondo cambiamento a livello biologico e fisiologico, bensì influenza anche il funzionamento psicologico e sociale della donna, della coppia e, in modi sorprendentemente precoci, del bambino che sta crescendo nel grembo materno. Negli ultimi anni, si è assistito a un crescente interesse per l’ambito della psicologia perinatale, non solo per la componente patologica, ma sempre più a scopo preventivo e di promozione del benessere, riconoscendo come le prime esperienze di vita, fin dall'ambiente uterino, plasmino lo sviluppo futuro.

Psicologia perinatale e legame madre-feto

La Gravidanza: Una Trasformazione Profonda del Sé

Ogni futura mamma, in misura maggiore o minore, sperimenta cambiamenti emotivi, psicologici e cognitivi che possono talvolta sfociare in veri e propri disturbi psichici. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (1946) stabilisce che "la promozione della salute e del benessere in gravidanza implica il prendersi cura della donna come persona, ossia nella complessità degli aspetti biologici, psicologici e socioaffettivi". La gravidanza è un evento fondamentale del processo maturativo della donna. Infatti, la psicoanalista Therese Benedek (1956) considerava la gravidanza un evento di origine psicosomatica durante il quale è importante la modulazione psicologica ed emozionale sugli eventi somatici. Anche la Bibring (1956, 1961) ha introdotto il concetto di "crisi maturativa", considerando la gravidanza come un processo in cui riaffiorano conflitti infantili principalmente legati alle prime relazioni e identificazioni con la figura materna. Diventare madre porta la donna a paragonarsi, dal punto di vista emotivo, alla propria madre, rendendo l'esperienza strettamente legata alla sua storia infantile ed adolescenziale. Con la maternità, si passa dal ruolo esclusivo di figlia a quello di madre e figlia. Tale passaggio può essere vissuto in svariati modi in base alle esperienze passate.

Durante la gravidanza hanno luogo molteplici cambiamenti, alcuni visibili ad occhio nudo ed altri meno tangibili, ma spesso rilevabili negli occhi di chi li vive. Tra i più evidenti ci sono sicuramente le trasformazioni corporee, che possono essere vissute con emozioni contrastanti. Se da un lato si teme di perdere il controllo su di un processo che segue il proprio corso senza poter fare nulla, dall’altra è proprio attraverso questi mutamenti che si attesta la presenza della vita che cresce nel grembo materno. Le cellule di tutto il corpo della donna, non solo quelle delle pareti dell’utero e del sangue, ma anche quelle delle ghiandole e del cervello, vengono improvvisamente impiegate e coinvolte dall’esperienza della gestazione. Tutto il corpo della madre è impegnato a creare: la creazione di pensieri e di spazi mentali è importante tanto quanto la vascolarizzazione della placenta.

Ciò che avviene nel corpo ha una sua controparte nella mente. La donna ha la tendenza a ripiegarsi su di sé e a ritirarsi in una sorta di fusione mentale con il feto. Molto spesso alla donna si attribuiscono emozioni positive come la gioia, la sorpresa e l’entusiasmo. Tuttavia, la pratica clinica racconta anche di donne che, contrariamente alle attese sociali, sperimentano emozioni diametralmente opposte che vanno dalla tristezza, al rifiuto, alla rabbia, all’ansia, fino a sperimentare veri e propri vissuti depressivi ancor prima che il bambino venga al mondo. Questa ambivalenza emotiva è comprensibile poiché l'attesa di un bimbo sconvolge totalmente lo stile di vita della donna e rende necessario il riassetto delle molteplici aree della sua vita: lavorativa, dei cambiamenti corporei, relazionale e finanziaria. La futura mamma potrebbe sentirsi totalmente sopraffatta da tutti questi cambiamenti, tanto da sperimentare un abbassamento del tono dell’umore, la comparsa di sintomi ansiosi e un aumento nei livelli di stress percepito.

