La Placenta: Una Membrana Selettiva, Organo Fondamentale e Risorsa Rivoluzionaria

La placenta è un organo deciduo, quindi temporaneo, ma fondamentale per garantire gli scambi metabolici di ossigeno e nutrienti tra la madre e il feto, e non solo. Temporanea e decidua - con il secondo aggettivo si chiama in causa il fatto che, una volta conclusa la sua funzione, si separa dal corpo - nutre e protegge il feto durante il viaggio della gravidanza. La sua formazione avviene nell’utero materno. La placenta ha origine sia dal corpo della mamma, per la precisione da modifiche dell’endometrio, sia dall’embrione. La porzione di placenta che trae origine dall’embrione sono i villi coriali. Il loro compito è assorbire ossigeno e altre tipologie di nutrimento per il feto dal sangue della mamma. Il loro ruolo prezioso non finisce qui, in quanto i villi coriali sono fondamentali per la cessione dell’anidride carbonica al corpo della mamma. Come già accennato, una volta terminato l’assolvimento delle sue funzioni, la placenta si separa dal corpo materno. Lo fa nel corso del processo che viene chiamato, in gergo ostetrico e ginecologico, secondamento. Dopo il parto, la placenta viene espulsa nella grande maggioranza dei casi in maniera spontanea a circa mezz’ora dalla nascita del cucciolo. Ciò avviene grazie a delle vere e proprie contrazioni che, però, sono meno intense in confronto a quelle del travaglio. Tramite queste ultime, avviene il distacco dei cotiledoni, ossia i vasi ematici che mantengono la placenta ancorata all’utero, dalle pareti del suddetto organo.

La formazione della placenta è un processo complesso e ben orchestrato. Trascorsi più o meno sette giorni dal concepimento, la blastocisti, ossia la forma più avanzata dello sviluppo embrionale, comincia la sua penetrazione nell’endometrio. Dopo un tempo che, in linea di massima, corrisponde ad altri sei giorni, la blastocisti viene avvolta dall’endometrio e prosegue con il suo sviluppo. A partire da alcune delle cellule dell’embrione, prende il via la formazione dei villi coriali che, penetrando nell’endometrio, vengono coinvolti in processi di ramificazione via via più complessi. Si forma così la placenta che, attorno alle dodici settimane di gravidanza, è in grado di sovrintendere pienamente ai suoi compiti di nutrimento e protezione di quello che, dal punto di vista medico, è ormai un feto. Le funzioni di nutrimento spettavano prima al sacco vitellino, membrana extraembrionale visibile già dalle prime settimane di gestazione e fondamentale per la formazione delle cellule ematiche e germinali. Il sacco vitellino smette di crescere più o meno verso la dodicesima settimana e scompare attorno alla dodicesima. Continua nel frattempo la crescita della placenta che, in prossimità del parto, può raggiungere un peso di 500 - 600 grammi. Il diametro alla fine della gravidanza, invece, va dai 20 ai 30 centimetri. Per quel che concerne lo spessore, decisamente più consistente al centro, si parla di circa 4.

Struttura e sviluppo della placenta

Le Funzioni Vitali della Placenta Come Barriera Selettiva

La principale funzione della placenta riguarda la gestione degli scambi gassosi e metabolici tra il sangue materno e quello del feto in crescita. La comunicazione tra quest’ultimo e la placenta avviene grazie al cordone ombelicale. Doveroso è ricordare che pure l’organismo materno, a modo suo, “comunica” con il meraviglioso organo oggetto di queste righe. Lo fa attraverso sacche piene di sangue, le cosiddette lacune, a loro volta in contatto con i villi coriali. Tra le altre funzioni si può citare la cessione di ossigeno al feto e l’allontanamento da esso dell’anidride carbonica. Per la diffusione di entrambi questi gas, è fondamentale il sottile strato di cellule che permette la separazione tra i villi coriali e il sangue della mamma.

Durante la vita intrauterina, le funzioni depurative che spettano ai reni vengono portate avanti dalla placenta. Lo stesso vale per l’omeostasi, termine tecnico che indica la capacità che gli organismi hanno di regolare l’ambiente interno anche a fronte di variazioni di quello esterno.

