Il Dondolio della Culla: Tra Nido Pascoliano e Destino Umano

Il "dondolio della culla", un'immagine apparentemente semplice e rassicurante, si rivela, nell'analisi letteraria e culturale, un simbolo di straordinaria profondità e complessità. Lungi dall'essere una mera rappresentazione infantile o un mero riferimento a un oggetto, esso evoca un intreccio di significati che toccano le sfere più intime dell'esistenza umana, dalla protezione primordiale all'ineluttabilità della perdita, dalla ricerca di un 'nido' sicuro all'accettazione del distacco. Questo articolo esplorerà come tale immagine, e il suo correlato tematico, la 'culla', si manifesti in diverse espressioni artistiche e letterarie, con particolare attenzione alla poetica di Giovanni Pascoli, ma estendendosi anche ad altri contesti che ne illuminano la ricchezza ermeneutica e la portata universale.

Il Dondolio della Culla: Un Simbolo Primordiale di Nascita e Protezione

Il gesto del dondolare la culla è da sempre associato alla cura materna, al sonno, alla nascita e alla protezione. Questo atto primordiale, ritmico e cadenzato, infonde un senso di sicurezza e tranquillità, elementi fondanti dell'esperienza umana. La ninna nanna, con il suo incedere melodico e ripetitivo, riproduce verbalmente e acusticamente questo dondolio, creando un ambiente di calma che facilita il riposo e la crescita. Essa è una delle prime forme di comunicazione affettiva, un veicolo di amore e sicurezza che accompagna i primi anni di vita. Non a caso, le ninne nanne tradizionali spesso presentano strutture ritmiche che mimano il movimento oscillatorio, come un abbraccio musicale che avvolge il bambino.

Nella poesia di Giovanni Pascoli, l'immagine del dondolio e della culla emerge con una delicatezza e una profondità particolari, spesso intrecciata con temi di malinconia e di trascendenza. Nella lirica "Lenta la neve fiocca", Pascoli cattura proprio questa atmosfera. I versi "Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca. Lentamente la neve cade. Senti: una zana dondola piano piano. Ascolta: una culla lentamente dondola" non solo descrivono un paesaggio invernale, ma evocano direttamente il movimento ritmico e dolce di una culla. Questa descrizione multisensoriale, che unisce il visivo (la neve che fiocca) all'uditivo (il dondolio della culla), crea un'immagine di quiete quasi ipnotica.

Il ritmo della poesia è sicuramente generato dalla costruzione delle rime, che si articolano in rime alternate nella prima strofa (AB AB) e baciate nella seconda (CC DD). Ciò permette, a livello ritmico, la creazione di una sorta di "ninna nanna" che avvolge il lettore. Un'attenta analisi rivela che, sia per quanto riguarda il primo che l'ultimo verso, si può notare in entrambi dapprima la costruzione di un chiasmo ("lenta la neve fiocca" - "la neve fiocca lenta") e successivamente di un'anafora ("fiocca, fiocca, fiocca" - "lenta, lenta, lenta") che attribuisce un ritmo costante alla caduta della neve. Questa costruzione dona un forte valore semantico a questi versi, poiché il ritmo così scandito sembra voglia concorrere a trasportare il lettore in un clima di pace e tranquillità, quasi a distogliere l'attenzione dalla primaria impressione di tragicità che il titolo impone. Il "bel giardino" menzionato nella poesia, con rose e gigli, come quello che ritroviamo anche nella poesia "Fides" e in "I gigli", contribuisce a delineare un luogo immaginario, un locus amoenus che amplifica il senso di protezione e innocenza associato alla culla. In questa opera Giovanni Pascoli utilizza un registro linguistico molto semplice, un lessico la cui semplicità espressiva è forse l'elemento essenziale che permette al lettore di percepire ciò che l'autore mediante questa opera vuole farci comprendere, rendendola accessibile a un ampio pubblico pur veicolando significati profondi. Tale contrapposizione è resa dalla particolare circolarità di questa poesia, la quale inizia e si chiude con la stessa immagine, rafforzando l'idea di un ciclo continuo e rassicurante, simile al movimento perpetuo della culla.