Alcune donne in gravidanza riferiscono di sperimentare sintomi a carico del funzionamento cognitivo, una condizione definita “mommy brain”. La gravidanza sembra produrre effetti duraturi anche sul cervello. A partire dalla gestazione fino a due anni dopo il parto si assiste a una riduzione del volume corticale in aree deputate all’elaborazione di stimoli sociali ed emotivi (Hoekzema et al., 2017). Questo non significa che sia un declino, ma piuttosto una riorganizzazione profonda del cervello per prepararsi alla maternità, come evidenziato anche da McCormack, Callaghan e Pawluski (2023) che suggeriscono di "Rebrand 'Mommy Brain'". Una donna in gravidanza è quindi una donna impegnata: impegnata su fronti diversi, impegnata a fare in contemporanea e spesso senza esserne consapevole tutte queste cose, una trasformazione dietro l’altra, una trasformazione dentro l’altra. Una donna in gravidanza impegna (spende) notevoli energie psicofisiche.

3.3 Il travaglio e il parto | I principali ormoni implicati nella nascita

Il Feto e l'Ambiente Uterino: Primi Segni di Vita Emotiva

Per il neonato, sembra che lo stress inizi nell’utero materno (Bjelica et al., 2018). Il feto, infatti, “impara” i cambiamenti emotivi della madre attraverso le sue fluttuazioni ormonali. È stato evidenziato che l’ambiente uterino durante la gravidanza ha un ruolo significativo sullo sviluppo cognitivo e psicologico del bambino, e quindi viene preso in considerazione nella valutazione del bambino anche a distanza di diversi anni.

Secondo Field e colleghi (2002), le madri che mostravano episodi di rabbia elevata durante la gravidanza avevano alti livelli prenatali di cortisolo e adrenalina e bassi livelli di dopamina e serotonina. Anche i loro neonati presentavano alti livelli di cortisolo e bassi livelli di dopamina e mostravano disturbi nel ritmo del sonno. L'eccessiva produzione di cortisolo, attivata in risposta a situazioni stressanti (o percepite come tali), è associata a malattie respiratorie e digestive dei bambini fino all’età di tre anni (Zijlmans et al., 2017). Il periodo fetale (che va dalla nona settimana di gestazione alla nascita) merita particolare attenzione: “…è uno dei periodi più critici per lo sviluppo cerebrale. Lo stress prenatale potrebbe rendere lo sviluppo cerebrale più vulnerabile a fattori stressanti aggiuntivi come la depressione materna…” (Nomura et al., 2019). Questi studi indicano una profonda connessione fisiologica ed emotiva tra la madre e il suo bambino fin dai primissimi istanti dopo il concepimento. Il bambino è nutrito dalla placenta e dal sangue della madre, ma anche dai suoi pensieri, dai suoi neuroni e dai suoi neurotrasmettitori.

Stress, Ansia e Depressione in Gravidanza: Implicazioni per la Madre e il Bambino

Secondo l’American College of Obstetricians and Gynecologists (2008), il periodo perinatale è il momento in cui il rischio di disturbi psicologici in una donna incinta può aumentare anche di parecchie volte. Lo stress della gravidanza consiste nell’esperienza di stress derivante dalla gravidanza stessa (Ibrahim & Lobel, 2020), e include preoccupazioni riguardanti i sintomi fisici della gravidanza, i cambiamenti corporei, i cambiamenti nelle relazioni interpersonali, le eventuali complicanze sanitarie, la salute del feto o della madre, l’imminente parto e la cura del futuro bambino (Alderdice et al., 2012; Ibrahim & Lobel, 2020). Ulteriori fattori di stress di tipo psicosociale, indipendenti dalla gestazione ma ad essa concomitanti, quali tensioni, conflitti familiari o nella coppia, difficoltà lavorative e finanziarie, possono avere conseguenze significative sullo stato di benessere psicofisico del feto e della donna.