Per quanto riguarda il sostegno alle difese immunitarie del cucciolo, attraverso la placenta la madre trasferisce al feto i propri anticorpi dopo una vaccinazione o una malattia naturale. Attraverso l’endocitosi, processo in cui le cellule, tramite la membrana plasmatica, inglobano molecole e altri corpi che si trovano nello spazio extracellulare, questo fantastico organo consente il passaggio degli anticorpi al cucciolo. Questo organo è anche in grado di impedire il passaggio ad alcuni organismi patogeni. È importante notare che non impedisce il passaggio a tutti, in quanto esistono diverse eccezioni, tra cui il protozoo che causa la Toxoplasmosi.

La placenta è permeabile a tantissimi nutrienti presenti nel sangue materno, dalle proteine ai trigliceridi, senza dimenticare il glucosio e alcune vitamine, ed è in grado di passarli al cucciolo. Oltre a queste, la placenta svolge importanti funzioni endocrine. Già dall’inizio del suo sviluppo, la placenta secerne l’ormone gonadotropina corionica umana (hCG), la cui frazione beta viene rilevata nel momento in cui si effettua il test di gravidanza. L’hCG ha un compito molto importante: sostenere i processi di sintesi del progesterone, che partono dal corpo luteo. Attorno alla settima settimana di gravidanza la placenta è in grado di gestire in maniera autonoma la sintesi di tutto il progesterone che serve all’embrione. Il corpo luteo inizia quindi a degenerare e i livelli di hCG a ridursi.

La placenta, fungendo da barriera, protegge il feto da diverse sostanze dannose. Anche in questo caso, ci sono delle eccezioni. Tra queste spiccano la nicotina e altre sostanze cancerogene che si trovano nelle sigarette, le droghe e l’alcol.

Parto della placenta (animazione 3D)

Localizzazioni e Complicazioni Placentari: Quando la Barriera è a Rischio

Quando si parla della placenta, è necessario soffermarsi anche sulle sue diverse localizzazioni, che dipendono da dove avviene l’impianto dell’embrione. Le principali posizioni includono: posteriore, dove la placenta è rivolta verso la schiena della mamma; fundica, situazione in cui la placenta si trova a livello della parete superiore dell’utero; anteriore, caso in cui la placenta “guarda” verso la pancia; e localizzazione laterale destra o sinistra. Esistono anche svariate posizioni intermedie e soprattutto è importante che la placenta si trovi al di sopra del feto.

Può capitare, come ben si sa, che l’embrione si impianti nella parte inferiore dell’utero. In questi frangenti, si parla di placenta bassa e di placenta previa. La prima si trova vicina all’orifizio inferiore dell’utero. Non si tratta necessariamente di un quadro preoccupante, in quanto può succedere che il cucciolo, assumendo la posizione cefalica, sposti la placenta in posizione laterale. La placenta previa, invece, ricopre in maniera parziale o totale il suddetto orifizio.

La placenta previa è una condizione che merita immediata attenzione medica ed è favorita da fattori di rischio come la medesima diagnosi nelle gravidanze precedenti, il parto cesareo, il tabagismo, l’età superiore ai 35 anni e la gestazione insorta a seguito di una PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Il rischio principale è che, con il travaglio e la conseguente dilatazione del collo dell’utero, la placenta si stacchi e il cucciolo, che non ha più la sua fonte di nutrimento, non sopravviva. Questo è il motivo per cui, accertata la diagnosi di placenta previa, cosa che si può fare in maniera definitiva dopo le 32 settimane, si opta per la nascita con taglio cesareo. Si procede prima delle 40 settimane, così da evitare che la placenta raggiunga il periodo in cui non è più in grado di gestire al meglio le sue funzioni o che parta naturalmente il travaglio.