Culla che dondola

L'elogio della maternità come forza preminente nel mondo trova una sua espressione celebre nella poesia dello statunitense William Ross Wallace, intitolata "The Hand That Rocks the Cradle Is the Hand That Rules the World" ("La mano che fa dondolare la culla è la mano che governa il mondo"). Questo titolo, divenuto un adagio universale, sintetizza il potere insostituibile e formativo della madre, la cui influenza si estende ben oltre il focolare domestico, plasmando il futuro stesso dell'umanità. Le parole di Wallace, "BLESSINGS on the hand of women! Angels guard its strength and grace. Always to the breath of God! Blessings on the hand of women! THE HAND THAT ROCKS THE CRADLE IS THE HAND THAT RULES THE WORLD", celebrano il ruolo della donna non solo come nutrice ma come educatrice e guida morale, colei che, attraverso l'atto apparentemente umile di dondolare una culla, esercita un'influenza decisiva sul destino individuale e collettivo. La "culla" qui diventa metafora del potere di cura e di educazione che determina il percorso di vita e le prospettive di intere generazioni. Questa visione sottolinea come la cura e l'affetto ricevuti nell'infanzia siano i pilastri su cui si costruiscono la personalità e i valori di un individuo, con ripercussioni che si estendono alla società nel suo complesso.

Il Nido Pascoliano e la Culla del Ricordo

Per Giovanni Pascoli, la figura del "nido" assume un'importanza capitale, fungendo da metafora centrale della sua poetica. Questo "nido" non è semplicemente un luogo fisico, ma un baluardo di sicurezza alimentare, di affetti, di calore e amore, un rifugio dalle intemperie del mondo esterno, che si manifesta con il freddo, il buio e, in modo preminente, la fame. È un microcosmo di protezione e intimità, un luogo ideale in cui si dovrebbero trovare la pace e la stabilità. Tuttavia, per il poeta, questo nido ideale è sempre minacciato o già infranto, a causa delle tragedie familiari che hanno segnato la sua vita. Quel nido che la disgrazia aveva sgretolato durante gli anni ma che rimane vivo anche attraverso il cibo, diventa un simbolo di desiderio irrealizzabile, un luogo agognato di ritorno che, una volta raggiunto, si rivela spesso effimero o carico di malinconia.

La prima raccolta di Pascoli, "Myricae", alla quale ha lavorato tutta la vita, che ha a lungo elaborato aggiungendo poesie e cambiando disposizione, è intitolata con un richiamo diretto alle "umili tamerici" di Virgilio ("Mi piacciono gli arbusti e le umili tamerici"), sottolineando l'interesse del poeta per le realtà quotidiane e campestri. Questa scelta stilistica e tematica già prefigura il desiderio di un ritorno alle origini, a un ambiente rassicurante e familiare, seppur intriso di una malinconia intrinseca. Pascoli, infatti, ha dedicato la sua vita alla ricerca di questo 'nido' perduto, concretizzandola anche nella scelta di stabilirsi in campagna. Ad un certo punto insegnava a Bologna, quando Carducci si è ammalato e da Lucca andava a Bologna in treno, poiché voleva mantenere questo legame con la campagna. Questa continuità con l'ambiente rurale, nonostante gli impegni accademici, testimonia il profondo attaccamento del poeta a un'idea di vita semplice e autentica, che cercava di ricreare il calore e la protezione del nido originario. La raccolta è fatta di brevi testi che riguardano la natura, i quali hanno qualcosa di simbolico che rimanda ad uno stato d’animo. È la descrizione di una certa stagione in modo soggettivo e simbolico. L'edizione definitiva di "Myricae" è stata pubblicata dopo la sua morte dalla sorella, a indicare come la sua opera fosse un processo di continua elaborazione, non limitata a fasi distinte di giovinezza o maturità.