Durante la gravidanza e nel periodo post-partum è possibile osservare instabilità dell’umore (dal pianto all’euforia), irritabilità e preoccupazioni, legate a fattori come fluttuazioni ormonali, cambiamenti nel metabolismo, stanchezza e stress psicofisico (Buckwalter et al., 2001; Li et al., 2021). Tuttavia, mentre lievi cambiamenti di umore durante la gravidanza sono comuni, i sintomi dell’umore possono talvolta diventare abbastanza gravi da richiedere un trattamento. Sono le condizioni di salute mentale più diagnosticate durante il periodo perinatale, tra il 20 e il 40% delle donne, ma in alcuni casi possono preesistere rispetto alla gravidanza e amplificarsi durante il corso della gestazione. Studi hanno indicato che la depressione e l’ansia durante la gravidanza possono comportare esiti negativi della gravidanza, come un aumento del rischio di diabete gestazionale e preeclampsia (Tang et al., 2020; OuYang et al., 2021), nonché rischi più elevati di parto pretermine spontaneo, basso peso alla nascita e morte fetale (Chandra et al., 2021; Thomas et al., 2021).

Oltre agli impatti sulla salute fisica, il disagio psicologico prenatale può influire gravemente sulla salute mentale ed emotiva materna, aumentando la probabilità di ansia e depressione post natali e potenzialmente danneggiando il legame madre-bambino, intensificando così le sfide affrontate dalle neomamme. È stato riscontrato che la depressione materna prenatale ha un notevole impatto sul temperamento infantile e sulla regolazione delle emozioni. In particolare si sono registrati: livelli più elevati di stress e di paura nel bambino; una ridotta reattività alle cadute; una minore tendenza a sorridere; un’inclinazione alla tristezza (Nomura et al., 2019). La depressione materna non è così infrequente, infatti molte donne possono iniziare sin da subito a sperimentare un abbassamento del tono dell’umore e una generale percezione di inadeguatezza. Essa colpisce circa il 15% delle donne in stato di gravidanza (in una percentuale simile alle donne nel periodo post-natale) e può determinare difficoltà cognitive, comportamentali ed emotive nella prole (Pearson et al., 2018). È quanto emerge da uno studio che ha indagato la relazione tra i sintomi depressivi della madre (durante la gravidanza e nel primo anno dopo il parto) e la percentuale di disturbi del comportamento internalizzanti (sintomi emotivi / ansiosi e sintomi di ansia da separazione) ed esternalizzanti (iperattività / disattenzione, aggressività fisica) dei bambini all’età di tre anni. La percentuale di entrambi i tipi di disturbi è risultata più elevata nei bambini la cui madre presentava sintomi depressivi più gravi, sia nel periodo prenatale che nell’anno successivo al parto (Kingston et al., 2018).

Parecchie forme di ansia e di stress prenatale potrebbero incrementare il rischio di difficoltà emotive o di autoregolazione durante i primi due anni di vita del bambino (Koria et al., 2017). Un altro elemento importante è che in tutto il corso della gravidanza le fantasie fatte dai futuri genitori sul bambino si condensano in un “bambino immaginario” che, con la nascita, si incontrerà con il “bambino reale”, molto spesso diverso da quello che avevano immaginato e sognato. L’attenzione di questa componente è ancora molto inferiore a quella della madre e spesso maggiormente concentrata in relazione ad eventi traumatici come l’aborto.

Donna incinta in stato di ansia o stress

La Psicologia Perinatale: Uno Sguardo Olistico

La psicologia perinatale riguarda il nascituro, con attenzione alle prime esperienze di vita fin dall’ambiente uterino, per poi proseguire allo studio e alla tutela del momento della nascita, fino ai primi, preziosi, mesi e anni di vita. Riguarda la madre, il suo benessere psico-fisico unito all’insieme di fattori di rischio e protettivi nel momento della nascita e crescita del figlio. Inoltre, risulta aumentata l’attenzione e importanza al ruolo del padre. La rilevanza di questa figura nella gravidanza, nel momento del parto e poi nel supporto alla madre una volta nato il bambino e nella crescita di questo, ha riscontrato sempre maggior peso. Nel tempo, da una diade consolidata, abbiamo allargato le porte alla triade, elemento di focus senza dubbio scientifico ma anche in linea con ciò che accade culturalmente in Italia. La Psicologia Perinatale inoltre tocca da vicino anche tutto il personale sanitario che viene coinvolto in quel lasso di tempo. Questo lasso di tempo risulta molto grande e possiamo chiamarlo “nascita” includendo un periodo che parta dal concepimento, o tentativo di concepire e infertilità, fino ad arrivare al parto e post parto.