Il distacco di placenta è un’emergenza ostetrica che si verifica quando, prima del tempo, la placenta si stacca dalle pareti dell’utero. È un’evenienza che si concretizza raramente e in gestazioni già problematiche; a favorirla, per esempio, sono l’età elevata della madre e l’ipertensione. In acuto ha come sintomo un dolore improvviso, costante e localizzato. Per descriverlo meglio, è totalmente diverso da quello delle contrazioni, che aumenta e si arresta e che coinvolge tutto l’utero. Sempre nei quadri acuti di distacco di placenta, possono insorgere perdite di sangue. In queste circostanze, è fondamentale recarsi subito in pronto soccorso ostetrico.

Anomalie di Inserzione del Cordone Ombelicale: L'Ancoraggio Imperfetto

Durante la gravidanza, madre e feto sono collegati attraverso il cordone ombelicale. Normalmente, il cordone ombelicale è inserito al centro della placenta. Il cordone ombelicale è attaccato al feto all'altezza dell'ombelico ed è costituito da due arterie e una vena circondate da tessuto protettivo. All'interno della placenta, i nutrienti e l'ossigeno passano dai vasi sanguigni materni ai vasi sanguigni fetali.

L’inserzione del cordone marginale si verifica nell'8,5% delle gravidanze, e consiste nell’inserzione del funicolo al lato della placenta anziché alla massa placentare centrale. Tale tipologia di inserzione costituisce un problema perché la placenta è più sottile ai bordi, il che la rende meno in grado di sostenere strutturalmente il cordone ombelicale.

In caso di inserzione velamentosa del funicolo ombelicale (VCI), i vasi sanguigni ombelicali si inseriscono nel sacco amniotico anziché nella placenta. Negli scenari di inserzione velamentosa, i vasi del funicolo ombelicale vengono parzialmente privati della loro consueta copertura protettiva. Ciò aumenta la probabilità di vasi previ (o vasa previa), una rara complicanza in cui i vasi sanguigni fetali sono contenuti all'interno della parte del sacco amniotico direttamente sopra la cervice. Nel parto vaginale, il sacco amniotico si rompe e il feto si muove attraverso la cervice ed esce attraverso la vagina. I vasa previa vengono rilevati dall’ecografia, come parte di un controllo di routine o quando una madre si lamenta di sanguinamento vaginale. Se la condizione di vasi previ non viene diagnosticata prima dell'inizio del parto vaginale, c'è un'alta probabilità di natimortalità.

Localizzazioni placentari e anomalie del cordone

L'inserzione velamentosa del cordone ha conseguenze più gravi rispetto all'inserzione del cordone marginale, specialmente con i gemelli. In generale, l'inserzione anomala del cordone può causare uno sviluppo anomalo della placenta. La crescita - e la vita stessa - del feto dipende dalla salute della placenta. Quindi ci sono maggiori rischi di evento avverso perinatale o di esiti che includono basso peso alla nascita, parto pretermine, ipossia, restrizione della crescita fetale, natimortalità, necessità di un taglio cesareo e bassi indice di Apgar. Ad esempio, uno studio scientifico ha rilevato che l'inserzione anomala del cordone ombelicale era presente nel 16,9% delle gravidanze che coinvolgono gemelli contro solo il 7,8% delle gravidanze che coinvolgono un solo bambino. È possibile che il cordone ombelicale sia privo di una delle sue due arterie, il che rende più probabile l'inserzione anomala del cordone. L'inserzione anomala del cordone ombelicale può verificarsi anche a causa della migrazione della placenta all'interno dell'utero. Non esiste una posizione standard per la placenta. Invece, la placenta cerca l'area dell'utero con il miglior apporto di sangue ed evita le aree con meno apporto.

Spesso, l'inserzione anomala del funicolo ombelicale non produce sintomi. Il sanguinamento vaginale durante la gravidanza e il rallentamento della frequenza cardiaca fetale, tuttavia, possono indicare anomalie nel cordone ombelicale e nella placenta. Durante i controlli ecografici di routine in gravidanza, i medici possono vedere se il cordone ombelicale si sia inserito nella posizione sbagliata. Viene utilizzato anche l'imaging Doppler per una diagnosi più precisa. Ove il ginecologo rilevi che il cordone ombelicale sia stato inserito in una posizione anomala, annoterà la posizione esatta dell'inserzione. Nelle visite di follow-up, il sanitario cercherà di vedere se qualcosa sia cambiato. In alcuni casi, l'inserzione anormale si corregge e non è abbastanza grave da destare grande preoccupazione. Se per qualche motivo l'eventuale inserzione anormale del cordone ombelicale non viene rilevata, specialmente se accompagnata da una condizione come i vasa previa, potrebbe verificarsi un'emergenza durante il travaglio e il parto. Il punto di inserzione può essere difficile da vedere mediante ecografia.

