Piva Piva: tra ninne nanne, commercio di olio e tradizione popolare

Il panorama del folklore italiano è intriso di melodie che, sebbene ci accompagnino fin dall'infanzia, celano spesso origini stratificate, dove il sacro si fonde con il profano e la memoria storica con la necessità commerciale. Tra queste, "Piva Piva" occupa un posto di rilievo, specialmente nel contesto lombardo. Spesso tramandata come una ninna nanna dedicata a un bambino che dorme, la canzone rivela, a uno sguardo più attento, una genesi sorprendente che sposta il focus dalla culla al mercato.

rappresentazione iconografica di una piva o cornamusa tradizionale in un contesto rurale lombardo

L'etimologia della Piva e il suo legame con le festività

"Piva Piva" è un tipico canto natalizio lombardo diffuso in tutta Italia. Per comprendere il significato intrinseco di questo brano, è necessario partire dal termine che gli dà il nome. La piva, in gergo popolare, è la cornamusa che veniva suonata nel periodo delle feste. È, quindi, un simbolo di gioia per le festività in arrivo. Sebbene nell'immaginario collettivo la zampogna sia legata indissolubilmente al presepe, è fondamentale fare una distinzione organologica: la piva, organologicamente, è soltanto una cugina della zampogna.

Diciamocelo, senza remore. A Milano la zampogna non ha mai goduto di molta fortuna. Nella più grande città di Lombardia, infatti, questo strumento agropastorale - sempre in coppia con la fida ciaramella - non avrebbe avuto molto senso di esistere, inglobata nella tradizione urbana fatta di metallo e mattoni, asfalto e cemento. Eppure, c’è una canzone popolare milanese, “Piva Piva l’oli d’uliva”, che fa proprio riferimento allo strumento in questione, sia pure in modo improprio.

L'astuzia dei mercanti: l'olio d'oliva e la nascita del jingle

Mentre il richiamo alla piva mi è sempre stato piuttosto chiaro, non ho mai capito cosa c'entrasse l'olio in questa canzone. Ed è interessante e divertente la spiegazione che ho trovato sul sito Folkbullettin. L’abbinamento della piva con l’olio d’oliva è curioso. Il canto popolare, infatti, sembrerebbe il frutto dell’astuzia dei venditori ambulanti d’olio bresciani che avrebbero creato un nuovo testo sulla base di un’antichissima ninna nanna.

Quello che attualmente chiamiamo “jingle”, veniva suonato dai “bagheter” (suonatori di cornamusa) che accompagnavano i venditori d’olio. Sulla melodia di una antichissima ninnananna, l’astuzia dei venditori ambulanti d’olio bresciani coniò quello che oggi si chiamerebbe un “jingle” e ad eseguirlo si portarono al seguito dei “baghetèr”, suonatori di cornamusa bergamasca (baghèt), ben conosciuta anche sulle rive del Garda bresciano, regione olivifera d’eccellenza.

mappa stilizzata della Lombardia con enfasi sulla regione gardesana e le rotte commerciali dell'olio

Siccome le olive si raccolgono a novembre e l’olio nuovo è pronto da vendere a dicembre, ecco che lo “spot” commerciale ideato dai frantoiari ed eseguito dai baghetèr andava a sovrapporsi ai riti del Natale, confondendosi con ben altre tradizioni e altri valori. Pare che il testo sia una creazione di venditori d'olio bresciani che si accompagnavano nel loro peregrinare a suonatori di Baghet. Siccome il periodo in cui l'olio è pronto per la vendita è proprio il mese di dicembre si è creata una sovrapposizione tra quello che era un vero e proprio "spot" commerciale (probabilmente composto su una melodia preesistente) con le feste di Natale. Le mie indagini su questa melodia sono appena all'inizio.

Il contrasto tra tradizione rurale e burocrazia urbana

Nel resto della cristianità, si sa, l’immagine degli zampognari è legata a quella del presepe e a queste statuine è simbolicamente affidato il compito di diffondere al mondo la buona novella: il giorno di Natale, nella città di Betlemme, in una capanna, nacque un bambinello ecc. ecc. Tutto ciò, per ambientare il nostro parere su un fatterello accaduto durante il periodo natalizio proprio a Milano, in pieno centro storico (corso Vittorio Emanuele).

Quattro zampognari sono stati multati da un inflessibile vigile urbano che non ha voluto sentir ragioni. Gli strumentisti si sono visti elevare una contravvenzione perché non in possesso dell’”autorizzazione a deambulare”, essendo titolari unicamente di un permesso per suonare stazionando, però, solamente in una virtuale piazzuola loro riservata dal funzionario comunale preposto a rilasciare le autorizzazioni per l’esercizio della musica di strada.

la scala del baghèt su una antica cornamusa

A nulla sono valse le proteste degli zampognari e anche di qualche passante che hanno invitato a riflettere il solerte poliziotto locale. Inutile ricordargli che funzione precipua degli zampognari è quella di deambulare, recando con sé - a seconda dei casi - il sempre valido messaggio sacro della natività o quello profano e disusato dell’olio da vendere. Comunque attenzione, musicisti di strada, zampognari o meno che voi siate: fino a quando una maggior cultura sulle nostre tradizioni musicali non si sarà diffusa (e non pretendiamo sindaci, assessori o vigili laureati in etnomusicologia ma semplicemente dotati di buon senso), meglio non muoversi troppo.