I momenti principali della psicologia perinatale possono essere mentalmente divisi in tre: il desiderio di un figlio, le difficoltà a concepire, l’impossibilità a concepire, le possibili alternative per concepire e infine il concepimento stesso; la gravidanza, focus principale di questo articolo, caratterizzata da cambiamenti fisici, mentali e relazionali; il parto, la tutela di un momento prezioso ma potenzialmente traumatico, il post parto, insieme ai relativi bisogni del bambino, della coppia e della triade per uno sviluppo sereno e positivo.

3.3 Il travaglio e il parto | I principali ormoni implicati nella nascita

Fattori di Rischio e Protezione: Navigare la Gravidanza con Consapevolezza

Concentrando la nostra attenzione su una gravidanza che si stabilisca senza particolari difficoltà, senza essere preceduta da eventi ricorrenti di interruzioni premature delle gravidanze, il principale focus è stabilire l’importanza di una prevenzione del disagio e conoscere i fattori protettivi e di rischio che possano contribuire a sviluppare o meno psicopatologie post parto nella madre e/o disagio in contesto familiare.

Fattori protettivi per la madre:

  • Tessuto sociale e familiare di supporto (Agostini et al., 2015; Dibaba, Fantahun e Hindin, 2013).
  • Relazione solida e serena con il partner (Lee et al., 2007; Rich-Edwards et al., 2006; Zeng, Cui e Li, 2015).
  • Ridotti eventi stressanti (litigi con il partner, traslochi, calamità naturali o diagnosi prenatali infauste) (Kingston e Mughal, 2018).

Fattori di rischio per la madre:

  • Disturbi del tono dell’umore pregressi, ansia e depressione (Smith et al., 2011).
  • Disturbi della personalità (Hudson et al., 2015).
  • Fattori socio-demografici come età (Siegel e Brandon, 2014) e grado di istruzione (Abujiaban et al., 2014).
  • Gravidanza non desiderata (Lee et al., 2007) e storia di aborti ripetuti (Fisher et al., 2013).

Oltre a questo possiamo rivolgere uno sguardo al bambino e ai suoi fattori di rischio e protettivi per quanto riguarda l’aspetto psicologico e cognitivo. È stato visto infatti che ci sono correlazioni, seppur moderate, tra lo stato di salute mentale della madre e i suoi livelli di stress e problemi di salute mentale del figlio (Entringer, Buss e Wadhwa, 2015), di condizioni fisiche, come asme e diabete (Fatima, Srivastav e Mondal, 2017) e uno sviluppo neuro-comportamentale sub-ottimale (Glover, 2014). Oltre a questo anche lo stesso parto, se cesareo o vaginale, se seguito da sofferenza o necessità di terapia intensiva o sub intensiva, hanno delle ripercussioni sul benessere del bambino, direttamente e indirettamente, in quanto questo segna e si ripercuote sui genitori (Colombo et al., 2019).

Il Parto: Un Momento Cruciale di Passaggio

Il parto, così come la gravidanza, è un momento di grande impatto psicologico. Il parto implica la separazione tra la mamma e il bambino e fa emergere rappresentazioni culturali e sociali, fattori familiari ed emotivi. In alcune donne può essere vissuto come una liberazione, in altre come una perdita. A questo evento la donna, il bambino e la coppia si preparano per tutti i nove mesi di gestazione. Si stima che nei Paesi Occidentali, la paura del parto sia riferita dal 20% delle donne gravide. Circa il 20% delle donne nel mondo sperimenta la cosiddetta tocofobia, o paura del parto. Si tratta di un’intensa ansia o paura della gravidanza e del momento del parto, legata al processo e al dolore del travaglio, alla paura dei cambiamenti fisiologici e fisici che la donna subirebbe. La tocofobia può indurre alcune donne a evitare del tutto la gravidanza e può essere primaria e secondaria (Esan et al., 2021). La paura del parto può presentarsi in tutti i nove mesi di gestazione ed essere sperimentata durante il parto stesso. Esiste un’ampia gamma di normali paure legate al parto. Partiamo dicendo che è normale avere paura del parto. Il parto deve essere un momento che fa quasi paura ad un livello proprio ancestrale. La paura del parto è una paura fisiologica. Tuttavia, se la paura diventa fonte di ansia intensa, di evitamento o di non desiderio di avere un figlio, è giusto parlarne con degli specialisti. L’esperienza del parto è soggettiva e le emozioni sono varie.