Il tema della perdita e dell'ingiustizia, così intrinsecamente legato al concetto di nido infranto, trova una delle sue espressioni più strazianti in "X Agosto". In questa lirica, il "giorno di San Lorenzo in cui cadono le stelle cadenti" coincide con la morte del padre del poeta, un evento che ha segnato profondamente la sua esistenza. Pascoli dipinge un quadro di innocenza violata e di ingiustizia incomprensibile: "Ritornava una rondine al TETTO , l’uccisero: cadde tra i rovi, le spine che ricordano la corona di Gesù. La rondine andava al nido a nutrire i suoi piccoli. Ora è là come in croce, con le ali aperte e le piume scure, e le piume del petto bianche) e pare che voglia indicare ciò che le è stato impedito di fare. Gli uccellini stavano morendo di fame e di freddo". Questa immagine della rondine morente, con le sue connotazioni cristologiche, evoca un profondo senso di martirio e di innocenza sacrificata. La tragedia animale si riflette subito dopo in quella umana: "Anche l’uomo tornava al suo NIDO, l’uccisero. Egli invoca perdono e sembra che i suoi occhi aperti conservino la sua disperazione. Portava 2 bambole alle sue bambine e nella casa solitaria lo aspettavano invano. Egli addita le bambole al cielo lontano". Qui, l'uccisione della rondine e quella dell'uomo, figure parallele, simboleggiano la distruzione del "nido" familiare e l'interruzione violenta della vita, lasciando dietro di sé solo disperazione e attesa vana. La mancanza di senso in tale violenza è sottolineata dal poeta: "Non ha senso ammazzare una rondine, la quale è libera e la si uccide per pura malvagità, che è lo stesso motivo per cui è stato ucciso suo padre e tutto ciò ci da il senso di un’ingiustizia. Le bambole quando arriveranno a casa non faranno la felicità di nessuno."

Rondini al nido

Il mondo esterno, al di fuori del nido, è spesso percepito da Pascoli come minaccioso e ostile, e gli elementi naturali stessi si caricano di significati inquietanti. Questo si manifesta vividamente in liriche come "Temporale", dove "il rumore del tuono si avvicina. L’orizzonte è rosso come infuocato dalla parte del mare. Dalla parte della montagna è nero come la pece. Nuove chiare sembrano stacci nel cielo. Il casolare è il posto in cui ci si rifugia, il NIDO in cui ci si trova al sicuro da questa natura minacciosa". Gli elementi del mondo sembrano minacciosi per l'uomo. La Terra viene definita ansante e agitata, personificata, e il cielo drammatico e disfatto, provando sensazioni umane. L'uso sapiente di onomatopee, come "bubbolio" per il tuono ("tuttavia non ne abbiamo la sensazione poiché ci concentriamo nei suoi come per esempio 'bubbolio'") e di sinestesie, come "cadere fragile delle foglie" in "Novembre" ("Con i colpi di vento si sente il cadere fragile delle foglie (sinestesia fragilità=tatto, cadere=rumore)"), accentua la percezione di un mondo esterno ostile o malinconico, dove "gli alberi sono secchi e le piante stecchite segnano il cielo con le loro trame nere". "Novembre" in particolare, con il suo titolo che svela la stagione, ci presenta un'illusione primaverile ("Gemmea significa pura e limpida come una gemma. Limpida come una gemma l’aria, il sole così luminoso che viene da pensare che sia primavera, tanto che si gira per vedere gli albicocchi e gli sembra di sentire nel cuore il profumo amaro del biancospino") che presto si rivela un paesaggio privo di vita, segnato dalla "morte" autunnale, con il silenzio come caratteristica distintiva. Similmente, in "Lavandare", la scena delle donne che lavano il bucato e cantano in un "campo mezzo grigio e mezzo nero" con un "aratro che pare dimenticato", evoca un senso di abbandono e di perdita, dove "la ragazza si riconosce in esso", trovando nel paesaggio desolato un'eco della propria condizione. Questi scenari, intrisi di una profonda malinconia, riflettono la costante ricerca di un "nido" che possa offrire riparo, ma che, spesso, si rivela un miraggio o un luogo di ricordo doloroso.