Diversi studi hanno approfondito queste anomalie. Ad esempio, uno studio ha esaminato la prevalenza, i fattori di rischio e i rischi di esiti avversi, scoprendo che la gestazione gemellare e le gravidanze concepite tramite la tecnologia di riproduzione assistita erano i maggiori fattori di rischio di inserzioni anormali del cordone ombelicale. Hanno anche scoperto che le inserzioni marginali e velamentose erano associate a placenta previa, distacchi di placenta, pre-eclampsia, parti prematuri, parti cesarei acuti, bassi punteggi di Apgar, trasferimenti in terapia intensiva neonatale e basso peso alla nascita. In particolare, le inserzioni velamentose hanno triplicato il rischio di morte perinatale. Un altro caso di studio ha esaminato come rilevare in modo prenatale le inserzioni di cordone velamentoso associate a vasa previa, rilevando che questa condizione veniva solitamente diagnosticata dopo il parto. Hanno scoperto che le ecografie in scala di grigi e color Doppler potevano diagnosticare in epoca prenatale inserzioni anormali del cordone ombelicale e vasa previa.

Un ulteriore caso di studio ha cercato di determinare se il rilevamento prenatale delle anomalie del cordone ombelicale produce parti più sicuri. I ricercatori hanno esaminato un caso che coinvolge una gestazione a basso rischio, scoprendo che la donna aveva subito una rottura spontanea della membrana nove ore dopo la dilatazione. Dopo 14 ore, la cardiotocografia ha mostrato decelerazioni variabili anormali. La madre è stata sottoposta a cesareo d'urgenza e durante l'intervento è stata osservata un'inserzione velamentosa. La bambina è stata partorita senza complicazioni. Un altro caso di studio ha esaminato tre casi di inserzione velamentosa di funicolo, mostrando che la scala di grigi e il Power Doppler erano stati in grado di rilevare in epoca prenatale l'inserzione velamentosa di funicolo in tutti e tre i casi, ciascuno dei quali è risultato in un cesareo senza complicazioni.

L'importanza di esaminare la placenta in sala parto è cruciale. Ciò significa determinare la forma, le dimensioni, la consistenza e la completezza della placenta. Gli operatori sanitari dovrebbero cercare anche lobi accessori, infarti placentari, emorragie, tumori e noduli. Dovrebbero anche valutare il cordone ombelicale per la sua lunghezza, il numero di vasi, la sua inserzione, i nodi e la presenza di gelatina di Wharton. Studi come quello di Ian R. hanno esaminato i criteri diagnostici per l'inserzione marginale del funicolo ombelicale, utilizzando le distanze dall'inserzione del cordone al bordo placentare per creare gruppi di pazienti. Altri, come quello di Sara Derisbourg, hanno esaminato se le inserzioni del cordone ombelicale durante il primo trimestre predicessero inserzioni anormali, analizzando 1620 pazienti, dove circa l'88% aveva un'inserzione normale e il 12% un'inserzione bassa. Infine, lo studio di Erkan Kalafat ha esaminato l'associazione tra inserzioni anomale del cordone ombelicale e complicazioni specifiche dei gemelli, rivelando che i gemelli monocoriali affetti da inserzione del cordone velamentoso erano ad alto rischio di restrizione selettiva della crescita fetale e discordanza del peso alla nascita.