Paure comuni legate al parto:

  • Paura del dolore: Il dolore è sicuramente l’ingrediente meno gradevole e meno accettato del parto. Il dolore, in ogni sua forma, suscita in noi paura, soprattutto perché ci fa percepire di subire passivamente una situazione. La paura del dolore spesso corrisponde infatti alla paura dell’ignoto. Tuttavia, la donna ha a disposizione una risorsa importante che è la capacità di seguire il proprio dolore, accompagnarlo in modo attivo attingendo a tutte le risorse possibili che sentirà di avere in quel momento. Questo le permetterà di “guardarlo in faccia” e di accettarlo, non solo come spettatrice ma come protagonista attiva al centro della scena. Seguendo il linguaggio del corpo imparerà che anche il dolore può essere una risorsa importante.
  • Paura di perdere il controllo: L’idea di poter avere delle reazioni impreviste, a livello non solo fisico ma anche emotivo, è spesso presente nelle donne che si avvicinano al parto. Per quanto sia un evento medicalizzato, e quindi si abbia la percezione di avere tutto sotto controllo, la gravidanza non è un evento razionale. Durante il parto infatti, l’area del cervello collegata al pensiero razionale viene messa a riposo ed entrano in circolo gli ormoni che favoriscono il buon espletamento del parto. La perdita di controllo quindi non deve essere vista come un qualcosa di negativo, bensì come un segnale che tutto sta andando bene. Il parto è proprio un momento in cui si è chiamati ad abbandonare ogni forma di controllo razionale, per entrare in una nuova dimensione, data soprattutto dal sentire.
  • Paura di non riconoscere le spinte: Anche in questo caso, è importante che la donna assecondi le sue sensazioni, segua i segnali del corpo e i ritmi della sua nascita. Quando il bambino è pronto per nascere, eserciterà una forte pressione e lei sentirà il bisogno di spingere. L’abbandono, l’apertura, il respiro, il sostegno, il dialogo con il bambino sono la sua forza.
  • Paura di essere incapaci di dare la vita: Alcune donne hanno paura che il proprio corpo non sia in grado di partorire. È un vissuto frequente nella donna, che coinvolge sia un senso di incapacità fisica che di incapacità psicologica.
  • Paure legate al bambino: Le paure legate alla salute del bambino sono tra le più comuni e ancestrali, nonché tra le prime a manifestarsi. Tra le più frequenti, la paura che il bambino nasca morto, deforme o con “qualcosa che non va”. Del resto, la priorità per la futura mamma fin dall’inizio della gravidanza, è quella di dare alla luce un bambino sano. È importante concedersi di accettare questa paura cercando di interpretarla per quello che è: un ottimo sistema per proteggere il proprio bambino.
  • Paura degli imprevisti: Gli imprevisti fanno parte della vita e non dobbiamo farci bloccare da essi. Non si possono prevedere ed è probabile che non si verifichino.
  • Paura del parto cesareo: Il pensiero di doversi sottoporre ad un intervento chirurgico, può generare una certa ansia in alcune donne. Si tratta di una paura più che comprensibile, soprattutto per chi non si è mai sottoposto ad interventi simili. Tuttavia, è importante pensare che il parto cesareo viene indicato qualora il medico individuasse delle condizioni che impediscano il buon esito di un parto naturale e quindi la protezione della salute della mamma e del bambino. Da un punto di vista emotivo, il parto naturale rappresenta la possibilità per la mamma di partecipare attivamente al momento della nascita del proprio figlio interagendo con lui fin da subito e quindi godendo pienamente di questa nuova relazione. Tutto ciò non accade quando viene effettuato il parto cesareo, nel quale spesso la donna accusa dolori e disagi fisici che, almeno in un primo momento, limitano la sua capacità di avere scambi con il bambino, con conseguente senso di frustrazione per entrambi. Anche per il bambino il parto cesareo provoca un cambiamento brusco, catapultandolo dal grembo materno al mondo esterno senza l’accompagnamento delle spinte materne.