La Convivialità come Culla dell'Esistenza: Cibo, Vita e Morte in Pascoli

Nella poetica pascoliana, la rappresentazione del cibo e dei suoi riti assolve, in situazioni e tempi diversi, precise funzioni, andando ben oltre la "mera presenza di carattere accessorio e casuale". La scelta di un cibo piuttosto che un altro, i soggetti interessati, le modalità di assunzione e il contesto nel quale avviene il pasto sono legati a un'intenzione e a una precisa volontà di significazione. I riferimenti al cibo, agli alimenti, alla cucina e alle pratiche alimentari presenti nel testo letterario raramente sono da intendersi alla lettera nel loro significato primo e reale. Essi rimandano spesso ad un significato altro, ideale e figurato rivelando e rimandando ad una funzione diversa da quella realistica e documentaria. Questa "carica ermeneutica" fa sì che il cibo nella sua materialità costituisca solo il significante di un significato che non appartiene al campo semantico dell’alimentazione. Ciò sottolinea come per Pascoli, e per la letteratura in generale, il cibo sia un potente veicolo simbolico, capace di esprimere dimensioni esistenziali, spirituali e psicologiche.

Tra i vari usi figurativi del cibo, ve n’è uno che si distingue per la singolarità simbolica dei suoi significati specifici e intrinseci: il banchetto della vita. Questo motivo, che paragona la vita ad un banchetto, assai frequente nella trattatistica parenetica e morale in chiave censoria, è particolarmente produttivo anche nella letteratura del Novecento. Il banchetto presenta di per sé un legame reale con la natura fragile e incompleta dell’uomo che necessita di compensarsi e completarsi con e attraverso il cibo. Inoltre, la modalità di appropriazione degli alimenti implica una distruzione che si collega volentieri all’immagine della morte e si fa veicolo di interrogativi universali dell’esistenza. Dal punto di vista simbolico, inoltre, il banchetto è anche una comune metafora per indicare l'allettamento dei sensi e il loro effetto seduttivo sull’animo umano. Nonostante la straordinaria potenza di condensazione semantica delle metafore alimentari e la ricchezza e varietà delle sfumature che questa figura retorica consente, non solo a livello descrittivo ma anche concettuale e perfino ontologico, Pascoli infonde a questo motivo una sua personale e profonda inquietudine.

Pascoli esplora questa dualità nel "Convivio", dove i versi lucreziani "O convitato della vita, è l'ora, Brillino rossi i calici di vino; tu né bramoso più, né sazio ancora, lascia il festino" sembrano inizialmente riecheggiare il "Carpe Diem" oraziano, un inno alla gioia e alla vita, un invito a godere del presente. Tuttavia, la quartina finale si allontana drasticamente da questo clima di festosità: "Splendano d'aurea luce i lampadari, fragri la rosa e il timo dell'Imetto, sorrida in cerchio tuttavia di cari capi il panchetto: tu sorgi e… Triste, su la mensa ingombra, delle morenti lampade lo svolo lugubre, lungo! Triste errar nell'ombra, ultimo, solo!". Qui, "le lampade morenti" e lo "svolo lugubre" rimandano inequivocabilmente al tema della solitudine e della morte, un leitmotiv del Pascoli delle "Myricae". L'allegria effimera del banchetto viene brutalmente interrotta dalla consapevolezza della fine, lasciando il "convitato" in una desolante solitudine. Questa stessa inclinazione emerge nel "Convito Semplice", traduzione del Carma 38 oraziano, dove il poeta, pur rifacendosi all'ideale epicureo del piacere catastematico ("Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Il piacere catastematico di stampo epicureo infatti è durevole perché si realizza nella capacità di sapersi accontentare della propria esistenza, godendosi ogni momento come se fosse l'ultimo"), lo infonde di una sua personale malinconia. I versi pascoliani sembrano pronunciati da chi, dai piaceri della vita, aveva da tempo preso le distanze e rimandano certamente al tema centrale di praticamente tutta la poetica pascoliana: quello della morte.