La Placenta su Chip: Un Modello Innovativo per la Ricerca Biomedica

Lo studio della placenta umana non è mai stato facile, soprattutto per le ovvie limitazioni - anche di tipo etico - che ne ostacolano la manipolazione in un organismo vivo. Le donne, però, possono decidere di donare la placenta per esperimenti ex vivo. D’altra parte, i modelli animali disponibili sono scarsi e poco affidabili, perché non riproducono esattamente l’anatomia della placenta umana. Una semplificazione, però, sempre più sofisticata: negli ultimi anni la ricerca sui modelli di placenta ha segnato un traguardo dopo l’altro. Nel 2015, un gruppo coordinato dal National Institute of Health degli Stati Uniti ha realizzato la prima placenta su chip, che riproduce in scala microscopica il funzionamento di questo organo.

Recentemente, un gruppo di ricercatori dell’università della Florida ha messo a punto una placenta su chip per simulare lo scambio di nutrienti tra le cellule della madre e del feto, attraverso una rete di micro-canali e un gel di collagene. L'obiettivo è comprendere i meccanismi fisiopatologici alla base della malaria placentare causata dal parassita Plasmodium falciparum. Le conseguenze di questa malattia possono essere nascita prematura, rischio di aborto e sofferenza fetale, responsabili della morte di quasi 200.000 neonati all’anno. Il chip ricostruisce i processi biochimici che avvengono quando i globuli rossi infetti entrano in contatto con lo strato esterno della placenta e ostacolano il passaggio dei nutrienti dal sangue materno al feto.

I ricercatori del Florida Atlantic University’s College of Engineering and Computer Science e dello Schmidt College of Medicine hanno iniziato a studiare la placenta in una particolare condizione patologica: la malaria. L’infezione avviene quando i globuli rossi infettati dal parassita entrano in contatto con i villi coriali, la parte della placenta che porta sangue e nutrimento al feto. Le cellule del sistema immunitario richiamate sul sito dell’infezione, come i monociti circolanti e i macrofagi, creano infiammazione, che è la causa principale dei sintomi. Una placenta infetta potrebbe non essere più in grado di assicurare lo scambio di sostanze dalla madre al feto e viceversa. “Lo studio del trasporto molecolare tra il compartimento materno e fetale può aiutare a comprendere alcuni dei meccanismi fisiopatologici nella malaria placentare”, scrivono i ricercatori.

Tra le tecnologie a disposizione dei ricercatori, quella degli organi su chip ha una serie di vantaggi. Permette infatti di ricreare su un dispositivo artificiale un organo, un sistema di organi o tessuti miniaturizzati e interconnessi, che assomiglino il più possibile a quelli del corpo umano. I ricercatori hanno quindi creato un modello di “placenta-on-a-chip” per studiare da vicino i meccanismi alla base della malaria placentare e del trasporto di nutrienti dalla madre al feto.

La “vera” placenta è formata da almeno quattro strati cellulari che separano il compartimento materno da quello fetale. La sua riproduzione su chip ha una struttura semplificata: lo strato esterno, a contatto con il sangue infetto (che mima il sangue materno), è formato da una linea di cellule isolate dalla placenta umana (BeWo) chiamate trofoblasti; lo strato interno, a contatto con il sangue non infetto (che mima il sangue fetale), è formato da cellule endoteliali di vena ombelicale umana (HUVEC) isolate dal cordone ombelicale. Tra i due strati, una membrana di collagene riproduce la matrice extracellulare che separa naturalmente i due compartimenti.

I ricercatori hanno quindi creato una differenza nella concentrazione del glucosio tra i due lati della placenta artificiale e hanno misurato l’efficienza con cui questa molecola veniva trasportata attraverso la barriera placentare, in presenza o meno dell’infezione nel sangue materno. I risultati, pubblicati su Scientific Reports, hanno dimostrato che i globuli rossi infetti si legano alla proteina condroitina solfato (CSA) e vengono “sequestrati” dai trofoblasti dello strato più esterno, ostacolando fisicamente la diffusione del glucosio attraverso la barriera placentare.

Il modello

Il modello ha ancora dei limiti: il sistema di microfluidica che simula il flusso sanguigno potrebbe essere migliorato, così come la composizione della matrice extracellulare, che comprende solo il collagene di tipo I e non quello di tipo IV. Ma le potenzialità superano i difetti: i ricercatori sperano di usare questo modello di placenta su chip per comprendere i meccanismi fisiopatologici alla base della malaria placentare e per studiare nuovi bersagli terapeutici.