Coppia in sala parto

Dopo essersi separati, la mamma e il bambino si ritroveranno in una nuova simbiosi che si ricostruisce nel dopo parto, ancora guidati e facilitati dal fiume ormonale che si mantiene alto per alcune ore. La necessità di separarsi dal bambino, da un bambino che è contemporaneamente altro e parte integrante di sé, non è un processo facile o indolore. È la separazione di una parte di sé. Separarsi significa interrompere la simbiosi, l’intimità creata. Significa affrontare l’incognita del bambino reale e dei cambiamenti che porterà nella propria vita. Questo processo di separazione necessita di un tempo, che è individuale ed esclusivo.

Il Ruolo Fondamentale del Padre e della Triade Familiare

La rilevanza della figura del padre nella gravidanza, nel momento del parto e poi nel supporto alla madre una volta nato il bambino e nella crescita di questo, ha riscontrato sempre maggior peso. Infatti, è noto come sia incrementata ad esempio la presenza dei papà in sala parto, esclusi i parti cesarei, fino al 95,4% (report annuale del Ministero della Salute sul Certificato di Assistenza al Parto, relativo al 2021), a dimostrazione di una presenza e partecipazione ad un momento che non viene più visto come esclusivamente femminile/materno.

Relativamente al contesto della gravidanza il ruolo del padre per il benessere mentale del bambino è circoscritto alla genetica, in quanto il vero e proprio ambiente è ancora l’utero. Risulta però importante rivendicare la componente psicologica del padre che addirittura esperisce in alcuni casi sintomi fisici caratteristici della gravidanza (Baldoni et al., 2012), che quindi si sente coinvolto a livello mentale ben prima che il bambino sia nato; partecipa alle visite e alle ecografie. Dopo il parto, può fare esperienza della “depressione perinatale paterna” (Baldoni, 2013). Il vissuto potenziale potrebbe essere di sentirsi invisibili, causando sofferenza e alimentando la sensazione di essere tagliati fuori da una dinamica che, soprattutto nei primi mesi, è quasi totalmente diadica. Il sentirsi esclusi lascerebbe poi spazio a gelosia, solitudine ed esclusione (British Medical Journal, 2019).

In sala parto, è importante la presenza del padre (o una persona di fiducia), per la vicinanza, il sostegno morale e fisico. Per i papà la nascita del proprio bambino sarà un crescendo di emozioni. Il tuo ruolo è quello di trasmettere calma e fiducia. La donna ha bisogno di essere sostenuta da te nei suoi desideri e nelle sue esigenze. È possibile che in sala parto le esigenze e i desideri cambino a seconda della situazione. Quindi devi essere sempre pronto ad assecondare il flusso degli eventi. Dovrai anche essere pronto ad accettare improvvisi malumori e frustrazione. In questo momento la donna ha bisogno di concentrarsi su se stessa e su ciò che sta vivendo. Riduci al minimo la comunicazione verbale e gli stimoli sensoriali (rumori, luci, voci…). Osserva attentamente la donna, cerca se puoi di anticipare i suoi bisogni (es. se si bagna le labbra con la lingua, avvicinale un bicchiere, se sente caldo asciugale il sudore o tamponale il viso, se sente freddo coprila con una coperta). Sostienila nella respirazione e nel rilassamento, fondamentale soprattutto nella pausa tra le contrazioni. Invitala a cambiare posizione, a muoversi, accompagnala quando cammina. Cerca di incoraggiarla e sostenerla fino alla fine del travaglio, soprattutto nei momenti di sconforto in cui lei crederà di non farcela più. I padri hanno spesso paure relative al parto, con vissuti di impotenza. In loro si presenta la paura nei confronti del dolore che vivrà la propria compagna o di possibili danni che possono presentarsi nel bambino.