Il tema della morte è il grande protagonista di Myricae. Esso si affaccia con il peso del perturbante, espressione di minaccia per lo stesso soggetto individuale, anche a tavola. È come se i morti mettessero di continuo in pericolo il diritto alla vita del soggetto anche nei momenti di maggiore spensieratezza, così che dietro le forme della vita come quella conviviale, si nasconde un mistero preoccupante e angoscioso. Questa presenza latente della morte impedisce una piena e spensierata fruizione della vita, intaccando la gioia anche nei momenti di maggiore aggregazione sociale. Va in questa direzione il recupero pascoliano di una credenza viva in Romagna che vuole che i morti, gli spiriti, i folletti o gli angeli e i demoni che in occasioni festive e circoscritte, controllate, avevano campo libero nella casa famigliare, debbano invece solitamente restare a distanza. Per non richiamarli non doveva pertanto restare nessun resto di cibo sulla tavola, né tantomeno la tovaglia.

Tavola conviviale

Questa angoscia e il desiderio di ricongiungimento con i defunti si concretizzano nella poesia "La tovaglia" dai "Canti di Castelvecchio". Qui, Pascoli recupera questa credenza popolare romagnola, ma la inverte attraverso un personaggio (forse la sorella), che deliberatamente ignora la tradizione. Nella lirica il poeta, seguendo il proprio sentimento, mette in scena un personaggio che rovescia il rito: "Pensa a tutto, ma non pensa a sparecchiare la mensa", lasciando la sera "la tovaglia bianca" e "qualche bricia di pane" sulla tavola con l’intento struggente di invocare i morti amati: "Lascia che vengano i morti, / i buoni, i poveri morti". Le voci ammonitrici che dicono: "- Bambina! che tu non lasci mai stesa, dalla sera alla mattina, ma porta dove l'hai presa, la tovaglia bianca, appena ch'è terminata la cena! Bada, che vengono i morti! i tristi, i pallidi morti! Entrano, ansimano muti. Ognuno è tanto mai stanco! E si fermano seduti la notte intorno a quel bianco. Stanno lì sino al domani, col capo tra le due mani, senza che nulla si senta, sotto la lampada spenta. -" si contrappongono alla volontà della "bambina" che, pur cresciuta ("E` già grande la bambina: la casa regge, e lavora: fa il bucato e la cucina, fa tutto al modo d'allora"), persiste nel suo gesto. La "notte nera nera, di vento, d'acqua, di neve", diventa il palcoscenico per un incontro silenzioso e doloroso, dove i morti "Lascia ch'entrino da sera, col loro anelito lieve; che alla mensa torno torno riposino fino a giorno, cercando fatti lontani col capo tra le due mani. Dalla sera alla mattina, cercando cose lontane, stanno fissi, a fronte china, su qualche bricia di pane, e volendo ricordare, bevono lagrime amare". Qui, la convivialità, che dovrebbe essere luogo di gioia e condivisione, si trasforma in uno spazio di "lacerazione e un sentimento di impotenza difronte all’impossibilità del dialogo e alla reciprocità negata. Le «lacrime amare» rimangono come unico sfogo alla sofferenza aperta dal ricordo". Questo ribaltamento morte-vita consegna al lettore un senso di struggente desiderio di connessione con il passato e con gli affetti perduti. Il convivio rappresenta un tema ricorrente della poetica, l'evento a cui vengono invitati gli ospiti vivi che siedono al bacchetto della vita e i morti. È occasione di riflessione sul grande dilemma esistenziale che vede la sazietà e l’ingordigia le due polarità di un equilibrio pressoché irraggiungibile oppure, come nel caso de "La tovaglia", è un momento e un luogo nel quale esprimere il turbamento del lutto e risarcire in questo modo la morte ingiusta, ridandole un ordine e un significato che non è mai fino in fondo consolatore.