La Placenta come Fonte di Medicina Rigenerativa: Un Tesoro Inesplorato

Sempre più ricercatori stanno studiando le possibili applicazioni della placenta umana in medicina rigenerativa. Ciò che un tempo era un semplice rifiuto biologico, infatti, sta svelando un potenziale rivoluzionario per la ricerca. L’articolo “The revolutionary role of placental derivatives in biomedical research”, pubblicato nel numero di luglio 2025 della rivista Bioactive Materials, si concentra proprio su questo, esplorando le applicazioni - presenti e future - di quest’organo nella medicina rigenerativa.

Oltre la Gestazione: Un Tesoro di Biomateriali

In realtà il potenziale medico della placenta è chiaro fin dagli inizi del ‘900, benché mancassero molte delle basi necessarie per esplorarlo. Pratiche pseudoscientifiche come la Lotus Birth nascono proprio da questa consapevolezza. Oggi abbiamo molte più risorse a disposizione, il che ci consente di creare e studiare diversi componenti derivati dalla placenta. Da qui all’applicazione in ambito medico il passo è (relativamente) breve, includendo terapie con cellule staminali, rigenerazione di tessuti danneggiati, cosmesi e creazione di scaffold biomimetici. Tutto ciò è possibile grazie alle caratteristiche uniche di quest’organo.

La placenta è costituita da un tessuto fortemente vascolarizzato, con una robusta matrice extracellulare e abbondanza di cellule staminali, caratteristiche preziose in medicina rigenerativa. Inoltre, la placenta è un organo disponibile in abbondanza e spesso buttato, il che consente di bypassare i dilemmi morali ed etici tipici di altri tessuti, come le staminali embrionali.

Perché le Staminali della Placenta sono Preziose

La placenta è una fonte eccezionalmente ricca di diverse tipologie di cellule staminali, riconosciute per il loro potenziale terapeutico: cellule staminali mesenchimali (MSC), cellule epiteliali amniotiche (AEC) e cellule trofoblastiche (TC). Le MSC placentari si possono isolare da varie parti della placenta, come la membrana amniotica, la piastra/villi corionica e la decidua. Alcune di queste sono di origine materna (quelle della decidua), mentre altre sono di origine fetale (quelle derivate dalle altre membrane).

Rispetto ad altre fonti di staminali, queste cellule mesenchimali vantano una resa cellulare molto più elevata; una singola placenta può fornire miliardi di cellule. A questo si aggiunge la loro capacità di migrare, aderire e innestarsi nei tessuti bersaglio, facilitandone la rigenerazione; ciò le rende particolarmente interessanti nel trattamento di condizioni polmonari, applicazione oggetto di studi clinici.

Le cellule derivate dallo strato epiteliale dell’amnios esprimono marcatori di cellule staminali pluripotenti e fenotipi simili alle MSC. Possono differenziarsi in diversi tipi di tessuti (pancreatico, epatico e neuronale), hanno una bassa immunogenicità e non sono tumorigeniche. Sono, insomma, candidate perfette per l’ingegneria tissutale o il trapianto. Infine, le cellule derivate dal trofectoderma della blastocisti vengono studiate per le loro capacità di differenziazione.

Proprietà Immunomodulatorie della Placenta

Le capacità rigenerative non sono l’unico tesoro della placenta sottolineato negli studi. La placenta ha infatti funzioni immunologiche ed endocrine, vitali per la tolleranza materno-fetale e il successo della gravidanza. Senza di esse, il sistema immunitario materno considererebbe l’embrione un parassita di cui liberarsi, rendendo impossibile l’impianto. Molti derivati placentari studiati sfruttano proprio queste proprietà immunomodulatorie, per favorire l’integrazione dei tessuti nelle terapie rigenerative e non solo.