Analisi strutturale del canto: tra ninna nanna e promozione

La melodia che noi oggi riconosciamo come una dolce ninnananna è in realtà un palinsesto. Stratificando i significati, possiamo notare come la funzione originaria della ninna nanna (il "bimbo che dormiva") sia stata utilizzata come base metrica e melodica per facilitare la memorizzazione del messaggio pubblicitario dell'epoca. L'astuzia dei bresciani risiede proprio in questo: nell'aver utilizzato la familiarità rassicurante di un canto domestico per inserire un prodotto di consumo stagionale.

L'olio, in questo senso, diventa un elemento narrativo che rompe l'idillio della ninnananna per introdurre la realtà del commercio. Il contrasto è netto: da una parte l'intimità domestica del bambino addormentato, dall'altra l'effervescenza dei mercati natalizi. Questo dualismo riflette perfettamente la natura delle fiere invernali, dove il freddo della stagione spinge alla raccolta e alla trasformazione dei prodotti, che vengono poi venduti nel calore festivo dei centri cittadini.

infografica che illustra il processo di produzione dell'olio d'oliva in relazione al calendario agricolo di novembre-dicembre

Riflessioni sul valore culturale del jingle storico

Il caso dei zampognari multati a Milano non è che l'ultimo atto di una storia che vede lo scontro tra la spontaneità della tradizione e la rigidità della normativa moderna. Se consideriamo la musica di strada non solo come un intrattenimento, ma come un bene culturale intangibile, le restrizioni burocratiche assumono un significato più profondo. Impedire a un suonatore di muoversi significa negargli la sua funzione storica: quella di un messaggero, sia esso di una divinità o di un frantoio bresciano.

La figura del baghèt, sebbene meno fortunata nella metropoli milanese rispetto ad altre zone, mantiene intatta la sua capacità di evocare mondi lontani. La canzone "Piva Piva l'oli d'uliva" ci insegna che il folklore non è un elemento statico, ma un organismo vivo che ha saputo adattarsi alle necessità economiche, trasformando una ninnananna in un veicolo di comunicazione di massa prima ancora che l'epoca del marketing moderno prendesse il sopravvento.

La metamorfosi del canto nella memoria collettiva

Se oggi chiedessimo a chiunque di canticchiare "Piva Piva", probabilmente il riferimento all'olio d'oliva verrebbe rimosso in favore di una più generica associazione col Natale. Questa semplificazione è tipica del processo di folklorizzazione, dove i dettagli commerciali e utilitaristici tendono a sbiadire, lasciando spazio all'elemento mitico. Tuttavia, recuperare il legame con l'olio d'oliva e con le rotte commerciali lombardo-bresciane permette di restituire spessore storico al canto.

La sovrapposizione tra la raccolta delle olive, la produzione del nuovo olio e la celebrazione natalizia non è casuale. È un ciclo economico che si è fatto rito. La musica, in questo processo, ha funto da collante. Il "baghèt" non era solo uno strumento, era la voce di un prodotto. E finché la memoria di questa connessione rimarrà viva, anche il significato della "piva" potrà essere preservato non solo come oggetto museale, ma come pezzo di storia vissuta.

illustrazione d'epoca che mostra una fiera di paese con venditori ambulanti di olio e un suonatore di piva

L'eredità di una melodia intramontabile

Pensare al futuro della musica di strada significa anche ripensare al modo in cui integriamo le tradizioni nel tessuto urbano moderno. Se il vigile urbano di corso Vittorio Emanuele avesse conosciuto la storia del "Piva Piva", forse avrebbe compreso che quel movimento non era un'infrazione, ma una prosecuzione di un rito che ha secoli di storia alle spalle. La comprensione del significato, in questo caso, è la chiave per la conservazione.

Il "Piva Piva" ci pone di fronte alla domanda su cosa costituisca una tradizione. È la melodia stessa o è il contesto in cui essa viene eseguita? Forse è entrambi. La ninna nanna del bambino è la forma, l'olio d'oliva è la sostanza, e la cornamusa è il veicolo. Quando questi tre elementi si incontrano, non abbiamo solo un canto, ma un'intera cultura che si esprime, si vende e si tramanda.

In definitiva, la storia del canto milanese ci invita a guardare oltre la superficie delle cose, cercando le ragioni profonde che si celano dietro ritornelli apparentemente semplici. Ogni volta che ascoltiamo una melodia tradizionale, potremmo chiederci se dietro quel suono non si celi, oltre a un messaggio religioso o affettivo, anche la memoria di un tempo in cui un commerciante astuto riuscì a trasformare il proprio prodotto in una leggenda musicale.

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