Giovanni Pascoli: Poemetti (Maturità)

Nella convivialità e in particolare nel calice di vino del "Convivio", che non sazia se non è bevuto con coscienza, nel pane che "noi spezziamo concordi" risuona l’eco di una celebrazione liturgica. Del resto l’immagine di una riunione intorno ad un banchetto evoca una serie di simboli e di situazioni vitali che traducono esperienze e valori umani e religiosi. Ugualmente la categoria biblica del banchetto si distingue per la sua rilevanza tematica e le connessioni narrative a cui viene associata, tra le quali rileviamo la vita, la famiglia, la solidarietà, l’esperienza della consolazione e della memoria, l’ospitalità. Pascoli scrisse anche i cosiddetti "Poemi convivali" (1904). Nonostante l’aggettivo conviviali derivi dal sostantivo convito, solo nel titolo i poemi rimandano al filone simposiaco classico e risultano slegati non solo al tema conviviale ma anche a quello alimentare in genere. In questi componimenti infatti il tema della realtà alimentare e delle immagini di senso assume una funzione che potremmo definire marginale.

Ma è nella lirica "Domenica!" che il tema del "dondolo" si lega in modo inaspettato e affascinante alla dimensione alimentare e domestica. La poesia è ambientata interamente in cucina nel giorno della domenica, giorno in cui le famiglie sono solite essere a casa a consumare il pranzo insieme. Pascoli dipinge una scena domestica vivace, con la massaia che torna dalla messa, "con il vestito della festa, che sparge intorno odore di nuovo e di giaggiolo. Senza toglierselo di dosso, passa subito in cucina per un rapido controllo del fuoco nei fornelli, delle pentole e dei tegami", oppure "così come trovarsi adorna, s’appressa: la brage qua copre, là desta, passando, frr, come in un volo, spargendo un odore di festa, di nuovo, di tela e giaggiolo". Qui, il fulcro del "dondolio" è il girarrosto: "La macchina è in punto; l’agnello nel lungo schidione è già pronto; la teglia è sul chiuso fornello, che brontola brontola brontola. . . Ed ecco la macchina parte da sé, col suo trepido intrigo: la pentola nera è da parte, che sfrigola sfrigola sfrigola. . . Ed ecco che scende, che sale, che frulla, che va con un dondolo eguale di culla." Il movimento meccanico e ritmico del girarrosto, paragonato esplicitamente al "dondolo eguale di culla", introduce un elemento di quiete e di rassicurazione all'interno del fervore domestico. È un moto perpetuo che evoca il comfort della cura, pur essendo un oggetto inanimato, quasi personificato: "Avanti i suoi ciocchi, senz’ira ne pena, la docile macchina gira serena, qual docile servo, una volta ch’ha inteso, ne altro bisogna: lavora nel mentre che ascolta, lavora nel mentre che sogna." Questa associazione, come si è detto, richiama la "poetica del fanciullino" amante delle "piccole cose", influenzata dalla costante ricerca del nido famigliare, quel nido che la disgrazia aveva sgretolato durante gli anni ma che rimane vivo anche attraverso il cibo. L'attaccamento al cibo è infatti, forse, uno dei rimandi più "materni" che possa esistere in natura. E per un autore che ha dedicato parte della sua vita, nonché poetica, al recupero e al consolidamento di quei pochi affetti rimasti è ancora più evidente. Il cibo e nel caso particolare gli oggetti della cucina non sono più solo elementi specifici, ma possono suggerire numerosi spunti di riflessione su temi più alti e complessi come il senso della morte, della famiglia, della comunione fraterna. L'universo alimentare diventa così un serbatoio inesauribile di immagini che alludono, in maniera più o meno esplicita, alla dimensione figurativa e realizza uno dei più classici intrecci di piani e di livelli comunicativi possibili quello tra cibo e parola.