Prodotti Placentari Promettenti e Loro Applicazioni

All’interno della documentazione scientifica, gli autori si concentrano su alcuni prodotti placentari che sfruttano le proprietà succitate. Benché esistano già e siano anche promettenti, se ne parla ancora troppo poco. Tra questi troviamo:

  • Estratti placentari per la cosmetica rigenerativa: Questi vengono impiegati in creme cicatrizzanti, in prodotti iniettabili e in formulazioni orali. Sono utilizzati per fornire un supporto strutturale essenziale nell’ingegneria tissutale, al fine di favorire lo sviluppo di nuovi tessuti sani.
  • Derivati da cellule staminali placentari: Includono mezzi di coltura condizionato (PCM) e vescicole extracellulari (Evs). Questi vengono usati per stimolare lo sviluppo e per veicolare molecole terapeutiche.
  • Fogli placentari liofilizzati: Impiegati nella cura delle ferite per favorire la cicatrizzazione.
  • Membrane amniotiche e corioniche: Note per le loro proprietà cicatrizzanti, antinfiammatorie e la capacità di ridurre la formazione di cicatrici.

Un’applicazione particolarmente entusiasmante riguarda l’oftalmologia. Gli autori mettono in evidenza i risultati ottenuti dal siero da sangue del cordone ombelicale (CBS), che nei trial si sta dimostrando più efficace di trattamenti convenzionali. I trattamenti tipici della sindrome dell’occhio secco, delle lesioni corneali e di altre patologie oculari prevedono l’uso di lacrime artificiali e, a volte, del siero da sangue periferico. Purtroppo, spesso sono più trattamenti sintomatici che cure vere e proprie. Come già visto, i derivati placentari possono fare affidamento sulle proprietà tipiche delle staminali della placenta: elevata capacità proliferativa e differenziativa, nonché proprietà immunomodulatorie. Applicate in oftalmologia, le proprietà in questione promuovono la guarigione della cornea e riducono la severità dei sintomi.

Interessanti sono anche i risultati ottenuti nella rigenerazione del timpano e di alcuni nervi. Alcuni ricercatori hanno applicato un siero di staminali a stampi biomedici, e sembra che i timpani rigenerati in questo modo siano quasi impossibili da distinguere dai timpani sani.

Infine, alcuni studi accennano alla possibile applicazione dei derivati placentari nelle terapie ormonali, specie in quelle per alleviare i sintomi della menopausa. Secondo uno studio coreano, gli estratti placentari potrebbero aumentare i livelli di estradiolo senza (a quanto pare) effetti collaterali. È chiaro che i derivati placentari sono ben lontani dall’essere un semplice scarto medico o, quanto meno, dovrebbero esserlo.

La Membrana Amniotica: Dalla Protezione Fetale alla Terapia Rigenerativa

La membrana amniotica è un tessuto di origine placentare. In contiguità al corion, rappresenta lo strato più interno del sacco amniotico che circonda l’embrione e, in seguito, il feto. La membrana amniotica a termine ha una superficie che va da circa 700 a 1800 cm², un peso di 15-35 grammi e uno spessore variabile da 0,02 mm a 0,05 mm, a seconda delle gestanti e delle diverse regioni dell’amnios. È una membrana traslucida composta da tre strati principali: uno strato epiteliale, una membrana basale spessa ed un mesenchima avascolare. Non contiene nervi, muscoli né vasi linfatici e ottiene i nutrienti e l’ossigeno di cui ha bisogno direttamente dal liquido amniotico e dai vasi di superficie fetali.

Una funzione fondamentale della membrana amniotica è quella di supportare lo sviluppo dell’embrione fornendo una protezione contro le infezioni e contro gli insulti pressori delle strutture circostanti. Svolge anche un ruolo importante durante il parto: l’epitelio amniotico non solo è una delle principali fonti di prostaglandine, soprattutto di prostaglandina E2, ma esprime anche gli enzimi coinvolti nella loro biosintesi come fosfolipasi, prostaglandina sintasi e ciclossigenasi. Dallo strato epiteliale della membrana amniotica sono state isolate cellule staminali pluripotenti.

Utilizzo terapeutico della membrana amniotica

Proprietà Biologiche e Cliniche della Membrana Amniotica

Le proprietà chimico-biologiche sinora conosciute della membrana amniotica sono molteplici: antinfiammatorie, antiangiogenetiche, antifibrotiche, anticicatriziali, pro-rigenerative, antibatteriche, non tumorigenicità e assenza di immunogenicità. Inoltre, fornisce una matrice per la migrazione e la proliferazione cellulare, riduce il dolore nel sito di applicazione e agisce come una barriera biologica naturale.