Dal momento del concepimento nella mente dei futuri genitori si inizia a instaurare il pensiero di sé e dell’altro nel ruolo di genitore e di come cambierà la relazione di coppia con l’arrivo del neonato. Un passaggio molto importante nella coppia è sicuramente quello relativo alla condivisione di questi aggiustamenti attraverso una comunicazione che non sia solo verbale ma anche emotiva tra i due partner. Molti conflitti e tensioni nascono proprio dalla mancanza di comunicazione ed empatia. La costante comunicazione intrauterina è una tappa fondamentale per la costruzione del rapporto tra madre e figlio e lo diventa anche per la figura paterna nel momento in cui tali movimenti divengono percepibili anche dall’esterno. A tali movimenti viene attribuita una diversa valenza affettiva, quale ad esempio la gioia, il disagio, il gioco.

3.3 Il travaglio e il parto | I principali ormoni implicati nella nascita

Costruire il Legame: Attaccamento, Contatto e Nutrizione Emotiva

Nei momenti successivi al parto, la mamma può avvalersi della presenza delle ostetriche e delle puericultrici per trovare risposte alle innumerevoli domande che sorgeranno spontanee. I pochi giorni trascorsi in ospedale, potranno diventare una preziosa opportunità per la neomamma per apprendere la modalità con cui costruire la relazione con il proprio bambino. Come neomamme svilupperete gradualmente uno stile personale nel modo di stare con il vostro bambino. Tuttavia prima dovrete legittimarvi una fase in cui potrete percepire voi stesse come inadeguate.

L’attaccamento ricopre un ruolo centrale nelle relazioni degli esseri umani dalla nascita alla morte. Lo sviluppo armonioso della personalità dipende da un adeguato attaccamento alla figura materna. È importante che la madre fornisca al bambino la cosiddetta “base sicura”, ovvero quell'atmosfera di sicurezza da cui il bambino si può allontanare per poi tornare da lei al momento del bisogno. Elementi fondamentali dell’attaccamento sono l’empatia e la sintonizzazione affettiva. La mamma inizia a percepire lo stato emotivo del bambino e ne riconosce i bisogni, tanto da poi creare una sorta di armonia, di accordo emozionale, andando a creare una diade per favorire una fluida comunicazione delle percezioni.

Il contatto pelle a pelle che la madre stabilisce con il neonato, fa sì che si instauri una relazione affettiva sicura e amorevole. Tenere in braccio il bambino, toccarlo, accarezzarlo, cullarlo, sono le prime espressioni di questo nuovo legame, che si esprime con il passare dei giorni attraverso interazioni sempre più strutturate e animate. L’importanza di questo legame non sta tanto nell’assolvere a funzioni pratiche di accudimento, quali per esempio l’allattamento, quanto nell’instaurazione di una comunicazione, di un dialogo intimo tra mamma e bambino: un dialogo fatto di sguardi, di contatto fisico, di odori, di suoni e parole che la mamma rivolge al suo piccolo, anche se lui non ne comprende il significato. Il contatto fisico riveste per lo sviluppo di ogni essere umano un ruolo centrale in quanto veicolo diretto e immediato della relazione con un altro significativo, nonché importante elemento ai fini dello sviluppo di un attaccamento sicuro. La pelle è un organo fondamentale di relazione in quanto è il canale principale che permette di sentire profondamente la presenza dell’altro, ma allo stesso tempo proteggendoci e permettendoci di delimitare i confini affinando la sensazione di noi stessi come distinti dall’altro. È attraverso il tatto e il tocco affettivo che il bambino impara ad essere (auto-regolarsi) ed essere in relazione (eco-regolarsi).