Il Dondolio della Culla nell'Esperienza Umana: Dalla Cura all'Autonomia

Al di là della poetica pascoliana, il simbolo del "dondolio" e della "culla" trova risonanze profonde anche in contesti contemporanei che esplorano la cura e l'esperienza umana in tutte le sue sfumature. Ne è un esempio toccante la rappresentazione teatrale che racconta la storia di Arturo, un ragazzo che "si muove in maniera strana, dondola, proietta il busto in avanti con dei movimenti a scatto e ripetitivi". Qui, il "dondola" è una caratteristica fisica di Arturo, forse indicativa di una condizione neurologica o di un meccanismo di auto-rassicurazione, ma diventa anche parte integrante della sua identità e del suo modo di interagire con il mondo.

La "culla" di Arturo non è un oggetto, ma una rete di affetti e cure fornita da tre donne - Anna, Nuzza e Bettina - che, per un "dono d’amore nei confronti della loro amica Lucia" (madre defunta di Arturo), lo adottano come figlio. La loro è una maternità collettiva e surrogata, profondamente significativa: "Madri sin dal nome “nomen atque omen” diceva Plauto. Anna, Nuzza e Bettina, ossia Anna la madre di Maria, Nuzza o Annunziata cioè Maria e Bettina o Elisabetta la cugina di Maria, insomma le donne dell’infanzia di Gesù/Arturo “la stella più luminosa” (così come è definita la stella della costellazione del Boote)". Queste donne, unite anche dalla necessità economica e da una "scelta lavorativa che fa dei loro corpi oggetti, che si mostrano, che ostentano una sessualità non necessariamente sensuale ma semplicemente primitiva, che si offrono allo sguardo di un pubblico chiamato suo malgrado ad osservarli", dimostrano una generosità straordinaria. Il loro "fare" è "spontaneo e naturale non necessariamente delegato ad una madre biologica ma ad una, ed in questo anomalo caso a tre “donne”, che si donano, si offrono con generosità e si privano anche della propria dignità pur di affrontare il domani, esistere e resistere".

Dondolio e cura

Esse raccolgono e custodiscono con cura gli oggetti che simboleggiano la sua infanzia e la sua origine, creando una "valigia pronta" di ricordi e affetti: "lo scrigno con la collanina appartenente alla defunta madre Lucia", "il carillon, il cuscino della culla, il primo maglioncino ed il bambolotto di Charlie Brown, ed ancora i dentini di latte e le favole della buonanotte". La narrazione di Arturo è scandita anche da riferimenti a canzoni e filastrocche, come "Oh che bel castello marcondirondirondello", sulle note del quale "inizia il racconto dell’infanzia di Arturo", o la "Ninna nanna, ninna nanna, nessuno ti vuole bene come la mamma", che le donne cercano di intonare con gesti e parole veloci e carichi di emozione. Questi elementi contribuiscono a creare un'atmosfera di cura e di memoria, una "culla" affettiva che lo avvolge e lo sostiene. Il tema della disabilità è affrontato senza enfasi, non c'è retorica né pietismo, c'è solo l'urgenza di prendersi cura di una creatura che necessita di affetto e di assistenza. La scelta di recitare parti del testo in dialetto siciliano, per l’esattezza quello palermitano, restituisce un'autenticità viscerale, un "dialetto che da suono si fa racconto e da melodia narrazione, costruisce una vera e propria partitura" che sottolinea le emozioni.

Il "dondolio" di Arturo, inizialmente segno di fragilità, si trasforma nel corso della narrazione. Le donne lo osservano mentre balla, "sempre meno goffo, come un uccellino che sta per spiccare il volo, non è più un ragazzo fragile ma una libellula, un danzatore Sufi senza gonna, che ruota, ipnotizza, incanta". L'obiettivo di questa "culla" collettiva è chiarissimo: "fornirgli gli strumenti giusti per poter divenire autonomo ed infine, restituirlo al mondo non appena ci si è resi conto che è pronto a volare". Il "distacco sofferto ma inderogabile" è parte integrante di questo percorso di crescita, un atto di amore che lo prepara ad una nuova casa, con una stanza tutta sua, "con la finestra dalla quale potrà vedere il sole". Qui, la "poesia dondola culla" si manifesta come l'arte della cura, della resilienza e della liberazione, una "cruda poesia" che "Emma Dante, a suo modo, restituisce potere ai sentimenti, all’essere umano e ci consente di andare oltre la forma, la grezza superficie, a scavare in terreni aridi nei quali trova pur sempre rivoli di cruda poesia", analizzando la volontà di manifestare l’importanza di prendersi cura di qualcuno, anche se quel qualcuno non ci appartiene.