Le “Banche della membrana amniotica”, presenti anche nel nostro Paese, sono dei centri specializzati nella raccolta, conservazione, processazione e distribuzione delle membrane amniotiche donate. La selezione delle donatrici avviene secondo le modalità previste dalla normativa sulla sicurezza dei tessuti. Occorre ricordare che, dal punto di vista giuridico, l’utilizzo della membrana amniotica non prevede limitazioni di carattere etico, in quanto il prelievo avviene dopo il parto e non comporta alcun pericolo né per la madre né per il neonato.

L’uso della membrana amniotica in medicina ha più di un secolo di storia. Davis fu il primo a utilizzarla nel 1910 nel trapianto di pelle. Successivamente è stata impiegata nel trattamento delle ustioni e delle ulcere cutanee, nella ricostruzione chirurgica di vari organi (vescica, uretra, vagina, tendini, timpano, mucosa nasale, lingua, bocca), nella prevenzione della formazione di aderenze post-chirurgiche, soprattutto addominali e pelviche, e nella riparazione dell’onfalocele. In oftalmologia il suo utilizzo è stato segnalato per la prima volta nel 1940 da De Rotth, che impiegò le membrane fetali fresche (amnios e corion) sulla superficie oculare come medicazioni biologiche per la cura dei difetti congiuntivali. Più tardi Sorby e colleghi utilizzarono la membrana amniotica conservata come copertura temporanea nel trattamento delle lesioni oculari caustiche acute.

L’uso della membrana amniotica come tessuto, quindi, ha una storia di varie decadi, ma il rinnovato interesse degli ultimi anni è dovuto alla scoperta delle sue cellule staminali. Le cellule amniotiche costituiscono una fonte preziosa di cellule staminali per il trapianto cellulare e per la medicina rigenerativa. Lo strato epiteliale della membrana amniotica comprende cellule che esprimono i marcatori delle cellule staminali pluripotenti e possono differenziarsi in tutti e tre i foglietti embrionali, dando origine a epatociti e cellule pancreatiche (endoderma), cardiomiociti, osteociti, adipociti e miociti (mesoderma) ed ectoderma (neuroni e cellule gliali).

La membrana amniotica è un biomateriale che ha il vantaggio di poter essere facilmente ottenuto, trasformato e trasportato. Inoltre, grazie alle proprietà antimicrobiche e alla bassa immunogenicità, potrebbe bypassare le complicanze immunologiche dei biomateriali xenogenici. Per tutte queste ragioni è un candidato ideale per la creazione degli scaffolds utilizzati nell’ingegneria tissutale. Le proprietà di scaffold della membrana amniotica sono state utilizzate da diversi gruppi di ricerca in vari campi di applicazione. Ad esempio, nell’ambito della rigenerazione nervosa, a seguito di eventi traumatici che hanno comportato un gap dei monconi di amputazione, la membrana amniotica è stata utilizzata come scaffold rigenerativo. Le sue proprietà sono state studiate sia dal punto di vista laboratoristico che clinico con risultati di grande rilievo, che ne hanno permesso la pubblicazione su riviste internazionali. Un altro campo di applicazione è nelle ulcere vascolari croniche degli arti inferiori, sia di natura venosa che arteriosa, in pazienti con stasi venose prolungate o arteriopatia obliterante degli arti inferiori. Anche in questi casi, l’associazione di tecniche di chirurgia vascolare e chirurgia plastica, associate all’utilizzo della membrana amniotica, ha consentito di portare a risoluzione ferite croniche di lunga durata con risultati stabili a distanza di tempo, come documentato dagli studi di Michele Riccio e Elena Bondioli.Le cellule staminali placentari sono cellule staminali contenute nella placenta. È possibile estrarre e crioconservare le cellule staminali estratte dalla placenta al momento del parto, pratica che consente di disporre per lungo tempo delle cellule ottenute.

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