L’allattamento è il processo fondamentale nella costruzione del legame di attaccamento. Mentre durante la gravidanza il centro di gravità emotivo della mamma rimane concentrato sul ventre, quando il bambino comincia a succhiare, il centro si sposta verso l’alto. Il seno rappresenta un porto sicuro per il piccolo, luogo d’elezione non solo per il nutrimento, ma anche per l’amore e la protezione. Come afferma la Prof.ssa Loredana Cena in “Allattamento al seno: nutrimento per il corpo e per la mente” (Psicologia Clinica e Ricerca), “L’allattamento materno, rappresenta una modalità nutritiva, ma anche una modalità comunicativa e di relazione con il proprio bambino perché favorisce il contatto fisico pelle a pelle, il contatto olfattivo e visivo tra lo sguardo della mamma e quello del bambino […]. L’allattamento al seno favorisce un importante scambio di sensazioni fisiche e psichiche che determina la nascita di un dialogo intimo tra la mamma e il suo piccolo; per succhiare il seno, oltre alla bocca anche la guancia, il naso, il mento e le manine del bambino sono a stretto contatto con la pelle della mamma. Durante le pause della suzione il bambino stacca la bocca dal seno e rivolge il proprio sguardo alla madre che lo corrisponde e commenta con parole affettuose quanto sta accadendo tra loro. Il bimbo elabora le risposte costituite da questi sguardi, contatti, parole che per ora sono soltanto suoni per lui privi di un significato ma con importanti connotazioni affettivo-emotive, e apprende cosa sta succedendo tra lui e la madre. Il contenuto di questa comunicazione non verbale, corporea non è traducibile in parole ma è evidente che ciò che viene scambiato costituisce un apprendimento di significati, che nella memoria implicita caratterizzano la qualità della relazione. È la capacità della madre di entrare in relazione con il piccolo, di capire e dare significato alle sue comunicazioni che configura la qualità della relazione entro la quale si strutturerà lo stile di attaccamento del bambino.” Anche nel caso di allattamento artificiale, come sottolinea la Prof.ssa Cena, le esperienze sensoriali ed emotive possono essere diverse ma molto dipendono dalla struttura della mamma e dalla situazione, evidenziando che l'amore e la cura possono essere trasmessi attraverso molteplici modalità.

Madre e neonato pelle a pelle

L'Importanza della Prevenzione e del Supporto Psicologico

In sintesi, sono innumerevoli i cambiamenti e gli aggiustamenti che avvengono nei nove mesi di attesa e come la donna e la coppia li vive è fondamentale per il buon esito di questa importantissima ed emozionante fase della vita. Un altro punto importante da trattare è cosa accade al nascituro quando le tensioni emotive della gestante sono eccessive. Negli ultimi anni sono state moltissime le ricerche volte ad approfondire e studiare la vita pre e perinatale. Si è rilevato come alti livelli di stress pre e perinatali possano influire sul feto e avere ripercussioni future. Affinché questo possa davvero essere un periodo positivo risulta fondamentale porre le condizioni per una gestazione consapevole e condivisa nella coppia. Winnicott, illustre Pediatra e Psicoanalista, affermava che “Vi sono persone che rimangono colpite quando scoprono che un neonato non suscita in loro solo sentimenti d’amore”. Il sostegno psicologico, l’ascolto ed il rispetto dei propri vissuti e sensazioni risulta essenziale per la futura o neomamma. Il supporto giusto per ciò che si sta vivendo, che siano ansia, stress, difficoltà familiari, problemi di coppia o sessualità, merita attenzione.

Molto spesso lo sforzo e la difficoltà risultano molto inferiori se l’intervento è precoce o volto a prevenire un disagio. La nostra attenzione consapevole sarà quindi da oggi incentrata su tutto quello che la letteratura e l’esperienza clinica ci dice essere importante, tenendo conto che le pillole date in questo articolo sono ben lontane dall’essere esaustive e abbiamo indagato solo una piccola parte di quelli che sono i tre momenti indicati all’inizio di questo articolo. La perinatalità non si occupa di un periodo di tempo particolarmente lungo, ma per la sua enorme rilevanza per la vita delle persone coinvolte, risulta estremamente ricca di spunti, sfumature e influenzata da molte variabili. Questo la rende senza dubbio complessa ma non per questo meno affascinante.

tags: #il #concepito #aspetti #psicologici