Decadentismo e l'Illusione della Culla: Solitudine e Consapevolezza Pascoliana

Giovanni Pascoli è un poeta di matrice decadente, e la sua opera riflette in maniera profonda i tratti caratteristici di questa corrente letteraria. Nelle sue poesie, spesso si comprende "la volontà di distaccarsi dal mondo che lo circonda, dalla realtà quotidiana; ed è proprio per tale ragione che si estranea da tutto il mondo esterno sentendosi poi solo e abbandonato, proprio come un orfanello". Questa "situazione interiore del poeta" non è positiva; al contrario, mostra "l’esatto opposto" di una condizione serena, rivelando un animo perennemente inquieto e tormentato dalle perdite subite e da una visione disincantata della vita.

Il tema dell'illusione è particolarmente presente, come suggerito dall'analisi di "Lenta la neve fiocca", dove "il Pascoli vuole esprimere la tragedia e l’illusione che tutto sia bello per il bimbo, il quale però solo apparentemente è cullato da calorosi sentimenti materni". La "culla", in questo contesto, pur offrendo un'immagine di pace e protezione, nasconde la fragile consapevolezza di una realtà ben più complessa e spesso dolorosa. Il dondolio, che dovrebbe infondere serenità, è permeato da una latente malinconia, un'ombra di ciò che è stato o di ciò che non potrà mai essere. I temi più ricorrenti nella sua poetica, e in particolare in componimenti come "Orfano" e "Fides", sono sicuramente l’illusione, la solitudine, l’infelicità, la libertà e i ricordi del passato. La struttura poetica del Pascoli, la scelta del lessico da utilizzare e dei contenuti delle sue opere, non mostrano di certo una situazione interiore del poeta positiva, anzi, mostrano l'esatto opposto. Egli cerca di descrivere, attraverso le sue poesie, i suoi sentimenti ed il suo pensiero nei confronti del mondo, rivelando un universo interiore complesso e spesso tormentato.

Poeta solitario

In linea con il pensiero decadente, Pascoli "si rende conto della progressiva perdita della funzione sociale del poeta", ma non cerca una soluzione, anzi, "si isola totalmente dalla società che lo circonda". Egli si considera, come scrive nel suo celebre saggio "Il Fanciullino", superiore rispetto a tutti gli altri, proprio perché lui riesce a percepire ciò che le persone comuni non riescono a comprendere. Questa percezione acuta, che lo eleva al di sopra della massa, lo condanna al contempo a una profonda solitudine. Il "fanciullino" che è in lui, ovvero la capacità di meravigliarsi e di guardare il mondo con occhi innocenti, gli consente di cogliere sfumature e misteri che agli adulti sono preclusi, ma lo rende anche estraneo al mondo degli uomini. La "culla", in questo senso, può rappresentare sia un rifugio interiore, dove il poeta si ritira con le sue sensibilità uniche, sia il simbolo di un'infanzia perduta o di un'innocenza che non può essere pienamente recuperata, generando un'eco costante di malinconia e rassegnazione. Il dondolio, quindi, non è solo un movimento fisico o un simbolo di protezione, ma anche il moto oscillatorio di un'anima che si culla nei ricordi e nelle illusioni, consapevole della propria solitudine e dell'ineluttabilità del destino. La "poesia dondola culla", in Pascoli, è un'espressione della sua complessa interiorità, un canto che, pur evocando la dolcezza dell'infanzia, risuona con la profonda tristezza dell'anima che non trova pace nel mondo degli adulti.

tags: #poesia #dondola #culla